Taccuino meranese. Ricordi in bianco

 
 

Affluenza record al Wine Festival di Merano

I vini di Ronco del Gnemiz ed altri inaspettati incontri
Amaroni a colazione

Dolci suggestioni: Sauternes e Barsac
"L'unione fa la forza": viaggio attorno ai Bordeaux

I piccoli vignaioli dell'Alto Adige
Taccuino meranese. Ricordi in bianco
Note finali e piccole anticipazioni




Non so perché ma d'istinto il colore bianco mi viene da associarlo a Merano. Il ricordo che ne conservo ha molto bianco ai contorni, e non solo a quelli.

Qualche perché è facilmente intuibile, salta agli occhi; quei giorni là, 10 11 12 novembre 2001, il bianco manto della neve incominciava a ricoprire i picchi estremi e puntuti - e insieme ad essi i declivi - sovrastanti la vallata meranese, lanciando agli occhi lucidi abbagli. Tu, laggiù in basso, mentre passeggi per le strade larghe ed eleganti del centro storico, non puoi fare a meno di guardare rivolto con il naso all'insù, per capire a chi appartengano quelle ombre ingombranti che seguono il tuo cammino.

Ebbene, appartengono a quei monti chioccia, dolomitici ch'è tutto dire; sono loro ad aggettare ombre, ombre che stranamente ti appaiono bianche e non nere, chiare, luminose ombre, protettive e beneauguranti. Bianco poi è anche il ricordo delle costruzioni, solide ed ampie, che ancora mi scorrono agli occhi, così come il colore dell'aria, rarefatta e pulita che non vi dico, che nella mattina fredda e tersa del mio arrivo ho respirato a pieni polmoni tanto da credere di essere in grado di capire tutti gli odori del mondo, finanche negli anfratti.

Quegli odori -ancor meglio, quegli umori - li ho attesi con ansia nei bicchieri che ho ascoltato, coccolato e immerso com'ero nelle ariose, candide stanze del Kurhaus di Merano, bianche pur esse. Quell' atmosfera in odor di purezza, nel suo impalpabile candore "bianco", l'ho "risentita" tutta nella passeggiata vinosa decisa quel mattino, guarda un po’ in compagnia dei vini bianchi d'Italia, ma non solo.

Ed è stato così che mi sono imbattuto per davvero - a volte- in straordinarie, rarefatte, aromatiche, fulgide bellezze, quasi un pendant con tutto ciò che gli occhi miei - mai troppo a lungo - hanno ammirato in quei giorni. Dentro quei bicchieri tutti gli umori e le sensazioni di una terra ospitale, di una montagna magica, di un luogo sfiorato ed accarezzato - giammai carpito - in un girovagare amico che la mia penna non ha avuto la prontezza di annotare ma che la mia mente, con amorevole costanza, rammenta nitidamente ancora oggi.

Dei contorni sereni, candidi e bianchi, pensati ma non detti, e della mia felicità, di tutto questo, tenetene conto nei bicchieri che vi scrivo.


Gli assaggi

E tanto per iniziare dalla raffinatezza e dal garbo - tutti friulani - vi dico delle buone cose apprese dai vini di Livio Felluga, percepiti come in stato di grazia quel giorno: l'Illivio 1999 per esempio - un pinot bianco in purezza che mi si dice aver scontato lunghi mesi di carato eppure, per via di quella finissima soavità aromatica di cui è pregno, non lo diresti affatto- l' ho trovato di un floreale gentile e fitto d'erbe aromatiche e al palato sapido, fresco, essenziale, rigoroso ed elegante. Lì sa progredire con coerenza e a lungo, con quella piacevolissima sensazione di uva matura sotto ai denti che si prolunga nel finale: la precisione chirurgica va incontro alla poesia.

Anche il Terre Alte 1999 gioca sulla finezza espositiva e sull'equilibrio, risultando fine e penetrante nell'impianto aromatico, risentendo - come spesso gli accade in gioventù, ma stavolta in modo molto più integrato e bilanciato- dell'influsso deciso del sauvignon: fiore di sambuco, foglia di fico, salvia, ginestra, orzo e miele contribuiscono a rendere il quadro variato e composito.

In bocca vivido è il nerbo, ben ritmata la progressione, su sostanza fruttata nitida e fresca, brillante e coerente, per una trama contrastata e tesa, a rendere fulgida l'eleganza ineludibile di un vero e proprio cru. E a proposito di cru, non puoi non definire caratteriali - come lo sono i veri cru - i vini di Ronco del Gnemiz, per esempio il Sauvignon Etichetta Nera 1999, che pur non spingendo poi tanto - apparendoti anzi quasi come attutito - sulle note aromatiche varietali dimostra una solida base di frutta bianca e soprattutto un melange floreale di degna finezza, contornato da miele. In bocca però è assai più comunicativo e sa concedersi al meglio: ne apprezzerai così il grasso e la fragranza fruttata nonché uno sviluppo brillante e teso che si allunga a dismisura nel finale, lasciandoti compiaciuto e sorpreso. Grande e percepibile la spalla.

Molto giovanile e anch'esso con grande prospettiva di miglioramento davanti, lo Chardonnay 1999 di Ronco del Gnemiz è giallo netto e denso e si lascia andare a profumi cangianti ed eleganti, composti con garbo, in cui incroci la frutta a polpa bianca e la ginestra. La bocca sconta un impronta acida importante e un vigore palpabile. Qui è assolutamente varietale, qui è assolutamente mai ammiccante. Uno chardonnay non usuale dal futuro roseo.

Grande coup de coeur al solo sfiorare il Sauvignon De La Tour 2000 di Villa Russiz, che ha un naso ancora da compiersi appieno ma da cui apprendi di già la profondità e lo charme, e una bocca di incredibile spessore e grande bilanciamento, nonostante i dichiarati 14,4° di alcol. Il corpo e la lunghezza sono di stampo superiore tanto che una volta ancora tende ad apparirti come un monumento al sauvignon. Per questo e per altri mille motivi attendi ansioso la leggiadrìa dei profumi che verranno.

Sotto le aspettative invece la prova dello Chardonnay Baron Salvatori 1999 della cantina Nalles-Magé Niclara perché in ogni suo tratto, aromatico o gustativo che sia, pare riproporre un cliché abusato in ogni dove, senza avere forse il guizzo del campione. Di sicuro la struttura e il corpo sotto ci stanno ma il frutto è attutito e compresso dalla coltre roverizzata, molto boisée, che guida la degustazione tutta. Per questo ad oggi ne trai poche luci.


Altro messaggio, chiaro e limpido, derivo dal Vino degli Orti 2000 (tocai, malvasia istriana, riesling) del simpatico Matiaz Tercic, che mi arriva dalle sabbie e dalle ghiaie del vigneto Pogdora, in San Floriano del Collio. A partir dal colore mi appare giallo tenue e brillantissimo. Intensa la gamma olfattiva, di aerea e rarefatta esposizione, raffinata e suadente su tappeto di fiorellini del campo e decise virate minerali. Molto affascinante. In bocca è sapido, minerale e terragno nei suoi richiami, di spina acida leggibile. Manca forse di profondità eppure ne conservo un bel ricordo, all'insegna dell'eleganza, sia pur nella "semplice" impostazione.

Molto peculiare l'alto-atesino Sauvignon Quarz 2000 della Cantina Terlano per via delle eleganti note minerali che ne punteggiano costantemente lo spettro, aereo e mai smaccato nelle sue solide basi varietali. In bocca si sorregge sulla spina acida stante un corpo solo medio. Nel finale c'è un ritorno sul frutto, ciò che ne suggella un risultato piacevole.

Meno convincente mi è apparso il Nova Domus 1998, ancora della Cantina di Terlano, un blend di pinot bianco, chardonnay e sauvignon poco incisivo nei profumi, eleganti, accennati, soffusi, ben integrati dal rovere, ma poco incisivi. Sicuramente va meglio al palato dove vi percepisci una maggiore vivacità su un corpo medio e scorrevole, senza vacuità, con interessanti incroci aromatici legati a peculiari note di nocciola e vaniglia, che ti accompagnano, fuse, verso il finale.

Beh, sicuramente la prova più lungimirante e da sottolineare per questa cantina è stata quella offertami dal glorioso Chardonnay 1991, pimpante e vivido nei toni del giallo, denso alla vista.
I profumi qui mostrano notevole suadenza e pregnanza consentendo un risultato affascinante per eleganza infusa: riconoscimenti di frutti tropicali, limoncello, fiori bianchi, miele di zagara, pesca estiva ne costellano il quadro. In bocca mantiene assoluta compostezza e brillantezza anche se qua e là lo sviluppo mostra qualche vacuità. Estrema coerenza gusto-olfattiva la rispolvera nel lungo finale in cui si incontrano via via tutti gli aromi appresi insieme alla mandorla dolce e alla crosta di pane, che chiudono il gioco. Ne resterai appagato.

Non nascondo le attese riposte nei vini di Alois Lageder, attese solo in parte ripagate da miei limitati assaggi, per esempio dal pinot bianco Haberlehof 2000, come sempre molto affidabile, giocato su un naso ben esposto e preciso, di evidente varietalità, invitante e piacevole, in cui vi incontri - e volentieri- la pesca e i fiori di campo. La bocca è sapida e fresca, fruttata e di ineccepibile sostanza. Elegante la trama, sicuro il compiacimento.

Non così direi se mi parli del più importante Chardonnay Lowengang 1998, ben fuso aromaticamente al rovere ma contratto e poco variato nello spettro che ne trai ascoltandolo quietamente. In bocca la sostanza fruttata c'è, ha calore dentro, incedere cremoso e retrogusto ammandorlato. Non vi trovo però il guizzo del campione.

Di campioni, di nuovi campioni, almeno ai gusti miei, vi parlerò adesso: si tratta di Lis 2000, blend di pinot grigio, chardonnay e sauvignon, e di Confini 1999, una vendemmia tardiva su base di pinot grigio, riesling e traminer.

Con il primo dei due Lis Neris Pecorari ha fissato un bel punto nella mia memoria gustativa, estaticamente attratta, a pelle, dall'esplosione e dallo spessore gustativo di questo giovane friulano, dove tutto ti appare fuso e armonico, dalla vena acida al frutto, all'alcol, tutto. Gli manca ora una maggiore convinzione aromatica perché gli intriganti umori di sottobosco, le erbe alpine, i fiori che ne costellano l'impianto, sia pur nell'estrema eleganza dell'unione, appaiono un po’ troppo delicati e soffusi, tenui e non incisivi come vorresti. Basta un niente però.

Ancor meglio - non c'è niente che tenga! - se mi parli di Confini 1999, dove la compostezza e l'amalgama olfattivo appaiono realizzati e convincenti, per un effetto di sicuro piacere ed indubitabile charme. Ci leggi dentro melanges inascoltati per peculiarità e fusione, suggestioni e intrecci verdi e vegetali, floreali e speziati, di lodevole fascino. Aggiungici poi una bocca straordinaria per tensione, dolcezza e souplesse, con pochi eguali nel mio piccolo panorama vinoso mentale, ed allora non puoi non restarne impigliato coi sensi tutti, chè ti par di mangiar l'uva! Lo sviluppo è lungo, molto lungo, pure trasognante. La bellezza - per questo motivo, ma non solo per questo - vi dimora.

Non voglio trarre un giudizio esaustivo su un vino che al primo approccio non mi è parso tanto facile da comprendere; non lo voglio trarre in quanto è l'esemplare che più di altri mi è apparso in ritardo come stato evolutivo, ossia che ha così tanto bisogno di tempo e di bottiglia da consigliarti di dimenticartelo volentieri in un angolino della tua cantina per riproporlo ai sensi un po’ più in là, perché - ben inteso - di spalla questo "tipo" ne ha.

D'altronde, l'importanza e la bellezza riconosciutagli da grandi degustatori mi porta - avendolo io degustato non alla cieca- ad una cautela ulteriore. Si tratta del Tocai Vigne 50 anni 1999 di Vigne di Zamò. Parto dalle cose positive, ossia dalla estrema vigoria e possanza, quasi da rosso, ciò che mi ha consentito di apprezzarne una trama serrata, lunga, caratteriale, rigorosa, austera, monumentale ma che non ha trovato suggello in una esposizione aromatica all'altezza, essendo così evidente la poca propensione alla estroversione e alla comunicabilità.
Solo al retrogusto, se aspetti un pò, incominci a percepirne beneauguranti sensazioni di mandorla amara, miele e fiori di campo. Ma io, incontentabile, attendo, per ritrovarlo al varco intriso di più leggibili - e sognabili- armonie. Se son rose fioriranno.

A suo modo nascosto, ma per altre ragioni, ho trovato pure il sauvignon Ronc di Juri 2000 di Girolamo Dorigo. L'aspetto varietale è assai singolare, mutuato come si ritrova da un apporto sentito del rovere, ma comunque intenso e ampio di ventaglio, con fini rintocchi fruttati e agrumati a suggerirne la trama, ad accarezzarne la gioventù. In bocca però non trova pieno compimento lo sviluppo e gli aromi boisée ne coprono letteralmente lo spirito aromatico. A me questo manca maledettamente, perciò lo ricorderò come un vino leggermente ridondante nelle cose che mi vuol dire, quasi tentasse di risplendere per altre vie, un po’ contorte, senza contare sul suo esclusivo patrimonio, istintivamente bello. Non così per il buon Girolamo, di loquace presenza, di istintiva simpatia, di intuibile sapienza contadina.

A proposito di simpatia, non puoi fare a meno di nominarla se ti trovi a parlare di vino con una persona come Alessandra Mauri, della cantina Borgo San Daniele, di cui seguo i vini da diverso tempo, e da diverso tempo mi entusiasmo, e che mai però avevo incontrato. In pochi minuti, il senso dell'intesa e dell'amicizia.

Proprio come il suo Isonzo Arbis Blanc 2000, blend di uve sauvignon, pinot bianco e tocai friulano vinificate separatamente poi ammostate assieme. L'Arbis ti appare da subito molto intrigante nella proposta aromatica, ancor giovane, in cui vi scorgi subitanei aspetti fruttati, poi più profondi risvolti floreali, tracce vegetali e balsamiche e pure la striscia dei lieviti. Fine la trama, intrigante l'evoluzione. In bocca ti sorprende per splendida brillantezza, giovanile ardore, non manca la vitale vena sapida e minerale dietro quella sostanza caratterialmente morbida e grassa, sì da esprimerti un misto di calore e pregnanza insieme a rarefatte armonie "nordiste". Non ti abbandona facilmente e tu -con il ricordo - altrettanto farai.

Scartando di lato, verso il confine, ho appreso buone nuove, peculiari buone nuove, dai vini del giovane Marjan Simcic, che vien dalla Slovenia di Dobrovo. Per esempio dallo Chardonnay Reserve 1999 che ospita le uve omonime dimoranti nei vigneti di proprietà nella denominazione Brda: Jordano, Plesivo e Ceglo. Perfetta la liason frutto/rovere, e splendente la consistenza fruttata, lo spirito e l'incedere. Buoni il contrasto ed il ritmo, altrettanto se mi parli di bilanciamento e masticabilità. A me è apparso bello e particolare, ed ha appena scontato 24 mesi di barriques!

Ancor più complessa e affascinante è la bocca del Teodor Belo Reserve 1999, con quel connubio fra frutto e toni fumé che fa tanto Oslavia e dintorni. È composto primariamente da ribolla gialla (60%), secondariamente da tocai (20%) e pinot grigio(20%) , derivati da vigne vecchie fino a 40 anni che dimorano sia in Brda che nel Collio italiano. Peccato per il finale un po’ brusco perché il corpo, nello sviluppo, sa mantenersi voluminoso e denso.

Una sorpresa tira l'altra, il caldo approccio alla Slovenia dei giovani mi incoraggia ad approfittare della presenza di un altro produttore di Dobrovo, Stojan Scurek. Il suo Stara Brajda 1997 è composto da un 85% di ribolla gialla più altre uve locali e veste di un giallo sgargiante, netto. Belle ed eleganti le sensazioni floreali e mielate, che si uniscono in caloroso abbraccio alle pulsioni del rovere - molto leggere - e a quelle della roccia calda. In bocca è vivo e contrastato, ciò che mi ha reso la progressione tesa, sincera, dal vivido approccio.

Invece il suo Dugo 1998 (blend pressoché paritario di chardonnay, pinot bianco e ribolla) se all'olfatto tradisce un po’ troppo il poco slancio e la poca propensione alla nitidezza, ne apprezzi di già - soffermandoti - la suadenza e la profondità. Ma è in bocca che non tradisce la fiducia, ripagandoti con il corpo e la morbida avvolgenza, con la fusione e l'equilibrio, con il calore e la piacevolezza. Aleggia in lui un particolare fascino, tutto di confine, che non puoi ignorare. La sorpresa è bella.

E tanto per oltrepassare il confine del tutto, piccolo tuffo nella Borgogna dei Santenay e degli Chassagne-Montrachet. Vincent Girardin ci propone un Santenay 1ère cru Clos du Beauregard 1999 di evidente giovinezza gustativa, fitto per melange ed esposizione aromatica, di quelli che più li assaggi e più ti stregano, per via della fusione, della spina acida che rende la beva vivida e succosa, per via della rarefatta armonia qui legata alla dolcezza della mandorla e del burro. Sa essere lungo, sa essere leggiadro. Vino di sostanza e nello stesso tempo da intimo ascolto.

Ancor più trasognante, e complesso devo dire, mi è apparso però lo Chassagne-Montrachet Morgeot 1999, ancora di Girardin, dall'olfazione finissima e fruttata, raffinata, aristocratica, cosparsa e intrisa di frutta bianca matura, banana, poi erbe aromatiche, uva matura, umor di sottobosco. In bocca prevalgono l'eleganza e la souplesse: lì vi dimora tutto il fascino indiscreto dei Borgogna, che ti accarezzano un attimo, così sottili e scorrevoli a primo dire, ed ecco che quell'attimo diventa interminabile. Non lo diresti ma è così. In quel bicchiere uno spicchio di cielo.

Non posso che terminare in dolcezza. Sempre di bianco vi voglio parlare, ma dolcemente, di un dolce che serva oggi al commiato così come quel giorno servì per "mitigare" l'amarezza del rientro, l'ennesimo. Lo faccio narrandovi breve dell' incontro con Sepp Moser, produttore austriaco del quale tessere le lodi a causa di un affascinante, sottile, ammaliatore WeissBurgunder b.a 1999 (dove b.a. sta per beerenauslese) dall'impianto aromatico fine e speziato, aromatico e intrigante, dall'incedere sospeso e mai ridondante, equilibrato e dolce.

Oppure per via dell'esplosivo Riesling t.b.a. 1997 ed i suoi profumi inebrianti, fitti, profondi e caldi, spazianti da tutte le sfumature immaginabili della frutta candita e dell'uva passa.
In bocca è autentico velluto, volume denso e succoso, da cui ti par difficile il distacco. Vero e proprio elogio alla sensualità.

Viri a planare nella aerea eleganza, nella diffusione stereofonica delle sfumature sfumate, se ti avvicini al Riesling Eiswein 2000 di Josef Hogl, fresco di frutti ed aromi di montagna se lo odori; superbo e citrino, pulito e raffinato se lo bevi. Sa volare alto senza infonderti la sensazione del volo, solo uno straniante senso di sospensione leggera, purificatore e sognatore.

Voglio terminare però con un essenza che, pur non raggiungendo tali vertici, deve trovare un posto al sole nel panorama enoico italiano dei vini da meditazione, perché se lo merita.
Mi proviene dall'Umbria, da una cantina amica per spirito ed estri, da un vignaiolo serio e garbato, "vocato" e senza schiamazzi all'intorno: la Vendemmia Tardiva 1999 de La Palazzola è un traminer aromaticamente fresco ed integro, terragno e "boscoso", speziato all'orientale, malinconico di petali, solare di albicocca secca, leggero di note roti.

Mi son concesso volentieri alle sue dolci e mai stucchevoli voluttà. La bocca quanto di mai coerente, senza eccedere, tutta rigore e signorilità. Una vendemmia tardiva lunga e convincente, in grado di acquietare lo struggimento che accompagna immancabile ogni ritorno da una cosa bella. Al punto che - ho pensato - se di antidoto doveva trattarsi, c'era da assicurarsi che l'effetto curativo potesse durare a lungo.

È stato così che, senza un attimo di esitazione, quasi frustrato per il mio continuo sputare di quel giorno, non ho resistito: "Al diavolo la deontologia e l'oggettività!" - me lo son bevuto ad occhi chiusi.


Fernando Pardini
(19/4/2002)

Prima pagina | L'articolo | L'appunto al vino | Rassegna | In dettaglio | Sottoscrivi | Collaboriamo