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La prova irrefutabile ....
di Francesca Zuddio e Luca Bonci
In una piovosa mattina d’autunno raggiungiamo la cioccolateria De
Bondt, in Corte San Domenico a Pisa. Ci accoglie Cecilia Iacobelli,
la metà toscana di questa coppia d’oro dell’attuale
panorama dolciario italiano. Non ci sfuggono le porte color cioccolato
e, su un pannello, le attestazioni di stima e gli auguri affettuosi di
amici noti e meno noti, per i dieci anni di attività festeggiati
da poco. E’ infatti nel dicembre 1993 che Paul De Bondt,
cuoco e pasticcere olandese e Cecilia, designer pisana, fondano l'azienda.
"Dieci anni fa di cioccolata di qualità in giro ce n’era
davvero poca," ci dice Cecilia, "l'offerta era piuttosto limitata,
c'erano solo la produzione industriale e quella artigianale tradizionale,
e in commercio si trovavano solo tre tipi di tavoletta: bianca, al latte
o fondente. Ma c'erano le prime avvisaglie di una rinascita del cioccolato..."
e loro, di questa rinascita un po' hanno approfittato, un po' sono stati
artefici, inventandosi uno spazio in questa assenza, con la voglia di
fare un prodotto di qualità e con poco altro: una piccola vetrina,
un tavolo in negozio e il laboratorio (che adesso è stato ingrandito
e spostato appena fuori città ) al piano di sopra.
In
soli dieci anni l’azienda De Bondt è riuscita a collocarsi
tra i primissimi cioccolatieri al mondo grazie alla qualità della
produzione, alla fantasia, alla voglia di sperimentare che fa nascere
sempre nuovi prodotti e ad una caratterizzazione di tipicità unica.
Quando chiediamo - infatti - quanto c'è della tradizione belga-olandese
nel loro cioccolato, Cecilia ci risponde che quella scuola, così
lontana dal gusto italiano, ha influito ben poco, se non nella tecnica
che Paul già praticava. Il cioccolato De Bondt non si rifà,
dunque, a quella tradizione, attinge solo in parte a quella francese ed
è soprattutto un cioccolato toscano. Avete capito bene: non italiano,
ma toscano. Niente in comune con la tradizione piemontese che fa largo
uso di gianduia, poche concessioni anche a chi ama il cioccolato al latte
(Cecilia ci dice che al sud lo preferiscono), il cioccolato De Bondt riflette
soprattutto il gusto tutto toscano che rifugge le eleborazioni eccessive
e si basa sulla qualità delle materie prime. Ed ecco così
la prevalenza del fondente e l'utilizzo di materiali del territorio, come
i pinoli del Parco di San Rossore e il miele di spiaggia di Migliarino.
Assaggiamo una cioccolata con farro e fichi, croccante e saporosa che
ci ricorda che siamo nel cuore della toscana. Insomma, un cioccolato glocal,
per usare un brutto neologismo che non vuol dir altro che l’attitudine
di un territorio alla non omologazione. E’ questa la filosofia dell’azienda,
o almeno ne è una parte, visto che altri due elementi fortissimi,
che si respirano a piene narici, insieme alle odorose molecole del cacao,
sono la volontà caparbiamente artigianale e l’essenzialità.
Nonostante siano pluripremiati e pluricitati (nel 1995 la prestigiosa
guida "THE CHOCOLATE COMPANION" di Chantal Coady li ha
annoverati tra i quindici migliori cioccolatieri del mondo) i De Bondt
hanno voluto mantenere una piccola produzione, sono solo in sei, tutti
o quasi uniti da legami di parentela. Si occupano di tutto, anche della
distribuzione, senza mediatori di nessun genere. Ed è Cecilia,
con la sua esperienza, ad occuparsi del packaging, che riflette appunto
il carattere asciutto e essenziale di cui parlavamo. Le confezioni sono
quasi tutte trasparenti e il logo - un triangolo dorato - è piccolo,
lo scopo è quello di non distrarre lo sguardo, di permettere che
la cioccolata si possa distinguere anche a partire dalle differenze cromatiche,
perché il piacere cominci dalla vista, prima che dall’olfatto
o dal gusto.
Ed
è in effetti un vero piacere ammirare le stecche:
grandi tavolette al latte, fondenti o anche bianche che incorporano diversi
tipi di frutta secca, dalle noci ai pistacchi, ai pinoli, alle mandorle,
fino ai fichi, all'uva passa e alle scorzette d'arancia. Ma anche le tavolette
semplici da 100 grammi, con varie percentuali di cacao, che vanno dal
marrone chiarissimo a quello quasi nero. Le uniche confezioni che fanno
eccezione a questa regola sono quelle della cioccolata aromatizzata
(alla rosa, ai fiori d'arancio, al gelsomino e poi al pepe nero, al peperoncino,
allo zenzero...), che per loro natura richiedono una maggiore conservazione
che non permetta agli aromi di degradarsi. Una confezione in ogni caso
decisamente sobria. Riproposta anche per la tavoletta celebrativa dei
10 anni prodotta in edizione limitata e numerata: una spessa carta d’argento
ricopre cioccolato al latte e fondente in una doppia sfoglia arricchita
da granelli di sale, un ingrediente che viene utilizzato molto spesso
da De Bondt, visto che lo ritroviamo nella composizione, dettagliatamente
descritta, di molti prodotti.
Ma
non si gustano solo tavolette e, anzi, quando chiediamo a Cecilia quali
sono i prodotti più amati dal pubblico, ci risponde che sono le
ganache e in particolare quelle al tè. In effetti non è
facile trovare altrove la stessa maestria nel fare questo tipo di cioccolatino.
La ganache, pralina d’origine francese, è composta
da un ingrediente liquido, reso cremoso con l’aggiunta di panna,
racchiuso da una sottile sfoglia di cioccolato. Il procedimento è
ben diverso da quello usato per i cioccolatini ripieni, in cui si utilizzano
degli stampini, i cosiddetti corpi cavi, che già formati conterranno
il ripieno e saranno poi sigillati dall’altra metà del cioccolatino.
La ganache si fa intingendo nella cioccolata il ripieno e non è
cosa facile ottenere un perfetto equilibrio tra questo e il rivestimento.
Una sfoglia troppo spessa o non uniforme, lungi dallo sciogliersi velocemente
in bocca, permarrebbe quel secondo di troppo, saturando completamente
il palato e impedendo di gustare il ripieno. Non succede certo questo
con le ganache che abbiamo di fronte ...
Vista
la nostra passioncella per i vini, non possiamo fare a meno di chiedere
a Cecilia qualcosa in proposito. Sappiamo che De Bondt produce un cioccolatino
che si chiama Ben Ryé, ma a quanto pare siamo male informati,
le praline a base di Ben Ryé, il vino passito di Donnafugata,
sono ben due. Nella prima il Ben Ryé viene utilizzato per macerare
una farcia di fichi e mandorle, poi rinchiusa in un guscio di cioccolato
fondente, la seconda è una ganache con un cuore di gelatina
al Ben Ryé e una doppia copertura: cioccolata bianca all'interno,
fondente all'esterno. Abbinare vino e cioccolato è comunque sempre
difficile, ma scopriamo che la profonda conoscenza che Cecilia e Paul
hanno delle varietà, permette loro di partire dal vino, scegliendo
poi il cioccolato giusto, piuttosto che il contrario. Così ad un
Barolo Chinato si adatta il cioccolato agli agrumi, mentre un Pedro Ximénez
richiede un cioccolato più imponente. Sono stati addirittura capaci
di trovare il cioccolato giusto per la birra, ricoprendolo di granelli
di zucchero di canna!
Prima di salutarci, chiediamo a Cecilia il segreto per preparare una
buona cioccolata in tazza, intendiamo una cioccolata che sia densa al
punto giusto senza per questo dover ricorrere all’aiuto degli amidi.
Ci viene presentata una miscela di cacao grezzo, ce ne sono di diversi
tipi, scegliamo l'Arriba dell’Ecuador. Usciamo dal negozio, piove
ancora, ma siamo presi da un inspiegabile buon umore e non vediamo l'ora
di verificare la bontà della nostra cioccolata!
A
casa, la mente corre a Wolfgang Schivelbusch che, nel suo saggio
Storia dei generi voluttuari, così scriveva: "Il caffè
è una bevanda nordica e protestante, la cioccolata va considerata
come il suo contrapposto cattolico e meridionale," il riferimento
naturalmente è all'Europa, non all'Italia e ai secoli XVII e XVIII,
in cui per cioccolata s'intendeva soprattutto quella liquida e calda.
La funzione stimolante dovuta alla caffeina, nella cioccolata manca, il
cacao infatti, contiene solo teobromina. In compenso però, la cioccolata
possiede un alto valore nutritivo ed è proprio questo che la rendeva
importante per il mondo cattolico. Secondo il principio secondo cui un
liquido non interrompeva il digiuno (liquidum non frangit jejunum),
la cioccolata serviva da surrogato alimentare durante i periodi di astinenza.
Mi viene voglia di ritrovare quel vecchio libro. Ancora piacevolmente
scaldata dal tepore della mia cioccolata in tazza che ha effettivamente
una consistenza magnifica e un ottimo profumo, lo vado a cercare e lo
trovo magicamente accanto a Cent'anni di solitudine. Come ho potuto
dimenticare che il Padre Nicanor di García Marquez,
quando vuole impressionare gli abitanti di Macondo, per cristianizzarli
e costruire un tempio, ricorre alla cioccolata?
"Un momento" disse Padre Nicanor, "ora assisteremo
ad una prova irrefutabile dell'esistenza di Dio." Il ragazzo che
aveva servito messa gli portò una tazza di cioccolato spesso
e fumante che egli bevve d'un fiato. Poi si pulì le labbra con
un fazzoletto che tolse dalla manica, stese le braccia e chiuse gli
occhi. Allora padre Nicanor si alzò di dodici centimentri dal
livello del suolo. Fu uno stratagema convincente. Andò per parecchi
giorni di casa in casa ripetendo l'esperimento della lievitazione mediante
lo stimolo della cioccolata...
De Bondt
Via Turati, 22 Pisa
tel. 050501896
6 febbraio 2004
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