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Una vendemmia da Claudio Alario, per
un Barolo che verrà
Il
mio Teroldego
Figli di un nebbiolo minore:
I, la Val D'Aosta di Arnad Montjovet
II, la
Val D'Aosta di Donnard
III, Nel mondo del Carema, prima
e seconda parte
Una visione di Verduno
Pelaverga
La vigna che guarda il Monte Bianco
(prima
e seconda parte)
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Nel mondo del Carema, seconda parte
di Riccardo Modesti
Per
raggiungere Carema, dove incontrerò Viviano Gassino, il
Presidente della Cantina Produttori Nebbiolo di Carema, percorro
la statale che da Ivrea porta verso la Valle dAosta. Prima di Carema
paese incontro la frazione di Airale, già dominata dai vigneti.
Giungendo poi in paese limpressione è forte: già dallautostrada
i vigneti sono facilmente identificabili nei pressi delluscita di
Quincinetto, ma la velocità e la necessaria attenzione da dare
alla strada distraggono dalla visione. La velocità limitata della
statale, e la più facile possibilità di fermarsi, permettono
la contemplazione di questo spettacolo. A questo punto parcheggio la macchina
e decido, nel poco tempo tra unintervista e laltra, di camminare
la vigna. Che fatica, che pendenze. E che silenzio nel paese, dove molte
case hanno il tetto in pietra. Ecco i piccoli appezzamenti terrazzati
dove solo qualche pergola ci può stare. Ecco i sentieri che si
arrampicano tortuosi, dove i cittadini come me, seppure allenati dal jogging,
sbuffano e sudano anche senza carichi sulle spalle. Ma ecco anche le terrazze
abbandonate, le pergole senza vita dove la vite non cè più.
Che bellissimo panorama da quassù, chissà se i prodi viticoltori
ogni tanto si fermano ad ammirarlo. Non ho tempo di arrivare su in alto
fino allultima vigna, osservo la conca vitata sovrastante labitato
e individuo esposizioni buone e meno buone, sono le cinque e mezzo di
questo pomeriggio di inizio ottobre e lombra ha preso il posto del
sole quasi dappertutto, tranne lassù, nella vigna più alta
e lontana, chissà chi è il proprietario. Bisognerebbe dargli
una medaglia ...
E così, sudaticcio e con un quarto dora di ritardo, mi presento
da Viviano Gassino, il quale mi racconta che la cooperativa ha 67 soci,
45 dei quali sono conferitori delle uve il cui quantitativo complessivo
si aggira intorno ai 1200 quintali, comprensivi sia di uve per Carema
DOC sia di uve per gli altri vini che la cantina produce. Anche loro fanno
diverse versioni di Carema, tre per la precisione, puntando molto sulla
qualità, strategia necessaria per un prodotto di nicchia come questo.
La cantina è nata nel 1960 dallunione di un gruppo di viticoltori
di Carema e solo dal 1984 le uve vengono vinificate qui. La cantina funge
attualmente solo da ente vinificatore ma cè lintento
di iniziare ad assumersi responabilità anche per quanto riguarda
la campagna, attualmente in mano alliniziativa e al buon senso del
singolo socio, anche perchè il problema dellabbandono progressivo
del lavoro in campagna porrà a breve la cantina di fronte a questo
passo: lalternativa sarebbe la chiusura dellattività.
Se non abbiamo le uve, che vino possiamo fare? questa considerazione
di Gassino riassume in poche parole il problema.
Chi possiede la vigna, tranne per quanto riguarda solo tre dei soci, ha
unaltra occupazione: il resto è solo passione o, per dirla
meglio usando le parole di Gassino, Una malattia. Ho già
detto delle difficoltà per raggiungere gli appezzamenti e dei piccoli
ma significativi miglioramenti fatti nellambito della logistica
e un progetto della Provincia di Torino per la costruzione di una monorotaia.
Ma Gassino vorrebbe di più dagli enti pubblici, la Valle dAosta
è a soli pochi chilometri da qui e lopera svolta laggiù
in aiuto ai viticoltori è ben conosciuta a Carema. Gassino mi cita
il Pinerolese e la Valsusa come altri esempi di viticoltura eroica in
pericolo, e per unire le loro piccole voci e acquisire un peso maggiore
si sono uniti in una federazione di consorzi. Carema è conosciuta
per il vino dice Gassino, e come dargli torto del resto.
Letà media dei soci è intorno ai cinquantanni,
però mi viene segnalato che qualche giovane, nonostante tutto,
subentra alla generazione precedente, e questo fa sperare. Parliamo delle
uve che entrano in cantina, suddivise già a partire dal vigneto
di provenienza in uve di prima e di seconda scelta, delle quali solo la
prima scelta viene usata per produrre il Carema DOC: già
questo screma in partenza le uve e ne fa assegnare loro un valore economico
più alto. Come in altre realtà poi, maggiore è il
grado zuccherino delle uve maggiore è la remunerazione.
Andiamo ai vini: la cantina produce tre versioni di Carema DOC,
il Carema DOC Classico, il Carema DOC Riserva
e il Carema DOC Barricato. Dai nomi si può già
intuire il taglio dato ai vini che, curiosamente, riportano anchessi
il motivo delletichetta bianca e delletichetta nera, ma con
significato invertito rispetto alla filosofia vista da Ferrando.
Allora, il Carema DOC Classico Etichetta Bianca 1997 è un
vino invecchiato in botte grande che definirei abbastanza crudo, o più
benevolmente tipico. Trentamila bottiglie circa per un prezzo
di poco superiore ai 6 euro.
Il Carema DOC Riserva Etichetta Bianca 1997 mi strappa apprezzamenti
sicuramente migliori: a partire dal colore, rubino scarico piacevolmente
vivace, per passare al naso, dove già i profumi fruttati e speziati
si riconoscono bene per freschezza, intensità e definizione, fino
alla bocca dove il vino mostra la sua impronta nebbiolo ancora da sgrossare
ma con un bel corpo, una discreta trama tannica e la piacevole freschezza,
completato il tutto da una buona persistenza. E un vino che mi è
piaciuto, senza essere un fuoriclasse, ma è un piccolo campione.
Anche nel prezzo, meno di otto euro e anche di questo vino ci sono disponibili
circa trentamila bottiglie.
Il Barricato mi trova prevenuto, perchè mettere questi vini a prendere
gli aromi del rovere mi chiedo, ma mi fa ricredere. Sebbene il tannino
sia più aggressivo in bocca la nota di rovere è abbastanza
contenuta, e il vino è piacevole, sebbene io preferisca al centopercento
la Riserva. Il Carema DOC Barricato 1997 costa undici euro, per
poche bottiglie, circa tremila.
I tre Carema presentano il medesimo grado alcolico, 12,5%. La fermentazione
in acciaio dura 15/20 giorni, segue la fermentazione malolattica sempre
in acciaio e il travaso nelle botti che, secondo la tipologia di prodotto,
possono essere grandi oppure piccole.
Ma attenzione, anche qui si stanno facendo esperimenti sul processo di
vinificazione, e Gassino me ne parla. Quello più particolare, e
anche più promettente, riguarda la fermentazione in un recipiente
di legno, praticamente una botte rovesciata e aperta, in cui il rimontaggio
e la rottura del cappello vengono fatti a mano: sembra che ci siano miglioramenti
per quanto riguarda profumi e intensità di colore, anche se un
risultato definitivo si avrà solo al termine del periodo di invecchiamento,
o affinamento fate voi.
Terminata la mia intervista Gassino presiederà la riunione dei
soci nella quale si stabilirà la data della vendemmia, tradizione
vuole che questa riunione si svolga il martedì sera successivo
al termine della festa delluva di Carema che si svolge alla fine
di settembre. Solitamente la data di vendemmia è intorno al 15/20
ottobre. Sarà una riunione tranquilla, questa di solito lo
è dice Gassino, spiegandomi che le riunioni più turbolente
sono altre. Apprendo anche che la vendemmia è un momento particolarmente
curato, nel quale le uve sono ispezionate grappolo per grappolo, fatto
questo non dovuto esplicitamente allesigenza di fare qualità,
ma proprio come una mentalità tradizionale.
Anche Gassino ha un pezzetto di vigna, ce lha da quando si è
sposato e mi sottolinea che Le origini della mia famiglia non avevano
a che fare con la viticoltura. Però la malattia
ha preso anche lui e si rammarica del fatto che sono tali e tanti gli
impegni che alla fine non riesce a dedicare alla vigna lattenzione
giusta. Va bene lo stesso, penso io, anche solo per conservare questa
realtà così preziosa e che ha un futuro così incerto.
Un appello e un ragionamento
Donnas
e Carema sono in fondo due facce della stessa realtà, una realtà
fatta di sudore, fatica e grande precarietà. La viticoltura eroica
è, per gli addetti ai lavori, qualcosa che ormai si conosce e di
cui si parla spendendo sempre gli stessi aggettivi. Non cè
aggettivo che possa ricompensare queste persone e il loro lavoro di manutentori
del territorio ma questo quadro è in pericolo. Non si può
liquidare la cosa semplicemente affermando che i giovani non hanno voglia
di fare fatica o che non interessi loro il territorio in cui vivono. Ci
sono visioni romantiche e visioni pragmatiche, ci sono gli anni sessanta
e il nuovo millennio, le società cambiano, i costumi pure, e le
esigenze anche.
I soldi sono importanti quanto la preoccupazione per lincolto che
avanza nei terrazzamenti di Carema, e sono sensibilità che vedo
di pari importanza ma che hanno un unico sbocco: la preservazione della
tradizione, intesa come proseguimento di unattività che dura
da generazioni, e della produzione di un prodotto prezioso perchè
frutto di una realtà così legata al territorio e che quindi,
in quanto prodotto, deve essere remunerata per quello che vale. Quindi,
o si vende il Carema a 40/50 euro alla bottiglia, oppure si incentiva
economicamente il lavoro.
LItalia è fatta soprattutto di queste piccole realtà,
aiutiamole davvero cari Enti Locali e non facciamole morire.
Le foto sono dell'autore
26 febbraio 2003
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