![]() |
Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
||
|
||||||
|
Identità Golose
2007
di Paolo Rossi, nostro inviato 29
gennaio, Milano, Piazza Affari. Nellex sala della Borsa, va in scena
la terza edizione di Identità Golose, congresso italiano
di cucina dautore organizzato da Paolo Marchi. Un pubblico
davvero folto, di giornalisti e di amanti della cucina, raccoglie i brevi
saluti dellorganizzatore e si appresta a vivere la prima di una
tre giorni che dal programma si annuncia davvero impressionante. Sale
attrezzate dove poter ascoltare i numerosissimi relatori, ritmo incalzante,
pochi salamelecchi e tanta concretezza. Nella sala principale (la Sala
delle grida, quella dove avvenivano un tempo gli scambi) il tema è:
Luomo e il mare. Si
parte alla grande con Davide Scabin, che parla di sale e di messa
a punto del gusto, illustrando la sua check salade. Per Scabin
il punto zero del gusto è il sale. Chi controlla il sale,
in cucina, controlla almeno il 50% del gusto. Ma quanto sale
sta in un pizzico? Da questa domanda parte la sua ricerca per un
metodo di salatura più esatto e controllabile possibile: al Combal.zero,
il suo ristorante, il sale viene usato in forma liquida, in salamoie.
Scabin
ha introdotto particolari vaporizzatori (che ricordano molto quelli dei
profumi di un tempo), grazie ai quali una soluzione salina viene nebulizzata
sui cibi. La soluzione è sempre al 20%, e a seconda di quanti colpi
di spruzzatore si danno, si decide la quantità di sale trasmessa
ai cibi. Dice Scabin: La cucina con microporzioni esige minime quantità,
ben definite. Un pizzico di sale pesa più di un grammo. Ma una
microporzione ne richiede molto meno. No al sale Q. B.!
In collegamento Igor Macchia, suo collaboratore, prepara la check
salade, 25 elementi in sequenza (differenti tipi di insalate), che conditi
in differenti maniere (3 oli, infusi di aceto e sale vaporizzato) danno
origine al check per il palato, prima di iniziare il pasto vero e proprio.
Le idee di Scabin affascinano, specie quando fa la distinzione tra sale
in soluzione a crudo e sale in soluzione cotta, affermando che il sale
in soluzione cotta aumenta la percezone di salato del 30%. Chiude il suo
intervento enumerando tre tipologie della sua nuova idea di salatura:
-a impulsi di vaporizzatore -a tempo, grazie a un compressore -a iniezione E con un consiglio sentito: Salare diverso, salare controllato. Tocca
a Carlo Cracco, accompagnato dal suo assistente Matteo Baronetto,
avvicendare Scabin. La prima ricetta che fa conoscere alla platea sono
le sue cozze destrutturate-ricreate. Nate da una riflessione sul guscio
di questi molluschi, consistono nel fare dei calchi in pasta dei gusci
delle cozze, render dura la pasta, colorarla con nero di seppia, e ri-empirle
di nuovo con la cozza, pomodorino pachino, chiudendole con un secondo
guscio. Piatto giocato tra sensazione del croccante (guscio in pasta),
umidità salmastrosa (cozza) e gusto pieno (pachino).Laltro piatto presentato e realizzato in diretta è il risotto con acciughe in pezzetti gelatinizzate, zenzero, pepe di Sechuan. Assai interessante la preparazione, che necessita per il risotto (preparato in questo caso con acqua, non con brodo) di una percentuale di riso Venere aggiunto al Carnaroli a cottura, e dona alla parte visiva del piatto un certo movimento. I pezzetti di acciughe vengono messi in gelatina con lagar-agar, e in questo modo, una volta inseriti nel risotto, non si sciolgono, ma rimangono a dettare uno scarto di consistenza tattile. Terza
prova di cucina: misurarsi con labusatissima insalata russa. Cracco
raccoglie la sfida, preparando bianchi dischi di isomalto, zucchero e
capperi. Su ciascun disco stende poi linsalata, una fettina di tartufo
nero, poi copre con unaltro disco, chiudendo il tutto con la fiamma.
Una revisione di insalata russa in chiave di leggerezza e appetibilità.Giusto pochi minuti di pausa dopo Cracco, e ci si rende conto che cè fibrillazione in giro. Arriva infatti Ferran Adrià: la sala è gremita, e lui parte a razzo, in catalano, a parlare del mare. Ha una voce particolarmente roca. Parte velocissimo, e la platea si rende conto che non riesce a seguirlo: servono le cuffie per la traduzione; pausa cuffie, e intanto si può scendere al piano di sotto a vedere di cosa si sta parlando in sala blu. Il
pane, la pasta e la cucina scientifica, ecco il tema del giorno per questa
sezione. E si fa in tempo ad essere catturati dal carisma di un personaggio
meravigioso, Eugenio Pol, panificatore della Valsesia, che gestisce
il Vulaiga, negozio di panificazione naturale. Pol sta rispondendo alla
marea di domande che la sua conferenza ha scatenato. Aveva parlato della
pasta madre, ovvero del lievito naturale che egli conserva e rigenera
continuamente per produrre i suoi celebri pani della Valsesia. Sul banco
ci sono pani enormi, quasi monumentali. Pol ha spiegato passo per passo
i principi della fermentazione, da come si innesca a partire anche solo
da acqua e farina (ma anche da fichi secchi, uva passa, patate, ceci...),
a come il lievito matura e prende caratteristiche uniche, a come conduce
le sue ricerche sui cereali rari. Parla di un cereale che ama particolarmente,
un predecessore del farro, il frumento monococco (il cosiddetto piccolo
farro), coltivato già 13.000 anni fa nella mezzaluna fertile, e
gli occhi gli si illuminano. Nel suo lavoro cè la coscienza
di fare cose importanti, di lavorare con materie particolari, per trarne
il massimo nella resa di panificazione. Nei
suoi pani adopera farro, frumento monococco, grano duro Senatore Cappelli,
grani teneri dai nomi sconosciuti ai più (marzuolo, gambo di ferro,
gentil rosso, solina) miscelandoli secondo la sua sensibilità.
E, una particolarità incedibile, i suoi grandi pani riescono a
conservarsi oltre un mese. Allassaggio le sensazioni sono particolarissime;
si ha la sensazione di non aver mai mangiato niente di simile sul versante
pane: rusticissimo e concretissimo. Pol si congeda con una raccomandazione
al suo uditorio: adoperare grano italiano e soprattutto tracciabile; ancora
meglio, il grano di collina o di montagna.Tocca a Gabriele Bonci, giovane colosso trascinatore del Pizzarium a Roma, parlare della sua ultima sfida: realizzare pane-bonsai, ovvero miniporzioni di pane che riprendano in tutto e per tutto le caratteristiche dei pani a dimensione normale. Anche lui parte dal lievito madre per realizzare le sue opere: in questa conferenza presenta un Altamura, un Cafone romano, un Toscano sciapo e un integrale (al gusto il suo Altamura ha alveolatura piccola, una crosta superficiale quasi caramellata, profumatissima, e una elasticità sorprendente; lintegrale stupisce per fragranza dei profumi). Particolarità tra le particolarità, per ogni tipologia di pane è andato nel luogo di produzione a cercare i lieviti madre. Dalla Puglia, ad esempio, ha portato con sé una madre antichissima, di San Giorgio Ionico, tramandata da 4 generazioni di panificatori. Parla delle difficoltà oggettive che stanno dietro alla panificazione naturale, e delle ulteriori difficoltà nel realizzare pani in miniatura. Perché
realizzare pani-bonsai? Bonci, un fiume in piena di energia e vitalità,
non esita un attimo a rispondere: per cercare di superare una frontiera,
per sperimentazione. Ma in effetti questa tipologia di pane potrebbe essere
presa in considerazione anche da una ristorazione attenta al valore del
pane in tavola. Il suo intervento si allarga dal pane alle farine, e alla
problematica di reperire farine di alta qualità di origine sicura.
A dettar legge oggi sono i grandi mulini, dice Bonci, che invadono il
mercato di semilavorati e impongono lo stile panificatorio che fa comodo
a loro. Diventa sempre più difficile trovare posti come il Mulino
Marino di Cossano Belbo, dove acquistare farine da cereali eccezionali
lavorate con amore. Sul tema della tecnologia Bonci non si risparmia,
e mentre al piano di sopra sta parlando proprio Ferran Adrià lui
esclama: La tecnologia non serve per i sifoni, ma per far vivere
meglio persone come i celiaci.Laffermazione serve per introdurre lintervento di Luis Livdi, ingegnere chimico gestore di un nuovo forno-pasticceria romano, in Trastevere, Le Ben, che produce prodotti per celiaci. Lun per cento della popolazione italiana è allergica al glutine. Questo significa che circa 600.000 persone non possono cibarsi di pane e pasta normali. E questo comporta una grandissima serie di frustrazioni e di difficoltà per i celiaci. Che, tra laltro, per avere diritto al rimborso delle spese per i loro alimenti speciali, devono acquistarli in farmacia e conservarne lo scontrino. Ma, sbotta Livdi, un pane comprato in farmacia non può non sapere di supposta! Bisogna creare le condizioni affinché il celiaco possa mangiare con gusto. La costosa catena di sicurezza per non contaminare con glutine i cibi per celiaci fa sì che si vada poi a risparmiare sul prodotto finito, sul pane stesso. Bisogna invece puntare a fare pane senza glutine per la cucina di eccellenza. Io voglio creare un manifesto del piacere senza glutine!. La degustazione gli dà ragione. I due pani presentati sono davvero buoni. E
infine è il momento di Fulvio Pierangelini, patron del Gambero
Rosso di San Vincenzo. Poco prima del suo ingresso in sala, appare
intorno al tavolo del conferenziere un vassoio con alcuni ingredienti.
Tra gli altri, si riconoscono gamberi, pomodori, farina di ceci. Per chi
conosce la storia di Pierangelini vedere quegli elementi in un vassoio
dà un tuffo al cuore. Un capolavoro in fase potenziale. La conferenza
è a quattro mani: Pierangelini è supportato dallapproccio
scientifico di Davide Cassi, studioso dellUniversità
di Parma, che esordisce dichiarando: meglio parlare di cucina scientifica
piuttosto che di cucina molecolare. Secondo Cassi non servono strumenti
fantascientifici per progredire; serve la conoscenza di cosa succede nei
procedimenti della cucina. Vale, fra tutti, il paradigma della maionese:
ai tempi degli egizi gli ingredienti per realizzare la maionese cerano
tutti. Eppure la maionese è nata solo nel Settecento. Prima mancava
il procedimento, lemulsione. Prende la parola Pierangelini: Non
voglio additivi nei miei piatti. Non voglio che nelle mie ricette venga
scritto E115, E225... E Cassi: La cucina scientifica non è
vedere la cucina dal punto di vista scientifico, ma vedere la scienza
dal punto di vista gastronomico. Pierangelini
e Cassi si sono misurati su una pasta da tirare al mattarello che possa
esser mangiata da celiaci. E il cuoco ha voluto mettere un paletto in
più: la pasta doveva avere materie prime tradizionalmente appartenenti
alla cultura italiana. I cinesi producono pasta con il riso tramite il
processo di gelificazione. Ma il gel al palato italiano risulta appiccicoso,
non piace. Punto di partenza allora, la farina di ceci. Che di per sé
non è lavorabile, perché non contiene glutine. Come renderla
tale? Cassi individua il procedimento, dopo lunghi tentativi e una riflessione.
Il glutine sono proteine che si legano anche a freddo. La farina di ceci
ha proteine, che però a freddo non si legano. Il processo termico
consente di denaturare le proteine, facendo in modo che si leghino anche
a freddo. (In pratica: la farina viene passata in forno a 80-100 gradi
per un ora e più). Ma
serve anche limpronta del cuoco sensibile: per lavorare questa farina
non funzionano le impastatrici: sono indispensabili le mani (ed inoltre:
non serve uovo, ma solo un goccio dolio). E la dimostrazione pratica
è commovente: Pierangelini fa una variazione sul suo classico,
la passatina di ceci: crea ravioli di sfoglia di ceci ripieni di gambero,
su passatina, con pomodoro e olio doliva. E mentre lavora lancia
una sua poetica: dobbiamo portare avanti con la scienza una storia
che ci appartenga. Questo piatto non è un surrogato
di qualcosaltro; è qui lapproccio etico per i celiaci:
non si surroga, si crea qualcosa di nuovo.Le ultime parole - un fuori onda - vanno di diritto di nuovo a Pierangelini, che nel momento di montare i piatti si gira verso un suo giovane collaboratore e sbotta: Ma no, ca**o, cosa combini! Col pomodoro devi esser delicato, hai capito? Delicato!. Il pubblico se la gode. Fantastico. Nella 2^ foto: Davide Scabin Nella 5^ e 6^ foto: Carlo Cracco Nella 7^ foto: Ferran Adrià con Paolo Marchi Nella 8^ foto: Eugenio Pol Nella 9^ foto: Gabriele Bonci Nella 10^ foto: Fulvio Pierangelini con Davide Cassi 5 marzo 2007 |
||||||
|
prima pagina | la parola all'agronomo | l'appunto al vino | l'articolo | in azienda | in dettaglio | en passant | affari di gola presa diretta | mbud | rassegna | la cucina | appunti di viaggio | assaggiati per voi | visioni da sud | sottoscrivi | scrivici |
||||||