"Io evolvo indietro." Parola di Baldo Cappellano
di Fernando pardini
"La
storia della mia famiglia è accomunata certamente dal filo rosso
della pazzia". Così esordisce lui, Teobaldo Cappellano
da Serralunga, per tutti Baldo, due metri di stazza e un sorriso benevolo
ad accompagnarne l'eloquio. Capirete bene che esordire così non
è proprio la stessa cosa che spiattellare banalità. Infatti
la saga della sua famiglia, sviluppatasi tra Langhe ed Etiopia, ha gli
ingredienti giusti per non (s)cadere mai nei luoghi comuni, e nelle
iperboli che la raccontano riesce ad assumere persino sinceri toni epici,
da quando percepisci le vicende intime incrociare bellamente la Storia
di un secolo e confondersi con essa per uscirne ripagate o mortificate,
siano esse fantastiche, originali o dolorose. Nel frattempo, la parlata
di Baldo non tradisce affatto la sua ultra-trentennale frequentazione
della terra langhetta, anche perché di terre, se sto agli affetti,
ne ricorda due: questa di Langa appunto e quella africana d'Asmara,
là dove è nato e cresciuto, da padre piemontese e madre
mulatta, là dove ha studiato e cercato di apprendere la vita.
Il racconto è affascinante, pieno di personaggi estrosi, testardi,
curiosi, viaggiatori, e si muove con leggerezza anche quando ti narra
di passaggi dolorosi. Da quella voce sottile ed elegante, che suona
melodica e flautata senza incalzare, la circuizione di una vita profondamente
vissuta per un racconto che senti dipendere dai punti fermi della memoria
e dell'impegno. A volte Baldo si sofferma sulle frasi che ha appena
detto, con autoironico compiacimento ci ripensa su, corre al vergatino
per segnarsi qualche parola, quasi fosse intento a costruire pian piano
il libro della sua vita, fatto di lampi ed intuizioni, pensieri limpidi
e saettanti, intimi manifesti e toccanti testimonianze, da fermare assolutamente
sul foglio per non essere dimenticate. Nei ricordi conserva la figura
del prozio Giuseppe, il farmacista, l'inventore della ricetta mitica
per il Barolo Chinato, uno dei protagonisti assoluti della storia barolesca;
tra gli insegnamenti da tenere cari c'è quello del nonno, che
per capire perché contro la fillossera bisognasse abbandonare
il piede franco, se ne andò a morire in Africa; tra gli affetti
conclamati ci sono due persone con lo stesso nome: il padre Augusto,
che - tanto per non perdere il vizio - giù ad Asmara vinificò
di tutto, dai frutti esotici all'uva passa proveniente dallo Yemen,
ed il figlio Augusto, il futuro, il "continuatore della specie",
colui che ben presto ha capito la sua strada essere la terra, dopo la
laurea in ingegneria. Quando Giuseppe decise, anno 1958, di lasciare
la direzione tecnica della Cappellano al padre di Baldo, fu il segnale
che forse anche Baldo un giorno avrebbe avuto a che fare con quella
storia contadina. Nel 1970, con il padre che muore e con una guerra
civile impossibile da sopportare, Baldo - diploma in chimica e '68 sulle
barricate - si trasferisce in Langa, lasciando gli amatissimi spazi
liberi d'Africa per affrontare, inizialmente con timore, le mille luci
ammonitrici della sponda occidentale industrializzata. Il vino entra
così nella sua vita a pieno titolo. E lui al vino si concede.
L'interpretazione che ne darà da lì a poco accoglierà
gli insegnamenti degli avi e nel contempo nobiliterà l'idea che
Baldo aveva maturato sin dai tempi africani, che è rispetto indissolubile
verso tutto ciò che è potenza di natura. Un percorso meditato,
fatto di studi e piccoli passi, in cui costantemente - come d'uso in
famiglia - si è domandato perché, senza accontentarsi
mai di teoremi precostituiti o ricette "bell'e'ppronte", e
quell'approccio apparentemente scientifico lo ha condotto, guarda un
po', verso pratiche via via più trasparenti e per nulla interventiste.
E' stato così che, quasi fosse un biodinamico ante-litteram,
nei 3 ettari dello storico vigneto Gabutti (insieme al Rionda e al Marenca
considerato da Baldo lo zoccolo duro del terroir di Serralunga) ha messo
in pratica un'agricoltura consapevole in rapporto euritmico con la natura,
abolendo chimica, facendo crescere i capi senza cimarli, praticando
inerbimenti perenni e lasciando esprimere la vigna, la vecchia vigna
a nebbiolo del '46, secondo estro e natura. Per la maturazione di solito
si affida alle api: "laddove suggono le api o beccano i fagiani,
lì l'uva è matura". In cantina, macerazioni prolungate
e lieviti indigeni, poi botti grandi e lunghi affinamenti, per uscire
al mercato in genere un anno più tardi rispetto alla media. In
più, nel 1989, la sfida delle sfide, il tentativo estremo ed
esaltante di collegare passato a futuro, l'idea pazza di ricreare il
barolo che fu: l'impianto di nebbiolo su piede franco, una dedica appassionata
al temperamento di un nonno morto per la bramosia di capire, ciò
che darà origine più tardi al ricercato, emblematico,
seducente Barolo Gabutti Pié Franco, da uve nebbiolo della varietà
Michet.
Eppure,
più ci penso e più me ne faccio convinto, e ancor meglio
da quando quell'omone romantico e "sempre contro" è
apparso nella mia vita per confondermi le idee e raccontarmi un po'
di sé, sono certo che il vino sia stato solo la naturale conseguenza
di quell'agire diverso. I suoi vini "partigiani" posseggono
il dono dell'unicità, lo senti, e alla fine di tutto davvero
ti immagini che forse non sarebbero mai nati da una storia che non fosse
quella. Perchè a ben vedere ne sono i figli legittimi. Loro ne
raccontano l'idealità. Da quei vini-testimone trapelano innocenza
e trasparenza, anima e sentimento, creazione e non costruzione, terra
e sudore, e tu insieme a loro perdi il concetto di tempo e vieni assalito
dai dubbi, perché in quella pacifica corsa solitaria apparentemente
contraddittoria rispetto agli insegnamenti della moderna enologia, intravedi
il barlume e la strada. Sì, di quei vini è facile innamorarsi,
e della loro sensibilità espressiva può capitare di non
poterne più fare a meno. Commovente si fa il ricordo del Nebiolo
d'Alba 2001 (sì, nebiolo con una b sola), tenero e delicato,
soffuso e circuitore, piccolo Volnay di Langa, derivato da un vecchio
vigneto gestito secondo i dettami della biodinamica su a Novello; incantevole
l'assaggio in anteprima dei Barolo Gabutti Pié Franco 2001
e Barolo Gabutti Pié Rupestris 2001: tanto rarefatto,
subliminale, sussurrato il primo quanto umorale, granitico, tenace il
secondo.
Sopra
tutto però, la sensazione più unica che rara di aver incontrato
un uomo ispirato e sereno, una sorta di contadino romantico e ribelle
capace di emozionarsi ed emozionare. Perché Baldo è un
vortice gentile di parole accordate, e le parole appendici senza filtri
di un pensare non pacificato. Baldo è complicità, è
ingenuità di amante perduto d'amore, è resistenza agli
accomodamenti. Baldo è rincorsa del tempo passato per ricavarvi
una idea di futuro, è espressione delle radici pure di un territorio,
è sfida ai cliché senza ricreare cliché, è
tradizionalismo contadino consapevole, è disarmante sottomissione
ai dettami della natura, è fascino indiscreto di uomo senza lacci,
è filologica ricerca, è amore per gli spazi, è
riverenza assoluta verso le pieghe secolari del terroir di Serralunga,
è pensiero costante verso ciò che la Langa è stata
in grado di insegnare, è ascolto dei padri e delle madri, è
sensibilità conclamata da sognatore anarchico accresciutasi lungo
un percorso di studi e ingegno, è rispetto del tempo lento di
campagna, è chiedersi sempre il perché, è farsi
un'idea, è rifiuto delle imposizioni, è amore per la terra,
è condivisione e messaggio. Baldo è tutto questo, e forse
anche qualcosa di più.
Nel
lasciarmi, insieme ad un paradigmatico e folgorante bicchiere di Barolo
Chinato degli anni '50, mi ricorda il consiglio amorevole e maestro
di sua madre: "fermati sempre a guardare il tramonto", un
consiglio che lo ha sempre accompagnato nei momenti caldi della sua
vita. Lui non lo sa, ma quella sera mi sono recato al Gabutti ad aspettare
il tramonto. Tra le fronde scapigliate e i grappoli turgidi vogliosi
di vendemmia, mi sono seduto e ho placato in silenzio l'ultima mia curiosità.
In quella calma apparente, con dentro un turbinio di pensieri belli
animati da vignaioli combattenti e vini liberati, ho intuito la speranza
purissima di un futuro diverso. Mi è parso di scorgerla nella
sequenza appagante di una luce che cambia, nel calore amico di un pezzo
di terra bianca e lunare sotto ai miei piedi, nel sasso che ho portato
via con me, nei vini "resistenti" che ho bevuto, nei frammenti
di pensiero tanto scomodi ma maledettamente affascinanti di un uomo
la cui non conoscenza andrebbe annoverata tra gli errori dello spirito.
Ho anche pensato che una volta tanto i suggerimenti di una madre riguardo
ai tramonti potevano essere accolti e fatti propri senza pentirsene.
Soprattutto, finalmente, senza chiedersi il perché.
Azienda Agricola Teobaldo Cappellano
Via Alba 13, Fraz. Bruni
12050 Serralunga d'Alba (CN)
Tel. 0173 613103
28 dicembre 2005
Visita in azienda effettuata nel tardo settembre 2005