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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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Stràva,
Pir o Triznà, stasera si beve! (II parte)
I riti del bere nel medioevo russo Ringraziamo Aldo C. Marturano, studioso di Medioevo Russo, per questo interessante contributo che pubblichiamo in due parti. Seconda parte (Prima parte) Abbiamo parlato di cerimonie in cui la bevuta era obbligatoria e cerchiamo di trovare qualche notizia scritta sull’argomento. La strava ad esempio è un antichissimo tipo di banchetto funebre slavo (nel panorama dei riti funebri indoeuropei) per la morte di un capo e di essa ne abbiamo una descrizione classica per la morte di Attila in Jordanes alla quale rimandiamo il lettore curioso per leggersi il testo intero. Lo stesso doveva essere per la triznà come la descrivono le Cronache Russe quando Olga, alla ricerca del cadavere di suo marito nella Terra dei Drevljani, la indice per onorare la morte di Igor in cui i Drevljani di Iskorosten’ (questa era la loro capitale a pochi chilometri da Kiev), suoi uccisori, sono obbligati a fornire tutto il mjod necessario alla celebrazione. Questa triznà finisce in un’ubriacatura generale, tanto che Olga riesce a far trucidare i Drevljani ancora ebbri e compie la sua vendetta contro ogni regola di lealtà. Probabilmente, se accettiamo l’etimologia suggerita da D. Ilovaiskii (1876), triznà significa "divisione in tre parti" poiché, secondo il racconto di Ibn Fadhlan, quando moriva un capo dei Rus’, le sue sostanze erano divise in tre: una parte andava alla sua famiglia, con un’altra si compravano i vestiti e gli arredi della cerimonia funebre e infine, la terza, veniva tutta spesa per il convito corrispondente alla triznà! Pir invece è una parola molto più generale per banchetto, convito... con bevuta! Sicuramente il pir ricalcava modelli molto anteriori e il codice che lo regolava doveva essere più o meno lo stesso a parte le celebrazioni per le quali veniva allestito. In altre parole ogni qual volta si richiedeva un pir c’erano dei menu obbligatori fissati dalla tradizione e le bevande adatte già prescritte da mescere per ciascuna occasione. Ed ecco qualche aspetto curioso del pir. Il primo di cui abbiamo notizia è certamente quello tenuto da Svjatoslav nel 965 quando dopo aver conquistato la fortezza cazara di Sarkel (Belaja Vezha in russo) sul Don celebra la vittoria insieme ai suoi saccheggiando le provviste della fortezza stessa. Non sappiamo quanto lo stesso Svjatoslav indulgesse nella bisboccia poiché è rimasta famosa la frugalità di questo variago, signore di Kiev, che preferiva mangiare ad imitazione dei nomadi della steppa sottili strisce di carne di cavallo tagliate dagli animali ancora vivi e, dopo averle infilate in uno spiedone, arrostiti sul carbone come ancora oggi si fa il turco döner kebab. Fu dunque questo il piatto caratteristico in quella occasione? Nel 996 abbiamo notizia dalle Cronache che Vladimiro consegue una grande vittoria contro i Peceneghi, altro popolo turco della steppa ucraina. In questa occasione fu indetto un banchetto popolare di ben sette giorni a Kiev dove ci fu idromele a profusione e kvas ed altre bevande, oltre a cibo in abbondanza per tutti, così come era avvenuto quando aveva portato in città la sua nuova sposa, Anna di Bisanzio, anni prima (988). Naturalmente molti piry seguirono a questi a Kiev. Quando poi la Rus’ si frammentò in vari stati, presso la nuova corte moscovita molte descrizioni di banchetti più "laici" con attenti particolari ci vengono riferite ora da ospiti stranieri fra il XV e il XVII sec. e, presumendo che i cambiamenti siano stati minimi col passare dei secoli, ci rifaremo in parte a questi come se fossero ancora dei piry medievali, tanto per mettere in evidenza qualche loro stranezza in più per noi che viviamo nel XXI sec. che non per elencare pietanze e ricette! Ci scusiamo con il lettore per questa digressione in ambiente nobile che in realtà ha meno a che vedere con la nostra ricerca, ma lo scopo è di raffrontare la vita nel gorod distante mille anni luce da quella del villaggio al fine di dimostrare che il gorod appariva agli occhi dello smierd come un altro mondo, grande pauroso e potentissimo, ma a lui… assolutamente estraneo! Allora che differenza c’è fra la tavola del principe russo e quella del contadino? In pratica fino al XIV sec. non doveva esserci alcuna differenza nella composizione e nel ricettario, a quanto abbiamo potuto appurare nella nostra ricerca, salvo la frutta e le bevande esotiche orientali (tatare). Entrambe le tavole avevano gli stessi cibi di base sanciti dalla tradizione e quindi tanto sacri e inviolabili da non poter essere cambiati… senza grande scandalo! Di certo la differenza stava più nella quantità e nella frequenza di certi piatti rispetto ad altri. Alla mensa del principe ad esempio era quasi sempre presente la carne e i frutti esotici, anche fuori stagione, mentre alla mensa del contadino dominavano i piatti a base di cereali. Logicamente però i riti dedicati alla sacralizzazione continua e costante dell’élite al potere erano importantissimi e quelli che implicavano il cibo, l’uso delle risorse per ottenerlo e il ruolo religioso del capo nel distribuirlo (a se stesso e agli altri) erano i più elaborati e rispettati nella loro ripetitività. Abbiamo visto come san Vladimiro in occasione della conquista di Kiev avesse fatto costruire il suo terem nella città alta. Ciò non toglie che qualsiasi evento che qui si svolgeva non avesse risonanza nella città bassa. Il teatro dello spettacolo della sacralizzazione del banchetto come cerimonia propria del Velikii Knjaz restava sempre il terem! Prima di tutto, quando un pir si teneva nelle piazze, tutti vi partecipavano, se invece si teneva nel terem ossia nel palazzo più alto del gorod, allora era richiesta tantissima pubblicità, se così possiamo dire! Il chiasso, il rumore assordante, le scene (anche violente o ridicole) di ubriachezza erano importanti e necessarie affinché il popolo sapesse che il principe stava banchettando… Per saperci muovere con la fantasia dove viveva il principe mentre si svolgeva un incontro ufficiale con ospiti di riguardo daremo allora una breve descrizione dei vari ambienti. Il terem del Knjaz si distinse sempre da tutte le altre costruzioni civili di Kiev (e delle altre città russe, a parte Novgorod-la-grande) per la sua magnificenza. Il terem visibile da lontano per chiunque si avvicinasse alla città era costruito sul cosiddetto Monte di Vladimiro (Vladimirskaja Gorà). In questa area non era permesso a nessun’altro avere case di abitazione senza speciale autorizzazione. Solo intorno al XI sec. fu concesso ad alcuni bojari di avere le proprie case non lontane dal terem, ma per la semplice ragione che il Knjaz in questione, Jaroslav (erede e figlio di san Vladimiro) in questo modo poteva avere costantemente sott’occhio questi personaggi della nobiltà "campagnola" dei quali si fidava poco! Il terem aveva un primo piano (podklet) a livello del suolo molto alto e fatto di solito con pareti di ciottoli di fiume cementati insieme (o di mattoni, che vennero in uso più comune con i bizantini nel XII sec.). Sul podklet poggiava la travatura che faceva da pavimento al secondo piano. A partire da questo la costruzione continuava ora tutta in legno, secondo il vecchio pregiudizio che vivere in ambiente di legno (la foresta è fonte di vita!) era più sano che non circondati dalla terra (l’argilla cotta ossia lo stesso materiale del luogo sotterraneo dove giacciono i morti!). Sul secondo piano poi si trovava la cosiddetta gridniza e la povaluscia, due sale di pari dimensioni nelle quali si viveva di giorno (nella prima) e si dormiva (nella seconda). Nella gridniza di solito si tenevano le riunioni fra gli uomini del Knjaz e talvolta anche qualche banchetto più intimo, ma i grandi banchetti si allestivano nel piano di sotto. Qui lo spazio era più ampio e soprattutto, dato che questi eventi erano serali e notturni, a causa dell’illuminazione con fiamme nude si limitava al massimo il pericolo di incidenti che avrebbero potuto causare un incendio devastante. Nel podklet infatti erano sistemate le cucine (strjapusci)… A parte, nel piano superiore, c’erano le cosiddette svetlizy o camere delle donne in cui l’illuminazione era data dalle finestre e non c’erano pec’ki per riscaldamento poiché questi ambienti erano usati durante l’estate!! Nella povaluscia si dormiva per terra su stuoie di feltro coperte da pellicce e ci si copriva con altre pellicce e il Knjaz, temendo per la propria vita, dormiva insieme ai suoi uomini più fidati e sempre all’erta. Soltanto quando desiderava incontrare sua moglie, andava a visitarla nella di lei svetliza. Il timore costante dell’attentato poneva il Knjaz in modo molto critico di fronte al cibo e a chi lo preparava per cui il cuoco o la cuoca dovevano essere fidatissimi e attentissimi poiché in qualsiasi caso dubbio in cui il Knjaz si fosse sentito male, i primi a temere per la propria vita erano proprio loro! E’ probabile che proprio a causa di ciò, la carne arrostita fosse preferita senza salse e intingoli in principio sospetti! Dalla sommaria descrizione data sopra non dobbiamo immaginarci il terem come una costruzione semplice e solitaria e isolata, ma come parte di un’usad’ba (che abbiamo preferito interpretare come cascina) dove c’erano campi e orti in cui si coltivava di tutto, salvo naturalmente le derrate che venivano dalla campagna o addirittura dall’estero! Nel terem di Kiev probabilmente si piantarono anche i primi alberi da frutto dopo che questi erano stati "provati" nel vicino Convento delle Grotte dove infatti è registrata la piantumazione del primo melo intorno al XIII sec. d.C.! Dalle Cronache Russe sappiamo che il podklet era sempre ricolmo di derrate alimentari in quantità veramente enormi ed eccessive, stando alle descrizioni fatte in occasione di rivolte e conseguente saccheggio da parte del cosiddetto popolaccio (cjorn’). Queste rivolte successe abbastanza di frequente a Kiev (e in altre città) e talvolta taciute dalle Cronache Russe ci dicono come il rapporto fra il potere e il popolo fosse molto instabile… ma questa è un’altra faccenda! Una cerimonia magica del Knjaz che prevedeva un banchetto finale è la caccia (ohota). Tutti erano obbligati ad aiutare nella preparazione di questa impresa "guerresca" e nella propiziazione degli dèi che permettevano l’uccisione di alcuni abitanti della foresta. Quando la caccia si sarà finalmente conclusa alla fine della giornata, gli animali uccisi (di grossa taglia, perché già sappiamo che il Knjaz non caccia quelli piccoli), saranno squartati e una parte sarà data anche agli abitanti del posto in un altro grande pir (banchetto, in russo)!. Il Knjaz escluderà dall’offerta nel pir solo alcune parti degli animali, considerate riservate. Il Knjaz infatti non solo ha cacciato per tenersi in forma con le armi, ma anche per rinnovare la propria virilità e il proprio potere fisico che si possono rigenerare proprio con queste parti del corpo delle prede (i testicoli!). Il pir tuttavia fondamentalmente rimane un modo per legare la gente intorno a sé e per far riconoscere la propria autorità, nel caso del Knjaz che lo offre e lo presiede… Una cerimonia sacra dunque, e non un semplice rimpinzarsi! E, siccome quest’uso magico del pranzo è uno dei pilastri fondamentali della socialità umana, rammentiamo che rifiutare un invito a pranzo significa (ancora oggi) rifiutare l’amicizia, l’accordo, la riconciliazione… I Variaghi in Terra Russa, esalteranno questa cerimonia del mangiare e del bere anche perché così si rinnova il patto che i Variaghi della compagnia armata del Knjaz facevano con il loro leader (detto in norreno il Patto dei suthnautar, ossia di coloro che cuociono il pasto insieme)! Se però questo è il comportamento del circolo intorno al Knjaz, quale sarà quello del contadino "affamato" in un pir? E in quali occasioni "sacre" sarà allestito un incontro conviviale nella casa del contadino slavo? Lo vedremo in un altro capitolo… Per ora diciamo che, una volta fissata la data, veniva nominato un capo del pir che doveva presiedere all’ordinamento dei posti a seconda dell’importanza degli ospiti e dei commensali soliti e, al momento del banchetto, aveva pieni poteri su chiunque (in teoria persino sul Velikii Knjaz) per qualsiasi questione, in special modo nel caso che sorgessero litigi a causa della bevuta oppure per i caratteri permalosi dei convitati. Costui fissava in accordo col cuoco il menu e l’ordine di portata, controllava la salubrità dei cibi e si preoccupava di essere sempre presso il Velikii Knjaz in modo da accontentarlo in qualsiasi sua richiesta, per quanto possibile. A quanto sembra la maggior parte delle stoviglie erano di legno (naturalmente coperte di foglia d’oro!), ma c’era anche argento ben lavorato a profusione come grandi bacili per pulirsi le mani o grandi coppe dove pescare da bere ecc.
Invece non erano ammessi coltelli in vista né esistevano forchette in uso. I cibi non erano serviti in piatti personali e i convitati si servivano direttamente con le mani dalle portate messe davanti a loro. In un pranzo presso Basilio II a Mosca (siamo nel XVI sec.) il Barone di Herberstein vide servire un cigno arrosto dal quale Basilio staccò con le mani alcune parti per sé prima di offrirlo anche all’ospite. Qui è da notare che il cigno era considerato un animale diabolico e praticamente immangiabile e trovarlo nel menu del Velikii Knjaz di Mosca è davvero sorprendente per un cattolico latino… Il Knjaz inoltre sedeva più in alto degli altri invitati e nelle sue vicinanze nessuno era ammesso, salvo l’andirivieni del capo convito e degli assaggiatori. Di solito i piatti preparati erano messi in fila dinanzi al Knjaz tutti quanti insieme e questi ne mangiava per primo e soltanto quanto restava veniva passato al resto dei commensali seguendo un certo ordine di importanza. A volte per onorare uno di loro il Knjaz poteva anche raccomandare al capo convito di servire questo ospite prima di altri indicando quale piatto… La cerimonia più interessante erano però osservare gli innumerevoli brindisi. Si diceva che un banchetto non era riuscito, se non si fossero consumate numerose (decine) botti di mjod… Naturalmente presso la tavola dei ricchi scorreva anche vino greco delle specie più dolci come quello che veniva dalle viti di Monemvasia (Malvasia). Ogni commensale aveva l’obbligo di brindare salutando e augurando fortuna e salute al Knjaz e poi con qualche parola di circostanza anche inneggiare all’avvenimento per il quale il pir era stato allestito. Si beveva in corni di uro con orlo e punta argentati, come abbiamo detto. Non vuotare un corno pieno significava non partecipare pienamente al pir e quindi offendere il proprio amfitrione e se restava del liquore nel fondo significava che chi aveva appena bevuto era un bugiardo e l’augurio da lui partecipato non era del tutto sincero. A queste violazioni badava l’attenzione del capo convito e del ganimede (ciasc’nik) che poteva poi riportarlo in un orecchio al Knjaz, causando un putiferio! I giri di brindisi erano numerosi perché era un obbligo finire il pir… in grandissima allegria, ma soprattutto ubriachi! E, attenzione!, l’ebbrezza, come abbiamo detto, non era un comportamento moralmente negativo. Al pir tutti avevano il diritto di dire male o bene, prendere in giro o elogiare presenti e assenti, deboli e potenti senza tema di rappresaglie! E dopo le prime bevute naturalmente ciò era più facile benché ci fosse sempre chi non accettava le parole dette al suo indirizzo e si inalberava causando un parapiglia che era subito represso dal capo convito. Questo interveniva persino con suoi uomini armati e cercava di sviare l’eventuale lite verso un nuovo brindisi oppure invitando ad un combattimento personale fra i contendenti, ma fuori dello spazio del pir possibilmente. Ogni ospite lasciando la tavola doveva ringraziare ad alta voce, non il Knjaz, per carità!, ma gli dèi (o il Dio cristiano dopo l’introduzione del Cristianesimo) che aveva concesso questa possibilità e tanta ricchezza da poter nutrire i convitati con soddisfazione! Un costume sopravvissuto fino ad oggi, ma che faceva parte anche della gost’bà del Knjaz, era poi quello di riempire le "tasche" degli ospiti del cibo rimasto quando costoro lasciavano il banchetto e nessuno poteva rifiutare o fingersi malato per respingere una tale offerta! In moltissimi banchetti c’erano canti e danze al centro della sala con i cantautori mantenuti dal Knjaz stesso. I testi cantati pervenutici erano logicamente l’esaltazione della figura del Knjaz presente e delle sue imprese oppure, in mancanza di queste, di quelle dei suoi antenati, infilando nel repertorio anche testi scurrili e faceti. Quanti erano gli ospiti? Sono citati numeri enormi che a volte vanno oltre le migliaia, ma ciò non deve suscitare meraviglia. Pure in questo, niente è cambiato fino ad oggi! D’altronde il Knjaz avendo presso di sé la sua compagnia d’armi fidatissima chiamata in russo druzhina (resti dell’antico equipaggio variago!) in ogni pir già costoro, come ospiti fissi, erano centinaia! Infatti a seconda della commemorazione è naturale che il Knjaz (o il signore locale) invitasse quanta più gente possibile, anche soltanto per propaganda politica pura e persino dando a molti degli ospiti cibo insufficiente e cattivo. Se questo era il pir presso il terem, più o meno dello stesso tenore erano quelli tenuti dai bojari e quelli sacri collettivi nei villaggi per le feste comandate, naturalmente con un’ostentazione di abbondanza di gradi diversi. La Chiesa Russa naturalmente intervenne per evitare le orge e l’ubriachezza inopportuna che marchiò come aspetti pagani da aborrire tutti i piry del passato. L’ubriachezza bisognava invece tollerarla sebbene fosse poi temuta per le ragioni sopra dette quando scioglieva la lingua a chi era in preda ai fumi del mjod. Inoltre si dava una brutta immagine specialmente se l’ubriaco era un prelato o un pop visto che, addirittura, quasi sempre nei conviti era presente un uomo di chiesa… Per primo è lo stesso san Teodosio delle Grotte (XI sec.) che si esprime così sull’ebbrezza, quasi classificandola: "Una cosa è l’ubriachezza maligna e un’altra è il bere misurato e secondo le leggi (?!) e in tempi giusti e alla gloria di Dio!", mentre la Pravda Russkaja contemporanea prescrive delle multe blande e le addebita tutte al vescovo… se l’ubriaco è un suo prelato o sottoposto! Nel XII sec. ancora Vladimiro Monomaco, Velikii Knjaz di Kiev, nel suo Insegnamento (Poucenie) condanna in modo chiaro l’ebbrezza ed esorta i suoi discendenti a non cadere mai in tale stato. In verità tutte queste prescrizioni, condanne e pene che appaiono negli scritti ufficiali sono soltanto delle buone intenzioni dei legislatori o di coloro che se ne preoccupano mentre poi nel gorod e nel villaggio si indulgeva tranquillamente a bere senza limiti effettivi. L’ubriachezza aiutava in tanti casi a dimenticare e a mettere da parte i problemi. Certo! Al pop del villaggio fu data la direttiva di non provocare il bere smodato diventando ebbro lui stesso, come abbiamo visto, ma questo personaggio nei suoi sforzi di integrarsi alla popolazione delle cui anime doveva occuparsi si trovò davanti a tantissime difficoltà che l’occasione di una festa che scivolava verso la confusione e la promiscuità orgiastica antica lo aiutava persino a trovar moglie fra le ragazze del posto! Possiamo dunque immaginare come il pop avendo a disposizione il pregiatissimo vino da messa lo ponesse anche a disposizione dei suoi pochi amici del villaggio (al di là dell’additare ufficialmente i piry del mir come riti pagani!) al posto del plebeo e pagano mjod…come ci raccontano le byline! Nel villaggio si continuò a frequentare il pir come l’occasione dove stare insieme in serenità e allegria edonistica, con tutte le abitudini e i costumi tradizionali di cui si restò gelosamente custodi perdonando gli eccessi. Anche la donna beveva e bene, come in città così nel mir. Questo è comprensibile quando si pensa che era proprio lei a preparare le bevande, fermentate e non, ma, a quanto pare, meno dei congiunti maschi. Si conservò anzi un sano costume da parte delle donne. Alla fine di un pir all’aperto toccava proprio alle donne fare un’ispezione per vedere se tutti gli uomini fossero in piedi e non corressero il rischio di morire rimanendo stravaccati per terra all’addiaccio. Era credenza che una morte di questo genere destinava il defunto ad una vita nell’aldilà senza pace giacché da morto impuro nessuno lo avrebbe mai sepolto. Perciò occorreva rimettere in piedi l’ubriaco per portarselo vivo a casa! Oltre a ciò c’erano degli scongiuri da pronunciare ad alta voce lasciandolo dormire ben infagottato sotto l’occhio vigile della donna. Questa rimaneva allora attenta, ma non doveva assolutamente dormire! Come fare a restare sveglia? Per riuscire a vegliare era prescritto tenere nelle mani della cera bianchissima e pronunciare altri scongiuri ad alta voce.
Alcol e vino abbandonate questo corpo e andatevene nella foresta dove gli uomini giusti non vanno, dove i cavalli non pascolano e gli uccelli non volano … Fatelo ritornare in sé quest’uomo, vostro schiavo (cioè degli dèi)…
Alba-albuccia bella bimba, tu stessa madre e regina e tu o Luna e voi o Stelle portatemi l’insonnia e tu… stenditi vicino a me e manda via dal mio corpo questo cattivo spirito (prendendo su di sé la personalità dell’ubriaco che dorme)… _____ N.B. Tutti questi scongiuri sono stati naturalmente registrati dopo l’introduzione del Cristianesimo e quindi sono accompagnati da ripetuti segni di croce e da ripetute invocazioni al Dio cristiano, alla Trinità, agli Angeli ecc. (ACM) Dietro questi rituali però ci si proteggeva anche da un’altra minaccia, quella più grave. Di notte gli stregoni vanno in giro per mutilare i cadaveri freschi o i dormienti ubriachi e, con questi pezzi, preparare i loro pasti magici… © 2006 di Aldo C. MARTURANO dal libro VITA DI SMIERD, Cibo e Magia nel Medioevo Russo Bibliografia (i titoli delle opere straniere sono stati tradotti in italiano, se non esiste già o non è nota all’autore un’edizione italiana della stessa opera. Le lingue in cui le opere sono state consultate hanno le seguenti indicazioni: ru. per russo, ted. per tedesco, fr. per francese, ungh. per ungherese, ing. per inglese, sp. per spagnolo, rum. per rumeno) Mitologia/Religione/Folclore
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