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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Supertuscans, un marchio da gestire

di Riccardo Brandi

Roma - Internet, videoclip, mp3, wifi, hi-tech e global marketing. Fonemi nuovi e difficili da pronunciare, figli di un’evoluzione tecnologica che per certi versi ci ha reso la vita più facile o più comoda, che ci allunga la vita e ci porta nello spazio, ma che ci regala anche prodotti geneticamente modificati, peperoni o zucchine fuori stagione, pomodori giganti e mucche pazze. Evoluzione e globalizzazione.

Come abbiamo assorbito tutto ciò nel mondo della vitivinicoltura? Come ci siamo mossi in un mercato che da nicchia sempre più ampia ha assunto connotati globali? Le lavorazioni in cantina ne hanno sicuramente tratto benefici: nuovi meccanismi di controllo e regolazione di temperatura e umidità; materiali e tecniche sempre aggiornate per una migliore ottimizzazione dei parametri di produzione. In questo scenario, la bravura dei nostri produttori è senz’altro la gelosa conservazione dei valori della tradizione e della nostra storia, con una sapiente gestione di tanta innovazione in un mestiere fondamentalmente artigiano. E’ sul fronte marketing che ci sono certamente margini di miglioramento, per affrontare al meglio quello che oggi si definisce un mercato globalizzato.

Questo è il tema che produttori, enologi e operatori hanno voluto affrontare nel dibattito svoltosi a margine di un evento gustativo di Supertuscans di rilievo, tenutosi lo scorso 23 ottobre nella prestigiosa sede AIS dell’Hotel Parco dei Principi in Roma. Protagonista della serata: il vino di Toscana. Moderati dallo scrittore Andrea Zanfi e con il contraddittorio dei precisi e stuzzicanti commenti dell’immancabile anfitrione Franco Ricci, si sono confrontati sul tema Attilio Pagli e Paolo Vagaggini due grandi enologi e tecnici preparati che nella loro esperienza di consulenza con tante aziende hanno affinato competenze anche sugli aspetti più complessi dell’intera filiera di produzione; ovviamente presenti diversi produttori, protagonisti a seguire della degustazione.

E’ Vagaggini ad essere stimolato per primo da Zanfi, profondo conoscitore del settore enologico e dei vini di Toscana, protagonisti di un volume della collana “I Grandi Vini d’Italia”. Il territorio toscano è ormai frammentato da una quantità di doc e docg (oltre 50) che rischiano di confondere il consumatore. Al di fuori del polo Italo-Francese si punta sempre più sul vitigno, con l’aspettativa che il cliente finale sappia muoversi più agevolmente tra un numero definito di uve, piuttosto che variegare le opportunità di scelta fra decine di etichette rappresentative delle più disparate realtà territoriali, in cui i vitigni stessi sono coltivati e lavorati. Questo è il sasso lanciato da Vagaggini.

E’ possibile che un Cabernet cileno o australiano, uno Chardonnay californiano, oppure un Malbec argentino arrivino in modo più immediato al consumatore; non è detto che la selva di disciplinari che in Italia ed in particolare in Toscana identificano realtà territoriali specifiche abbiano un impatto altrettanto efficace sul mercato globale. Certo, oggi Brunello, Morellino o Chianti rappresentano ormai dei marchi forti, quasi dei simboli del vino italiano nel mondo, tanto che forse il consumatore non si pone neanche il problema di sapere che in fondo si tratta sempre di vini basati sul sangiovese. Ma queste sono realtà consolidate e di qualità; ed è dunque questo il termine di paragone imposto dal mercato per avere successo con etichette sempre più diverse e numerose: puntare sulla ricerca e sulla qualità del prodotto per valorizzare il territorio stesso. Così l’enologo traccia la via per il futuro: impegnarsi su coltivazioni della tradizione come il sangiovese, cercando di ottenerne la migliore espressione territoriale e concedersi uno spazio di ricerca su vitigni più adatti alla sperimentazione come il petit verdot o il colorino.

Ma la Toscana ed i suoi Supertuscans rappresentano ancora la leadership del movimento vinicolo in Italia? Non c’è forse stato un rilassamento da parte dei produttori? Così pungola Andrea Zanfi. Attilio Pagli non ci sta e risponde dissacrando l’affermazione insita nel primo quesito: la Toscana non è mai stata leader del movimento enologico. Le quote di mercato non definiscono la figura trainante di tutto un movimento. Piemonte, Friuli, Sicilia e tante altre realtà si sono mosse con impegno, perizia ed efficacia nei rispettivi territori, così come la Toscana. Non solo, anche il termine Supertuscans viene in qualche modo “smitizzato”: è un nome che non identifica nessun territorio specifico e che non consente di promuovere i vari terroir. La valorizzazione di tutti i vini toscani non passa necessariamente per il successo dei più blasonati tagli internazionali, che un americano ha voluto ribattezzare Supertuscans: nome brutto e pericoloso. Solo il lavoro paga; questo il monito di Pagli. Occorre rimboccarsi le maniche e concentrarsi sul lavoro in vigna ed in cantina per migliorare i nostri vini senza perdere tempo in futili crociate. Al fianco dello sforzo produttivo è necessario agire sul fronte marketing attraverso concrete azioni promozionali volte a valorizzare al meglio le qualità e le peculiarità dei vini e dei territori toscani.

C’è confusione alla base di questa “impasse” commerciale che, pur non incidendo sul volume di vendite assoluto, se rapportato al numero di etichette e disciplinari prolificato negli ultimi anni, assume una valenza che merita attenzione e giustifica questo momento di riflessione. E’ Franco Ricci, padrone di casa e affabile presidente dell’AIS Roma, a fornire questo spunto di riflessione per gli ospiti; si parla poco di vino di qualità e nonostante ci sia quasi un fenomeno modaiolo intorno al settore eno-gastronomico da qualche anno, i numeri sono in assoluto ancora insufficienti. Gli sforzi di organizzazioni come quella dei Sommelier sono lodevoli, ma certo suscettibili di azioni di sostegno per la diffusione della cultura del vino.

E’ qui che Andrea Zanfi lancia il messaggio che a noi piace raccogliere e ribadire sperando di dare così più eco alle sue parole: si investe poco in cultura del vino in Italia, specie da parte dei produttori che dovrebbero essere invece maggiormente interessati a questo fine. Di letteratura sul vino in Italia se ne fa davvero poca, ma di guide ci si può ubriacare. Cambiare questo stato di cose è un impegno da prendere per costruire un futuro concreto che sappia preservare da flessioni il comparto nel suo complesso; la Toscana con il traino dei suoi vini più famosi e con la storia dei suoi territori dalla vocazione consolidata potrà essere protagonista di questo cambiamento. Sfruttare la libertà d’azione che concedono proprio i Supertuscans per sperimentare nuove lavorazioni e blend innovativi; svincolato dai dettami dei disciplinari, il Supertuscan è terreno fertile per liberare la fantasia dei nostri bravi enologi ed affrancarli dal rispetto di parametri organolettici rigidi come possono essere quelli di un Brunello o di un Chianti.

Creare occasioni di confronto e di crescita per gli operatori e diffondere la cultura del buon vino investendo risorse, tempo e idee per arrivare meglio agli appassionati, con l’obiettivo di coinvolgerne sempre più. Operare con incisive ed efficaci azioni di marketing volte a considerare le etichette veri e propri marchi da pubblicizzare, magari identificandole sia con il territorio, sia con le aziende di produzione che dovrebbero così divenire garanzia di qualità. Così come avviene in mercati altrettanto concorrenziali e globalizzati (si fa l’esempio della cosmesi), si devono promuovere i prodotti conclamando le loro qualità. Gli unici spot televisivi che ci sovvengono sono quelli del Tavernello … ed i numero di confezioni vendute dovrebbe far riflettere. Organizzare sempre più eventi gustativi cercando di abbassare la soglia d’accesso a tali banchi di assaggio anche a vini meno impegnativi, meno costosi o più commerciali, magari affiancandoli a vini più di prestigio, proprio per convincere il consumatore che si può bere vino di qualità anche a prezzi accessibili, così come ci si può regalare a volte emozioni più forti anche se più costose. Insomma coinvolgere anche il consumatore come termine ultimo della filiera. Sono tutti concetti lanciati in questo incontro che ci sentiamo di sposare e promuovere, con l’augurio che davvero si intraprenda un nuovo corso e che la Toscana, con il suo blasone ed il suo enorme movimento, possa fungere da modello e stimolo per altre realtà nazionali.

A conclusione dell’incontro ci siamo concessi un meritato premio, attivandoci con impegno nell’assaggio di quei vini tanto declamati che spesso, almeno personalmente, abbiamo solo visto nelle vetrine delle enoteche, oppure osannati sulle pagine delle riviste specializzate. La lista delle etichette in degustazione era davvero impressionante, così abbiamo selezionato, non senza difficoltà, un programma di assaggi in “verticale” per così dire; partendo dalle bottiglie frutto della difficile annata 2003 a risalire il tempo verso vini un po’ più stagionati. Spero avrete il piacere di condividere con noi questo percorso gustativo attraverso le schede di seguito descritte; un’esposizione che ci auguriamo sia efficace nel trasmettere le sensazioni provate, certi di non avere nelle corde la poesia necessaria per emozioni così forti, ma consapevoli che la nostra semplicità saprà rendere al meglio l’idea di quanto sia rimasto intrappolato a metà strada … fra papille e cuore.

Balifico 2003 - Castello di Volpaia

Apriamo con questo assemblaggio di sangioveto (clone di sangiovese autoctono di Volpaia) e cabernet sauvignon, dal colore rosso rubino profondo e scuro; dal profumo fine ed elegante con note di mora e mirtillo, sentori di cannella e boisée. In bocca è morbido e strutturato, con una persistenza ricca di frutta rossa ed un finale che rivela tutti i 18 mesi di barrique; ci rimane a onor del vero una nota sapida che con discrezione ci racconta qualcosa del terreno dove le uve sono nate. Estroso.

Siepi 2003 - Castello di Fonterutoli

Ci è piaciuto molto questo matrimonio di sangiovese e merlot.; un vino molto tonico, concentrato nei suoi tannini serrati e al contempo “abboccati”. Nel bicchiere il rosso porpora è penetrante, compatto e raggiante; al naso l’intensità maggiore è quella della frutta rossa inizialmente, poi di prugna matura accanto a fini note speziate. Il tono alcolico è vigoroso, ma ben equilibrato dalle componenti aromatiche. Al palato impressiona il perfetto bilancio fra potenza e raffinatezza: la prima spronata dall’impeto di tannini ancora non domi, la seconda affinata per mesi nei piccoli legni francesi. In bocca ci rimane una sublime e persistente coda di vaniglia, tabacco dolce e note balsamiche; un vino già godibile ai massimi livelli, ma che lascia intendere perfino margini di miglioramento di anno in anno. Emozionante.

Bolgheri Superiore DOC Grattamacco 2003 - Grattamacco

Sangiovese, cabernet sauvignon e merlot. Ancora un classico incontro fra tradizione toscana e internazionalità, per un vino piacevole e votato all’invecchiamento. Il colore è rosso rubino brillante con sfumature tendenti al granato; cupo e denso si aggrappa disperatamente al bicchiere disegnando volte architettoniche fitte e continue. L’olfatto rivela aromi energici, limpidi e garbati, che ci avvolgono con note di amarena e prugna seguite da un sottobosco ricco di fiori e bacche, che si apre nella fase volatile a spezie variegate dove riconosciamo tabacco e pepe, ma dove nasi più affinati saprebbero distinguere molti altri sentori. I tannini invadono il palato ben compensati dall'alcol, una corposità carica di sapori decisi e suadenti. Nel finale ritroviamo il complesso di aromi rivelati al naso, lasciando una lunga persistenza complessa ed intrigante. Ottimo.

Luce 2003 - Luce della Vite

Questo vino storico, che fu fra i primi accostamento tra l’eleganza del sangiovese e la potenza del merlot per la geniale intuizione di personaggi storici come Frescobaldi e Mondavi, ci incute una certa riverenza alla degustazione. Si presenta con un bel colore porpora, scuro e inaccessibile. Il naso è inizialmente aggredito da un tono alcolico sopra le righe, ma una leggera ossigenazione libera deliziose note fruttate di bosco umido: mirtillo e mora sono accompagnate da cannella e spezie pungenti, con apertura finale su sentori di eucalipto. L'ingresso in bocca è rabbioso, i tannini mostrano i muscoli e c’inducono a cercare nuova ossigenazione roteando il calice, ma il riscontro non muta; il magnifico bouquet di sapori che i profumi lasciavano presagire, sembrano ancora prigionieri di una concentrazione al momento serrata. Il vino custodisce ancora con gelosia le sue fragranze più morbide e accattivanti, peccato … riproveremo a passare sperando di cogliere una bottiglia più pronta. Spigoloso.

Bolgheri Superiore DOC Guado al Tasso 2003 - Guado al Tasso

Partiamo da un presupposto: per questo vino difficilmente riesco ad essere obiettivo. Si tratta di uno dei tagli Bordolesi meglio riusciti in Italia, che non manca mai nella mia personale cantina. Consapevoli delle peculiarità di un’annata difficile, ma ben gestita dalla consueta abilità dei produttori toscani, scrutiamo il nostro Guado al Tasso che si muove sinuoso nel calice. Il colore è un classico rubino carico, quasi buio, ma l’unghia vira leggermente al granato denunciando che forse, rispetto ad altre annate, la maturità delle soleggiate uve 2003 potrebbe accorciare di qualcosa la rinomata longevità di questo vino, comunque superiore alla media. Avviciniamo il naso ed i recettori vengono subito investiti da una cesta bacche rosse a base di more, mirtilli e ribes, in profondità avvertiamo la ciliegia; l’ossigenazione libera note volatili di cacao, cuoio e caffè. Assaggiamo un primo sorso e abbiamo conferma di un vino già eccezionalmente pronto: entra con garbo in bocca ed accarezza il palato con tannini morbidi al punto giusto, sostenuti da una spalla acida ben presente. Strutturato, complesso e bilanciato rimane lungamente nel retronasale con arie di sottobosco, lasciando un film vellutato tra lingua e palato. Poesia.

Fontalloro 2003 - Felsina

Ci avviciniamo a questo sangiovese in purezza proprio con l’intento di accostare un infuso di Toscana al precedente assaggio di grande respiro internazionale. Il colore è inconfondibile, un rubino brillante proprio come una pietra preziosa. Al naso è intenso e profondo, si avverte la terra toscana, umida di notte e soleggiata di giorno; l’onda speziata si schiude con pigrizia sul tabacco di un buon sigaro toscano. In bocca si apre con più generosità, rivelando tannini morbidi e importanti, per una struttura decisa e complessa; persistenza e prospettiva per un grande vino di Toscana. Toccante.

Bolgheri Superiore DOC Ornellaia 2003 - Ornellaia

Come perdere un’occasione del genere? Ci avviciniamo al banco d’assaggio con timore reverenziale; avremmo preferito tenerci un finale di prestigio per questa etichetta, ma intuiamo che è bene non rischiare che le poche bottiglie presenti finiscano, come è logico che sia. Lo guardiamo con rispetto roteando il bicchiere e scrutando nell’impenetrabile color rubino intenso e lucido, gli archi che si compongono sul cristallo del calice sono prima ampi, poi s’infittiscono man mano che calde lacrime precipitano nel cuore rosso. I profumi si lasciano avvicinare regalando sensazioni minerali e ferrose in una dominanza di frutta rossa dove al naso si distingue netta la visciola, ma che ci incuriosisce con una complessità tutta da esplorare. Il primo sorso riempie la bocca con una ricchezza di sapori che, in una fitta trama tannica sostenuta da un vigoroso tenore alcolico, si evolve su sensazioni tendenzialmente erbacee; il secondo e conclusivo sorso è un regalo dei sensi, il palato avvinato percepisce una variegata armonia di frutta matura che torna per via retronasale e vi permane per un tempo indecifrato. Setoso.

Cabreo Il Borgo 2003 - Tenute Folonari

Nonostante siamo ancora estasiati dall’esperienza Ornellaia, troviamo una piacevole conferma sotto ogni aspetto. Il colore è intenso e vivace, con riflessi porpora pieni e cupi. L’olfatto è stimolato da un composito fruttato intrigante, forse ancora non del tutto decifrabile per l’ampia gamma di aromi proposti, ma di chiara intuizione; l’aspetto volatile si presenta penetrante, con riverberi di tabacco, cuoio e humus. Di consistenza densa, strutturata e convincente, si lascia bere con gusto e rispetto sfidando il palato con ricchezza di personalità, che stimola un prolungata e intima meditazione. Generoso.

Olmaia 2002 - Tenuta Col D'Orcia

Ci spostiamo nella piovosa stagione 2002 fidandoci di un vino-garanzia come l’Olmaia. Nel bicchiere si presenta deciso e scuro, ma con brillanti riverberi violacei. Il naso rivela un’incipiente fragranza fruttata: la bacca rossa è matura e si lascia dolcemente avvolgere da note varietali, dove il peperone dà chiare tracce di se insieme a venature di eucalipto. In bocca ci riscalda con tannini finemente evoluti ed un corpo grasso e succulento La persistenza è lunga e la speziatura costruita nei mesi di affinamento in rovere la rende amabile e cangiante. Cabernet.

Lupicaia 2001 - Castello del Terriccio

Come descrivere il vino che più ci ha impressionato in questa indimenticabile serata? Proviamo a ricordare ogni dettaglio, cominciando dalla cromìa decisa che rapisce gli occhi in un abisso scuro e concentrato, dove preziosi barbagli violacei ne impreziosiscono la luminescenza. I profumi deliziano l’olfatto con la polpa di frutta rossa carnosa e matura; un’ampia ossigenazione libera note balsamiche arricchite da fragranze speziate iridescenti fra il tabacco, il cuoio invecchiato e la liquirizia. Il palato incontra il primo assaggio e resta colpito dalla potenza del frutto, turgido e succoso, anzi: appetitoso; in piena trance gustativa ingolliamo il resto dell’assaggio ansiosi di approfondire una inspiegabile voluttà. Ancora un corpo voluminoso si impadronisce di tutte le papille con una complessità di sapori levigati e amalgamati in una setosità ben sorretta da tannini felpati che, pur mostrando una fisicità importante, sono eleganti ed equilibrati da una spalla alcolica adeguata. Deglutiamo e respiriamo a bocca aperta, godendo della lunga persistenza, piena e gradevolmente tostata. Spettacolare.

Tassinaia 2001 - Castello del Terriccio

Non ci sembra vero di avere retto a tante emozioni, ma siamo troppo ispirati e fermarci ancora un po’ in casa Castello del Terriccio ci sembra quasi un dovere, così chiudiamo con il fratello toscano (per l’uso di sangiovese) del Lupicaia. Il carattere di famiglia si rispecchia subito nel colore netto, indiscutibile e imperscrutabile. Al naso c’inebria con ricchi aromi di ciliegie e marasca, ma ai frutti si sommano suggestive atmosfere floreali dominate dalla viola; la speziatura che si libera successivamente ci è familiare e sa di terra, chiodi di garofano e accenni di tabacco. In bocca è poderoso, dal corpo pieno e abbacinante; il frutto è concentrato e asciutto, i tannini decisi e importanti. Apprezzabile la venatura acida del Sangiovese nel complesso armonico e robusto del cabernet; un equilibrio già raffinato che lascia però intuire grande possibilità di ulteriore maturazione. Tosto.

20 novembre 2006
 
 
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