"L'unione fa la forza",
viaggio attorno ai Bordeaux

 
 

Affluenza record al Wine Festival di Merano

I vini di Ronco del Gnemiz ed altri inaspettati incontri
Amaroni a colazione

Dolci suggestioni: Sauternes e Barsac
"L'unione fa la forza": viaggio attorno ai Bordeaux

I piccoli vignaioli dell'Alto Adige
Taccuino meranese. Ricordi in bianco
Note finali e piccole anticipazioni




È proprio il caso di dirlo che l'unione fa la forza, non foss'altro che per l'immagine. Poi, parlare di unione e di spiriti coesi quando si tratta di Francia vinicola non è poca cosa, anzi è grande cosa, ancor di più se la riferisci ai Bordeaux. Cosa è successo? È successo che una delle famiglie bene dell'aristocrazia vinicola transalpina ha deciso di scendere in pista unita proprio qui, in quel di Merano, per dare un idea dell'intendimento comune o, che so, del sentire comune. Lo ha fatto attingendo chateaux, vignaioli, negociants, bottiglie e simpatia dall'emerita congregazione di spiriti ed estri, nata nel 1973, a nome "Union des Grand Crus de Bordeaux".

120 Chateaux importanti e meno importanti, accomunati dal blasone offertogli da una classificazione in crus tutta particolare che - come ben sapete- è sinonimo di oro colato, tutti insieme appassionatamente per promuoversi e promuovere lo spirito di una terra e dei suoi celeberrimi grand vins. Leggo, fra i valori comuni da difendere e valorizzare, il terroir e il clima, i metodi enologici e le capacità, l'assoluta e sistematica "mise en bouteille au chateau", la cultura e la tradizione dell'ospitalità.

Ci provengono dal Medoc, dal Libournaise, dalle Graves, da Sauternes e da Barsac in rappresentanza di tutte le appellations comunali: il Medoc con St. Julien, St Estephe, Margaux, Pauillac, Listrac, Moulis; la Libourne con i St. Emilion e i Pomerol; le Graves con i Pessac Leognan... Di fatto poi il "tutti insieme appassionatamente" si è limitato, ritengo per questioni logistiche e di organizzazioni (loro e meranesi), ad una piccola rappresentativa - circa 30 i produttori - che però, alla luce dei fatti accorsi e delle suggestioni garantite, hai voglia se è servita a dipanar matasse, ad approcciar discorso, ad annusare l'aria che tira, per i curiosi enofili e per gli appassionati di ogni risma e genìa.

Quale occasione quindi per andare all'attacco dei Bordeaux: a disposizione due sale a loro esclusivamente dedicate, spazio, ottime condizioni ambientali (tra l'altro quasi mai disturbate e corrotte da una presenza sguaiata e affannata di gente alla rincorsa del gran bicchiere), inaspettata gentilezza ed assistenza tutta francese, clima ovattato e coinvolgente, idoneo pure per piccole meditazioni... Si è svolta così una agognata "gita fuori porta", Oltralpe appunto, che ha portato - almeno noi acquabuonaioli - a molte riflessioni, considerazioni, spigolature, aprendo squarci o inserendo tasselli nella itinerante, progressiva costruzione di un percorso gustativo illuminante, intimo e sincero, fitto di conoscenze, espressione di mondi vecchi e nuovi, oltremodo complesso, indubitabilmente affascinante.

Sarebbe bello poterne parlare estesamente, anche se so che i concetti e le derive porterebbero lontano, ben aldilà dello spazio costretto di un articolo che vuol parlare di vino, così come so che è impossibile comprendere - forse solo sfiorare - nello spazio di un giorno e di 50 vini, quel mondo nuovo (e vecchio) che ti prefiggevi di "attaccare". Hai inserito qualche tassello, questo è e questo basta, per trarne perfino qualche conclusione, per avvistare perfino qualche punto fermo nel grande mare globalizzato dei vini cabernettizzati e insieme merlottati. Qui siamo andati come a ritroso, alla radice della storia, alle origini, ai pionieri, o meglio, agli epigoni dei pionieri del tempo che fu, alle naturali discendenze, alle elettive affinità, attingendo a piene mani dalla tradizione, masticando briciole di stile e scorgendo bagliori di forza espressiva che solo un terroir primigenio e storicamente vocato, con l'estro sopraffino dell'uomo - un tutt'uno con l'essenza che bevi - possono trasmettere.

Ve ne raccontiamo qualcuna di quelle affinità elettive, trasposte liquide e modulate dal gusto personale, dalle quali abbiamo avuto risposte su classe e razza, originali e brutte copie; i curiosi che leggeranno queste pagine si renderanno conto da soli se dovranno appassionarsi alla cosa e farsi trasportare, se dovranno cominciare o continuare anche loro un percorso, se sia il caso cioè di approfondire, se ne valga la pena... o se la pena varrà (se di pena si può parlare!). Noi, da parte nostra, una risposta ce l'abbiamo di già. Tra non molto, su queste stesse pagine virtuali, le "naturali" conseguenze, che non vi sveliamo ora: a quella risposta - che vi immaginate - daranno forse un senso in più.


Viaggio attorno ai Bordeaux

Tra gli chateaux delle Graves che contano, quelli che si fregiano dell'appellation Pessac-Léognan tanto per intenderci, Chateau Carbonnieux vanta di certo una storia molto radicata - oggi è un reputato Grand Cru Classé - e il suo Pessac Leognan di prima scelta, composto essenzialmente da un 60% di cabernet sauvignon, un 30% di merlot e un saldo di cabernet franc, sa farsi rispettare per tradizione antica.

Il vino nuovo che si appresta ad esordire sul mercato, Chateau Carbonnieux 1999, arriva a noi dopo aver scontato in media dai 15 ai 18 mesi di affinamento in barriques nuove per 1/3 e si mostra all'occhio rubino lucido e di apprezzabile densità. Fresco ed elegante, si dipana all'aria su una buona base fruttata di rosso (amarena in testa), dei contorni floreali, balsamici, chinati e un leggero sfondo vegetale, che è il primo a farsi sentire prima dell'entrata delle altre componenti. In bocca è sapido, contrappuntato da bella acidità, tendente al morbido e la sua massa tannica, pur non mostrando il passo e la stoffa della pura razza, ti appare ben fusa e mai puntuta. Lodevole la finezza del bicchiere, senza meraviglie. Ne conserverai un buon ricordo, soprattutto per la chiusura.

Invece Chateau Carbonnieux 1996, nonostante l'età, è più fitto nel colore e assai più intenso e nitido nel quadro aromatico, sebbene quest'ultimo sia giocato su toni più maschi e potenti, meno eleganti rispetto al fratello minore, intrisi di frutta nera, china, cioccolato, inchiostro e vegetale, sia pur su immancabile contorno floreale. L'entrata in sordina è un falso allarme; nel proseguo riesce a distendersi in lungo e in largo per tutta la lunghezza dell'assaggio su una base tannica matura e grintosa. Lo scoprirai così caratteriale e felicemente vivo, meno fresco del fratello minore e in definitiva più concentrato.

Chateau Haut-Bailly 1999 è un Grand Cru Classé de Graves, ancora Pessac-Leognan, costituito in questa annata da un 60% di cabernet sauvignon, un 33% di merlot e per il resto da cabernet franc. Il colore è fitto nella sua tonalità rubino così come nei riflessi violacei, comunque lucido e trasparente. I profumi sono molto ben esposti e serrati, fruttati e laccati: melange peculiare di frutti rossi e neri del bosco, ancora un floreale purissimo a ingentilire, liquirizia sullo sfondo. Buona la finezza. Bocca decisamente in crescendo dove ne apprezzi la concentrazione fruttata e la generosa speziatura di pepe in grani. L'acidità soffusa e la morbidezza dell'impianto tutto sono tali da fartene apprezzare già da ora gli equilibri e le armonie. Non puoi non trovarlo buono anche se su un lungo futuro luminoso non saprei giurarci.

Chateau Haut-Bailly 1998 mostra una fitta veste di colore con profumi intensi che si aprono con una certe lentezza e in attesa di fusione; quand'essa arriverà, e sai che arriverà, sapranno meglio rimarcare e far brillare la cospicua dote di frutto o far risplendere la bellissima nota balsamica e rinfrescante che traspare già da oggi sincera. In bocca è teso e continuo su corpo sostenuto; ha una bella progressione che lo rende via via più compatto e lo ricorderò per la potenza e l'impatto tannico. Di grande portamento lo giudicherei, in odor di rotondità.

Il Domaine de Chevalier ha storia lunga e motivata alle spalle se è vero come è vero che era il "Chibaley" guascone del sedicesimo secolo. A una ventina d'anni fa risale l'ultimo passaggio di mano; da allora appartiene alla famiglia di mercanti francesi Bernard; tra le reputazioni da citare ci sta quella che lo vede da sempre un eccellente produttore di bordeaux bianchi.

Passando ai suoi rossi invece - rigorosamente Grand cru classé, rigorosamente Pessac-Léognan - diciamo subito che il Domaine de Chevalier 1999 - 70% cabernet sauvignon, 30% merlot, affinato 20 mesi in barriques nuove per metà - è rubino netto di buona densità e mostra profumi marcati di frutti neri, china, balsamo, fiori, foglia di tabacco e leggero animale per un risultato ampio e variegato, screziato da qualche spigolatura ma d'impatto sicuro. In bocca mostra continuità e giovanile esuberanza senza compromettersi poi troppo con aggressività eccessive, seppur l'impianto tannico tenda a marcare leggermente il finale nel senso della asciuttezza. Lunga la persistenza.

Domaine de Chevalier 1995 è di un rosso rubino non propriamente vivido, trasparente e di media densità. I profumi ti appaiono ampi e distesi, carnosi e sanguigni, sì, sanguigni, proprio a ricordar la selvaggina, su tappeto continuo di piccoli frutti rossi maturi e soffio alcolico, accompagnati da accenni vegetali e di sottobosco; non puoi non definirli peculiari. Al palato però, nel mostrarti un frutto chiaramente più evoluto rispetto a quello dei Pessac Leognan fin qui incontrati, imperfetto ti apparirà nella fusione acidità/alcool, tanto da tendere alla scissione; gli aromi di bocca ti vireranno verso il peperone e il finale di partita non lo troverai propriamente lungo, chiudendosi come fa in modo asciutto e contratto. Bello a metà insomma.

Chateau Haut-Bergey è situato nel cuore della denominazione Pessac-Léognan ma non si fregia del titolo di Grand Cru Classé, è solo un Grand Vin de Graves, eppure la sua fama c'è e permane, soprattutto dopo la recente acquisizione da parte della famiglia Garcin-Cathiard, la quale persegue, oltre il fine della qualità, un incessante studio sui metodi di lotta biologici, che sono indicatori di qualità pur'essi.

Gaston Garcin ci presenta in prima battuta Chateau Haut-Bergey 1999, costituito per il 60% da cabernet sauvignon e per il restante 40% da merlot. Ha un colore rubino netto, senza marcatura eccessiva, limpido e discretamente denso. Al naso rivela un olfazione intensa ancora sulla strada della fusione e della piena definizione; ne cogli la base di frutto nero maturo con venature floreali, l'humus, il sottosella e - qui sì - il rovere ancora da assorbire (16-18 mesi la permanenza in legni piccoli, nuovi per 1/3) per un quadro caratteriale ma poco sfumato. In bocca è sapido ed aitante, continuo e caldo, frenato leggermente nello sviluppo fruttato da una predominante tannica asciutta e severa e, sul versante aromatico, da una presenza ancora invadente di toni legnosi. Bella la persistenza finale: insomma, non male, anche se non vi dimorano meraviglie.

Chateau Haut-Bergey 1998 è ancora netto nel suo rosso rubino, sia pur di media carica colorante.I profumi si sviluppano intensi, fitti, distribuiti e nitidi su frutto rosso e nero del bosco in primo piano, terra bagnata ed inchiostro in secondo e sfondo empireumatico. In bocca colpiscono toni liquiriziosi piuttosto mordenti, un corpo medio-pieno (inferiore che nell'annata successiva). Buona la carica acida ma un po' discontinuo lo sviluppo al palato, dove nel finale tende a perdere mordente e grinta prima di quanto ci si aspetti.

Per chiudere la parentesi nelle Graves ci affidiamo al simpatico ed estroverso Daniel Cathiard che ci accompagna nel mondo fatato di Smith Haut Lafitte, lo chateau di Martillac da sempre considerato uno degli archetipi dello stile "alto" Pessac. Le aspettative non vanno disattese: Chateau Smith Haut Lafitte 1999 (55% cabernet sauvignon, 35% merlot, 10 % cabernet franc) mostra spessore e classe sin dall'approccio olfattivo: intenso, carnoso, fragrante, dolce. L'evidenza dei frutti rossi (ciliegia matura compresa) e le peculiari tracce di humus e selvaggina confermano un quadro molto fine degnamente chiosato dal rovere. In bocca ti impressiona fin dall'attacco per passo e grinta, continuità e tensione, avvertibili nell'alveo di un approccio potente ma sfumato, caldo ed avvolgente, dal grande avvenire, a cui non fa difetto il frutto, consistente e accentuato, una bella fluidità e il tannino, nobile e ingombrante, da spuntarsi e affinarsi ancora. Chateau Smith Haut Lafitte 1998, dal colore rubino cupo, offre anch'esso un quadro aromatico carnoso e intenso, di grande presenza e finezza, su base consistente floreale e di frutto rosso e nero, cassis e minerale, liquirizia e china, dove il legno è già meglio assorbito. In bocca è ampio, di peso, teso, con una venatura vegetale che conferisce freschezza, bilanciato e lungo, dal trasognante finale, e suggella una prova di insieme da primi della classe, se la intendi riferita alle Graves di oggi, qui, a Merano.

Si volta pagina, e stile, ad entrar nel Medoc e nelle sue storiche denominazioni comunali. Esse raccontano storie su storie, tramandando in tal modo - da secoli - estri e meraviglie. Qui la classificazione dei cru prevede le celebri cinque classi entro le quali vi dimora il fior fiore degli chateaux bordolesi, classi (e vini conseguenti) che ci riservano ancor oggi piacevoli sorprese ad ogni pié sospinto, di troisième cru che non temono i deuxième, e via così, sempre all'insegna della riconoscibilità e di una forza espressiva che possiamo ben definire elettiva.

Affacciata sul fiume Gironda, la denominazione Pauillac ci porta in assaggio Pichon Longueville 1999, 2ème cru classé composto da un 70% di cabernet sauvignon, un 25% di merlot, un 5% di cabernet franc, dal netto colore rubino e dalla apprezzabile densità. Ancora chiuso al naso, è forse uno dei giovani campioni in assaggio che più si nasconde e ci appare in ritardo di compostezza ed equilibri (evidenti le note metalliche e di sangue), pur facendo intravedere una base floreale e fruttata cospicua ed una sostanza innegabile. Difatti, a ben meditarlo, si riscatta in una bocca potente, serrata e avvolgente, aitante e caratteriale, lunga e pregnante, che acquista spessore durante l'assaggio. Per questo va atteso. Il fratello maggiore, Pichon Longueville 1998, ha colore importante e denso; progressivi ed affascinanti ti appaiono gli aromi - penetranti nelle sensazioni fruttate, peculiari in quelle minerali e liquiriziose - per un quadro sfumato e definito finanche negli anfratti odorosi più lontani. In bocca ha struttura e peso sicuri anche se minor potenza del '99; parte su toni prevalentemente minerali e poi si distende bene con incedere asciutto e rigoroso, una grande massa tannica da addomesticare e una lodevole dotazione di charme e razza.

Tra i grandi assaggi della giornata annoveriamo senza titubanza alcuna Chateau Pichon Longueville Comtesse de Lalande 1999, un deuxieme cru classé di Pauillac non distante da Pichon Longueville (geograficamente) così come non distante da Latour. Per quanto ne so è uno dei Pauillac dove maggiore è l'influenza del merlot, che qui entra solitamente per un 35%, lasciando la percentuale relativa maggiore ancora al cabernet sauvignon, per il resto ospitando un 12% di cabernet franc e un 8% di petit verdot. Il suo rubino è intenso e bello a vedersi. Il naso assume sviluppo finissimo e bella espressività a cui il tempo saprà donare ancor più brillantezza, ben al di là del bel mazzo di fiori e della dolce frutta rossa che ne cesella già da oggi l'impianto. Ma è soprattutto in bocca che sfodera il passo dei grandi, lasciandoti gaudente per la stupenda articolazione e l'egregia materia tannica che si ritrova. La perfetta integrazione del rovere ti regala aromi di bocca dal trasognante effetto, contrappuntati da liquirizia, balsamo, cannella e spezie orientali. La tenuta aromatica è supportata senza cedimenti dalla dolcezza, dalla pienezza e dalla maturità, e si mantiene pure nel finale, ampio e lungo. Insomma qui, signori, siamo davanti a un grand vin.

Pichon Longueville Comtesse de Lalande 1998
suggella una prova tutta classe e rigore mostrandosi vivo, ampio e avvolgente nell'apparato aromatico (ma su registri di minore dolcezza e di maggiore freschezza che non nell'annata successiva) di cui attendiamo l'esplosione del frutto (ne ricordo le evidenti suggestioni floreali e il sottosella). In bocca, di rimando, è continuo, fresco, potente e fitto; intreccia, in fusione intensa e pregnante, sensazioni di amarena matura, china e balsamo con una lieve nota vegetale presente soprattutto nell'attacco. Restano a lungo il vigore e la tannicità, quest'ultima grintosa ma ben estratta.

Passando ai Saint-Estephe, Chateau Phelan Segur 1999 (60% cabernet sauvignon, 35% merlot, 5% cabernet franc) è molto invitante sia nel colore, fitto e vivido, che nell'approccio aromatico, pieno e dolce, caratterizzato da sensazioni di frutta rossa e venature di terra bagnata, con il rovere da assorbire ancora. Al palato sconta qualche discontinuità di troppo e una trama gustativa non propriamente convincente, sia pur su colpo di coda finale lungo e aromatico, giocato ancora sulla dolcezza. In altre parole il vino mostra una "doppia curva" gustativa, dove ad un attacco pieno e concentrato e qualche diluizione di troppo nel proseguo fa da contraltare un finale in cui emerge un carattere fruttato di grande lunghezza. Invece Chateau Phelan-Segur 1996 presenta profumi fragranti, carnosi e terrosi, con una buona dose di eleganza e gentilezza (leggi impulsi floreali). In bocca mostra le doti di un Saint Estephe: rotondità, souplesse, buon bilanciamento e bello spessore che stavolta regge compatto fino alla fine; il che non ti lascia indifferente, tanto che ne ammiri compiaciuto l'eleganza.

Grande exploit quello offertoci dai Saint Julien, a cominciare - seguendo la scaletta - da Chateau Leoville Poyferré 1999, deuxième cru classé costituito da un 65% di cabernet sauvignon, un 25% di merlot e un saldo prevalente di petit verdot. Di colore rubino cupo e fitto, ti affascina d'impatto per la fitta impostazione aromatica di cui è dotato: floreale, fruttata (ciliegia nera molto precisa), speziata, balsamica. Stupendo al palato per densità ed articolazione, continuità ed eleganza, setosità e grana finissima, gli mancano soltanto un pizzico di verve e di contrasto in più perché possa dimorare insieme ai miei grandissimi. Per cui vi dico che è "solo" un grande.

Di tono più dimesso rispetto a cotanta bontà mi è apparso Chateau Léoville Poyferré 1996, sia pur giocato su una impostazione cromatica vivida e densa. I profumi sono all'insegna delle note mineral-ferrose, vegetali e liquiriziose; indubitabile la sostanza fruttata, solo che non ti arriva definita e nitida. Stoffa e corpo vi sono tutte, ma lo sviluppo non intriga ne convince più di tanto; in bocca parte un po' dimesso e dà l'impressione di una certa "scivolosità".

E avvicinandosi al banco di Chateau Lagrange si viene a contatto con la "filosofia bordolese" in tutta la sua evidenza. Leggiamo infatti dai fogli in visione: Cabernet Sauvignon, 50% nel 1997, 65% nel 1998, 58% nel 1999, 76% nel 2000; Merlot, 50% nel 1997, 28% nel 1998, 25% nel 1999, 24% nel 2000; Petit Verdot, 17% nel 1997, 7% nel 1998, 17% nel 1999, 0% nel 2000.

Ne prendiamo atto. Nel frattempo, impostato sulla godibilità e sulla dolcezza, sul piacere nudo e crudo, senza richiamare meraviglie e profondità, Chateau Lagrange 1999, troisième cru classé composto da un 58 % di cabernet sauvignon, un 25% di merlot e un saldo di petit verdot, è piuttosto carico nei suoi toni rubino con sfumature melanzana. Sconta ancora un po' di rovere in eccesso al naso, che si traduce in note liquiriziose tendenti a comprimere ad oggi la cospicua dote di frutto (frutta nera soprattutto) a cui si affianca di già l'umor di sottobosco. Bella la vivacità e la freschezza di bocca dove il vino è compatto, concentrato e piuttosto muscolare; lì riesci ad apprezzarne il frutto e la dolcezza di fondo. Ben disteso il tannino -anche se non di stazza superiore- che ne realizza una piacevolissima beva, non strabiliante per complessità o lunghezza, ma piacevolissima.

Però se ti avvicini a Chateau Lagrange 1995 hai un bel daffare poi a dimenticarti di lui: profondo nel colore, profondissimo e molto fine nell'articolazione aromatica, ampia, matura, dolce, elegante, varia e variegata grazie alle note fruttate, di humus, terra, tartufo, cacao... In bocca è brillante, teso, vivido, di grande persistenza e finezza, succoso, fresco, fruttato con un finale che si allunga a dismisura e ti lascia di stucco, con il sorriso fra le labbra e la meraviglia nel cuore.

E a proposito di 4ème cru che convincono maggiormente che non i 2ème o i 3ème, eccone uno: Chateau Branaire-Ducru 1999 è un esemplare bello e splendente di Saint Julien dal rubino-violaceo intenso e denso. Fitto e suadente al naso, sfodera grande ventaglio di fiori, frutti rossi e neri mirabilmente legati agli influssi balsamici del rovere per un risultato di indubbia finezza. In bocca presenta un attacco molto pronto, mostrandosi poi continuo e opulento; rimarchevole la grana tannica -fine e setosa- per un finale non strabiliante ma ancora bello.

Chateau Branaire-Ducru 1995
mostra alcune trasparenze tra le maglie rubino, ma non lesina in consistenza. I profumi assumono l'ampiezza e la rarefatta armonia tipiche dell'evoluzione e sono contrappuntati dagli umori del bosco, dei fiori appassiti e del cacao. Indimenticabile al palato, dove ti sfiora e ti accarezza lungo tutto lo sviluppo senza mollare mai la presa; qui gioca un ruolo di primo piano la sua straordinaria tessitura tannica, che è quella di un vino superiore.

Passando ai Margaux, non dimentico di certo la prova di Chateau Labégorce 1995; non ti lasciar trarre in inganno dalla veste perché se lo mediti vi troverai un olfatto evoluto e rarefatto, soave e gentile, di portamento, ma soprattutto ne ammirerai la freschezza e l'articolazione al palato, emozionante per classe ed effetto. Entrambi, classe ed effetto, duraturi per un vino-quintessenza dell'eleganza, eleganza al femminile, diremmo.

E sempre all'insegna della soavità e della femminilità, Chateau Labégorce 1999 sfodera profumi fini e gentili, fragranti per frutto e fiori, eleganti, stavolta affiancati da una punta di vegetale. Rispetto al vino precedente in bocca stenta di più ad esprimersi, ma lo fa sempre su livelli alti e procede sapido e asciutto su tannino disteso e levigato a realizzare una beva non sostanziosa (o almeno così appare) bensì aerea e delicata, di peculiarità e suadenza sue proprie.

Troisième cru classe de Margaux, Chateau Cantenac Brown 1999 (65% cabernet sauvignon, 25% merlot, 10% cabernet franc) ha un naso giovane, fruttato e molto fine, giocato ora sui fiori e i frutti rossi, l'amarena e le note mentolate. In bocca sa offrirsi carnoso e coerente nel frutto, con tannino soffice e qualche accenno di mollezza, suggellando così una prova interessante, più all'insegna della potenza che non nel Labégorce di pari annata.

Chateau Cantenac Brown 1996 ha colore rubino fitto; i profumi sono più dolci, di grande apertura ed ampiezza, innervati da venature minerali a cui si aggiunge l'eleganza portata dall'età. In bocca rasenta la perfezione perché saporito, equilibrato ed ampio, di ammirevole suadenza e facilità di beva.

Se invece vuoi parlare di Saint Emilion allora ti dico: "dimentica il Medoc"; differente la composizione dei terroir così come degli uvaggi, differenti gli stili, differenti le classificazioni (qui si parla al top di premiers cru classé e poi di grand cru classé). Allora ti puoi avvicinare a Chateau La Dominique 1999 (grand cru classé) e scoprirne la cospicua presenza, prevalente, di uva merlot (80%), la vivacità dei suoi colori, la finezza e la prontezza dell'approccio aromatico, spigolature vegetali comprese. La fragranza e la vitalità al palato, la bella struttura e la progressione che porta ad un finale leggermente catramoso, lo confermano caratteriale e saldo seppur non propriamente conturbante; in sostanza ci sembra che le tonalità aromatiche, seppure intriganti, abbiano qui preso il posto della rotondità e della espressività del frutto, sensazione questa accresciuta da Chateau La Dominique 1994, dominato da note caffeose al naso e alquanto fiacco, esaurito e sfibrato in bocca.

Un po' di riverenza e di storia la senti tutta sulle spalle se ti avvicini a Chateau La Gaffelière, mitico premier cru classé di St. Emilion, dal momento che sei consapevole della miriade di storie che ha raccontato (e suscitato) agli oenophiles di mezzo mondo. Chateau La Gaffelière 1999 assume tonalità profonde nella base rubino e sicuro e suadente ti appare nell'impatto aromatico, tutto all'insegna dei frutti neri, della grafite, del fumo. Straordinaria la tessitura tannica e lodevole l'ardore con cui ti avvolge al palato. Senti che è potente ed esuberante eppure ogni suo spigolo ti accarezza. Connubio perfetto di struttura e piacevolezza di beva. Bello.

Poi passi a Chateau La Gaffelière 1995, vivo e vegeto fin dal colore, e ne misuri la classe olfattiva, variata e ampia, complessa ed affascinante, su base di frutto maturo, sottobosco, funghi, tabacco, fumo. Di tessitura tattile evoluta e raffinata, si espande bellamente grazie ai tannini e alla loro grana (la concentrazione fruttata non è così marcata). Sono loro a sorreggerne letteralmente le sorti e lo sviluppo, riuscendo nell'intento di una beva affascinante ed elegante; poi, quando sono passati alcuni minuti e tu sei lì che lo "senti" ancora in bocca, cangiante e avvolgente, pur avendolo espulso (sic!) da un bel po', beh, dovrai cambiare aggettivo e definirla (la beva io intendo) "leggendaria".

Sempre ad altissimi livelli, e sempre in tema di Saint Emilion, molto evocativo è ancor oggi il nome Troplong-Mondot. Il celeberrimo chateau, grand cru classé, dal ventesimo secolo appartiene alla famiglia Valette (che possiede fra gli altri Chateau Pavie). Dai 30 ettari di proprietà il primo vino si costituisce per un 80% di merlot per il resto dividendosi paritariamente tra il cabernet sauvignon e il cabernet franc. Gli affinamenti sono variati ed esigono una elevazione in carato che può protrarsi dai 12 ai 24 mesi; carati per il 70% nuovi si badi bene, per il 30% di primo passaggio. Chateau Troplong-Mondot 1999, dal rosso rubino prevalentemente cupo, rivela profumi carnosi con un frutto ancora da esplodere e conseguentemente una brillantezza espositiva ancora in divenire. Lo senti intimamente intriso di piccoli frutti rossi dolci, percorso da benefici influssi balsamici e roverizzati. In bocca è serrato e concentrato, dal tannino diffuso e ben estratto. Tutto carattere.

Chateau Troplong-Mondot 1998 è vivido e denso nel suo rosso rubino. Dolce, ampio, fitto, con tanto frutto in corpo ancora da esplodere, possiede note mentolate e liquiriziose di rimando. Grande la concentrazione fruttata in bocca e bellissimo il tessuto tannico, per una prova ancora una volta caratteriale, che mi spinge - più che in altri casi - all'attesa: per accoglierlo, ingombrante e superbo, negli anni a venire.

La famiglia Dassault ha talmente investito in Chateau Couperie tanto da chiamarlo a suo nome, non senza ragioni. Oggi è un Grand Cru Classé di St. Emilion. Ci accoglie con grande simpatia Laurence Brun-Vergriette, una delle anime nuove di Dassault, da cui traspaiono limpide la passione per il lavoro di vigna, la sincerità e la modestia, percepibili già dall'eloquio e dai modi, dalle attenzioni e dalle premure di un giorno. La composizione del suo vino di punta prevede in media un 65% di merlot, un 30% di cabernet franc e un 5% di cabernet sauvignon; la malolattica e l'affinamento avvengono in barriques totalmente nuove. Chateau Dassault 1999, colore rubino fitto, esprime finezza e dolcezza nei suoi profumi, bellamente balsamici e vividi, pure penetranti. In bocca è impressionante per vigore ed energia, concentrazione e muscoli, con grande spolvero di tannini ben estratti e discretamente gagliardi; preciso, netto, rigoroso. Bella sorpresa.

Chateau Dassault 1997
è ampio e molto intenso al naso, su base fruttata leggermente surmatura, sentori di humus, carattere e finezza. Al palato entra con eleganza, equilibrio e rotondità, fluido al punto tale da offrirti maggior bevibilità rispetto al vino precedente. Nel proseguo scocca una scintilla e la beva si fa emozionante, a regalare stoffa piena e trama tannica più fine. Buono: e meno male che l'annata, a dirla con Laurence, non è stata eccelsa.

Chateau Citran (denominazione Haut Médoc) è una delle più antiche case nobiliari del Médoc, e di essa si trovano notizie fin dal 1235. Bisogna aspettare tuttavia il diciannovesimo secolo per trovarvi una sistematica coltivazione dell'uva e, venendo al presente, dopo nove anni di gestione da parte di giapponesi, nel 1996 la famiglia Merlaut ha riportato alla Francia questa azienda con i suoi 90 ettari di vigneti.

Chateau Citran 1999
ha colore rubino cupo e fitto. I profumi si attestano sui toni della frutta nera, sufficientemente intensi e penetranti. In bocca stenta a trovare la giusta espressività, è un po' chiuso e spigoloso; è comunque molto concentrato e la carica fruttata non è in discussione. Chateau Citran 1998 ha ancora profumi piuttosto chiusi e conferma, in bocca, una buona struttura ma una certa spigolosità e difficoltà di beva.



Termino il giro che è già da un pezzo che sto sognando; lo termino incontrandomi con l'ennesimo premier cru classé di St. Emilion: Chateau Belair 1997 tanto per intenderci (per inciso, non fa parte dell'Union des grand crus). Mi affronta con un rubino vivido e profondo, con profumi in ampia gamma a cui contribuiscono il fruttato rosso maturo, il sottobosco, la cenere e alcune note fumé di lodevole dignità. Caldo ed alcolico, bilanciato e dinamico, ha forza e carattere, sebbene non mi abbia comunicato intimi abbracci né fatali attrazioni.

Ha suggellato però il ricordo per quella che, ancor oggi che la scrivo, mi appare come una parata di stelle, ultima stazione di una lunga, compiuta, felice "gita fuori porta" giocata tutta all'insegna del gusto, della stoffa, della pienezza, dell'identità e dello stile. Mi lascia, stanco ma estasiato, con la sensazione perpetua di aver assistito ad una naturale quanto dirompente prova di forza. A maggior ragione bestemmie ed improperi per la politica dei prezzi. Dannazione! che insegnamento, che piacere meritato ne trarrebbero le "anime salve" di mezzo mondo se solo...

Nel fondo del bicchiere, stanco ma estasiato pur'esso, delicate tracce di liquirizia e sottile goudron. Alla memoria.

Fernando Pardini
Note sui vini in collaborazione con Riccardo Farchioni

(21/1/2002)

Prima pagina | L'articolo | L'appunto al vino | Rassegna | In dettaglio | Sottoscrivi | Collaboriamo