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I titoli
Verona brinda al vino italiano Il successo delle etichette più blasonate fa crescere la qualità. A prezzi ragionevoli La bottiglia buona non è solo quella che costa molto, dalle 10 mila lire in su si possono trovare prodotti ottimi, più semplici, ma validi. Ruffelli Renzo Il Sassicaia? Per una volta lasciamolo in panchina, insieme al Barbaresco di Gaja, all'Ornellaia di Lud ovico Antinori e alle altre etichette-simbolo del made in Italy. Quanti sono i vini blasonati? Quelli che partono da un costo di centomila lire e arrivano a superare il milione. Giuseppe Martelli, anima dell' associazione enologi, ricorda che doc e d ocg (denominazioni d' origine controllata e denominazioni d' origine controllata e garantita) rappresentano circa il 20% della produzione. Ma i vini da sogno sono assai meno. E gli altri? Quelli che ognuno di noi comunemente beve a casa o al ristorante? Quanti li conoscono? Eppure qui a Verona, dove domani si conclude la trentacinquesima edizione, di Vinitaly, sono la maggioranza. Così, a girare tra gli stand, si va incontro a piacevoli sorprese: per il gusto e il portafogli. "Il vino buono non è solo quello che costa molto", assicura Marco Caprai che ha raggiunto i vertici dell' eccellenza con il Sagrantino di Montefalco Riserva '95. E Jacopo Biondi Santi (il suo Schidione Magnum si vende a un milione e mezzo) aggiunge: "Al di sopra delle diecimila lire, si possono trovare buoni vini, talvolta ottimi, magari più semplici nella struttura, ma validi". "Attenzione, però, c'è in giro ancora parecchio vino scadente - avverte Gianni Zonin, 1.700 ettari in Italia e 70 negli Usa, bottiglie per tutti i giorni, e veri capolavori come l' Acciaiolo (tre bicchieri nella guida del Gambero Rosso) -. Per fortuna quello di qualità medio alta cresce anno dopo anno. Ed è lì che si gioca la grande scommessa dell' Italia". Davvero si può bere bene senza spendere una fortuna? "La qualità vale in tutte le fasce di prodotto, anche per il vino di tutti i giorni", risponde Martelli. "é un po' come per le automobili - insiste Caprai - c'è la Ferrari e l' utilitaria, che nel traffico serve di più". "Diciamo che ogni giorno si può bere il Sassoalloro - scherza Biondi Santi elencando i suoi prodotti - ogni tre un Montepaone, ogni settimana uno Schidione, e ogni quindici giorni il Brunello". Piero Antinori cita con orgoglio il successo del Solaia '97, vino dell'anno secondo la rivista americana Wine Spectator. "Per arrivare a quei livelli ci vogliono anni di selezioni - spiega. - I vitigni e gli uvaggi che man mano non vengono più utilizzati servono per altri vini. Sempre di altissimo livel lo, comunque". "Perchˇ Batistuta segni ci vuole dietro un ottimo gioco di squadra" commenta Caprai. La pensa così anche Ferdinando Frescobaldi: "Per i grandi cru servono investimenti ingenti, possibili se l' azienda punta su diverse fasce di prodotto . Anche perché oggi il vino di qualità riesce sempre a remunerare i produttori, indipendentemente dalla sua categoria". La diversificazione come carta vincente: Frescobaldi, che negli anni scorsi ha messo a segno una joint venture con la californiana Mondavi, qui a Vinitaly ha annunciato un nuovo accordo con la friulana Attems. "I vini sono tanti, i vitigni sono tanti, i gusti sono tanti", dice Emilio Pedron amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, 400 miliardi di fatturato, 65 milioni di bottiglie. "Purtroppo - si lamenta Luciano Rappo della Cavit - anche sui giornali specializzati si parla sempre delle stesse grandissime etichette. Mi chiedo quanti siano alla fine in grado di apprezzarli davvero...". "La produzione di domani dovrà orientarsi verso forme che soddisfino pienamente il rapporto qualità-prezzo per i vini comuni e qualità-prezzo-immagine per quelli di maggior pregio", spiega Martelli. "E proprio sui vini che vengono dopo i grandissimi, l' Italia rischia di perdere la sfida con i nuovi concorrenti", avverte Pedron. "Nel nostro Paese, le aziende vinicole sono troppo piccole e frammentate per poter competere - ricorda Antinori. - Per ottenere un prodotto d' eccellenza servono capitali: per questo le proprietà pa ssano sempre più in mano a finanziarie, banche, assicurazioni. Molti, poi, vedono il vino solo come un investimento e non come un qualcosa da amare e far crescere giorno dopo giorno". A Verona, il premio "Gran Vinitaly" assegnato all' azienda che ha ottenuto più riconoscimeneti al concorso enologico internazionale, è stato vinto dalla californiana Gallo che, proprio per le sue dimensioni, è riuscita a schierare bottiglie valide in quasi tutte le categorie. "Forse non saranno i migliori vini del mondo - sostiene Pedron - ma sono quelli che il mercato preferisce. Basta con le guerre di religione tra vitigni autoctoni e internazionali...". "La concorrenza si gioca anche sulla scelta dei gusti - commenta Zonin. - Noi in Italia siamo abituati a prodotti più soft di quelli che si stanno affermando a livello internazionale. Ho investito in Puglia e Sicilia perchˇ sono convinto che lì si possano fare grandi vini dal sapore più pieno, in linea con le richieste che arriveranno dal mercato". "Fin o a oggi è stato il produttore a decidere quali caratteristiche deve avere un vino di successo - conclude Martelli. - In futuro sarà solo il mercato". (Il Corriere della Sera, 8/4/2001) Vinitaly, superstar quelli del Lazio. Il presidente della Regione, Storace, propone una kermesse romana nel 2002 dal nostro inviato (Il Messaggero, 8/4/2001) Ora il
vino si sposa col turismo 11 milioni di italiani per cantine. E'
boom degli itinerari enogastronomici doc. Verona, cresce l'acquisto direttamente
da produttori. Il Censis conferma: la vacanza si coniuga con il mangiare
bene
LICIA GRANELLO VERONA - Un partito politico di massa, assolutamente trasversale, con un golosissimo denominatore comune: la passione per il vino e per le bontà del territorio. Secondo l'ultima ricerca CensisVerona Fiere sono ben 11 milioni, gli italiani interessati a coniugare vacanza e bere bene, arte e buona cucina, relax e passeggiate in vigna. E quasi il doppio sono quelli che acquistano il vino direttamente dai produttori: che magari si fermerebbero anche, dopo aver degustato e comprato, se solo le strutture d'accoglienza lo permettessero. Abbiamo impiegato del tempo, a introiettare questa nuova esigenza, facendoci sorpassare da Paesi con una cultura del vino molto più giovane della nostra: tra California e Australia, nell'ultimo decennio, decine di milioni di turisti hanno goduto delle delizie di Napa Valley e di Barossa Valley, conoscendo produttori e gustando piatti abbinati ai vini. Davvero nulla lasciato al caso, dal tour in azienda ai gadget acquistati nel wine shop della casa, giù giù fino ai menu dei diversi ristoranti della zona da scegliere in hotel. In Italia, siamo ancora lontani da un'offerta così complessa, ma abbiamo cominciato a coniugare idee e organizzazione. Con risultati addirittura entusiasmanti, se è vero che l'anno scorso, in una sola giornata, quella dedicata in maggio a "cantine aperte", gli 800 produttori associati, hanno ricevuto quasi un milione di visitatori. Qualche dato in più per rendere anche più ghiotto un settore già piuttosto goloso di suo: un giro d'affari superiore ai 3.000 miliardi e una proiezione di raddoppio entro il 2005. Così, dopo i pionieri dello Slow Food, che oggi sono in libreria con una ventina di titoli dedicati agli itinerari enogastronomici italiani, si sono via via affermate associazioni più mirate, dalle "Città del vino", al "Movimento per il turismo del vino". A loro è toccato battezzare ieri una nuova pubblicazione, "Guida alle cantine e ai vini d'Italia": oltre mille produttori censiti e classificati in base alla qualità dei loro vini, certo, ma anche e soprattutto "letti" dalla parte dei turisti. Che devono poter contare su un'accoglienza piacevole, sulla possibilità di degustare in loco, di innamorarsi di un vino e quindi di comprarlo, di poter mangiare in azienda o a due passi da lì e nelle vicinanze trovare un agriturismo (la Michelin pubblicherà una guida apposita l'anno prossimo) o un hotel di charme dove fermarsi a dormire. Sulla stessa lunghezza d'onda, il "Turismo del vino in Italia", pubblicato dal Touring Club Italiano. Il tutto, aspettando il nuovo appuntamento con "Cantine aperte", in programma il 27 maggio. La neopresidente del Movimento del Turismo del Vino, Ornella Venica, ha introdotto due novità: una tavolozza di 13 prodotti tipici in degustazione insieme ai vini e la certificazione di qualità enoturistica. Se poi non siete lettori di guide, potete sbizzarrirvi su Internet: cento proposte di viaggi, itinerari, vacanze. La più preziosa, quella della Velier, ditta di importazioni genovesi, che vi fa incontrare il produttore preferito nella sua azienda, da scegliere in un catalogo da brivido, dallo champagne al ron. Prenotarsi per tempo. Vinitaly dedicherà nel 2002 un nuovo spazio espositivo agli itinerari di vino, olio e prodotti tipici, regione per regione (La Repubblica 9/4/2001) Enoturismo
verso 5.000 miliardi di fatturato. Debutta sul web la prima classifica
universale dei vini Vinitaly record: 135.000 degustano Italia
dal nostro inviato I Ds: "Vinitaly? Un fiasco". E subito l'assessore Iannarilli chiede i danni Un miliardo e mezzo buttato dalla finestra.
E l'assessore regionale ciociaro Antonello Iannarilli (Forza Italia) è
al centro delle polemiche. Tutto colpa della prestigiosa rassegna sui
vini internazionali Vinitaly di Verona. La Regione ha speso 1.500 milioni
per consentire ai produttori laziali di mettersi in mostra, trovare nuovi
mercati ed allargare il loro giro d'affari. La polemica è nata con un'interrogazione
presentata ieri mattina al Presidente della Regione Francesco Storace
dal gruppo dei Ds: denuncia che i nomi ed i dati delle aziende laziali
presenti alla Fiera non compaiono nel catalogo ufficiale della manifestazione.
Il catalogo, specialmente nelle fiere specializzate è uno strumento di
lavoro indispensabile. Il mancato inserimento in questa pubblicazione
significa che se un cliente vuole contattare il produttore di un vino
ciociaro assaggiato in fiera non sa dove trovare i recapiti. Problemi di tappo per il Barolo 1997 di Altare Jo Cooke Nonostante il 1997 sia stata salutata come una delle più grandi vendemmie in Piemonte, uno dei più conosciuti produttori piemontesi, Elio Altare, non farà uscire il suo Barolo, a causa di problemi di contaminazione. Lo stimato produttore italiano ritiene che la causa possa risalire ad una partita di tappi cattivi ed è in procinto di citare in giudizio il suo fornitore di tappi per un miliardo e mezzo di lire circa. Altare stima che siano state colpite più di 2300 casse dei suoi vini: quasi tutto il suo Barolo 1997, il Barolo Brunate 1997 e il Barolo Vigneto Arborina 1997, come pure i suoi tre Langhe DOC rossi 1998 - Arborina, La Villa e Larigi. Nessuno dei vini era uscito dall'azienda prima che Altare avesse scoperto il problema e che avesse deciso di non vendere i vini. Durante gli assaggi effettuati in Ialia prima delle vendite l'anno scorso e all'inizio di quest'anno Altare ha scoperto l'odore di muffa e di carta secca caratteristica dei vini che sanno di tappo. Ha dunque organizzato squadre indipendenti di assaggiatori esperti di vini italiani per esaminare i suoi vini, servendo quelli sospettati di essere difettosi accanto ad altri non contaminati. "I risultati del test hanno provato definitivamente che il 95% del vino con sospetto sentore di tappo erano contaminati," ha detto Altare. "I vini sapevano tutti di tappo". Un laboratorio locale ha analizzato il livello di TCA - trichloroanisole, la sostanza chimica considerata di essere la causa di molti casi di vino difettoso - in un certo numero dei suoi rossi 1997 e 1998 e lo ha trovato estremamente alto, ha detto Altare. È noto che il TCA, formato dalla reazione dei fenoli (composti organici presenti nei tappi, nei grappoli e in altre piante), si sviluppa sugli alberi da sughero, durante la lavorazione, o dopo che i tappi sono stati spediti ai produttori. "È assurdo," si è lamentato Altare. "Io passo un anno lavorando sui vini. Spendo milioni di lire nell'affitto delle vigne. Investo altri milioni in barrique nuove. E poi il tutto è rovinato da tappi che costano mille lire l'uno." La seduta preliminare del tribunale è fissata per il 18 Maggio ad Alba. Altare ha detto che dovrebbe convincere la corte che la colpa è del fornitore di tappi e che in tappi non si sono contaminati durante i due mesi che sono stati in suo possesso prima dell'imbottigliamento. A causa delle leggi italiane, non ha rivelato il nome del fornitore di tappi. "Le leggi italiane stabiliscono che io posso usare solo tappi di sughero per le mie bottiglie," ha detto con un sentimento di frustrazione. "D'altra parte, non c'è nessuna legge oggi come oggi che richiede al fornitore di tappi di rilasciare una garanzia che il suo prodotto non è contaminato. È tutto fatto sulla fiducia... Non posso credere che, mentre mandiamo gente sulla Luna, non possiamo allo stesso tempo rimuovere la muffa dai tappi di sughero." (Wine Spectator, 11/4/2001) Un altro produttore danneggiato dai tappi. Forse una vittima anche in Trentino. "Lotterò a fianco di Elio Altare". Magliano Alfieri, un caso da 6200 bottiglie Luca Ferrua LA MORRA Si allarga il caso "tappi avariati". Dopo lallarme lanciato da Elio Altare, colpito negli affetti più cari con la quasi totale cancellazione del Barolo '97, si unisce alla squadra delle vittime anche Carlo Sacchetto. Il dato è numericamente inferiore, ma oltre seimila bottiglie per le vigne di Magliano Alfieri sono un colpo terribile. I due produttori si sono subito alleati nella battaglia legale, che comincerà il 18 maggio ad Alba. Il difensore arriva dal mondo del vino, è Fabio Garaventa, con studi ad Alessandria e Novi Ligure. Legale del Consorzio del Gavi, ha conosciuto Altare attraverso il "tre bicchieri" Villa Sparina. E allassegnazione dei riconoscimenti "Slow Food Gambero Rosso" è legato linizio della vicenda tappi. La ripercorre Garaventa: "Quando gli enologi hanno preso in esame i campioni da valutare, hanno scoperto il problema e lo hanno segnalato ad Altare, che così ha potuto agire in anticipo. Abbiamo incaricato lenologo Valdino Diust di Udine segnalato da Angelo Gaja, allinsegna della grande solidarietò arrivata subito da tanti produttori. Dopo tante verifiche siamo arrivati alla richiesta di unudienza fissata per il 18 maggio, dove sarò affiancato dal collega Alessandro Paganelli". "Il risarcimento - continua Garaventa -, non è lunico nostro obiettivo, vogliamo che queste cose non accadano più. Ci vuole una presa di coscienza. E stato soprattutto questo a muovere Altare, un vero uomo di Langa che, quando abbiamo affrontato il problema per la prima volta, mi ha detto: io avrò la forza per reagire, ma pensate se capitasse a un giovane agli inizi, sarebbe finito prima di partire". Il nome dellazienda resta "top secret", ma è certo che non si tratta di tappi di provenienza italiana, arrivano dalla Germania e costano mediamente il triplo di quelli presenti sul mercato e mai come in questo caso il prezzo non è stato una garanzia. Carlo Sacchetto ha ricevuto la brutta notizia al Vinitaly. "Avevamo dei timori, speravo che non arrivassero conferme, invece è stata colpita la nostra barbera barricata 98. Le prime avvisaglie erano arrivate da una degustazione in Germania, ma poteva essere un caso". Purtroppo non è stato così, l"Azienda agricola Bric Cenciurio" di Fiorella Sacchetto Pittatore con cantine a Magliano Alfieri e Barolo si è vista cancellare 6100 bottiglie di un rosso in grande crescita da una partita di tappi proveniente dalla stessa azienda che ha colpito Altare. Un danno terribile per chi stava raccogliendo i primi risultati positivi dopo anni di duro lavoro. "Siamo alleati di Elio per avere giustizia. Era la nostra barbera migliore da quando vinifichiamo, ora stiamo pensando di ritirarla dal mercato". Dai dati raccolti sulla partita di tappi avariati emerge che non ci dovrebbero essere altre aziende colpite in Langa e Roero, una segnalazione ora arriva dal Trentino, ma non è ancora stata verificata. Fra i precedenti eclatanti cè il caso Berlucchi, con danni per miliardi, mentre qualche anno fa un sughero ammuffito aveva colpito la quasi totalità del Gavi dellAccademia Torregiorgi di Neive. "Un episodio - spiega il dottor Mario Giorgi, titolare dellazienda - che danneggiò in modo gravissimo il nostro mercato tedesco e avemmo in cambio un piccolo risarcimento dallassicurazione. Avevo quasi pensato di chiudere, ma per fortuna in questa attività ci sono anche tante soddisfazioni. Ora sono pronto a mettere tutta la nostra esperienza a disposizione di Altare". (La Stampa, 11/4/2001) Premiati i vini siciliani al 'Vin et spiriteux' di Bruxelles PALERMO - Dopo il successo ottenuto al Vinitaly di Verona, appena concluso, i vini siciliani hanno raccolto applausi anche sul palcoscenico del concorso mondiale di Bruxelles "Vin et spiriteux", dove hanno vinto dieci medaglie d'oro e diciotto d'argento. La Sicilia ha fatto la parte del leone tra aziende di 29 nazioni, che hanno presentato un totale di 3.007 campioni di vino. La giuria, presieduta dal direttore ed enologo della celeberrima casa francese "Chateau Margaux", Paul Pontallier, ha assegnato il massimo riconoscimento alle case prodruttrici isolane Benanti per "Chardonnay 1998 IGT", Cusumano per il Nero d'Avola "Benuara 2000", Murana per il passito di Pantelleria Doc "Khamma 1998", Vinci per il Marsala liquoroso vergine "Soleras", Florio per il Marsala vergine "Terre Arse 1990", Mid per il passito di Pantelleria doc "Nun 1999", Case di Pietra per il passito di Pantelleria doc "Nikà 1999", Firriato per il Nero d'Avola "Sant'Agostino Sirah 1998", SIV per il Nero d'Avola "Villa Torino 1999", Mid per passito di Pantelleria liquoroso "Yanir". (La Gazzetta del Sud, 12/4/2001) Dal Consorzio Castel del Monte megaprogetto per produrre il Doc. Oltre venti aziende vitivinicole della regione coinvolte in un'impresa da sette miliardi Progetti ambiziosi per il consorzio Castel del Monte, che riunisce decine di aziende produttrici di vino e aggrega quasi un migliaio di soci, tra viticoltori, commercianti e altre figure della filiera del vino. Il consorzio nato tre anni fa ha presentato a metà marzo un progetto per ristrutturare 286 ettari di vigneto, cogliendo così l'opportunità dei fondi comunitari Feoga, che incentivano il rinnovamento dei vecchi vitigni in nuove produzioni orientate alla qualità piuttosto che alla quantità. In tutta la Puglia sono stati presentati progetti simili per oltre tremila ettari, ma solo 1625 sono stati dichiarati ammissibili dalla Regione, per un totale di 23 miliardi. Poche le richieste di finanziamento dal Foggiano, la maggior parte sono venute dal Tarantino e dal Salento. Ma quello di Castel del Monte è il progetto più grosso: l'investimento complessivo si aggira intorno ai sette miliardi e mezzo, quattro dei quali finanziabili con gli incentivi. Allevamento a spalliera anziché a tendone, e meccanizzazione integrale delle coltivazioni sono le novità introdotte dal progetto, il cui obiettivo finale è la produzione di un vino Doc. Ma il consorzio, che tra non molto inaugurerà la sua prima sede ufficiale nel centro di Corato, condurrà delle sperimentazioni, in collaborazione con le università, per migliorare la qualità dell'uva ricercando i cloni delle varietà - dall'uva di Troia al Bombino nero - che garantiscono la migliore qualità. Ventidue le aziende che partecipano al progetto. Tra queste Rivera, Spagnoletti Zeuli, Torre Vento, il Grifo, Vigneti del Sud (ovvero Antinori), Torre di Bocca, Dario Chieco, le cantine sociali di Ruvo e Corato. Presidente del consorzio è Francesco Liantonio, di Torre Vento, reduce dal VinItaly di Verona ("abbiamo firmato ottimi contratti con il Canada", si rallegra). "L'obiettivo del nostro progetto, a Castel del Monte - spiega Liantonio - è produrre il meno possibile per pianta. Per ottenere il miglior vino possibile". Gianni Porcelli, è invece l'estensore tecnico del progetto per conto del consorzio: "La cosa più significativa - sottolinea - è che il primo vero progetto collettivo realizzato tra produttori per abbattere i vigneti e realizzare qualità. Valorizzando, soprattutto, le varietà presenti sul territorio, ma anche aggiungendone di nuove come il Cabernet Sauvignon". (da.c) (La Repubblica - Bari, 12/4/2001) I vini abruzzesi e la grande spinta di Verona di FRANCESCO SCIARRETTA (Il Messaggero, 13/4/2001) Cerimonia domani all'Enoteca di Mango. Vinum s'inaugura in terra di moscato (La Stampa, 14/4/2001) Dopo il caso Altare che ha gettato ombre sul settore e il tramonto di un marchio storico. "Canelli è sempre la città dei tappi". Gli imprenditori: i nostri sono prodotti seri. CANELLI Lanno scorso lapparizione sul mercato del tappo in silicone che, in qualche caso, imitava laspetto esteriore di quello in sughero; giorni fa il "caso" di Elio Altare, il produttore vinicolo di La Morra che ha annunciato il ritiro del suo Barolo 97 "perchè sa di tappo"; ieri la chiusura "per difficoltà gestionali" della Careddu, sugherificio "storico" di Canelli. Davvero troppo per un comparto che nellarea della valle Belbo, tra il Canellese e Santo Stefano Belbo, impiega un centinaio di addetti, distribuiti in dieci aziende che annualmente fatturano oltre 50 miliardi. Per questo alcuni imprenditori hanno deciso di rompere il silenzio. "Siamo stufi dei commenti di gente che di sughero sa poco o nulla - dice Giancarlo Barosio della Natural Cork, azienda di Canelli che commercia in tappi per vini fermi -. Qualcuno - aggiunge -, in merito alla vicenda di Altare, ha persino parlato di segatura di sughero. Una bestemmia. I tappi in agglomerato sono fatti da pezzi di materiale integro tenuti insieme da colle atossiche. La segatura non si trova nelle aziende serie che producono tappi in sughero". Barosio puntualizza anche i contorni del "caso" di Elio Altare: "E un produttore che ha avuto un problema con un fornitore di tappi. Tutto qui. Non per questo si deve mettere sulla graticola lintera categoria" dice e parla delle telefonate di clienti che proprio in questi giorni chiedono "assicurazioni", "il pericolo è che ora tutti si facciano condizionare e che sentano nella mente più che nella bocca il saporaccio". Per i fratelli Vera e Gianni Marini, dellomonimo sugherificio specializzato in tappi per spumanti, il rischio dimmagine per il settore del sughero è concreto e va sommato alle difficoltà di reperimento della materia prima: "In due anni - dicono - il sughero, prodotto in Spagna, Portogallo e Italia, è aumentato di 5 volte con prezzi che vanno dalle 250 mila al milione e 300 mila al quintale". Rincari che non sempre si riflettono sul prodotto finale con tappi che in media hanno segnato aumenti tra il 20 e il 50%, "ma non di 5 volte il prezzo del 98" osservano i fratelli Marini che con Barosio difendono la tradizione del tappo in sughero e sottolineano i numeorsi controlli a cui viene sottoposto, da quelli in agricoltura che controllano sanità delle piante e anzianità (almeno 9 anni) del sughero; a quelli chimici in azienda. Il rischio del "sapore di tappo" però esiste sempre, "ma per i tappi prodotti bene, cioè dalla maggior parte dei sugherifici, non si va oltre leventualità ipotetica del 6%". "Uninezia - sostengono Marini e Barosio - davanti alle decine di milioni di bottiglie di vino italiano tappate con sughero assolutamente affidabile e sano". (La Stampa, 14/4/2001) |
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