Borgogna grande soirée
a Merano: metti una sera a cena, fra vignerons, cru prestigiosi e chef stellati
di Fernando Pardini
Parata
di stelle, non c'è che dire, per un evento enogastronomico davvero
speciale, concepito a corollario del celebre Merano Wine Festival
e celebrato nelle sale dell'Hotel Quellenhof di San Martino in Val Passiria
la sera dell'11 novembre scorso. Tema e protagonisti d'altronde non
lasciavano spazio a fraintendimenti: "Grand tasting de Bourgogne",
come a dire circa venticinque produttori (meglio, vignerons) francesi
ad officiare con i loro vini nell'ambito di una cena particolare onorata
dall'estro e dalla sensibilità di quattro chef "pluristellati"
di casa nostra.
Tutto
questo grazie a Gourmet's International in qualità di
ente organizzatore del Festival (era presente il deus ex-machina Helmuth
Köcher), che è riuscito nell'intento lodevole di portare
in terra altoatesina un'ampia rappresentanza borgognona della Côte
d'Or (ma non solo), e grazie, per quanto ci riguarda, alle attenzioni
dimostrateci da Cuzziol,
attivissima realtà imprenditoriale veneta che cura l'importazione
di vini di pregio, con un occhio di riguardo proprio verso la Borgogna,
e nel cui listino compaiono molte delle aziende presenti quella sera.
Fra gli ospiti illustri non possiamo non ricordare Enzo Vizzari (foto
accanto), direttore del comparto guide de L'espresso, che ha simpaticamente
commentato (in un francese sicuro e spigliato) le fasi salienti della
serata, nonché Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili,
curatori della Guida dei Vini de L'espresso, fan appassionati della/di
Borgogna e graditissimi compagni di tavola.
E'
stato così, non senza emozione, che io e il mio "complice"
Vincenzo Ramponi ci siam visti scorrere bellamente davanti agli occhi
personaggi celebri, da Claude Dugat a Jean-Charles
Le Bault de La Morinière (Bonneau
du Martray), da Hubert de Villaine a Laurent
Lignier, da Jean Nicolas Méo (Méo
Camuzet) a Pascal Lachaux (Domaine
Arnoux). Altri ne avremmo conosciuti quella sera. Come se non
bastasse, forse per corrispondere la maestà del parterre, al
luccichìo enologico si sono unite le proposte culinarie di 4
chef "pluristellati" italiani (peraltro pure al vertice delle
Guide gastronomiche di casa nostra), ossia Giancarlo Perbellini
dell'omonimo ristorante di Isola Rizza (VR), Carlo Cracco del
ristorante omonimo di Milano, Massimo Bottura de La Francescana
di Modena e, unico chef a giocare in casa, Norbert Niederkofler
del Ristorante Rosa Alpina dell'Hotel St.Hubertus di
San Cassiano.
Si
aprono le danze, in piedi, con un aperitivo allietato da una bollicina
nostrale (Franciacorta Brut Cavalleri 2001, unica presenza italiana
assieme a quella di Marco Parusso, che ha offerto ai tavoli il suo Barolo
Bussia 2001) e da quattro creazioni culinarie, ciascuna delle quali
concepita e realizzata da ognuno dei 4 chef sopra citati: su tutte,
un plauso vada alla "compressione di una pasta e fagioli"
di Massimo Bottura, per l'originalità della presentazione certo
(il tutto effettivamente compresso, in strati multicolore, in un bicchiere
cilindrico e stretto) ma soprattutto per la sequenza armonica dei sapori,
che spaziavano dal contributo intenso del rosmarino (proprio "un'aria")
alla classica veracità (di matrice "casalinga" direi)
di una gustosa pasta e fagioli (cotiche comprese), che aveva il pregio
di offrire sapori cangianti e ben accordati ed un fondo cremoso di tendenza
dolce/non dolce a ricordare quasi un fegato grasso. Intrigante ed elegante
pure la "Mousse di cavolfiore servita nel guscio d'uovo con
tartufo nero di Norcia" di Norbert Niederkofler, per l'intento
meritevole di sfruttare materie prime stagionali e per la sfumatura
nei sapori, mai arroganti, che riusciva a trasmettere all'assaggio.
Qui la sensualità e l'intensità del tartufo (giustamente
in rilievo) non ha forse trovato un degno contraltare nella mousse di
cavolfiore, dal gusto non propriamente caratterizzato, ma è questione
di lana caprina. Meno emozionante del previsto la "Spugna
di tuorlo al forno con nervetti di vitello" di Carlo Cracco,
perché alla vitalità dei nervetti, a cui non facevan difetto
grinta e sapore, rispondeva la vacuità di una elaborazione fin
troppo tecnologica (cerebrale?) del tuorlo, alla cui tattilità
spugnosa avremmo gradito corrisposta una maggiore incisività
gustativa; per finire, convincente e ben contrastato mi è apparso
lo "zabaglione ghiacciato e caviale affumicato"
di Giancarlo Perbellini, eccellente aperitivo, corroborante e stuzzicante
insieme.
Una
volta a tavola, l'entrée è stata affidata allo chef altoatesino
Norbert Niederkofler, con la sua "Insalata di fagioli pigna
con polpo brasato, pomodoro datterino glassato e testina di vitello
impanata", a mio modesto avviso il miglior piatto della
serata quanto ad armonia ed eleganza, capace di suggerire sensazioni
sapide e in agrodolce di grande suggestione, perdipiù nobilmente
speziato, con intrigante contrasto croccante/morbido (la panatura della
testina e la perfetta cottura del polpo) e il contributo di materie
prime eccellenti (fagioli e olio in primis). Dopodiché sono arrivati
i saporiti "Ravioli di baccalà alla Vicentina"
di Carlo Cracco, dove il baccalà alla Vicentina (mi è
parso di cogliere netta la presenza del filetto di acciuga) costituiva
il ripieno dei piccolissimi ravioli (una sorta di confetti sferoidali),
conditi con una balsamica, freschissima salsa di prezzemolo tirata a
velluto: piatto di bel grip, vivace, sapido, scoppiettante al gusto,
che stando agli applausi dei transalpini a fine cena ha lasciato il
segno.
Va
invece sul sicuro Giancarlo Perbellini, a cui è stata affidata
la portata di carne: sia come tema, sia come trattamento, sia come presentazione,
questa pietanza non si è lasciata sfuggire l'ammiccamento (forse
l'omaggio) all'onnipresente boeuf au vin rouge della tradizione
borgognona, qui declinato in un "Guanciale di vitello brasato
su puré di patate e porri fritti". Così,
se da un lato l'elaborazione non ha ispirato di certo il "taglio"
di una cucina autoriale quanto semmai la sana concretezza della cucina
popolare, dall'altro la succulenza, la straordinaria morbidezza tattile
(cottura di circa 9 ore della carne, puré tirato come una mousse)
e la terragna evidenza -tutta sapore e niente fronzoli- di questo piatto
hanno offerto un rifugio confortevole al gourmet, ben al riparo dalle
stravaganze e dalle ostentazioni oggi tanto in voga.
Questa
misura non sembra aver contagiato Massimo Bottura, se solo stiamo al
suo "folle" dessert, tanto altisonante a leggerne il nome
sul menù quanto fuorviante e se vuoi contraddittorio quando lo
assaggi: " Astrazione di Parmigiano Reggiano con amarene
confit e gocce di aceto balsamico tradizionale di Modena con distillato
di amarena" ha voluto evocare i grandi prodotti della terra
emiliana, ma il risultato organolettico non ha sortito la meraviglia
attesa: oltremodo "formaggioso", non ha offerto forse quella
spazialità di sapore (poca dolcezza per esempio) che da materie
del genere ci si aspetta sempre.
Alla
sostanziale qualità e gradevolezza del desinare hanno risposto
da par loro i vini di Borgogna, un caleidoscopio fitto di sensazioni
buone contornate dai dialoghi amichevoli e istruttivi con i produttori,
celebri e meno celebri. Per aprire in bianco, ci è parso realmente
ispirato ed accattivante il Pouilly Fuissé Racines 2005
di Roger Lassarat, in cui è stato piacevole coglierne
la vocazione "gastronomica" e l'ottimo equilibrio delle parti.
Più ambiziosi, ma non altrettanto efficaci nel trasmettere il
loro lato più "colloquiale", il Corton Charlemagne
Grand Cru 2001 di Domaine du Pavillon e il Ladoix Serrigny
1er Cru Les Grèchons 2005 di Domaine Chevalier. Il
primo è apparso flemmatico e "volumico", come
cru richiede, ma l'impianto austero che lo caratterizzava non era altrettanto
corroborato dal ritmo; mentre il secondo ha messo in mostra la sua aitante
gioventù, anche se la spinta alcolica non ci è sembrata
secondaria.
Ecco
poi la grande carrellata in rosso. Intanto, il Nuits St George 1er
cru Aux Thorey 2005 di David Duband (compagno di tavola)
mostrava una carnosità di frutto e una capacità di seduzione
ineludibili, con dalla sua una cura del dettaglio invidiabile, mentre
il Savigny Les Beaune 1er cru Aux Guettes 2003 di Simon Bize
(altro simpatico compagno di tavola, un vigneron di cui si mormora negli
ambienti che "sanno" di vino) non te la mandava a dire la
sua anima artigianale: ridotto, verace, pieno e caloroso, è apparso
indietro nello sviluppo ma capace di allungo e profondità degni
di nota, per un gusto schietto che forse non si confà agli amanti
della pulizia, della precisione e della finezza.
Da
Eric de Suremain invece, altro compagno di tavolata - un volto
che più borgognone non si può, con tanto di bei baffoni
fluenti à la campagnard - è giunta la vera sorpresa
della serata: il suo Monthelie 1er cru Sur La Velle 1985, le
cui uve provengono da vigne messe a dimora nel 1920, conserva tutto
il fascino e le desinenze amorose del vino d'autore, alla cui evoluzione
il tempo non ha inficiato, ciò che si dispiega oggi nei profumi
di tartufo, cocco, menta, fiori appassiti e terra bagnata e in un sviluppo
gustativo di brillante e incontaminata freschezza, a decretarne la purezza
e l'ardore. Mi ha fatto particolarmente piacere poi -diciamo la verità,
è stata una goduria!- vedere diversi celebrati vignerons approdare
al nostro tavolo per offrire agli astanti un loro vino. Fra questi,
Jean Nicolas Méo (Méo - Camuzet) ci ha offerto
un ancor giovane (parole sue) Vosne-Romanée 1er cru Aux Cros
Parantoux 1999, conosciuto quanto discusso cru che ha avuto
la sua consacrazione grazie ad alcune emblematiche vinificazioni del
compianto Henry Jayer, che nella fattispecie si è mostrato tanto
carnoso ed accattivante al naso quanto oltremodo restio nel profilarsi
e distendersi al palato, palato non esente da reminiscenze boisé
di ispirazione più moderna.
Poi
è intervenuta la famiglia Arnoux che ci ha rimesso in
carreggiata con Echezeaux Grand Cru 2000 (da magnum), un vino
incredibile per suggestione aromatica, complessità, freschezza
e carattere. In lui la terra respira, letteralmente. Il finale è
un crescendo rossiniano, ci direbbero i musicologi: Domaine Chevalier,
qui rappresentato dalla figura di Claude, dimostra tutta la propria
sensibilità di vinificatore in rosso con un Corton Rognet
Grand Cru 2000 di altissimo pregio. Ammirevole per tonicità,
sensualità, pienezza e gioventù, è vino di toccante
forza espressiva. Per finire, ecco avvicinarsi il cordiale, pacifico
vigneron Claude Dugat, di cui ebbi a scrivere
qualche tempo fa e al quale nel corso della serata ho donato una
foto scattata nel 2004 a lui e alla sua cavalla Jonquille mentre aravano
un clos davanti alla chiesa di Gevrey-Chambertin. La bottiglia che ha
in mano porta una etichetta old fashioned.
Da
lì a poco avremmo invece scoperto la "futuribilità"
del suo contenuto: Charmes Chambertin Grand Cru 1994 non ha rivali.
E' uno di quei vini per i quali le categorie e le classificazioni sono
pura aleatorietà. E' una esperienza emozionante con una delle
migliori bottiglie di sempre: vivo, vitale, finissimo, lunghissimo,
balsamico, carezzevole, setoso, "cangiante", intrigante, dinamico,
è essenza pura e incanto della terra, capace di ravvivare ogni
interesse sopito e reclamare tutto il bello che c'è nella vita.
E' una di quelle "cose" per le quali è valsa la pena
aspettare.
Sul
ritorno, come frastornati dalle suggestioni "millanta" (permettetemi
una citazione veronelliana) di una soirée animata e piena
di stimoli, è stato difficile fermare i pensieri su una soltanto
di quelle sollecitazioni sensoriali, perché nel frattempo già
un'altra stava prendendo il sopravvento e reclamava attenzioni. Un bombardamento
dei sensi non si liquida così, d'amblé, con una constatazione,
un giudizio sommario e un puntoaccapo. Forse per questo motivo il mio
pezzullo di oggi non potrà rendere quello che avrebbe dovuto,
così come non potrà mettere la parola fine ad un turbinio
continuo di ricordi che non mollano la presa. Resta il fatto, inconfutabile,
di essere stati testimoni di una serata ad alto contenuto emozionale,
nella quale cibi, vini, persone, estri e circostanze, per una volta,
ci è parso abbiano trovato una accordatura mirabile. Non è
cosa di tutti i giorni, e noi dobbiamo dargliene (e prenderne) atto.
1 dicembre 2007
Le foto, in ordine di apparizione: parata di bottiglie; Enzo Vizzari
a chiacchiera; Claude Dugat e signora; compressione di una pasta e fagioli
di Bottura; l'insalata di Niederkofler; il guanciale di Cracco; il dessert
di Bottura; gli chef di una sera; a tavola ( da sx a dx: Maurizio Fava,
Ernesto Gentili, Simon Bize, Fabio Rizzari; di spalle Laurent della
maison Duband); a tavola (a sx Fabio Rizzari, a dx Eric de Suremain
di Chateau de Monthelie); magnum di Echezeaux; Charmes Chambertin 1994
di Claude Dugat; l'acquabuonaiolo Vincenzo Ramponi.