Sassocheto:
nato per stupire
La Liberazione delle
Barbere
Obbiettivo Chiarlo: La
Court e Cerequio
Pierpaolo...
vignaiolo
In
odor di Toscana
Piccolo mondo Conero
Summus in verticale
Rassegna di
Pinot Neri
Un bianco
spagnolo
In archivio
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Obbiettivo Chiarlo:
La Court e Cerequio, una verticale per due
Vini assaggiati:
Barbera d'Asti Superiore La Court, annate: 1997, 1998, 1999
Barolo Cerequio, annate: 1996, 1997, 1998
Data assaggi:
febbraio 2001
Prologo
A Michele Chiarlo forse, figlio di vignaioli, l'obiettivo e il traguardo
di una vita appare chiaro, ora come un tempo: fare dei grandi vini. Ma
per fare dei grandi vini occorrono prima di tutto grandi terroirs:
ecco allora che in quasi cinquant'anni di vita aziendale il nostro decide
per una progressiva estensione dell'attività vitivinicola che lo
conduca dall'originario Monferrato, patria di moscati e barbere allora
bistrattate, fino alle "zone calde" dei Baroli e dei Barbareschi o a quelle
del Gavi, acquisendo o affittando via via poderi e vigneti reputati. E
attualmente siamo a 110 ettari!
A questo punto però occorre una gestione oculata di tutto questo
ben di Dio: ecco allora che al figlio Stefano, enologo, viene affidato
tale compito. È lui che oggi deve indicare sul campo le linee guida,
intuite dal padre, per tendere allo scopo: il rispetto della natura e
degli equilibri vegetativi della vite, le concimazioni organiche centellinate,
un monitoraggio continuo dei terreni, le basse rese per ceppo, l'eliminazione
dei diserbanti, il diradamento in fase di invaiatura, la valutazione dell'indice
della maturazione fenolica e le vendemmie differenziate sono solo alcuni
dei capisaldi di questa "filosofia". Allo stesso Stefano infine il compito
proprio dell'enologo: la gestione delle cantine, al plurale perché
ce ne sono almeno 3 sparse strategicamente sul territorio piemontese.
Un milione di bottiglie all'anno infatti non sono poche da sfornare; tra
le altre cose differenziate su molte tipologie di vini, forse troppe,
come lo sono le 36 etichette diverse che compongono il mosaico tutto piemontese
dell'azienda.
A maggior ragione, sui grandi numeri, l'obiettivo dell'alta qualità
è ancora più allettante, ma difficile. Una famiglia intera
e, ritengo, un adeguato staff di collaboratori, concorre da tempo per
raggiungerlo. Per loro è traguardo di vita, orizzonte, cielo, toccato
già più di una volta con un dito, ma pur sempre cielo.
Gli assaggi
Primo: Barbera d'Asti Superiore La Court
L'occasione
per incontrare il giovane Stefano Chiarlo e verificare in piccolo a che
punto sta la corsa verso il cielo ci viene dalla interessante proposta
per una verticale di alcuni dei vini più rappresentativi i cui
nomi suonano così: La Court e Cerequio. Ammettiamo, ad onor del
vero, che i nomi dicono molto al degustatore attento e al curioso. Il
Podere La Court, a Castelnuovo Calcea, acquistato da Chiarlo nel 1995,
offre terreni molto adatti per realizzare il nuovo corso della barbera:
un vino cioè che debba di diritto essere inserito fra i grandi
italiani, che si stracci le vesti beverine, iper-acide, frizzanti, rustiche
di un tempo per indossarne di nuove, più aristocratiche, di stoffa
buona. L'abbondante presenza di limo, di origine alluvionale, su queste
marne a forte concentrazione calcarea, è condizione oggi reputata
ideale per donare barbere longeve e complesse. Al Podere La Court ci sta
la sfida di Chiarlo verso un vino riconoscibile, longevo e importante,
frutto della terra che sta lì. Il nome che gli è stato dato
è: Barbera D'Asti Superiore La Court.
Barbera D'Asti Superiore La Court 1997
L'unico dei tre vini ad aver già avuto il battesimo del mercato,
proveniente da una vendemmia che ha registrato una resa di 55 quintali
per ettaro in vigna, si presenta di colore rubino con risvolti violacei,
limpido e di apprezzabile consistenza. La gamma aromatica, sicuramente
fine, dopo un approccio intenso mostra all'aria solo discreta persistenza
scoprendo, oltre un buon tappeto di frutti rossi maturi, toni minerali
freddi su deboli nuances floreali e abbastanza rinfrescanti, soffermandosi
su uno spettro piuttosto sfocato e non profondissimo. L'entrata in bocca
è aggressiva e ruvida poi il vino ritrova compostezza, sapidità
e spinta acida più contenuti che ne accompagnano lo sviluppo con
continuità su struttura non superiore e trama tannica non fitta.
Il frutto è di media concentrazione ma buona è la rispondenza
gusto-olfattiva. Lo possiamo ritenere abbastanza equilibrato nel complesso,
se pensiamo a quella nota acida non perfettamente compensata dalla carica
polialcoolica e che rende la beva non propriamente distesa nè morbida.
Note positive ci arrivano nel finale dove, bellamente tipico, ritrova
riscontro fruttato e fragranza floreale, dimenticando per un attimo le
secchezze dello sviluppo e quei toni minerali di cui dicevamo, percepibili
anche al palato. Ottimo il dosaggio del rovere e discreta la PAI per un
vino di buona precisione ma non entusiasmante, che può durare qualche
anno a discreti livelli.
Barbera d'Asti Superiore La Court 1998 (uscita aprile 2001)
Qui il rubino è netto, limpido e denso, di buon cromatismo. I profumi
sono senza dubbio ben espressi, nitidi, intensi. Giocati come sono su
toni dolci, fruttati, freschi regalano un quadro assai ampio e fragrante,
di apprezzabile profondità, dove vi riconosci la marasca, l'essenza
balsamica e una soave liquirizia. In bocca è caldo e già
equilibrato, con ingresso fresco ma non marcato fortemente dall'acidità,
sapido. Nel suo frutto riconoscibile e coerente, fitto e continuo, così
come nell'incedere, pure speziato, si percepisce una struttura di peso
superiore rispetto a quella del fratello maggiore. Di buona polpa e a
tratti bellamente masticabile, regala sensazione di pienezza e persistenza
e qualche aitante spigolatura tannica da smussare. Ancora una volta lode
al dosaggio del rovere, discreto ed intrigante allo stesso tempo.
Barbera d'Asti Superiore La Court 1999 (campione di botte)
Rubino scuro, limpido e denso, di bella presenza visiva, al naso si offre
con buona fittezza e persistenza, pur in assenza di amalgama e di equilibri,
vinoso e fruttato. Dolce è la sostanza e mai enfatizzati gli accenni
empireumatici. In bocca è succoso e morbido, di grande qualità
estrattiva e buona concentrazione, coerente e dolce nell'incedere. La
beva è avvolgente ed il vino si mostra caldo e saporito, preciso
e ben ritagliato, di corpo e fresco. Nel finale si ritrovano sensazioni
speziate piacevoli e ancora tanta dolcezza. Futuro, probabilmente, luminoso.
Secondo: Barolo Cerequio
Dicevamo
prima dell'importanza di un nome, confermiamo qui che pronunciare "Cerequio"
fa aguzzare papille, tremare polsi e sognare sognatori. Come non mai.
Pensare all'evocazione alta dello spirito di terra, al richiamo mistico
di un cru, come fossero miti o sogni e collegarli poi all'attimo,
materialissimo e fuggente, di un assaggio di un liquido scuro dentro a
un bicchiere, lascia sgomenti poeti e sognatori. Noi oggi, purtroppo o
per fortuna, infrangeremo sogni per renderli realtà.
Cerequio è un bellissimo anfiteatro di vigna, si e no di 16 ettari,
esposto quasi interamente a sud, che si trova nei pressi di La Morra d'Alba
e che gode di un clima particolarmente felice in quanto protetto dai venti
freddi del nord dall'alta collina di La Morra. Al suo interno ci sta un
podere di 6 ettari, chiamato Averame, a suo tempo acquistato da Chiarlo,
costituito da marne a straordinaria concentrazione calcarea, un terreno
povero organicamente ben inteso, ma ricchissimo in nutrimento minerale
come ferro, manganese... È lui un primo attore. Insieme all'uva
nebbiolo che vi si coltiva sopra concorre a realizzare creature vinose
riconoscibili e peculiari, e, in quanto tali, ambitissime, sogno dei sognatori.
Qui la bizzarrìa e la magia di un cru che sia degno di tal
nome è apprezzabile in tutto il suo "splendore" se pensiamo ai
tre o quattro vignaioli che se lo dividono (di vicinato importante si
parla: Voerzio, Gaja...) e agli altrettanti vini, diversi, che se ne ottengono,
ai quali però il terroir dona, ora come prima, spirito e impronta.
Ci avviciniamo dunque cauti ed attenti al Cerequio di casa Chiarlo, che
nasce da vigne a bassa resa (1,2 Kg/ceppo) e a consistente densità
(5000 piante/ettaro), ottiene pressature soffici dei chicchi e fermentazioni
sulle bucce per tempi che vanno dai 12 ai 15 giorni, un lungo stazionamento
in legni Allier di capacità, non usuale, di 700 litri e un affinamento
prolungato in vetro.
Barolo Cerequio 1996
Dopo una prima bottiglia evidentemente affetta da problemi subdoli di
tappo, quelli che portano decolorazione, secchezza, ossidazione precoce
ne arriva una seconda che, versata nel bicchiere, denota colore granato
nitido con leggere nuances aranciate, abbastanza consistente e
molto limpido. I profumi sono assai nitidi e ben espressi anche se non
molto intensi ne particolarmente persistenti, su quadro che non raggiunge
l'ampiezza dovuta. Dai toni fruttati (marasca) e floreali (genziana e
violetta) di buon equilibrio, con i tipici ritorni freschi un po' troppo
celati, si apre ad una bocca fine ed elegante, con massa tannica distesa
e matura ma non di caratura e peso superiori. Nel complesso contratto
e scontroso non concede rotondità, suadenza e pienezza gustativa
come ci si aspetterebbe. Coerente e abbastanza lungo nel finale, si conclude
tipico e non aggressivo, per una prova di buona espressività ma
non esaltante.
Barolo Cerequio 1997
Dal colore granato nitido e carico, limpido e denso, si offre al naso
ampio e fragrante nelle ripetute note di confettura di frutti rossi e
nei rimandi floreali, nelle nuances fresche di salvia e di balsamo come
nei toni laccati di sottofondo che ingentiliscono uno spettro fitto e
complesso, già espressivo e, in divenire, di intensità,
persistenza e qualità olfattiva intuibili. In bocca è giovane,
caldo, possente e delicato allo stesso tempo, di grande intensità
gustativa e buon bilanciamento delle parti. Una massa tannica importante,
mai dura, e una grande qualità estrattiva ne caratterizzano lo
sviluppo, oltremodo avvolgente, tipico , di gran frutto. Finale lungo,
saporito e di dolcezza peculiare. Rovere mai ammiccante bensì discreto.
Sulla strada del cielo.
Barolo Cerequio 1998
Il granato è oltremodo scuro e fitto, a tratti impenetrabile. Piuttosto
fuori fuoco e da sbrigliarsi ancora il quadro olfattivo, dove vi percepisci
però bel frutto e profondità aromatica in divenire. Già
pulsanti i sentori fruttati, accompagnati da toni cioccolatosi di rimando.
Al palato inizia ruvidamente con tannino prorompente e vivace poi dà
spazio al nerbo fresco della spinta acida e al frutto concentrato e succoso,
che ammiccano a peso e struttura da grandi numeri. Masticabile e vivo,
allappa (giustamente) un po' ma in divenire troverà equilibri ed
armonia. Da Cerequio vero.
(fp)
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