acquabuona.com - italian wine e-zine
Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Novità campane al Vinitaly

di Fabio Cimmino

Come ogni anno eccomi qui a raccontarvi le ultimissime dal padiglione Campania al Vinitaly. Una nuova struttura completamente rinnovata non senza qualche strascico polemico. La spesa realizzata (svariati milioni di euro) ha fatto sobbalzare più di qualcuno dalla sedia mentre alcuni produttori hanno lamentato la scarsa funzionalità “business” degli stand.

Anch’io vorrei dire la mia senza, però, scomodare i colori politici oppure discorsi demagogici che mi sembrano, onestamente, fuori luogo. Sono dell’idea che quei soldi si sarebbero, semplicemente, potuti spendere, non dico di meno, ma sicuramente meglio, attraverso una più efficace promozione e privilegiando obbiettivi di medio lungo-termine. Sono, infatti, d’accordo con chi mi ha fatto notare che la spesa di altre regioni si aggira, più o meno, sulla stessa cifra. Penso, pertanto, che quei soldi andassero investiti senza esitazione per il comparto del vino campano e non dirottati altrove come fors qualcuno avrebbe auspicato. Solo che si sarebbe potuto impiegarli diversamente. Pagare un architetto famoso ed una spettacolare(?), quanto improbabile, struttura avveniristica ha, secondo me, dilapidato una somma che avrebbe potuto finanziare una serie di iniziative di più largo respiro. Tutto qui. In merito alla poca praticità degli spazi destinati ai singoli espositori anche in questo caso non si può non essere d’accordo seppur la cosa non mi è sembrata così catastrofica o determinante ai fini del “business”…

Sicuramente avrei puntato maggiormente sul pubblicizzare la catalanesca, l’intrigante vitigno bianco del Vesuvio, finalmente autorizzato e promosso da uva da tavola alla produzione di vino. E’ vero, qualcuno obietterà (se non mi sbaglio tra questi proprio lo stesso Prof. Moio che sta portando avanti gli studi sul potenziale di quest’uva in vinificazione) che i produttori interessati sono ancora troppo pochi, i prodotti in purezza idem, e che la qualità degli stessi non è ancora particolarmente significativa. Sarà pure così ma, per me, rimane un’occasione persa. Cominciamo proprio da alcuni di questi produttori che esordivano, in taluni casi, sia alla manifestazione che con un’etichetta di catalanesca in purezza.

Ho già recensito su questo stesso sito la versione passita delle Cantine Olivella insieme agli altri vini prodotti prodotti dalla stessa cantina sotto la Doc Lacrima Christi. L’azienda agricola Annunziata, seguita dal bravo Maurizio De Simone, presentava l’Aureo 2006 dal naso molto peculiare con precursori intriganti di idrocarburi mentre in bocca, come hanno mostrato quasi tutti i campioni assaggiati, ottenuti da questo vitigno, non riesce a mantenere le aspettative, non avendo, diciamo così, la stessa “presenza”. Le Tenute Pizzo della Monaca di Terzigno appartengono alla famiglia Casillo (che per la cronaca sono attivi nello stesso settore della mia famiglia - quello tessile - ed essendo quasi concorrenti non nascondo mi venga un po’ di soggezione a parlarne in questa veste) e possono contare su 25 ettari di vigneto su ben 125 complessivi per una produzione di circa 60/70000 bottiglie. La catalanesca in purezza 2005 mostra tratti ossidativi ed è ancor più estroversa nei profumi rispetto alla precedente. La bocca conferma un profilo evanescente. Stesso discorso per il Lacrima Christi bianco 2006 (che già prevedeva un saldo di quest’uva in attesa delle autorizzazioni…) dal frutto più giovane ed integro in cui manca, però, sempre il guizzo al palato. Il Lacryma Rosso 2005 vede protagonisti un 85% di piedirosso ed un 15% di aglianico, con una bella frutta rossa matura ed i primi segnali di un’evoluzione positivamente riuscita. Breve ma interessante parentesi, prima di spostarmi altrove, in un'altra azienda della provincia napoletana per conoscere la falanghina di Licola. Secondo il disciplinare dei Campi Flegrei le vigne di D’Alterio non rientrano nella zona doc anche se siamo negli immediati dintorni. La burocrazia del vino costringe, così, i fratelli Antonio e Gerrardo D’Alterio a proporre la loro falanghina, Furano, come Campania IGT. Cinque ettari per 25.00 bottiglie. Età media delle vigne: 7 anni. L’approccio e l’impostazione di questa falanghina è in linea con quella flegrea. Naso chiuso e poco esuberante, più stretta al palato con quella caratterizzante nota sapido-marina che ci ricorda la vicinanza al mare ed i suoli di natura vulcanica. Presentato anche un Greco dalla discreta riconoscibilità varietale. Uscirà a breve, infine, una riserva di falanghina affinata in botti di rovere.

La sempre più prolifica provincia di Benevento, quest’anno, si presentava con ben quattro nuove realtà. Il Sannio dedica circa 15.000 ettari alla vite ed offre 1.400.000 quintali d’uva. Numeri da capogiro sui quali riflettere. Vigne di Malies è l’azienda agricola della famiglia Foschini che a Guardia Sanframondi, dai quattro ettari di proprietà produce, attualmente, circa 12.000 bottiglie. Le vigne hanno mediamente 6-7 anni d’età. I vini offerti in degustazione, tutti Doc e dell’annata 2006, prevedono falanghina, fiano e greco in purezza per i bianchi, un taglio di cabernet e sangiovese ed un aglianico in purezza per i rossi. Adeo nasce da uve greco e gli aromi che si percepiscono al naso sono ancora fermentativi, fruttati senza risultare, però, eccessivi o caricaturali. Discreta è la corrispondenza varietale al palato caratterizzato da una buona sapidità, anche in questo caso, piuttosto condizionata dai ricordi dei lieviti. Stesso discorso per l’Opalus, da uve falanghina, dove si ripropongono aromi fruttati e fermentativi, di ananas agrumi e di mela verde, che nonostante la maggior intensità risultano comunque ben veicolati e già equilibrati nel contesto gustativo d’insieme. Il tutto è supportato al palato da discreta verve acida e sapidità. I rossi sono ottenuti da due cru: Vigna Pietra Orlando e Vigna Fragneto. Merus vede l’impiego di sangiovese e cabernet ed è un rosso ricco di frutto, visciole, ciliegie marasche, con qualche leggera nota di confettura, tannico e piuttosto crudo al palato dove comunque mostra doti di buona freschezza. Segue la stessa filosofia di vino-frutto anche l’altro rosso da uve aglianico, Patre, che sarà imbottigliato a Giugno per uscire a d Ottobre. Il naso non è ancora ben delineato e la trama tannica fitta ed astringente. Anche in questo rosso c’è qualche sentore crudo e vegetale che tradisce la giovane età delle vigne.

Torre a Oriente si trova a 20 km da Benevento, a Torrecuso, nello splendido contesto collinare del massiccio del Taburno. L’azienda si estende su circa 10 ettari vitati. I vigneti sono tutti iscritti alle Doc Taburno e Sannio con prevalenza di vitigni aglianico e falanghina. L’età media delle vigne è 10-12 anni (da quelle più giovani di 7 a quelle più vecchie di 15). La giovane proprietaria Patrizia Iannella si è affidata alle mani dell’enologo Mario Ercolino. Sono circa 20.000 le bottiglie prodotte. Gioconda è un bianco Igt al 70% falanghina ed al 30% malvasia. Al naso si avverte insistente l’aromaticità della malvasia ed al palato un leggerissimo residuo zuccherino. Più interessante la falanghina in purezza, Taburno Doc, Siriana, caratterizzata da correttezza e pulizia olfattiva. Gli aromi fruttati sembrano già essersi liberati dei tipici sentori post fermentativi offrendo una maggiore riconducibilità varietale. Rosinello è un rosato d’aglianico dal naso piuttosto debole e non particolarmente espressivo. Gli aromi ritornano meglio dal palato, per via retrolfattiva, con curiose e precise suggestioni di frutta bianca. Janico è un aglianico affinato in barriques di 2° e, soprattutto, 3° passaggio. Anche in questo caso il naso è poco espressivo e leggermente smaltato mentre al palato risulta tannico ed astringente. Sembra aver subito una leggera rifermentazione oppure si tratta di carbonica residua. Dai 2006 passiamo all’unico 2005 in degustazione: U’ barone è l’aglianico di punta dove risulta più evidente l’influenza del rovere che in questo caso è di primo passaggio e che si riflette al palato in un generoso mix di frutta rossa e vaniglia. La titolare dichiara di essere un ex-conferitrice della Feudi di San Gregorio.

Rimaniamo a Torrecuso per incontrare ancora vini a base aglianico e falanghina delle Cantine Tora. I vigneti occupano circa 7 ettari per un totale di 30.000 bottiglie. L’età delle vigne oscilla dai 10 ai 15 anni. I giovani titolari si sono affidati alla consulenza dell’enolgo Angelo Pizzi. La Falanghina Taburno Doc 2006 propone aromi intensamente fruttati, di frutta gialla esotica e frutta bianca matura, buona la corrispondenza gusto-olfattiva. Sapido ed abbastanza lungo nel finale. L’Aglianico Taburno Doc 2004 subisce un lievissimo passaggio in barrique e dimostra di avere buona stoffa al palato. Il naso è elegante e discretamente complesso: frutti di bosco, viola, rosa, vaniglia, pepe nero e tabacco. La versione Igt beneventano 2005 sconta qualche leggero problema di diluizione intuibile già dal naso più flebile. E’, però, sincero specchio dell’annata. C’è anche una terza versione, Sannio Doc 2005, dal naso quasi muto ma non vuoto, delicatamente floreale, e che sembra avere un passo decisamente più apprezzabile. In questo caso il 60-70% dell’uva proviene da un vigneto di 22 anni d’età, a raggiera, su suolo prevalentemente cretoso.

E sempre in quel di Torrecuso troviamo l’ultima delle new entry beneventane. L’Azienda Agricola Ariano Agnese che, con 7 ettari ed una produzione di circa 35.000 bottiglie, mi ha destato, così come le Cantine Tora, un’impressione molto positiva. Un altro enologo, più giovane ma altrettanto capace, Lorenzo Nifo segue i vini di questa azienda etichettati da Giovanni Cocchiaro come “La Dormiente”. Le vigne vanno dai 7-8 anni d’età ai 15 anni per l’aglianico. La Falanghina Doc Taburno 2006 rifugge l’ostentazione del frutto e predilige sfumature floreali. Al palato mostra buona corrispondenza gusto-olfattiva e varietale. Naso leggermente problematico e difficile da decifrare, invece, nel caso dell’Igt sempre da uve falanghina. Con il rosato d’aglianico 2006 ritorna a mostrare buona personalità ed anche se non è particolarmente intenso offre una generosa dose di frutta, anche in questo caso bianca e fermentativa. I due Aglianico sono, rispettivamente, etichettati come Igt 2005 e Taburno Doc 2004. Nel primo caso è da apprezzare la discreta sincerità espressiva del naso con frutti rossi in evidenza mentre al palato risulta tannico, abbastanza aggressivo ed asciugante, leggermente diluito nel finale. La versione Doc è decisamente più interessante al naso dove mostra note più terziarie e minerali. Al palato pecca forse di un eccessiva magrezza : è sempre piuttosto presente il tannino che combinandosi con l’acidità ne accorcia invece di allungare il finale.

Dalla provincia di Benevento ci spostiamo in quella di Avellino più precisamente a Manocalzati dove degustiamo i vini di Historia Antiqua che, con 15 ettari di vigna e più di 50.000 bottiglie, si è trasformata da conferitore di uve a produttore con una propria etichetta e la consulenza dell’enologo Ottavio Santucci. La Coda di Volpe 2006 offre una ricchezza aromatica ed una certa voluminosità che non sembrano trovare nel finale di bocca la giusta dose di sapidità. La Falanghina Beneventana Igt 2006 è rustica e ruspante nell’approccio olfattivo mentre sembra aver perso il piglio acido che dovrebbe contraddistinguerla al palato. Il Fiano di Avellino Docg 2006 è di stampo tradizionale anche se non particolarmente intenso ma di buona corrispondenza varietale confermata anche al palato che sconta un po’ di diluizione. Il Greco di Tufo ha una naso meno profumato, più difficile da afferrare, che può apparire debole ma che sarebbe, forse, più giusto definire “delicato”. L’acidità è più spiccata al palato anche se continua a mancare visibilmente un valido supporto sapido. L’Aglianico Doc 2005 è il primo vino ad ispirare più consistenti vibrazioni positive grazie alla frutta rossa matura, anche in confettura, al naso ed un finale succoso, dolce, di liquirizia al palato. Sopperisce così a qualche limite espressivo con una sincerità d’impostazione nell’interpretare un’annata più difficile. Il Taurasi è affinato in barrique nuove di 1° passaggio compromettendo l’attacco iniziale con folate di vaniglia che tendono a sovrastare una materia prima apparentemente interessante, come riscontrabile a bicchiere vuoto. Al palato si confermano i toni dolci del rovere , un po’ ruffiani e banalizzanti con un tannino piuttosto asciugante. Da aspettare.

A Sturno conosciamo l’azienda Terre Irpine che acquista le uve bianche a Lapio per il suo Fiano di Avellino e a Chianche quelle per il Greco di Tufo mentre divide le uve rosse ottenute da circa un ettaro e mezzo di proprietà tra due etichette e 15.000 bottiglie di Aglianico. L’enologo Fortunato Sebastiano si occupa delle operazioni di cantina. Il Greco di Tufo mostra qualche segno di cedimento e di incertezza al naso penalizzato dalla temperatura di servizio. Il Fiano, sfruttando la miglior definizione interpretativa di cui gode il vitigno, ha naso più cangiante ed originale, delicato quasi elegante nei modi e con una migliore tenuta al palato. L’Aglianico 2004 mostra un frutto non sempre integro, come se di bacca rossa schiacciata, di cui viene inevitabile conferma anche al palato. Il Primo della Corte è la versione “barricata” dove risulta sensibile la presenza del legno fin dalle prime nasate. Anche al palato sembra “sensibilmente” condizionato ed eccessivamente ammorbidito dai toni del rovere.

La Cantina Colline del Sole a Torrioni ci regala finalmente un Greco di Tufo degno di tale nome e ci fa venir voglia di ribattezzare il vino riferendoci al territorio d’origine come al “Greco di Torrioni”. Andiamo con ordine. Cinque ettari di vigna per un totale di circa 45.000 bottiglie, uno dei titolari Iommazzo Roberto in cabina di regia in cantina. Nella Falanghina Beneventana Igt 2006 il frutto è fermentativo ed il profilo ancora tutto primario . Il Greco Igt 2005 pur non completamente privo di una sua personalità lascia però qualche dubbio. Il Fiano di Avellino 2006 ottenuto con criomacerazione per spingere sull’aromaticità pure lascia qualche perplessità. Il Greco di Tufo 2006, invece, pur scontando sempre una certa gioventù al naso riesce a farsi apprezzare per la freschezza e la mineralità del palato. L’Aglianico Irpinia Igt 2005 offre un naso di frutta rossa matura e morbidezza alcolica al palato dove pure risulta leggermente rustico e segnato da un leggero residuo di carbonica. Meglio il Taurasi 2002 che pur non particolarmente più espressivo offre un profilo dai contorni più precisi ed austeri. Fa barrique per un anno e mezzo, al palato il tannino è asciugante ed aggressivo. Da Avellino a Salerno non corrono poi tanti chilometri.

A Sarno la Casa Vinicola Mareschi trasforma le uve di alcune importanti denominazioni regionali in circa 75.000 bottiglie. Non tutte le aziende che trasformano uve acquistate e che non dispongono di vigne di proprietà sono da mettere al bando. Soprattutto quando si affidano a persone competenti ed appassionate in questa non facile attività. Così ha fatto Mareschi con l’enologo Giovanni di Giovanniantonio. Bisogna, comunque, affiancare i contadini, fin dall’inizio, nella gestione del vigneto per poter ottenere una materia prima di qualità affidabile. E’ necessario, poi, organizzare con cura le operazioni di vendemmia e di trasporto in cantina per salvaguardare gli sforzi nel vigneto. Ultimo, molto importante, uscire con dei prezzi sensibilmente inferiori ai piccoli artigiani ed altre realtà che possono vantare una tradizione familiare, la conduzione in proprio del vigneto e la vinificazione sul posto. Quest’ultimo obiettivo, ripeto non trascurabile, è stato perseguito con grande insistenza dai giovani proprietari di quest’azienda che puntano, soprattutto, su un listino abbordabile per la diffusione dei loro prodotti. Coda di Volpe 2006 completamente muta al naso ma sorprendentemente espansiva in bocca. Il Lacrima Christi Bianco 2006 è abbastanza tipico con la sua nota di biancospino e la marcata sapidità anche se non eccelle in personalità. L’Aglianico Beneventano Igt 2006 contempla un 20% di sangiovese e mostra di avere una buona complessità nonostante ancora giovanissimo. L’Aglianico Pompeiano 2006 è più aperto e profumato si affida più al tannino che all’acidità per poter sostenere la tensione della beva.

Rimaniamo nell’areale vesuviano per i vini dell’azienda Donna Grazia, di Trecase dove Francesca Saviano moglie di uno dei Saviano dell’omonima storica casa vinicola ha presentato i suoi primi vini prodotti con l’enologo Antonio Pesce. I vini risultano ancora “work in progress” , semplici e “no frills”(senza fronzoli) lasciando intravedere notevoli margini di miglioramento. Interessante il Lacrima Christi rosato, da piedirosso ed aglianico, dalla beve spensierata e disincantata. Il Lacrima bianco, da uve falanghina e caprettone, ed il Lacrima Rosso sempre da aglianico e piedirosso mostrano, invece, ancora qualche esitazione di troppo. Erano presenti, per la cronaca, anche altre nuove aziende di trasformazione di cui dopo aver assaggiato i vini preferisco temporaneamente sospendere il giudizio in attesa di ulteriori e più felici riassaggi.

Infine citazione d’obbligo per una conferma da parte di un produttore esordiente, Regina Viarum, che avevo assaggiato casualmente, per al prima volta, all’ultimo wine festival di Merano. Si tratta di un piccolissimo produttore che, a regime, dovrebbe produrre circa 6000 bottiglie. Il primitivo del Massico, Barone 2003, nasce da una vigna piuttosto vecchia di ben 40 anni d'età e ciò spiegherebbe la forte carica di mineralità facilmente rintracciabile nel dna gustativo del vino, un tratto distintivo che mi ha da subito molto affascinato. Al di là dell'apprezzabile profilo organolettico mi ha colpito anche la matrice stessa del vino che vede l'impiego in purezza di uve primitivo quando nella zona la scelta delle aziende esordienti sembra quasi sempre privilegiare l'aglianico. Un rosso dal naso ricco, ampio ed allo stesso tempo austero e tradizionale, profondo senza troppe concessioni a ruffanismi e modernità. Quando ho appreso che il vino viene affinato in barriques nuove stentavo quasi a crederci per come egregiamente il vino dimostra di aver assorbito e digerito il rovere. Al palato si conferma una mineralità nitida che mi aveva fatto pensare fin dall'inizio sulla provenienza da vigne vecchie. L'azienda nonostante le piccolissime dimensioni dispone anche di un vigneto secolare che viene vinificato separatamente a partire dal 2004 e che, visti i parametri straordinari, di alcol e zuccheri, raggiunti in quest'ultima vendemmia è stato destinato alla realizzazione di un rosso dolce.

Campania Felix a tutti!

L'immagine dello stand (progettato da Gae Aulenti) è tratta da www.vinitalycampania.com

12 aprile 2007

 

 
 
prima pagina | la parola all'agronomo | l'appunto al vino | l'articolo | in azienda | in dettaglio | en passant | affari di gola
presa diretta | mbud | rassegna | la cucina | appunti di viaggio | assaggiati per voi | visioni da sud | sottoscrivi | scrivici