Le visioni
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Una vendemmia da Claudio Alario, per un Barolo che verrà

Il mio Teroldego
Figli di un nebbiolo minore:
I, la Val D'Aosta di Arnad Montjovet

II, la Val D'Aosta di Donnard
III, Nel mondo del Carema, prima e seconda parte

Una visione di Verduno Pelaverga

La vigna che guarda il Monte Bianco (prima e seconda parte)

 

 


Figli di un nebbiolo minore, prima parte: la Val D'Aosta di Arnad-Montjovet
di Riccardo Modesti


Questo è il primo di una serie di racconti dedicati ai vini ottenuti dal vitigno nebbiolo, forse il più magico e affascinante al mondo, vini forse meno conosciuti rispetto ai blasonatissimi barolo e barbaresco. Li chiamo quindi “figli di un nebbiolo minore” non in tono dispregiativo, ma solo per una questione di notorietà.

Questa prima tornata l’ho voluta dedicare a due piccole realtà all’interno di un altrettanto piccola realtà come la Valle d’Aosta DOC, e precisamente le sottozone Donnas e Arnad-Montjovet. I comuni di riferimento, Arnad e Donnas, si trovano nella bassa valle, e distano pochi chilometri l’uno dall’altro. L’uscita autostradale di riferimento lungo la Torino-Morgex è Verrès, dalla quale i vigneti sono facilmente visibili anche grazie a una serie di cartelli segnaletici.


Il territorio

Chi ha percorso l’autostrada sopra citata e ha dato un’occhiata alla sinistra orografica della valle si è reso conto della tipologia di territorio. I terreni coltivabili a vite, intendo quella di qualità, sono limitati come estensione e molto spesso anche posizionati in zone impervie, lungo pendii sovente modellati a terrazze dalla mano dell’uomo. Il poco che c’è risulta poi essere frammentato in moltissime proprietà, molte delle quali hanno come estensione media qualche centinaio di metri quadrati. Si parla da queste parti di riordino fondiario, ovvero l’accorpamento e la ridistribuzione razionale di tutte queste piccole proprietà: un provvedimento senza dubbio auspicabile dal punto di vista strettamente viticolo. Non bisogna però dimenticare che tanti proprietari, anche di piccole porzioni di terreno, hanno un legame con esso che può durare anche da generazioni e che il pensiero di privarsene rappresenti per loro un piccolo dramma.

La zona di produzione del Valle d’Aosta DOC Arnad-Montjovet comprende, da disciplinare, i comuni di Arnad, Verrès, Champdepraz, Challand-Saint Victor, Hone e Issogne, quest’ultima già famosa per il suo castello. Per quanto riguarda il Valle d’Aosta DOC Donnas, invece, sono compresi i comuni di Donnas, Pont-Saint Martin, Perloz e Bard. Quasi inutile dirlo, i disciplinari indicano ovviamente che all’interno di questi comuni devono essere considerati i territori vocati.

Da notare la contiguità geografica delle due zone sopra indicate, contiguità che prosegue fino alla limitrofa zona di Carema in territorio piemontese, dove anche qui viene prodotto il Carema DOC a base nebbiolo: ma questa è un’altra storia e sarà oggetto di un altro racconto. Il terreno è di origine morenica, tendenzialmente acido.


Il vitigno

Il nebbiolo è conosciuto per l’accoppiata formata da acidità e corredo polifenolico, leggi tannini, che ne fanno un vino molto particolare, dotato di ruvidità iniziale ma di buona longevità, che diventa grande nelle zone più famose delle Langhe. Fioritura precoce, maturazione tardiva e grande sensibilità al terroir sono altre caratteristiche che messe insieme lo rendono unico e difficile da gestire, soprattutto in annate non perfette dal punto di vista climatico.

Gli acini hanno un colore molto particolare, un violetto tendente al grigio, e in fase di maturazione sono coperti da un leggero velo bianco, la pruina: è un’uva molto bella da vedere. La pruina, tra l’altro, aiuta anche a “intrappolare” una consistente popolazione di organismi invisibili, tra i quali i lieviti.

Una caratteristica che taluni considerano negativa è rappresentata dallo scarso corredo antocianico, anche se a mio parere questa deve essere considerata una caratteristica del vitigno che non ne sminuisce il valore assoluto: certo, in un mercato che negli ultimi anni ha voluto i rossi dalle colorazioni cupe questo può rappresentare un handicap, ma io dico che conviene diffidare da vini a base nebbiolo nei quali la colorazione risulti, per usare un aggettivo molto alla moda nella descrizione del colore, impenetrabile.

Arnad-Montjovet e Donnas utilizzano per definire il loro nebbiolo il termine picotendro, che significa piccolo e tenero. Quasi tutto il picotendro è andato distrutto con i flagelli di fine ‘800, per cui molto del nebbiolo che si trova in queste zone è, per così dire, d’importazione, proveniente dal Piemonte o dalla Valtellina. Le poche piante rimaste sono oggetto di selezione e riproduzione, in fondo il picotendro è senz’altro il migliore nebbiolo utilizzabile qui non fosse altro per un adattamento al clima locale durato diversi secoli.


Il vino

Parliamo di disciplinari: il Valle d’Aosta DOC Arnad-Montjovet prevede un minimo di 70% di nebbiolo mentre il rimanente può essere costituito dalle uve a bacca rossa ammesse in tutto il territorio valdostano, modifica questa recentissima laddove prima erano previste un numero limitato di uve, con un invecchiamento o affinamento minimi di 8 mesi: qualora tale periodo salisse a 12 mesi il vino può fregiarsi della menzione Superiore. La resa prevista di 80 quintali per ettaro è un valore ragionevole per fare della qualità, quantità che peraltro difficilmente viene raggiunta.

Per quanto riguarda il Valle d’Aosta DOC Donnas si passa a un 85% minimo di nebbiolo mentre il restante 15% può essere coperto da neyret e freisa, quest’ultima è però, a quanto mi è stato detto, il gros vien, vitigno autoctono valdostano. La resa passa a 75 quintali per ettaro mentre l’invecchiamento o affinamento previsti sono di ben 24 mesi.


Le persone

La prima tappa è ad Arnad, paese famoso per il suo lardo, dove incontro Dino Bonin, viticoltore in proprio, affiliato all’Associazione Piccoli Produttori Vini Valdostani, per dirla in breve Viticulteurs Encaveurs. Il padre, Cesarino Bonin, iniziò l’attività di viticoltore nel lontano 1973 e, tranne una breve parentesi come socio della cooperativa locale, è sempre stato viticoltore in proprio. Dino Bonin ha affiancato da sempre il padre e ne ha preso il posto alla guida dell’azienda nel 1997, anche se Cesarino Bonin è ancora presente come aiuto al figlio. Chiedo subito se il rapporto tra generazioni diverse pone dei problemi riguardo alle scelte da fare, ma Dino Bonin mi risponde che non ci sono problemi e che le vedute sono comuni. Niente scontro generazionale, quindi, neppure sul dualismo tra allevamento a pergola e a filare: “Mio padre è stato il primo qui a eliminare la pergola, è stato un innovatore” mi spiega Dino Bonin, aggiungendo che le ultime pergole sono state eliminate quattro anni fa a favore del filare allevato a guyot. “Con la pergola si picchia la testa e non si fa qualità”, aggiunge.

I vigneti Bonin sono formati da un totale di poco meno di due ettari, ovviamente suddivisi in varie parcelle la più grande delle quali è poco meno di un ettaro. A riguardo viene citato il tema del riordino fondiario, di cui sopra, come una necessità per potere disporre in modo più razionale del terreno vitato. Le cultivar del vigneto comprendono pinot nero, petite arvine, chardonnay, muller thurgau e, ovviamente, il nebbiolo, che viene vendemmiato per ultimo dopo la metà di ottobre, solitamente qualche giorno dopo che la cave locale ha vendemmiato: la ragione è legata al fatto che avere le ultime uve in vigna significa attirare tutta la popolazione di uccelli della zona, i quali gradiscono molto gli acini maturi delle uve a bacca nera. Un altro animaletto che gradisce l’uva è il tasso, definito da Bonin come “molto goloso”, e non sono infrequenti incursioni dei cinghiali, descritti da Bonin come una specie di flagello per quanto riguarda, in particolare, il bosco.

L’annata è stata finora difficile: molta peronospora soprattutto lo ha obbligato a fare più trattamenti del normale. Ma il nebbiolo, in quanto tardivo, potrebbe essere ancora salvato da un ottobre climaticamente più benevolo. Come nebbiolo Bonin ha in vigna principalmente chiavennasca, anche se guarda con attenzione a un clone di picotendro selezionato dall’Università di Torino.

Dino Bonin produce complessivamente circa 12000 bottiglie, 2000 delle quali di Valle d’Aosta DOC Arnad-Montjovet il quale viene prodotto da un taglio di nebbiolo e pinot nero e vinificato in acciaio. Assaggiamo l’ultima annata e non posso definirmi molto soddisfatto perchè i profumi sono poco leggibili e l’attacco in bocca è abbastanza aggressivo, anche se il finale, con buone sensazioni retro olfattive, riesce a migliorare la situazione.

Il taglio con il pinot nero, del quale Bonin ne fa un pò il suo vitigno principe producendone versioni in bianco, in nero vinificato in acciaio e in nero affinato in barrique, si rende necessario per ammorbidire i caratteri aggressivi tipici del nebbiolo giovane. Del perchè il nebbiolo non viene fatto oggetto di un passaggio in legno, Bonin mi spiega che le sue barrique preferisce utilizzarle per il pinot nero perchè la quantità di nebbiolo e i cicli di cantina lo costringerebbero a una gestione complicata delle sue botti e dei suoi vini. Mi spiega anche, però, che i vigneti a nebbiolo di sua sorella, che possiede un agriturismo in zona, saranno presto in produzione, e allora le cose cambieranno.

Il taglio di nebbiolo e pinot nero lo ha fatto negli ultimi tre anni ma in passato ha vinificato nebbiolo in purezza e lo ha anche passato in legno, e per convincermi mi fa assaggiare il suo Valle d’Aosta DOC Arnad-Montjovet Superieur del 1997, una annata che mi viene descritta come fenomenale. E il vino dice molto bene, sia dell’annata che della scelta di vinificare il nebbiolo in purezza e passarlo in legno. Un vino che non è più in vendita, purtroppo, perchè le ultime bottiglie Bonin le custodisce anche in ricordo dell’anno nel quale si è sposato. Che bel vino, ripeto, con questi dieci mesi di barrique, un vino di cinque anni in perfetta forma, sulla cui longevità lo stesso Bonin è scettico. Il colore mostra riflessi granati, ma è comunque bello vivo, e i profumi mostrano ancora una discreta gioventù, passando dal floreale al fruttato maturo fino allo speziato, con una buona intensità olfattiva. In bocca sarebbe perfettamente equilibrato se non fosse per una leggerissima prevalenza tannica. La conclusione è che, pur non baroleggiando, è un vino di chiara matrice nebbiolo, gradazione 12,5%. E allora, io gli dico, deve essere fatto ancora così, che bella stoffa, me ne versi ancora due dita per favore, peccato non poterlo acquistare, ma la mano c’è e allora complimenti.

E complimenti anche per un altro assaggio, il Valle d’Aosta DOC Pinot Noir-Blanc annata 2001, di pinot nero vinificato in bianco, un rosato travestito da bianco, di buona morbidezza e profumi mediamente intensi, ma un pinot nero in bianco come Dio comanda, e il pensiero va inevitabilmente ai tanti Oltrepò Pavese dello stesso tipo di una banalità sconfortante degustati in tante occasioni. Non un nebbiolo, ma comunque un vino che vale la pena citare, prezzo appena inferiore ai 5 euro, “good value” si direbbe in inglese. Niente complimenti invece per il suo pinot nero vinificato in acciaio, un vino che mi ricorda i primi Valle d’Aosta che assaggiai anni fa e che si potevano definire, con benevolenza, rustici.Dino Bonin mi accompagna poi in un paio dei suoi appezzamenti dove mi mostra un accorgimento usato per scoraggiare i tassi, che altro non è che un lampeggiante che viene attivato nelle ore notturne. Le uve bianche delle sue vigne mostrano tutta la difficoltà dell’annata, ci saranno meno bottiglie quest’anno, il müller thurgau già vendemmiato è andato perso per la metà, infatti.

(26/11/2002)

 

   

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