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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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| Benanti. A caccia
di streghe sull'Etna
di Luca Bonci
Giuseppe Benanti festeggia ormai i venti anni dalla sua intuizione, con cui ha fatto rivivere una tradizione centenaria di famiglia, e lo fa con una gamma di vini varia e celebrata, prodotta in numerosi appezzamenti sparsi sulle pendici etnee e prevalentemente coltivati con le varietà tradizionali della zona: nerello cappuccio e nerello mascalese, minnella, carricante. Vigne vecchie o reimpiantate, tramite selezione massale sulle viti già presenti in azienda, ed il fascino, che pochi possono permettersi, della possibilità di coltivare a piede franco, visto che nei terreni vulcanici la fillossera non si diffonde. Una fortuna che facilita anche il rimpiazzo delle fallanze, che si può ottenere tramite propaggine, ovvero interrando un tralcio della vite più vicina e attendendo che radichi. E, d'altra parte, le streghe non si riproducono anch'esse per partenogenesi?
Ma se le si guardano da vicino queste forme contorte, è facile scoprire la vita che c`è dentro: la primavera non è poi lontana, è le gemme carnose rompono la corteccia e ci fanno intravedere la prossima esplosione di verde, e immaginare l'uva e, infine, il vino. E che vino! Pozione distillata da questi legni a partire dai sali di millenarie eruzioni, dalla luminosità delle estati mediterranee, dall'aria carica degli umori del mare vicino. No, certo, qui non è per nulla difficile capire cosa significhi terroir!
Roccia ignea, salmastro, flora mediterranea... ecco già detto cosa si trova in questi vini, insieme alle particolarità dei vitigni, che creano le differenze. E così assaggiammo la Minella 2005, da uva minella, appunto, che deve il nome alla forma degli anici, reminescente un seno femminile. Vino semplice franco, floreale e immediato, che sfuma in una leggera scia minerale. Poi il Bianco di Caselle 2004, tutto da carricante (vite che si "carica" d'uva, per continuare con l'etimologia), che profuma di anice, salmastro, foglia d'agrume, bilanciando la netta mineralità con fini note vegetali. La bocca è asciutta e godibilmente scorrevole, mandorlato il finale. Il Pietramarina è il bianco simbolo dell'azienda, la sfida (una delle molte, finalmente, in Italia) allo stereotipo del bianco pronto e semplice, da bere in annata. Prodotto da una piccola vigna di carricante coltivata a quasi mille metri di altitudine, ci meraviglia nell'annata 2001, dal colore paglierino intenso e dai profumi di pane, roccia e agrume, nitidi e impositivi. Una bocca di tesa eleganza quadra il cerchio di questo piccolo gioiello. A riprova segue il Pietramarina 1995, cui l'evoluzione ha donato sentori di miele e chiodo di garofano. Non lo preferiamo al precedente, ma certo dimostra la longevità di questo bianco.
Apriamo la serie dei rossi col Rovittello 2001, da nerello mascalese e nerello cappuccio, di color rubino limpido, bello, invitante nelle sue trasparenze. Di incipit vinoso si allarga in frutta rossa e screziature mediterrane. Vinificato con lunga macerazione e affinato in piccole botti, è fresco, ben dinamico e sa di mora. Fine, pur evidenziando ancora qualche appesantimento da legni aromatici, da sfumare nel tempo.
Benanti produce anche altri vini, sia sull'Etna che più a sud,
in Val di Noto, e a Pantelleria. Alcuni monovitigni e una serie di IGT
in cui si cerca anche una piacevolezza più internazionale, con
addolcimenti e utilizzo di legni più marcanti. Bei vini anche
tra questi, ma mentre lasciamo questo antico cono vulcanico, dando un'occhiata
allo storico Palmento (l'antico enorme torchio tipico della tradizione
siciliana) che sarà da qui a poco restaturato, non vogliamo confonderci
le idee, non dovessero mai, quelle antiche streghette abbarbicate sul
vulcano, aversene a male. 7 marzo 2008 |
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