Sulle tracce della
vera pizza napoletana
di Fabio Cimmino
Ho
trascorso una tre giorni intensissima con l'amica giornalista Mayumi
Nakagawara ed il fotografo Francesco Nikki Takehico (www.siteniki.com)
per organizzare un pezzo commissionato da una nota rivista professionale
di cucina giapponese sulla "vera" pizza napoletana. Un'occasione
anche per il sottoscritto di fare i conti, ancora una volta, con la
propria latente ignoranza ed approfittarne, allo stesso tempo, per poter
approfondire più da vicino uno dei cibi preferiti dal popolo
napoletano. Una delle specialità che, per comodità e per
piacere, consumiamo con maggiore frequenza. Una di quelle bontà
accessibili a tutti per il costo contenuto e la reperibilità
in ogni angolo del capoluogo partenopeo (affollato da un vero e proprio
esercito di centinaia e centinaia di pizzerie).
Enzo Coccia è stato il punto di partenza obbligato.
Attualmente oltre a gestire con successo la sua pizzeria in Via Caravaggio
53/55 a Napoli (La Notizia, tel. 0817142155) organizza corsi
professionali per pizzaioli sia italiani che, soprattutto, stranieri
(www.pizzaconsulting.it).
In questo ultimo periodo è alle prese con una nuova sfida, in
stretto contatto con le aziende leader della produzione di vino in Campania,
per riportare e rilanciare all'attenzione di pubblico e di critica il
problema, mai del tutto risolto, dell'abbinamento vino-pizza. Cominciamo
proprio da qui. L'abbinamento della pizza con il Gragnano (rosso
frizzante ed amabile) e con l'Asprinio d'Aversa è un dato
storico essendo citato già nella letteratura che precede il periodo
delle due guerre mondiali e l'occupazione degli americani a Napoli.
E' quindi assolutamente plausibile che sia stato proprio il passaggio
dell'esercito yankee nel capoluogo partenopeo ad importare il consumo
di bevande estranee alla cultura partenopea come la Coca-Cola e la birra.
Abbinare il vino alla pizza significa pertanto il recupero di una tradizione
storica salda e ben radicata, la riscoperta di quello che era. In questi
tre giorni, durante i ripetuti assaggi di pizze effettuati, in più
di un occasione siamo riusciti ad ottenere che ci venisse servito del
vino: con il Gragnano della Casa Vinicola La Mura di S.Antonio
Abate dalla Pizzeria del Leone di Alberto Lento (Via Abate
Michini 50/A tel.0817518610) ) e con l'Asprinio d'Aversa di Grotta
del Sole dall'Antica Pizzeria Brandi (Salita S.Anna di Palazzo,2
angolo Via Chia, tel. 081416928); posso confermarvi che il primo preferibilmente
sulla Marinara ed il secondo sulla Margherita ci fanno all'amore.
Da Salvatore Varriale (Rosiello in Via S.Strato tel. 0817691288),
nel suggestivo panorama del suo ristorante, a picco sul mare di Marechiaro
con vista mozzafiato sul golfo di Napoli, abbiamo sperimentato, invece,
un abbinamento speciale: quello di una pizza condita con i pomodorini
freschi del suo orto e un'ottima mozzarella di bufala casertana con
la sua vivace ed aromatica Uva Rosa di Posillipo, un altro matrimonio
risucitissimo, come quello straordinario anche se più pretenzioso
proposto dall'amico sommelier Angelo Caprio della Pizzeria
Mascagni (Via Mascagni, 42 tel.0815602900) con il Furore di Marisa
Cuomo su una Margherita questa volta in versione classica. Spero
che le iniziative cui accennavo e che a breve vedranno protagonista
le pizze di Enzo Coccia con alcune delle più rinomate etichette
della tradizione campana possano ridare nuovo impulso, sollecitare nuovi
stimoli ed attirare attenzione verso questo argomento di grandissima
attualità.
Se l'abbinamento pizza-vino può risultare materia ancora marginale
ben più complessa rimane, invece, la questione degli ingredienti
da impegare nelle due pizze classiche della tradizione, la Margherita
e la Marinara, per non parlare, poi, della loro precisa lavorazione
ed ottimale combinazione. Per una giapponese alla ricerca di una ricetta
esatta, direi scientifica (Enzo ci ha provato), ma che allo stesso tempo
fosse condivisa da tutti, l'obiettivo, alla fine, si è rivelato
irraggiungibile. Se non è vero che le particolari condizioni
di caldo e di umidità possono rendere, addirittura, impossibile
la preparazione dell'impasto, è, invece, verissimo che influiscono,
in maniera determinante, sulla stessa preparazione richiedendo di volta
in volta una messa a punto "ad hoc" che solo una mano veramente
esperta è in grado di fare. A proposito di mani sia Enzo Coccia
(che ha preparato anche l'impasto a mano appositamente per noi) che
Angelo Caprio hanno dato prova della loro abilità non solo nel
dosare gli ingredienti ma anche nel mozzare a mano millimetricamente,
ad effetto, una serie di panetti facendo registrare uno scarto massimo
di circa due grammi (pesati su una bilancina elettronica di precisione).
E' necessario, innanzitutto, ripercorrere un po' di storia passaggio
imprescindibile per poter capire la pizza di oggi. La pizza nasce come
focaccia nell'area del mediterraneo già molto tempo prima dell'avvento
di Cristo. Esistevano già allora pani lievitati e non lievitati
(basti pensare alla tradizione ebraica). All'epoca dei romani ritroviamo
forni sia pubblici (per il vettovagliamento delle milizie) che privati
impegnati a distribuire focaccie bianche lievitate come testimoniato
da alcuni reperti degli scavi archeologici di Pompei. Bisognerà
aspettare, però, la scoperta delle Americhe e l'introduzione
del pomodoro nell'alimentazione (quindi tra il 1700 ed il 1800) per
iniziare a parlare di pizza nell'accezione più vicina a quella
odierna. Fermo restando che anche con l'ascesa in cucina della salsa
di pomodoro sopravviverà per molti anni ancora una pizza bianca
con lo strutto e il basilico (chiamata Mast'Antuono). La prima
Marinara (sempre secondo fonti storiche) veniva realizzata aggiungendo
anche dei piccoli pesciolini, quelli rimasti solitamente invenduti per
la loro pezzatura eccessivamente piccola. Oggi ne vengono servite alcune
varianti: una, anche se un po' improbabile, l'abbiamo provata
dall'Antica Pizzeria Portalba (tel. 0814421061) con le alici
salate ed una altra rivisitata in chiave moderna con le alici ripiene
di provola da Alberto Lento del Leone.
La
visita della regina di Savoia a Napoli è al centro della storia
che tutti ben conosciamo e che porta alla nascita della (o meglio del
nome) pizza Margherita. Il pizzaiolo dell'attuale dell'attuale pizzeria
Brandi, portò in visione alla regina tre pizze tra cui una con
la mozzarella che fu la preferita e che in suo onore prese il nome.
Ancora agli inizi del '900 la pizza veniva venduta tramite veri e propri
"rivenditori" che acquistavano le pizze nei laboratori-pizzeria
e le rivendevano in strada preoccupandosi di tenerle in caldo con delle
apposite "stufe". La pizza Margherita di oggi prevede secondo
il disciplinare doc quanto segue: olio extra vergine d'oliva, mozzarella
di bufala campana oppure del vero fiordialatte, farina doppio 00 (qualcuno
utilizza anche piccole percentuali di tipo 0 per endere l'impasto più
o meno duro all'occorrenza), pecorino romano (pochi usano solo il parmigiano
mentre molti lo tagliano con il pecorino) ed acqua del rubinetto.
Una grande discussione riguarda l'olio che alcuni continuano ostinatamente
ad utilizzare di semi o di arachidi. Soprattutto alcune pizzerie storiche
di Napoli come l'Antica Pizzeria "da Michele 1870"
(via Cesare Sersale 1/3 tel.0815539104), tempio e tappa obbligata per
chi voglia assaggiare la pizza della tradizione. C'è anche chi
come Di Matteo (Via dei Tribunali, 94 tel.081455262) ha cercato la via
di mezzo tagliando olio di oliva e di semi. Al di là delle considerazioni
di tipo salutistico che pure non possono essere ignorate (a certe temperature
questi oli degradano arrecando danno all'organismo) ci sono disquisizioni
ben più cruciali di stampo organolettico e filosofico. C'è
chi dice che la vera tradizione è quella, noncurante del fatto
che i tempi sono cambiati e le istanze di povertà di allora (alla
base delle scelte di ingredienti a basso costo) sono venute meno e chi
continua a pensare che si tratti di una questione di gusto e che il
sapore inevitabilmente cambi. Io ritengo che l'olio di semi dia vita
ad un pizza sicuramente gustosa ma decisamente più pesante mentre
l'olio extravergine, se selezionato con le caratteristiche giuste (cioè
non troppo forte), assicuri un condimento saporito ed allo stesso tempo
delicato.
Nella Marinara scompare la mozzarella (fiordilatte) per lasciare posto
all'origano e all'aglio (quello profumatissimo di Afragola, ad esempio,
utilizzato da Alberto Lento della Pizzeria del Leone che aggiunge inaspettatamente
anche sulla Marinara qualche fogliolina di basilico). Sul sale quando
sembrava fosse l'unica cosa sulla quale tutti fossero d'accordo ecco
spuntare fuori sempre Lento consigliando il sale grosso che secondo
lui renderebbe la lievitazione una volta raggiunta ancora più
duratura. A mano non impasta più nessuno (o quasi). Ci sono le
macchine a braccio tuffante, a forcina oppure a spirale. Ed anche qui
ripartono le diversità d'opinione sulla maggiore validità
o meno dell'una rispetto all'altra a seconda dei punti di vista. La
cosa più importante rimangono i tempi di lievitazione: minimo
otto ore fino ad arrivare alle ideali 12 ore. E da questi tempi dipende
la quantità di lievito da impiegare. Quando si cerca di accorciarli
troppo e si esagera con il dosaggio del lievito si rischia che la pizza
diventi poco digeribile e continui a fermentare nello stomaco..., rischiando
inoltre di ottenere dei panetti che troppo presto dopo la lievitazione
tenderanno a sgonfiarsi.
Ormai
in disuso o comunque solo in piccolissime quantità l'impiego
del "criscito" cioè di conservare la pasta inacidita
dai giorni precedenti da utilizzare lievito madre anche se decisamente
più debole rispetto a quello di birra. Le terribili norme haccp
rappresentano un buon motivo oltre che un ostacolo a questa scelta.
E sempre le nuove norme haccp hanno mandato in pensione le vecchie sporte
in legno dove conservare i panetti, ideali per assorbire l'acqua scaricata
ed espulsa durante la fase di lievitazione, che sono state sostituite
da quelle in plastica (sic!). La legna del forno è un altro scottante
(è proprio il caso di dirlo...) capitolo: quercia (per la potenza)
e faggio (per la fiamma), chi usa solo l'una o solo l'altra, chi anche
un po' di abete e di pino, chi legni agglomerati di natura mista. L'unica
cosa che non sembrerebbe cambiare da nessuna parte (condizionale d'obbligo)
sono le pampuglie, i trucioli che servono per rivitalizzare di tanto
in tanto il fuoco. I pelati rigorosamente S.Marzano sono quelli in lattina.
Quasi tutti i pizzaioli intervistati hanno confermato di cambiare di
anno in anno la marca di pelati (un po' come per il vino l'annta risulterebbe
determinante).
C'è, infine, la pizza fritta che più di recente, anche
se lentamente, sta tornando prepotentemente di moda. Da Antonio Starita
in via Materdei (decano dei pizzaioli partenopei, tel.0815441485) siamo
andati a lezione per scoprirne i segreti. Antica quanto e più
della tradizionale pizza nel forno a legna veniva venduta nei "bassi"
dei quartieri più popolari secondo la celebre formula "ogge
a otto" (ricordiamo l'interpretazione di Sofia Loren nel film "L'oro
di Napoli"): si mangiava oggi si pagava dopo otto giorni. Di necessità
virtù nasceva una forma ante-litteram, di microfinanziamento
e fidelizzazione della clientela (il cliente tornava per pagarla e ne
prendeva un'altra così da avanzarne sempre una...). L'interpretazione
classica della vera pizza fritta è quella enorme, rigonfia d'aria
e tondeggiante che prevede cicoli, ricotta e provola, pepe nero, che
viene talvolta "sporcata" con un po' di pomodoro (a
richiesta). Scendendo in uno dei quartieri più popolari di Napoli,
Forcella, abbiamo incrociato una storia tutta al femminile quella delle
tre sorelle Apetino che animano lo storico locale De' Figliole
(Via Giudecca Vecchia, 39 tel.081286721). Qui dove si fa solo pizza
fritta (e si può mangiarla seduti) il ripieno tradizionale si
arricchisce di salame e di una serie di fantasiose varianti create più
di recente come la richiestissima chicchinese.
Insomma quale pizza ?! ... una, cento, mille pizze nel segno della tradizione,
anzi delle tradizioni. Ad ognuno la sua.
24 giugno 2007