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La vigna che guarda il Monte Bianco (seconda parte) Dopo la visista alla Cave Cooperative proseguiamo con gli altri produttori della zona... Piero Brunet mi incontra nel salotto di casa sua, dopo avere combinato in quattro e quattr’otto l’ appuntamento. Ha già addosso la sua tuta da idraulico e deve andare ad Aosta per lavoro di lì a poco. E qui entro in contatto con l’altra faccia della viticoltura della Valdigne, le iniziative individuali. Sono esperienze motivate dalla passione, soprattutto, "perché a fare il viticoltore che produce 1.500 bottiglie non si diventa ricchi", e dalla volontà di creare qualcosa di proprio e seguirlo fino in fondo piuttosto che conferire l’uva e basta.
Piano piano tutto si impara e dai primi vini fatti, che lui stesso definisce come cattivi, si arriva fino ai giorni nostri, attraverso un’altalena di entusiasmi e difficoltà che lo spingono, qualche volta, a pensare di chiudere bottega e diventare conferitore. Moglie e figlie lo aiutano, vuole che lo scriva, e io lo faccio volentieri: la vigna è un interesse di famiglia e tutti partecipano. Il suo vino è diverso da quelli assaggiati finora: paglierino scarico, è effervescente alla mescita, i profumi non sono pulitissimi ma intensi, buona freschezza e buona bocca. Tra i suoi obiettivi a breve termine c’è la realizzazione di un locale per accogliere i visitatori, sempre più numerosi. E a un certo punto, inaspettatamente, mi offre dell’acqua. "Viene da una sorgente qui vicino, l’assaggi". Ed è buonissima, niente a che vedere con le solite acque di montagna che non dissetano mai: questa è saporita e disseta immediatamente. Un altro punto a favore di Piero Brunet: se non vi piacerà il suo vino, peraltro buono, chiedetegli l’acqua !! Mirko Vevey, della Maison Vevey Albert, prosegue insieme al fratello Mario la tradizione di famiglia portata avanti dal padre Albert e dal nonno che aveva un’osteria e vendeva il vino che produceva. Mirko è guardia forestale, mentre Mario è veterinario, e anche loro le 6.000 bottiglie che riescono a produrre le fanno solo per passione. Questo numero di bottiglie implica una quantità di vigna già interessante, e qui Vevey mi racconta di un aspetto che si ritrova spesso in giro per l’Italia, e cioè la parcellizzazione estrema degli appezzamenti, legata soprattutto a questioni ereditarie dove spesso l’unità di terreno viene suddivisa tra i discendenti in parti uguali. Loro hanno questo problema, e gestire in due una vigna frammentata non è sempre facile, soprattutto quando c’è anche un’attività lavorativa principale che impegna. Però, alla fine, la soddisfazione di avere un buon risultato ripaga dagli sforzi fatti. Parliamo anche di enoturismo, e Vevey mi riporta il suo stupore nel vedere sempre più giovani che vengono a trovarlo e gli fanno domande "evolute" che dimostrano una certa cultura di base che si sta facendo strada. "E’ importante che noi produttori riusciamo a fare capire che tipo di vino è, e dove viene prodotto", sottolinea Vevey: anche nelle sue parole si evidenzia la volontà precisa di evitare omologazioni con altre realtà cercando di mantenere vivi e attuali tutti quegli aspetti che fanno del vino della Valdigne qualcosa di particolare, pur non essendo contrario a studi e sperimentazioni. "Con la Cave ci sono buoni rapporti, e c’è una concorrenza buona che fa bene a tutti, per migliorare sempre di più il prodotto", dice Vevey a proposito dei rapporti con l’ingombrante vicino di casa. La Maison produce una sola etichetta a DOC, un vino che mi è piaciuto davvero molto sin dal colore, molto luminoso, passando per il naso, dove le note erbacee e fruttate sono nette, pulite e succose, per finire in bocca, dove freschezza e persistenza la fanno da padrone, e lo si ribeve molto volentieri. Anche con Carlo Celegato l’appuntamento è rocambolesco, ma alla fine riesco a incontrarlo: lui vive a Previllair, sulla destra orografica della valle, e vede i vigneti che giacciono sul lato opposto della valle. Celegato viene da Arvier, un'altra località conosciuta in Valle d’Aosta, dove viene prodotto il famoso Enfer d’Arvier. Anche lui fa il viticoltore per passione e spesso il suo lavoro lo obbliga a cercare la collaborazione della moglie, che ha portato in dote la vigna, e della suocera, che ho incontrato mentre lavorava il suo piccolo orticello affacciato sulla valle, entrambe peraltro già assoldate per le operazioni di potatura. "Lascio fare a loro", mi dice, "ci sanno fare e poi c’è sempre bisogno di una mano". La sua attrezzatura per la vinificazione è in uno stanzino ricavato all’interno del suo garage, "Ma quando la devo usare devo portarla nel garage e quindi devo crearmi dello spazio", mi dice. Anche lui fa poche bottiglie, sono 1300 dichiarate, con la sola passione.
Conclusioni Lascio Morgex controvoglia, ma a casa bisogna pure tornare. Ho conosciuto realtà e persone che mi hanno mostrato due mondi diversi, quello più commerciale della cooperativa, e quello più passionale dei viticoltori privati. Dei cinque privati ne ho incontrati tre, non me ne vogliano Marziano Vevey, cugino di Mirko Vevey, ed Ermes Pavese, non li ho potuti incontrare solo per questioni di tempo. Che dire di questo vino ? Innanzitutto che non è un vino facile, eccezion fatta per il Rayon della Cave, molto buono ma anche molto diverso dagli altri. Forse il vero Blanc de Morgex et de La Salle è rappresentato dai vini dei privati, ma è presto per dirlo con certezza perché il Rayon ha una storia ancora breve, ma intanto può godersi i riconoscimenti già arrivati, il Sole di Veronelli per esempio, e non senza ragioni. Ma queste sfumature passano in secondo piano rispetto a una realtà difficile come questa dove ogni anno i nemici del viticoltore, in termini di eventi naturali, si annidano pronti a colpire. Io mi sento di ringraziare tutte queste persone, produttori privati e conferitori, che ogni anno provano a offrirci qualcosa di straordinario, non un miracolo come ho già scritto, ma un lavoro fatto di sacrifici ai quali non rendono sempre giustizia le guide e le riviste del settore, e la certezza che finché esisteranno queste persone avremo un territorio curato e vivo e non dissestato e abbandonato.
Riccardo Modesti
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