All'ombra del vulcano.
Etna alla riscossa: panoramica delle aziende e delle nuove annate di
Etna Rosso (e Rosato)
di Fernando Pardini
"Etna, Etna, fortissimamente Etna!" Il leit motiv giubilante
della critica enologica nostrana, che per molto tempo aveva ignorato
questo autentico scrigno di cultura e sapienza agronomica, sta tutto
in quel refrain. Una esplosione di entusiasmo, sì, anche se con
indebito ritardo! Oddìo, un briciolo di ragione sta pure dalla
parte della critica, perché se è vero che il carattere
dei vini che se ne escono da lì non ha niente a che spartire
con il main stream imperante in Sicilia, fatto di mollezze esasperate,
colori saturi e sdolcinate dolcezze (lo stile molto apprezzato proprio
da certa critica, per fortuna in lento ma progressivo ripensamento),
e che quindi il modello di vino etneo si riteneva non incontrasse il
gusto del mercato, forse perché troppo poco omologabile (sic,
che errori di visuale!), è anche vero che la denominazione Etna
è stata fatta oggetto di ripetuti investimenti in ottica di qualità
da parte dei produttori vecchi e nuovi solo da qualche anno a questa
parte (se si eccettuano due o tre realtà radicate e non trascurabili),
cosicché l'opera di valorizzazione del grande patrimonio viticolo
dell'area, spesso e volentieri caratterizzato da vecchissimi impianti
ad alberello di nerello mascalese e nerello cappuccio (uve nere), carricante
e minnella (uve bianche), ha incontrato la ribalta della cronaca solo
di recente. Eppure l'impressione è che comunque qualcosa sia
andato colpevolmente perduto, ché nessuno mi può impedire
di pensare quanti vini sentitamente contadini - nella accezione più
nobile del termine - siano stati dimenticati e soffocati nella rincorsa
frenetica verso il successo e l'affermazione, che non contemplava (non
intendeva contemplare) tali caratteri, troppo diversi e - forse - troppo
poco "consolatori".
E in effetti, nella panoramica che vado a dettagliare qui sotto, troverete
più di una realtà di recente fondazione (o rifondazione),
ma che magari grazie a patrimoni viticoli di rara bellezza è
riuscita a piazzare fin da subito una zampata di personalità.
Oggi l'Etna è in reale fermento, e sembra davvero difficile non
poter scorgere in questo lembo di terra uno dei paradisi di italica
autoctonia da vantare agli occhi del mondo. Perché l'Etna, a
ben vedere, è una delle poche terre del vino di Sicilia dove
i risultati reclamano fortemente la loro individualità, una individualità
che appare irripetibile altrove. Perché l'Etna è paesaggio
estremo e caratterizzante, contundente e unico. Ebbene sì, l'Etna
del vino ha il futuro davanti a sè, e può generare vini
di grande personalità e bellezza (diversi esempi a seguire),
ad una condizione però: non disperdere per strada la tipicità
e gli insegnamenti di quella terra nera, di quel vulcano che regola
e domina gli equilibri dei luoghi. Le ragioni di quella terra diversa
sono le ragioni legittime del privilegio, quelle che non possono/devono
essere soffocate/disperse dalla "civilizzazione e dalla omologazione"
del gusto, dall'imbastardimento agronomico, dal prepotente interventismo
cantiniero. L'Etna è un porto franco di espressività senza
filtri, è naturalezza sprezzante e non pacificata da trattare
coi guanti, è viticoltura arcaica dalle mille risorse. La finezza
di quei vini, con la profonda, sapida mineralità di cui si intridono,
potrà allora non avere eguali. Sarà così che una
appassionata viticoltura di montagna potrà aspirare a diventare
un altro fulgido esempio di rispetto della biodiversità, e portare
con sè un messaggio "alto". Di più, un "messaggio"
tutto da bere.
Dopo
tanti svolazzi un mero, quanto dovuto, dispaccio "di servizio":
il panorama delle aziende offerto qui sotto non è esaustivo (ma
sicuramente esauriente). Si tratta di quelle delle quali ho assaggiato
i vini. Semplice. Perciò vi accorgerete magari che manca Cottanera,
la quale però avrà dedicato uno spazio a parte su L'AcquaBuona,
vista la recente visita aziendale; o che manca Il Cantante, alias
Mike Hucknall, celebre voce dei Simply Red, che da qualche anno a questa
parte ha deciso di produrre un vino (con l'ausilio del mentore etneo
Salvo Foti) di cui si mormora negli ambienti golosi degli enoappassionati,
ma che purtroppo non ho assaggiato. Non faranno parte infine del gruppo
i vini, rarissimi e difficili da reperire, di Frank Cornelissen,
estroso produttore belga approdato sull'Etna per concepire vini di selvaggia
quanto spiazzante forza espressiva con metodi iper-naturali, e quelli
di Salvo Foti, che nella sua micro-realtà chiamata I Vigneri
produce, con metodi antichi (e un mulo) il rosso Vinupetra (prima annata
2001), emblematico vino di territorio da uve provenienti da vigne franche
di piede che stanno su a Vignacalderara, nel versante nord dell'Etna,
a quasi 1000 metri slm. Di queste chicche rare, figlie di una viticoltura
arcaica ma piena di suggestioni, mi riprometto ricerca e ricognizione
quanto prima.
Tenuta delle Terre Nere
Dopo
le roboanti prestazioni delle prime uscite, grazie a vini di ispirata
quanto "libera" espressività, dalle "terre nere"
di Marco De Grazia, famoso importatore di etichette italiane
negli States, risplende una luce leggermente meno abbagliante (ma sempre
di luce trattasi), dal momento in cui fra le maglie si affacciano più
insistenti le note dolci del rovere, accompagnate da una certa "sovraesposizione"
tannica, ad imbrigliare vini che avevano fatto della loro "vulcanica"
presenza scenica, apparentemente senza filtri, la chiave di lettura
di un carattere individuo, di chiara appartenenza etnea. Insomma, qua
e là si affaccia una confezione enologica più "esplicita",
che invece di esaltare gli affascinanti chiaroscuro del nerello mascalese,
pare ottunderli. Ma per fortuna qui si può godere di un patrimonio
viticolo raro e importante, con piante molto vecchie, alcune delle quali
pre-fillosseriche. Così, nella speranza di ritrovare quanto prima
l'audace, bellissima caratterizzazione delle annate precedenti, a onor
del vero dobbiamo dire che la confezione più "ammiccante
e civilizzata" non lede poi tanto alla sensuale e prorompente personalità
del Guardiola, di sicuro il vino più ispirato della triade, che
per quest'anno si aggiudica il confronto interno rispetto al più
evoluto Feudo di Mezzo. Su un piano di minore articolazione si muove
il Calderara Sottana, ma questa non è una novità.
Etna Rosso Guardiola 2005
Vino con "anima", sensuale ed ispiratore, ma non così
a "briglia sciolta" come nelle prime edizioni. Il profilo
aromatico è elegante -sono frutti neri, fiori, liquirizia e terra-
con accenti dolci e maturi. Il rovere oggi tende ad asciugare l'orizzonte
gustativo, chiudendo perentoriamente gli invitanti pertugi ed erodendone
ai margini la tipica naturalezza. Ma se la tecnica cerca di "intervenire"
sulle ragioni legittime del purosangue, Guardiola resta comunque un
vino compiuto e personale, da attendere con fiducia dopo congruo affinamento
in bottiglia. Se volete meno emozionale ed istintivo, semmai più
"ragionato" di altre edizioni, ma pur sempre un bel bere.
Etna Rosso Feudo di Mezzo Il Quadro delle Rose 2005
Il bordo evoluto nel mio bicchiere denuncia le piccole inquietudini
nei confronti del tempo, ma ecco uscire l'alloro e il rosmarino ad accompagnare
un sospiro aromatico di vocazione vulcanica che pian piano si lascia
apprezzare. La bocca è flemmatica, rigorosa, concisa e senza
fronzoli, con doti di freschezza sicuramente corroboranti. Non la leggiadria
di stampo borgognone della prima annata (2004), non la profondità
tannica, semmai una rigida postura, terragna e ammonitrice, che ispira
dignità anche se manca un po' di modulazione nello sviluppo,
sviluppo assai presto chiosato da un'emergenza tannica grintosa e severa,
in cui il rovere vuol dire la sua e suggerire gli sbocchi.
Etna Rosso Calderara Sottana 2005
Naso intenso e floreale, sentitamente fruttato su risvolti fumé,
ciò che si traduce in una sensazione generalizzata di frutto
(troppo) maturo al palato, senza che ti faccia scorgere però
il contrasto e la reattività che vorresti. Una coltre tannica
di discreta finezza chiosa una prestazione alla quale niente rimproveri,
se non un pizzico di dinamismo e brillantezza in più.
Benanti
Altitudini
mirabolanti, escursioni termiche perentorie, vecchie vigne, vitigni
radicati, depositi lavici di composizione minerale differente, terre
nere e sabbiose: il paradigma dell'Etna è tutto qui, in questa
eclatante, singolare diversità microclimatica, che spariglia
e rilancia da par suo le ragioni del privilegio. E il paradigma si fa
regola se solo ti accosti a una delle vigne gran cru della denominazione,
la Serra della Contessa. Dal suo struggente isolamento d'altura anche
quest'anno se ne esce l'ennesimo vino di carattere della "premiata
ditta" Giuseppe Benanti - Salvo Foti : Serra della Contessa 2004
sbaraglia la concorrenza interna fra i vini di questa celebre cantina
per ritagliarsi uno spicchio di cielo grazie ad una prestazione altisonante,
capace di unire magistralmente gli umori intimi e finissimi del nerello
mascalese con una distintiva, sapida mineralità (figlia del vulcano),
appannaggio esclusivo dei migliori esemplari etnei.
Etna
Rosso Serra della Contessa 2004
Naso da "Borgogna etneo": ciliegia macerata, cuoio, liquirizia,
ma anche, se le attendi, terra umida, mora, pirite e tartufo. Bocca
scattante, pepata, simpaticissima, molto ritmata. Nonostante attraversi
una fase evolutiva con qualche freno, soprattutto nella espansione tannica,
possiede tutte le armi della seduzione e della forza espressiva, trasposte
in un palato di ottima naturalezza e godibilità. Il futuro è
dalla sua parte.
Passopisciaro
Dopo
la folgorazione per l'Etna, avvenuta qualche anno addietro, Andrea
Franchetti (do you remember Tenuta di Trinoro, in Toscana?), passo
dopo passo, sta portando il suo progetto vitivinicolo isolano a sempre
maggiori compimento e definizione. In attesa della imminente uscita
dei nuovi vini da uve provenienti dai fittissimi impianti ad alberello
messi a dimora recentemente (sulla rampa di lancio il Franchetti 2005,
a base di cesanese d'Affile e petit verdot), registriamo l'ennesima
prestazione da incorniciare per il capostipite Passopisciaro, figlio
più che legittimo della sua terra, un nerello mascalese di grande
seduzione e fascino le cui uve ci provengono da alcune fra le contrade
più suggestive dell'alta Valle dell'Alcantara (a sfiorare i 1000
metri sul livello del mare), là dove la diversa composizione
minerale delle colate laviche ha creato terreni distinti con la vocazione
di cru, dove i venti freddi che scendono dall'Etna consentono escursioni
pazzesche giorno/notte e dove la vendemmia può avvenire anche
a novembre, come è successo appunto per il Passopisciaro 2005.
In questo caso l'annata in gioco sembra aver messo ancor più
a nudo (a fuoco) l'anima di un vino intimo e colloquiale, espressivo
e slanciato. Una presenza scenica mai "ridondata" la sua:
non la tracotanza, non la smargiassata, non il muscolo per il muscolo,
solo una silhouette sfumata, di vibrante naturalezza, a disegnare i
contorni del vino di classe. Un vino che, insieme ad una fisionomia
che negli anni si è fatta via via più compiuta, riesce
a far brillare profonde suggestioni d'altura (leggi mineralità),
al punto che la sua compagnia è divenuta un conforto amico.
Passopisciaro 2005
Nei dintorni nessuna forzatura, solo un colore saldo e trasparente
assieme, poi un respiro minerale, flemmatico, di macchia e fiori secchi,
che pian piano si diffonde e protende. La trama di bocca è fine
e pervasiva, sottile e vibrante, in continuo chiaroscuro. E' bocca limpida
e cristallina. Di quel finale salino, su richiami di erbe aromatiche,
ne apprezzi il cesello tannico e l'intrigante speziatura. L'incontro
si fa amorevole.
Biondi
Nel
pacchetto di proposte di questa storica cantina etnea, riportata in
auge da Ciro Biondi dopo anni di declino, ecco risplendere la stella
enologica dell'Outis 2004 (vigneti in Monte Ronzini, nel comune di Trecastagni,
versante est) che in virtù del portamento, della pregevole qualità
tannica e della nobile aura che si è cucito addosso, resta a
parer mio un fulgido esempio (se non il più fulgido) di come
il territorio etneo permei di sè l'anima e l'essenza dei suoi
vini.
Etna Rosso Outis 2004
Dopo quel rubino profondo e seducente senza ombre di forzatura, ecco
un naso di squillante istintività e complessità: delicato,
fragrante, finissimo, innervato dalla ciliegia macerata, dal pepe e
dalla terra, su percuttive note mineral-grafitiche. Palato fresco e
succoso, con tannini cesellati e notevole grip. Grande beva! Bella nobiltà,
dolcemente selvaggia, per uno sviluppo modulato e ritmato, in cui convivono
freschezza e carattere. Questo vino è come un soffio, di naturalezza
e territorialità.
Calabretta
Dagli
11 ettari di proprietà, prepotentemente caratterizzati da vecchi,
quando non vecchissimi, impianti di nerello mascalese e cappuccio, dai
700 e passa metri sul livello del mare e dalle pratiche biologiche messe
in atto, la famiglia Calabretta, da Randazzo, ricava vini che parlano
il linguaggio della sobrietà e della tradizione, ai quali pratiche
non interventiste in cantina e lunghissimi affinamenti garantiscono
un bonus di autenticità, oltre che una intrigante evoluzione.Così,
dalle prove autorevoli di quest'anno, sia dell'Etna Rosso 1999 che del
sorprendente Etna Rosato 1999, due motivi in più per ritagliarsi
uno spicchio di visibilità concreta nell'agguerrito panorama
produttivo etneo. Dalla naturalezza e dalla finezza espressiva che emerge
da questi vini ne cogli appieno il senso, il percorso e lo stile. Sono
vini per chi non si ferma alle ovvietà, perché non offrono
ovvietà. Sono vini da far riflettere, certo, ma anche inevitabilmente,
istintivamente, da bere.
Etna Rosato 1999
Naso etereo, teso, propositivo, di controllata evoluzione. Sono la
mandorla, il minerale, i fiori secchi a tesserne la trama e ad illuminarne
la "strada" dei profumi. Bocca senza fronzoli, freschissima,
come acqua di roccia, non smetti di berla; è un soffio di gentilezza
e mineralità. Istintivamente seducente, sembra impossibile abbia
8 anni sul groppone! Invece, a ben vedere, altri anni avrà davanti.
Etna
Rosso 1999
Umori di lampone e ciliegia, cuoio, mallo di noce e minerale per un
naso "lento", da ascoltare senza fretta; poi una bocca delicatamente
terrosa e floreale, dal finale asciutto e dalla timbrica salmastra.
E' vino questo intimamente ispirato, sobrio e stilizzato, capace di
concedersi con grazia sottile.
Vinicola Castorina (Etna Rocca d'Api)
Da
questa cantina di Zafferana Etnea, con vigneti a Rocca d'Api e nella
contrada Verzella (zona nord, comune di Castiglione), ecco gli Etna
della nuova selezione Le Moire, che vanno ad affiancare l'Etna Rosso
ZeroUno. Tralasciando il dettaglio sul bianco e sul rosato (vini comunque
centrati e godibili), mi è parso convincente il nuovo rosso Le
Moire 2004, un vino forse non complesso ma felicemente contrastato e
piacevole nello sviluppo, al contrario del più ambizioso (almeno
stando al prezzo) ZeroUno 2003, nel quale la bilancia degli equilibri
pende sensibilmente dalla parte del calore alcolico e della maturità
fruttata, a discapito semmai della sapidità e della freschezza.
Etna Rosso Le Moire 2004
L'afflato etereo di questo naso esalta lì per lì gli
svolazzi aromatici dei frutti rossi maturi, subito riequilibrati però
da sentori di macchia e cuoio, a rendere il quadro intrigante, caldo,
singolare. Bocca di naturale speditezza e precisione - c'è molto
equilibrio nei paraggi-, per un finale salato, elegante e compiuto,
di buona individualità ed allungo. Non la complessità
tannica dei migliori esemplari, ma godibilità assicurata.
Scammacca del Murgo
Procede
a velocità di crociera (leggi "buona affidabilità
senza strappi al motore") la navigazione di questa importante cantina
etnea nel mare enologico regionale. La tenuta è stata rivitalizzata
dalla nobile famiglia Scammacca del Murgo a partire dagli anni '80 ed
oggi può contare, oltre che sui nuovi entusiasmi della proprietà,
su una cantina interrata di recente varo e su 25 ettari vitati disposti
a circa 500 metri slm sulle pendici sud-orientali dell'Etna. Più
che per finezza o leggiadria aromatica, gli Etna Rosso della casa (peraltro
assai economici) si distinguono per la solidità tannica e il
rigore, ossia per uno stile essenziale quanto grintoso, poco concessivo
se volete. Vini sicuramente da attendere dopo doveroso affinamento in
vetro, per averne di ritorno più confortevoli i messaggi, com'è
il caso dell' Etna Rosso 2005. Per il resto, da non perdere i Brut,
che dalle uve di nerello mascalese traggono la stura per disegnare una
personalità vinosa godibile e compiuta.
Etna Rosso 2005
Impronta balsamica e resinosa se lo odori, per un frutto stilizzato,
solo accennato. Palato essenziale, grintoso, nervoso; non la polpa e
la succosità, ma un apparato tannico volitivo e arcigno, a delineare
la fisionomia del vino di montagna, severo ed ammonitore, certamente
suggestivo, solo da attendere per una migliore armonizzazione delle
parti.
Antichi Vinai
La
famiglia Gangemi, attiva da un circa secolo sul territorio, seleziona
uve tipiche siciliane per realizzare vini che ne esprimono le specificità
varietali in modo compiuto e senza ostentazioni, con particolare predilezione
verso l'Etna (a Passopisciaro ha sede la cantina). Fra i vari vini assaggiati
quest'anno spiccano le selezioni in rosso e rosato chiamate Petralava:
godibilità, beva, efficace contrasto dolce-sapido, sono doti
che gli appartengono e che li inseriscono a pieno titolo fra i più
convincenti conseguimenti per la tipologia, pur senza sfiorare vette
di complessità.
Etna
Rosato Petralava 2006
Ottima timbrica aromatica, pimpante e vitale, connubio preciso e felice
di frutti e fiori. Palato equilibrato, fresco, godibile, sincero, sensibilmente
salino nel lungo finale.
Etna Rosso Petralava 2005
Bel contrasto fra frutto maturo e sapidità, ottima timbrica
territoriale, slancio e beva, c'è eleganza nei tratti, non la
complessità. Vino "a pelle" molto buono, spensierato
ed accogliente.
Assaggi effettuati nel mese di luglio 2007.
La foto del ceppo di vite è stata tratta dal sito www.salvofoti.it:
pianta di nerello mascalese franca di piede.
11 settembre 2007