Affluenza record
al Wine Festival di Merano
I
vini di Ronco del Gnemiz ed altri inaspettati incontri
Amaroni
a colazione
Dolci suggestioni:
Sauternes e Barsac
"L'unione
fa la forza": viaggio attorno ai Bordeaux
I
piccoli vignaioli dell'Alto Adige
Taccuino meranese. Ricordi
in bianco
Note finali e piccole anticipazioni
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Certo
che poi, quando ti ritrovi agli appuntamenti con i vini "importanti",
pregnanti per storia e racconti, le sconti tutte le incertezze, quello
che non hai, quello che ti manca, e hai un bel po da chiederti e
domandarti se sarai in grado di carpirne le sfumature, se il tuo avvicinarti,
premuroso e attento, sarà poi sufficiente all'affiatamento, se
sarai all'altezza del giudizio, se davvero ti sentirai sì forte
da poterne parlare.
In fondo, a giochi fatti e a bocce ferme, ora che uno di quegli appuntamenti
lì è parola scritta e memoria, mi pare di sentire ancora
quella sorta di soggezione psicologica provata sul campo: io, appassionato
sognatore d'arte, messo di fronte ad un affresco grande e importante,
di scuola sopraffina, pieno di sfumature, che però è puzzle
di molti stili e colori da ricomporre e interpretare.
Hai un bel dire che quei colori (quegli stili) ti derivano pur sempre
da un unico orizzonte geografico, da un unica tavolozza, quando le mille
pennellate che li compongono allargano e diffondono i confini, e la percezione
che ne trai è quella di un linguaggio a sé, profondo, denso
di significati, mai estroverso e ridanciano, bensì dialettico,
pregnante, stratificato.
Ecco per esempio che a parlar di Bordeaux, nel senso vinicolo della parola,
mi suscita sempre queste sensazioni, non da meno se mi voglio riferire
ad un enclave la quale, sia pur piccola dimensionalmente come il Sauternes-Barsac,
ti spalanca agli occhi al naso e alla bocca un mondo magico e immenso
allo stesso tempo, sfaccettato, variegato, costellato di vini dal carattere
suadente e personale.
Quei vini sono frutto esclusivo della sapienza contadina - lo sai - capace
nei secoli di trasdurre un gioco della natura, un intima unione di funghi
odorosi ed acini maturi, in sintesi liquida e carpe diem, in disfida eterna
di passaggi e passaggi, di attenzioni ed esclusioni, di rabbiose selezioni
ed infinitesime rese, alla costante recherche di quel subliminale gustativo
che possa dimorare "concreto" dentro un bicchiere di vino, quasi
fosse il sogno dei sogni, il mistero capace di allungarsi nelle pieghe
del tempo, per ripresentarsi ad ogni assaggio nuovo e diverso, ennesima
pennellata sulla tela, complici il tuo struggimento passionale di bevitore
e la meraviglia.
Mille i pensieri dunque, e mille anche i fardelli che ho tenuto in conto,
eppure, quando è arrivato il momento dell' "attacco ai Bordeaux",
penna in pugno e "orecchie dritte", mi sono avvicinato sereno
e carico all'appuntamento. Qui d'appresso ve ne rendo gli assaggi - una
prima parte - da prendere come suggestione gustativa, dolce e magica,
come minuscola finestra aperta sul cielo.
Due le considerazioni finali: la prima, di trovarsi di fronte a un mondo
affatto conosciuto, a uno squarcio di limpida classe. La seconda, la parvenza
di saper misurare meglio la distanza che spesso esiste, sempre in termini
di classe, tra originali e copie (innumerevoli) al punto da farti esclamare:
"Ora capisco!". Qui, in 6-7 assaggi il metro di un mondo nuovo.
Sfiorate e ammirate restano le sensazioni di complessità, raffinatezza
e "sonora" armonia. Dopo questo, molti racconti dovranno seguire.
Gli assaggi
Château
Nairac 1996 viene da Barsac, direttamente dalle cantine del celebre
palazzo che nasce sul "Grand Chemin de Bordeaux à Toulouse",
alle porte del paese.
Fregiatosi dell'appellation Grand Cru Classé a partire dal 1855,
mi si presenta oggi all'occhio color del sole. Il naso è delicatamente
fruttato, fragrante, non intensissimo né nitidissimo, con ricordi
di albicocca e insistenze vegetali a contorno, a disegnarne un quadro
equilibrato e speziato, di indubbia finezza, senza stupori. Stupori che
non mancano però al palato, dove procede sontuoso e fitto con la
costante dell'eleganza tattile: qui si concede chiaro con i suoi aromi
di babà, miele di lavanda e frutta secca. Non manca la freschezza
acida, che ne allunga la trama e ci fa solo immaginare quando verrà
il suo tempo, quello in cui avrà da esser bevuto e goduto.
Château
Lafaurie-Peyraguey 1999 ci prende per mano e ci conduce gentilmente
(è proprio il caso di dirlo) nel mondo prezioso e affascinante
dei Sauternes; Premier Grand Cru dal 1855, è costituito da un 90%
di semillon, un 5% di sauvignon blanc, un 5% di muscadelle e sciorina
un olfazione pronunciata e ben esposta, fine e bilanciata.
Caldo e trés agreable en bouche, come suol dirsi, mostra passo
felpato e raffinato charme su trama dolce, verve acida evidente e bella
finezza d'insieme, senza eccessivo grasso ma con lodevole portamento.

Château de Rayne-Vigneau 1999, ancora una volta Premier Grand
Cru de Sauternes, è un 74% di sémillon, un 24% di sauvignon
e un 2% di muscadelle.
Finissimo aromaticamente, sia da fermo che in agitazione, gioca e si diverte
sul varietale e sulla freschezza della trama: fiore d'acacia e di lilla,
miele di lavanda, limone candito e delicata tessitura da pourriture noble.
Bello. La bocca, elegante e giovanile, in piena spinta, di non trascurabile
vigoria, ti accarezza morbida, senza grasso in eccesso, con esemplare
pulizia.
Invece Château de Rayne-Vigneau 1997 presenta un naso più
maturo e fuso nell'apporto fruttato, con arancia e limone in primo piano
- a sottolinearne ancora la freschezza e l'esuberanza giovanili - e un
tappeto di fiorellini bianchi al contorno. Eccezionale il portamento e
l'equilibrio al palato, notevolmente fresco, in cui mirabile ti appare
il connubio acido-zuccherino, deus ex-machina per ogni vino del genere,
per un compiacimento trasognante e prolungato. C'è stoffa (in lui)
e desiderio (in te che lo brami ancora).
Château
Guiraud 1999, di certo un nome che abbisogna di poche presentazioni,
ci regala un naso ancora da aprirsi e svolgersi appieno, pur non lesinando
in profondità e freschezza, sottolineata quest'ultima da evidenti
note mentolate su base vegetale, riconoscimenti di miele di lavanda e
spezie. In bocca mostra ricchezza d'estratto, densità tattile e
spinta acida ben imbrigliata dal corpo e dal frutto. Mostra in fondo,
lui così giovane, tutte le caratteristiche per un avvenire luminoso,
in attesa di esplosioni, per le quali occorreranno alcuni anni.
Infatti, se ti avvicini a Château Guiraud 1996 ne apprezzi
senz'altro la netta somiglianza con il fratello minore nelle sensazioni
aromatiche, ma qui ti appaiono oltremodo svolte e nitide, intense e chiare,
di assoluta gradevolezza. In bocca è sontuoso e grasso, concentrato
e grondante piacere, con note calde di creme brulée, miele e un
intrigante finale all'insegna della mandorla e del nobile roti. Morbido,
denso, accattivante e vivo.
Chi
più ne ha più ne metta, ovvero, Château Suduiraut
1999: 90%semillon, 10% sauvignon, e un carattere, una personalità,
che sono tutti un programma. Peculiare fin dall'approccio olfattivo, intenso
e persistente, dove erbe aromatiche, mentolo, fiori di montagna ne realizzano
complesse sensazioni alpestri rinfrescanti, esplode di fatto in bocca
unendovi bellamente grasso ed acidità per un ensemble intrigante
e lungo, dallo sviluppo durevole e appagante. Grande vino.
Finale col botto, se ascolti e mediti Château Suduiraut 1997;
lo stile "alpino" è ancora lì, ma molto più
caldo e ampio ti appare ora di spettro, con quelle sue nuances
speziate nobilitanti. Rara la finezza se lo mastichi, assoluti il vigore,
la stazza e la possanza per un vino bilanciato e lunghissimo, di estreme
complessità e piacevolezza, nessuna smaccatezza, che suggella con
scioltezza il ricordo di un incontro fugace, intenso ed emozionante. Inviolabile.
"Ora capisco!".
Fernando Pardini
(21/12/2001)
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