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I titoli
Se il Falanghina e il Greco fanno sognare Luigi Veronelli "Le cantine sociali, numerose, raccolgono quasi al cento per cento la produzione dei loro docili soci", Guido Piovene, "Viaggio in Italia", 1957. Non mi sono mai rassegnato a quel "docili". Noi contadini, vittime di millenarie sopraffazioni, dobbiamo essere aggressivi e non remissivi. Ho battuto in quegli anni le cantine e le osterie dell' Oltrepò Pavese. Mi portassero 3 bicchieri: uno del migliore vino della vendemmia, l'altro medio, il terzo... c'era un peggio? Aspre le discussioni. V ersavo in un bicchiere vuoto metà del meglio e metà del peggio. Non ottenevo un vino simile al medio. Risultava similissimo al peggio. Qualche cantina sociale esegue oggi vinificazioni separate vigna per vigna, così da ottenere remunerazioni decenti. Vedi ad esempio la Cantina Santa Maria La Palma, di Alghero. Il suo Vermentino mi ha assorbito come fosse lui ad impossessarsi di me. E vedi la Cantina del Taburno in Foglianise. Ci sono arrivato da Napoli - per vie sdrafaniche - attraverso paesaggi arcadici con incantati panorami sul monte Taburno e sulla valle del Calore. Un' altra volta mi sono sciolto. Il Falanghina, colore giallo paglierino; al naso, l' ananas e la pera matura; morbido al sapore. Il Coda di Volpe (vitigno conosciuto da Pli nio: "Caudas Vulpium imitata"), colore giallo paglierino; aroma fruttato; sapore armonico ed equilibrato; in chiusura, frutta esotica ben matura. Il Greco, bianco-giallo; concentrato ed armonico; sentori di albicocca, scorze di agrumi e miele di Tara ssaco. Il Fidelis - a base di aglianico, elevato in carati sei mesi - rosso rubino con riflessi violacei; percorsi di piccoli frutti rossi, di tabacco e di pepe nero; morbido con tannini ben fusi; in finale, aromi speziati. Il Folius - a base di fala nghina surmatura, fermentato in barriques nuove - colore giallo carico con riflessi verdognoli; sentori di albicocca secca e ananas; abbracciante al gusto (fiori d' agrumi e pera matura). Il Delius - a base di aglianico, barriques nuove - rosso rubin o carico; complesso al naso (ciliegia nera, susina matura e liquerizia); denso con tannini aromatici e presagi di tabacco e pepe nero. Il Ruscolo - a base di falanghina appassita - colore giallo oro; al naso, fichi secchi e miele di acacia; dolce e persistente con ritorno di miele d' acacia e di agrumi canditi. Un miracolo? Si, un vero e proprio miracolo. I 300 soci vignaioli e ciascuno dei dipendenti hanno subito il fascino, appassionato e rigoroso, di Luigi Moio, enologo ancora giovane e titol are di Cattedra all' Università di Napoli. Così che ciascuno dei loro vini ha in sé il canto della terra. (Il Corriere della Sera, 1/4/2001) Aristocrazia del vino, la rimonta del Sud CARLO CAMBI Almeno in vigna il Sud celebra il suo riscatto. I vini meridionali stanno scalando le posizioni di vertice dell'enologia italiana. Sono da considerarsi terroir emergenti? Probabilmente no se si guarda alla storia, probabilmente sì se si considera il recente passato. Sta di fatto che la Sicilia su tutte (e non a caso qui Gianni Zonin, il maggior industriale del vino ha massicciamente acquistato vigna per produrre vini da uva autoctona) ha fatto salti di qualità importanti e dopo decenni di produzione di uva destinata alla distillazione obbligatoria per intascare i contributi, le cantine dell'Isola hanno imboccato la strada della qualità. Merito in larga misura dell'opera svolta dall'Istituto sperimentale della vite e del vino che al Vinitaly quest'anno porterà la produzione di oltre cento aziende. Come testimonia il presidente dell'Istituto, avvocato Agueci, "la Sicilia è al centro di molte attenzioni. Sono continue le richieste di produttori di grande prestigio per poter acquistare terreni e vigneti nella nostra terra". L'ultima scommessa è quella legata alla rivalutazione della coltura del pinot nero sull'Etna. Dietro alle aziende di punta (Tasca d'Almerita, Donnafugata, Planeta, Ceuso, Palari, Benanti, Scammacca, Pelegrino per il Marsala) la pattuglia delle cantine è folta. A testimoniare la rinnovata sensibilità ecologica della Sicilia il fatto che essa è la principale produttrice di vino biologico. Un certo rinascimento si ha anche in Calabria e in Puglia (dove ha comprato Antinori). La Sardegna è già stata consacrata (soprattutto con Santadi e Argiolas) ai massimi livelli. Ma se il Sud è protagonista del rinascimento del vino anche la regione regina della nostra enologia, la Toscana, sta affermando nuovi terroir. È' il caso della Maremma dove il Morellino di Scansano (Jacopo Biondi Santi proprio al Vinitaly presenterà la sua prima riserva) sta diventando una grande denominazione ed ha attirato forti investimenti, è il caso del Monteregio di Massa Marittima e delle colline tra Siena e Grosseto. In forte rivalutazione è la produzione abruzzese trainata da due grandi etichette, Valentini e Masciarelli, sulla quale si concentrano attenzioni di cantine prestigiose come UmaniRonchi, la marchigiana casa del Pelago. In Trentino è il caso della Val d'Isera, in Friuli è il caso dell'annunziata unione tra Collio e Colli Orientali , in Piemonte è il caso della zona del Monferrato mentre in Lombardia sta di nuovo crescendo l'interesse per l'Oltrepò pavese. In Umbria continua l'ascesa dei territori del Sagrantino, un vino rilanciato a livello mondiale dalla cantina Caprai, tanto famoso che Caterine Zeta Jones lo ha voluto come unico vino alle sue nozze. A Montefalco stanno arrivando tutti i grandi per comprare terra (è il caso ad esempio di Cecchi). Spunta anche l'affinamento di antichi vini come il Lambrusco emiliano, il rilancio dei bianchi come lo chardonnay trentino che la cantina La Vis si appresta a celebrare proprio durante il Vinitaly, le nuove prospettive per gli spumanti sia di Franciacorta che del Trentino (con l'emergere accanto ai grandissimi di altre etichette come Ricci Curbastro, Cavit e MezzaCorona). (La Repubblica, 2/4/2001) Vini
all'incanto da Finarte una bottiglia vale 30 milioni
Una bottiglia di Romanée Conti del 1875 verrà battuta all'incanto per un prezzo che si aggirerà attorno ai 2530 milioni di lire. È uno dei lotti più preziosi dell'asta di «vini pregiati e da collezione» organizzata da Finarte. Tra le altre bottiglie figurano un Mouton Rotschild del 1941 (stima 2428 milioni), un magnum di Chateau Petrus del 1961 (2730 milioni), uno Chateau d'Yquem del 1891 (89 milioni). Tra gli italiani, i più cari sono un Brunello di Montalcino Riserva Biondi e Santi, annate 1955, 1946 e 1945 (un milione a bottiglia) e un magnum di Sassicaia Tenuta San Guido del 1985 (22,5 milioni). Le bottiglie sono esposte da Finarte, via dei Bossi 2, oggi e domani ore 10/13 e 15 / 19.30, con degustazioni di alcune bottiglie «sorelle» dalle 18.30 alle 19.30. L'asta sarà battuta il 4 aprile alle 16. (La Repubblica - Milano, 2/4/2001) Bonessi
a Orta Nova con le "città del vino"
Cirò e Melissa sono tra le cinque città calabresi, insieme a Cosenza, Lamezia e Figline Vegliaturo, che fanno parte dell'associazione nazionale "Città del vino". L'associazione, che conta quattrocento città espressione delle realtà vinicole italiane, ha tenuto a Orta Nova (Foggia) l'ultima riunione del consiglio direttivo. A rappresentare la Calabria alla riunione del direttivo dell'associazione delle città enologiche sono intervenuti il sindaco di Melissa Giuseppe Bonessi e la coordinatrice regionale Saveria Sesto. I rappresentanti convenuti a Orta Nova hanno discusso sulla ricerca di nuovi input per raccogliere e interpretare le esigenze delle singole regioni. Saveria Sesto ha espresso il desiderio di coinvolgere nell'associazione altre città viticole calabresi, per rafforzare il peso e l'immagine della viticoltura calabrese che, nonostante i passi da gigante compiuti, conta in termini di partecipazione e visibilità meno di altre regioni centromeridionali. Giuseppe Bonessi ha lanciato l'invito all'associazione a tenere a Melissa il prossimo incontro per rafforzare una presenza a favore dei vini calabresi. Per Bonessi l'incontro con i rappresentanti delle altre realtà vinicole è servito a fare il punto sulle strade del vino in Italia, sull' iniziativa dell'associazione dal tema"Calici sotto le stelle" che si terrà in agosto e sulla partecipazione al Vinitaly, un premio da conferire a Roberto Benigni, regalandogli tutta la collezione dei vini delle città associate. (La Gazzetta del Sud, 2/4/2001) Adesso facciamo "tendenza" ma attenzione alla quantità. Dietro il boom enologico pugliese anche alcuni rischi MICHELE PIZZILLO E' un momento favorevole per la Puglia enologica. Ma anche una fase delicata, non tanto per l'arrivo di grosse aziende del Nord, quando per l'eccessivo protagonismo di operatori senza scrupoli. Adesso più di prima, perché la Puglia fa tendenza; perché il vigneto Puglia intercetta investimenti, dopo anni e anni di incomprensione. Eppure l'apparato produttivo pugliese è sempre stato di tutto rispetto, tanto da fregiarsi dell'appellativo di "Cantina d'Italia". A giusta ragione, con 130mila ettari vitati, una produzione media annua di vino attorno a ottonove milioni di ettolitri, 100mila aziende agricole, decine di cantine sociali con oltre 80.000 soci produttori, 300 aziende a carattere industriale o commerciale interessate alla lavorazione delle uve, 8.000 produttori e singoli vinificatori. Un apparato non indifferente, che realizza una produzione lorda vendibile che si avvicina a 1.500 miliardi di lire. Un complesso di attività che però non sollecitava interesse, perché era prevalentemente indirizzato verso la quantità, invece di puntare alla qualità, alla produzione di vino per la bottiglia. Tant'è vero che pur con progressi qualitativi non indifferenti, di vino a denominazione di origine controllata e di quello a indicazione geografica tipica, in Puglia se ne produce ancora poco: solo il due per cento di vini a doc (87.337 ettolitri di bianco e 88.054 tra rossi e rosati), il cinque per cento di quello a indicazione geografica. L'ideale, dicono gli esperti, sarebbe quello di portare i vini doc almeno al dieci per cento del totale regionale e consolidare i vini a igt, che stanno dando buoni risultati anche sotto l'aspetto qualitativo. Il Vinitaly, una delle più grandi rassegne mondiali dedicate al vino, offre l'opportunità per riflettere sulle attività enologiche regionali. Ci permette di leggere la mappa dell'enologia pugliese di qualità, che possiamo senz'altro definire a pelle di leopardo, perché non tutte le aree viticole sono vocate alla coltura delle vite. Molti impianti sono frutto di trattative con il potere politicoamministrativo che specialmente nel passato ha elargito contributi a pioggia sia per l'espianto sia per l'impianto di nuovi vigneti. Con la conseguenza che la vite rischia di sparire nelle aree dove è l'unica coltivazione agricola possibile, mentre si diffondono gli impianti nelle aree dove si raggiungono produzioni elevatissime. Anche dal fronte dei consumi il bilancio è molto interessante. In molti paesi dell'Europa del Nord alcuni prodotti pugliesi, figurano addirittura nei primi dieci vini più venduti. D'altronde ci sono aziende come Candido di Sandonaci, Vallone di Lecce, la Cantina sociale e Masseria Monaci di Copertino che il novanta per cento del fatturato arriva dall'estero. Un produttore salentino, Calò di Tuglie e un altro del Nord barese, Santa Lucia di Corato, per esempio, vendono in tutt'Italia, mentre sono quasi del tutto assenti sul mercato pugliese. Sintomatico, questo, delle potenzialità delle vette qualitative raggiunte dalle produzioni vitivinicole pugliesi. Un enologo di grande esperienza, oltre che protagonista del rinnovamento della vitivinicoltura pugliese, Severino Garofano, è convinto che in Puglia si sono sempre fatti grandi vini. Il successo è arrivato solo da qualche anno perché il consumatore è diventato più competente, più informato, "direi più colto - afferma Garofano - . Adesso non si più tornare indietro, bisogna tenere da conto della richiesta di buoni vini, prodotti con uve locali". (La Repubblica - Bari, 3/4/2001) Castello Banfi premiata come "miglior cantina d'Italia" Questo concorso è, di fatto, il primo atto del Vinitaly 2001 (che si svolgerà a Verona da domani al 9 aprile), al quale, quest'anno, prenderanno parte 3.300 aziende in rappresentanza di 21 Paesi. La Castello Banfi (già vincitrice di quattro "Gran Vinitaly" - nel '94, '95, '97, 2000 - e riconosciuta migliore cantina d'Italia dal 1994), rapprsenta a oggi l'investimento più grande, innovativo e rivoluzionario dell'enologia italiana di qualità. L'azienda è stata, inoltre, in questi anni, fondamentale anche per il rilancio generale del vino di Montalcino. "L'obiettivo della Castello Banfi - spiega il nuovo direttore generale, Enrico Viglierchio - è quello di continuare a creare grandi vini legati alla cultura del territorio, in primis il Brunello, ma al tempo stesso anche di produrre vini innovativi come il "Summus" e l'"Excelsus", da anni ai vertici delle guide della critica internazionale e dei concorsi enologici". La Castello Banfi ha svolto un ruolo importante anche nell'enoturismo, scoprendo la chiave per educare alla cultura del vino: nel trecentesco Castello, cuore dell'azienda, ospita, infatti, il Museo del vetro e della bottiglia e sta potenziando l'attività d'accoglienza e d'ospitalità con ristorazione, wine bar, eventi, degustazioni. L'azienda (2850 ettari, di cui 800 a vigneto) nel 2000, ha fatturato 85 miliardi (9 milioni di bottiglie - 7 milioni a Montalcino e 2 milioni nei tenimenti Banfi in Piemonte - di cui l'80% doc e docg). (La Nazione, 4/4/2001) Una bottiglia di vino del '400 emersa dai fondali di Favignana Un contenitore rotondo di peltro, simile a una borraccia alta poco meno di 30 centimetri con il tappo a vite. E' la bottiglia di vino più vecchia del mondo, recuperata da tre subacquei nei fondali bassi di Favignana dov'era affondata sei secoli fa. Al suo interno un vino che ancora oggi conserva inalterato il suo pregio e che assieme alla sua antichissima bottiglia è stato la star incontrastata della giornata inaugurale di Vinitaly, il salone internazionale del vino inaugurato a Veronafiere. Presentato dall'istituto regionale della vite e del vino della Regione Sicilia, il reperto, unico per il suo genere perchè all'epoca il vino era comunemente conservato in anfore di ceramica o fusti di legno, è ben conservato, pur presentando ammaccature e lievi alterazioni superficiali. Per gli esperti tuttavia non ci sono dubbi: il contenitore non ha diluito il vino che anzi si è concentrato. "Stiamo conducendo indagini molecolari - ha detto l'enologo Giacomo Tachis - per caratterizzare acidi nucleici eventualmente presenti. Mi incuriosisce capire se la microflora certamente presente è vicina a quella dei vini di oggi; certo farà luce sulle uve e le tecniche di vinificazione dell'epoca". Gli archeologi non escludono che nei fondali di Favignana possa ancora trovarsi l'imbarcazione che trasportava la borraccia. "Ritengo che la bottiglia - ha sostenuto Sebastiano Tusa archeologo subacqueo - si trovasse nella cabina del comandante di una nave commerciale che non arrivò mai a destinazione". (La Gazzetta del Sud, 6/4/2001) Vola il fatturato, cresce l'export: in Germania venduti 101 milioni di bottiglie Il recupero della Vernaccia di Serrapetrona di MARCO SANTARELLI SE SI prende la strada da Camerino, si passa su per "Torre Beregna" oramai crollata e sepolta dalla vegetazione, attraversando un paesaggio brullo di alta collina per poi scendere e riemmergersi in una vegetazione boschiva. Se, invece, si passa da Caccamo, si prende una strada che va verso l'alto e che scopre un paesaggio incantevole con qualche asperità ma che annuncia le dolcezze delle colline marchigiane. Un paesaggio che è reso più caratteristico da olivi, ma soprattutto da viti che danno uva Vernaccia, la quale unita a Sangiovese, Ciliegiolo e Montepulciano- ci regala l'omonimo vino rosso amabile di color rosso rubino, ma anche granata. Siamo a Serrapetrona, un paese nel quale si alternano edifici screpolati, abbandonati, non curati, ad altri che restaurati mettono in bella mostra le antiche strutture. Subito si arriva nella piazza le cui poche insegne sono tutte dedicate al vino. Proprio sulla piazza s'affaccia un locale che, fino a un paio d¹anni fa, era una semplice trattoria molto rustica. Ora ha una struttura da vero e proprio ristorante che, come quasi tutti in zona, si riempie durante la fine settimana. Molto accogliente e dall'atmosfera piacevole, qui si mangia una cucina casareccia. Pochi ma buoni piatti con, tra i primi, paste fresche fatte in casa per lo più tagliatelle e ravioli. Questi ultimi vengono proposti in due versioni: o ripieni di sola ricotta (delicatissimi, con una ricotta superlativa) o di carne. Conditi di sola salsa di pomodoro, o con ragù di carne, o con funghi e tartufo. E poi ahinoi! anche con la panna visto che nella zona ancora persiste il "barbaro" uso della crema di latte. I secondi non possono che essere di carni, ovverosia grigliate: spiedini, agnello, fegatini di maiale che noi abbiamo accompagnato con pomodori al forno, cotti alla perfezione. Un bel locale che, a parte i brutti quadri alle pareti, le patatine fritte surgelate, la panna a condimento dell'ottima pasta, il pane mollaccioso, rende un bel servizio alla Vernaccia di Serrapetrona che, faticosamente e lentamente, sta cercando di crearsi uno spazio tra i vini di qualità. (Il Messaggero, 7/4/2001) |
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