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Una vendemmia da Claudio Alario, per
un Barolo che verrà
Il
mio Teroldego
Figli di un nebbiolo minore:
I, la Val D'Aosta di Arnad Montjovet
II, la
Val D'Aosta di Donnard
III, Nel mondo del Carema, prima
e seconda parte
Una visione di Verduno
Pelaverga
La vigna che guarda il Monte Bianco
(prima
e seconda parte)
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Figli di un nebbiolo minore,
seconda parte: la Val D'Aosta di Donnas
di Riccardo Modesti
Prosegue il viaggio nel "nebbiolo minore" valdostano: da Arnad
si passa a Donnas.
Dopo
pranzo, superata una difficoltà automobilistica personale legata
a un autotreno inspiegabilmente incontrato nelle strade strette e tortuose
delle frazioni di Arnad, peraltro dimenticata dopo un pranzo a base di
quattro fettine di lardo e una minestra di castagne, mi sposto a Donnas,
pochi chilometri a sud. Qui ho appuntamento con Renato Vaccari
alla Cave Coopératives de Donnas, professione infermiere
e presidente della cave, nonchè viticoltore, che mi spiega le brutte
gatte da pelare che deve affrontare in questa realtà piccola ma
molto complessa. La storia della cave, la prima della Valle dAosta,
inizia nel 1971 con lo scopo di assemblare, imbottigliare e commercializzare
i vini prodotti dai soci della cooperativa. Tutto questo è cambiato
nel 1989, quando la cave comincia a ritirare e lavorare le uve dei soci:
inutile dire che questo fatto ha cambiato, e di molto, il prodotto finale
che doveva essere, prima del cambio di sistema, piuttosto particolare.
La cave raccoglie circa 1500 quintali di uve, due terzi delle quali proviene
da vigneti in zone DOC che, semplificando, sono sulla sinistra della strada
statale percorrendola verso Pont- Saint Martin, circa 25 ettari, per un
totale di circa 120.000 bottiglie: i soci sono unottantina circa
e hanno la facoltà di trattenere parte delluva prodotta per
vinificare in proprio.
Vaccari mi spiega lo sforzo arduo della cave di innovare le tecniche di
allevamento e la qualità del prodotto finale, anche con laiuto
di Stefania Dozio per la parte agrotecnica e di Massimo Bellocchia
per il lavoro in cantina, due persone delle quali Vaccari è veramente
contento. Il Valle dAosta DOC Donnas da loro prodotto non è
nebbiolo in purezza, in quanto cè un leggero apporto di freisa,
che poi è il vitigno gros vien, e neyret che apportano colore e
morbidezza al nebbiolo che cresce in questi terreni prevalentemente acidi.
Anche qui viene a galla immediatamente il problema del riordino fondiario:
la frammentazione è elevatissima, lappezzamento di terra
più grande è di 1500 metri quadrati e la natura accidentata
del territorio, gran parte del quale è terrazzato, impedisce una
coltivazione più razionale ed efficiente. Il riordino fondiario
sembra però una chimera, a quanto mi racconta Vaccari, che da un
lato è preoccupato per il destino del vino di Donnas perchè
una situazione del genere, a fronte dei costi che la cave deve sostenere,
potrebbe affossare tutto quanto, ma dallaltro lato capisce quelle
persone che non vogliono vendere. In passato questi pezzi di terra, infatti,
sono stati un piccolo tesoro per chi li possedeva negli anni in cui la
miseria imperava. E anche in tempi successivi, quando molti di loro sono
diventati turnisti nelle fabbriche, il lavoro del proprio pezzo di terra
diveniva loccupazione del tempo libero per continuare a restare
legati al proprio territorio. La preoccupazione diventa però anche
mista a rabbia pensando a molti terreni lasciati incolti i cui proprietari
si oppongono al riordino solo per una questione di puntiglio o per fare
i bastian contrari. Si, lincolto preoccupa, e giustamente, perchè
crea dissesto, e perchè la qualità del paesaggio ne risente,
fatto che in una regione in cui il turismo rappresenta una cifra considerevole
di attività può essere negativo.
Cinque ettari di questo terreno incolto, o che sarebbe divenuto tale per
i limiti di età dei proprietari, sono stati però affittati
dalla cave: ovviamente, non essendo nè laffitto nè
i costi di coltivazione gratis, questo rappresenta per loro un onere aggiuntivo,
fatto che aumenta le preoccupazioni di Vaccari, che peraltro non finiscono
qui. Letà media dei soci è di 65 anni, il che significa
una scarsa motivazione a innovare, una prospettiva limitata nel futuro
e unincertezza su ciò che sarà quando i soci più
anziani non riusciranno più a lavorare il vigneto: è difficile
anche pensare a un ricambio generazionale, viste le piccole porzioni di
terreno spesso difficile da lavorare e non meccanizzabile, che significa
grossi sacrifici in cambio di un ritorno economico che non giustifica
la fatica. La cave, nel tentativo di alleviare le fatiche dei viticoltori
dei terreni più impervi, ha realizzato delle monorotaie, peraltro
criticate dagli ambientalisti. Li vorrei vedere a farsi duecento
gradini con la gerla sulle spalle, mi dice Vaccari.
A Donnas la pergola è ancora viva e vegeta, e quindi per ora la
tradizione resiste agli attacchi di un più adatto e razionale allevamento
a filare, anche se i nuovi impianti lo sono. In tutto questo lobiettivo
è comunque cercare di migliorare la qualità del vino perchè
Per vivere bisogna fare qualità conclude Vaccari, anche
se lequilibrio è sempre molto fragile per la cave, Siamo
sempre sul filo del rasoio.
Due parole sul sistema di retribuzione dei soci che vengono pagati in
base al grado zuccherino delle uve che vengono portate in cantina, con
un valore di riferimento medio che viene variato in base allannata.
Toccare il portafogli è lunico mezzo che funziona davvero
per fare produrre bene mi confessa Vaccari.
Un miglioramento qualitativo che piacerebbe fare è allungare di
un anno i tempi di affinamento del vino prima della commercializzazione,
ma la cassa della cave non se lo può permettere. Peccato, in fondo
la cave ha anche, implicitamente, un ruolo di manutentore del territorio,
e meriterebbe una vita meno complicata.
Ho anche la possibilità di fare due chiacchiere con Massimo
Bellocchia, che è lenologo della cave di Donnas ma anche
di quella di Arnad: lo trovo una persona molto spigliata e determinata
e in pochi minuti mi fa il quadro della situazione. La percentuale
di nebbiolo nei vini è in aumento, mi dice, il che
porta vantaggi e svantaggi e quindi ecco ancora lapporto minimo
di freisa e neyret che servono per dare colore e morbidezza al nebbiolo,
vitigni peraltro che potrebbero essere soppiantati in futuro da altre
varietà, e mi cita il fumin in particolare. La pergola, secondo
Bellocchia, penalizza il nebbiolo e andrebbe sostituita con il filare,
ma per adesso bisogna accontentarsi di quello che passa il convento.
Abbiamo fatto un restyling del Donnas dice Bellocchia parlando
dei vini. Il Valle dAosta DOC Rouge Barmet è composto da
nebbiolo per circa il 75% e ha come obiettivo lessere un vino da
consumare giovane dove la freschezza e i profumi hanno la priorità
rispetto al corpo attraverso una fermentazione a temperatura leggermente
più bassa del normale. Di questo vino, del quale Vaccari non ha
una grande opinione pur riconoscendone un successo indiscusso, vengono
prodotte circa 35.000 bottiglie per un prezzo di circa 5 euro, gradazione
alcolica 12,5%. Il Valle dAosta DOC Donnas è un uvaggio in
cui il nebbiolo entra al 95% e che viene affinato in botti piccole di
capacità compresa tra i 500 e i 700 litri di rovere francese non
tostato e prodotto in circa 60.000 esemplari a un prezzo di poco più
di 6 euro. Il terzo pezzo delloperazione di restyling è un
altro Valle dAosta DOC Donnas Barrique, per il quale
laffinamento avviene in barriques di rovere tostato, con un occhio
al gusto internazionale che, ma chissà fino quando, gradisce una
sfumatura di legno nel vino. Le bottiglie prodotte sono circa 15.000 per
un prezzo intorno a 9 euro e un bollino sul collo che reca leffigie
di Napoleone.
Accadde
che, sostando nei pressi di Donnas, alcuni soldati sfondarono la porta
di una cantina e si impadronirono di parte del vino che in essa era contenuto.
Il proprietario, visto ciò, andò a rivalersi da Napoleone
in persona chiedendo di essere risarcito. Napoleone assaggiò il
vino e, trovandolo buono, ripagò generosamente luomo per
il danno subito. Il portone sfondato fa ora bella mostra di sè
nella cantina della Cave, nel locale di accoglienza dei gruppi di visitatori.
Bellocchia conclude la conversazione anticipandomi un progetto che ha
in mente, cioè fare un piccolo Sforzato ritardando la vendemmia
a dopo linizio di novembre con una fermentazione in legno anzichè
in acciaio. Vedremo.
Tornando ai vini, devo dire che il Donnas standard si fa preferire alla
versione internazionale, non tanto per un fatto di tostature delle botti
ma per una piacevolezza più immediata. Entrambi hanno un buon equilibrio
e una leggera aggressività in bocca, per il resto è difficile
dire perchè le bottiglie erano aperte da qualche ora e penso che
i profumi ne abbiano risentito. Per quanto riguarda il Barmet, lho
trovato un vino leggermente spigoloso ma non ruvido, giovane ma non aggressivo,
abbastanza profumato e di qualità più che discreta. Vini
non strepitosi ma con una buona prospettiva di crescita grazie a Bellocchia
in cantina e a Dozio in campagna dove i soci, anche i più anziani,
le danno molto credito. Lunica incognita è capire se la vite
a Donnas sarà coltivata ancora a lungo.
Ripercorro la statale in senso inverso e ritorno ad Arnad dove ho appuntamento
con Ivo Joly, presidente della Cooperativa Agricola La Kiuva,
la cave della zona di Arnad-Montjovet. La prima cosa che mi colpisce è
la giovane età di Joly, neanche trentenne, ma ancora di più
il fatto che è presidente già da qualche anno. E interessante
anche il fatto che letà dei consiglieri di amministrazione
della cooperativa è compresa tra i 25 e i 40 anni. Sembra un ambiente
diverso rispetto a Donnas, e lo è davvero. Anche la storia della
cooperativa è particolare, nascendo nel 1975 come cooperativa agricola
che, fino al 1990, si è occupata di vino ma anche di macelleria,
e come potrebbe essere diversamente avendo un lardo così, ma con
scarsi risultati dal punto di vista del vino.
Nel
1993 si chiude pagina: si chiude lattività e si riapre con
un indirizzo nuovo, tutto orientato al vino anche grazie al risanamento
economico da parte della Regione. Joly è un figlio darte,
il padre è stato infatti presidente della cooperativa per diverso
tempo: parallelamente a La Kiuva segue insieme ad altri 8 soci, Il
numero perfetto per una cooperativa mi dice, unaltra cooperativa,
la Cooperativa Agricola Tzathé, che si occupa della produzione
di uva e che a sua volta conferisce a La Kiuva. Tzathé ha avuto
la fortuna di potere affittare un appezzamento di un ettaro e mezzo in
quasi stato di abbandono nei pressi del castello, quindi una superfice
interessante come dimensioni e come posizione, che è stata risistemata
con allevamenti a filare e quindi gestibile in modo meccanizzato. In seguito
è stato acquisito un altro ettaro, anchesso rivoltato come
un guanto, con nuovi impianti, insomma, questi 9 di Tzathé hanno
portato un vento nuovo nella zona suscitando interesse ed entusiasmo per
innovare la viticoltura della zona. Adesso i soci di La Kiuva sono una
cinquantina, per un totale di 12 ettari, circa 700 quintali di uva e 30.000/40.000
bottiglie prodotte, con vitigni diversi quali chardonnay, müller
thurgau, petite arvine e nebbiolo a farla da padrone. Questi soci sono
solo una piccola parte del potenziale che la zona è in grado di
esprimere, e Joly guarda con ottimismo ai numeri che sottintendono questo
concetto, aspettandosi nuove adesioni per creare una realtà sempre
più numericamente importante come impatto sul mercato.
Tanto per dare unidea, solo il 30% della superficie vitata del solo
comune di Arnad conferisce a La Kiuva, mentre per Issogne e Montjovet
le percentuali scendono a singola cifra. Ma anche la qualità, ovviamente,
vuole la sua parte per creare questo impatto, e Joly è ben conscio
di questa condizione preliminare importante. Anche qui, come enologo,
opera Matteo Bellecchia il quale ha tutta la stima e la fiducia del Presidente.
Ma la cosa più importante è la mentalità globale
di questi soci, i quali accettano di buon grado di farsi pilotare dalla
cooperativa per quanto riguarda lo svecchiamento degli impianti, quindi
niente diatribe tra pergola e filare ma tutti allineati su questultimo,
e lintroduzione di nuovi vitigni. E anche per quello che riguarda
il nebbiolo non si pianta a caso ma solo ciò che la direzione della
cooperativa consiglia, anche attraverso unattività di acquisto
e rivendita ai soci di barbatelle certificate.
Anche La Kiuva taglia il nebbiolo, storicamente con neyret e freisa, pardon
gros vien, ma avanzano il merlot, il syrah e il fumin anche se questultimo,
sebbene consigliato dallInstitute Agricole di Aosta, non ha ancora
dato neppure un grappolo nei cinque anni di vita dellimpianto. Le
ragioni per cui il nebbiolo viene tagliato sono quelle già sentite
presso gli altri, cioè carenza di colore ed eccesso di tannicità.
Joly ha grandi ambizioni per La Kiuva, ma ammette una certa carenza per
quanto riguarda il modo di proporsi sul mercato, Non siamo commerciali,
ammette con tristezza, e quasi tutte le bottiglie restano assorbite dal
mercato interno della Valle dAosta.
Peccato, perchè tra la produzione dei bianchi il Valle dAosta
DOC Müller Thurgau esprime bene la varietalità
del vitigno: i profumi sono intensi e di buona persistenza, in bocca è
equilibrato, una bella freschezza prevale leggermente sulla morbidezza,
creando una situazione piacevole per la bocca che chiede di nuovo il ritorno
al bicchiere. Rispetto ad altre espressioni valdostane dello stesso vitigno
siamo a livelli di eccellenza, poco al di sotto delle migliori espressioni
di terra trentina e altoatesina, rispetto ai quali cede qualcosa a livello
di colore. Comunque sia, se amate questo vitigno, poco meno di cinque
euro rappresentano una bottiglia da non lasciarsi sfuggire.
Sempre sul fronte dei bianchi le due proposte a base chardonnay, il Valle
dAosta DOC Chardonnay La Perla e il Valle dAosta DOC
Chardonnay, ripropongono interpretazioni di questo vitigno già
viste: se amate la presenza di rovere, il cosiddetto gusto internazionale,
fanno per voi, soprattutto per il prezzo molto interessante. La Perla,
in particolare, è uno chardonnay da vendemmia tardiva vinificato
in legno che ha una bella morbidezza ma ripeto, accidenti, troppo rovere.
Già, i prezzi: La Kiuva propone vini a prezzi leggermente al di
sotto della media, anche se la qualità resta di buon livello: lintenzione
di Joly è, tuttavia, mantenere i prezzi a questo livello finchè
La Kiuva non avrà conquistato una buona notorietà, il che
spera accadrà presto. A proposito, la kiuva, nellimpenetrabile
dialetto locale, è la parola che identifica il covone di foglie
secche che serve come alimento per le capre: è lunica parola
che ho imparato, per il resto il dialetto rimane un rebus per me.
Ma torniamo ai nebbioli: il Valle dAosta DOC Arnad-Montjovet
2001 vinificato in acciaio è la versione pronta del vino a
base nebbiolo, dal colore rubino leggermente scarico, con profumi piacevoli
fruttati, abbastanza morbido ma con un attacco alla bocca piuttosto aggressivo,
grado alcolico di 12,5%. Per gli amanti del genere poco meno di cinque
euro anche qui.
Il gran finale è rappresentato dal Valle dAosta DOC Arnad-Montjovet
Superieur 2000, sicuramente interessante già dal colore rubino
meno scarico rispetto al base, da profumi più netti e complessi
anche se solo abbastanza intensi e da una bocca dove rimane una leggera
aggressività ma che lascia abbastanza soddisfatti anche per una
sensazione baroleggiante appena percepibile. La vinificazione prevede
acciaio e poi legno piccolo per circa un anno, poi alcuni mesi di affinamento
in cantina. Questultimo vino non è ancora pronto ma ha tutto
quello che serve per evolvere bene. Dimenticavo il prezzo, appena superiore
ai sei euro, e il grado alcolico, 13%.
Vini che mostrano buone prospettive quelli de La Kiuva che, uniti alla
determinazione di Ivo Joly, mi fanno dire che di questa cooperativa ne
sentiremo parlare ancora bene, anche se a mio parere dovrebbero iniziare
a preoccuparsi di cosa fare del troppo chardonnay che hanno e che il mercato
comincia a non assorbire più come qualche anno fa.
13 Dicembre 2002
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