Sirah: mistero di un nome, fascino di un vino

Frammenti di Langa

Caro, vecchio, amatissimo sangiovese

I vini di Cennatoio: due verticali

Il Lugana Etichetta Nera

Chateau Latour e i suoi fratelli

Mondo Ca... bernet

Talkin' Merlot, again

Una sera coi vini di Livon

Talkin' Merlot

Sassocheto: nato per stupire
La Liberazione delle Barbere

Obbiettivo Chiarlo: La Court e Cerequio

In archivio

 


Frammenti di Langa


Sono piccole storie, giri di bicchiere, rivelateci in confidenza da vini e parole, tutti insieme attorno ad un focolare, negli ultimi freddi leggeri che preludono alla primavera incipiente di Luni e dintorni, in compagnia di amici vecchi e soprattutto nuovi, incontrati e mantenuti via via che le strade si intersecano e le sensibilità si uniscono.

Giampaolo e Giuliano dimostrano una passione giovanile ed intelligente ad ascoltare il vino e, quel che più mi piace, a non nascondere la gioia e la complicità per una scoperta inattesa, per una sensazione in più, per una vibrazione nuova, per una condivisione.

Possiedono - e non lo sanno- quella che io chiamo la capacità di meravigliarsi, dono tra i più grandi, dopo la modestia, che io ammiro a tal punto da gettare penne e tastiere al vento in men che non si dica qualora non la sentissi più, fosse solo per un attimo. In più, Giampaolo e Giuliano questa passione la sanno trasmettere anche agli altri dal momento che é genuina, di quelle che travalicano il rapporto giocoforza professionale legato al fatto che di vino - e dintorni - ne hanno fatto una ragione di vita, ossia il loro lavoro.

È infatti un'accoglienza meditata ed intima la loro, offerta nel tepore delle piccole salette di un vecchio mulino di campagna - campagna piatta e piena di Luni, già ligure ma in odor di Toscana- che hanno rinominato "Il Mulino del Cibus". Mi sono ritrovato così - en passant - a partecipare ad uno dei loro frequenti fuori-lavoro ideati per la compagnia e per lo stare insieme, quasi fosse un sussurrato, informale divagare di vigne, con il sogno inconfessato di essere magari lì, tra quei filari, ma con il dono grande di poterne godere i frutti comodamente seduti, con un bicchiere in mano.

Quel giorno ha avuto come tema la produzione massima langarola, barolo e barbaresco, proposta in confronto serrato di sei bottiglie sei da scoprirsi a giochi fatti, dopo che ne hai discusso a ruota libera, dopo che hai sparlato e ipotizzato, abbozzato emozioni, rivelato stili, percepito (forse) differenze. Così, d'acchito, senza rete, alla cieca, d'istinto. Nessuna sfida ben inteso, e nessuna aura di professionalità "sapientona" nei dintorni; solo un ritrovarsi amico, piccole storie, giri di bicchiere…

Per fortuna, nella maggioranza dei casi, leggibili sono state le differenze, percepibili le identità, a dimostrazione del fatto che peculiarità e blasone non si inventano lì per lì. Anche se non è stato del tutto agevole, di fronte a caratteri di vino assai traditori come quella semplicità inattesa e quella prontezza - nessun picco di profondità e spessore a suggerirti la via - del Barolo Bussia Soprana 96 di Aldo Conterno, o quel carattere ruvido, tagliente, asciutto e selvatico scoperto nel Bricco Asili 95 dei Produttori di Barbaresco, o quella sfuggevolezza generalizzata dell'omonimo Asili targato Ceretto.

Netti e fulgidi invece il tocco e l'equilibrio, la spontaneità direi, del barbaresco Sorì Paitin 96, mentre forieri di discussioni a non finire sono stati l'impeto e l'essenza di un Pajana 96 di Domenico Clerico. Assolutamente inconfondibile infine il passo nebbiolesco - di quelli che fanno la storia - incontrato nel Barolo del grande Bartolo Mascarello, così come inconfondibile la sua frase, stampigliata in bella vista sulla bottiglia: "No barrique no Berlusconi".

Forse stenterai a comprendere - in quel grido - il nesso che può esistere tra una "cosa" politica ed una che politica non dovrebbe essere eppure, anche nella essenzialità di un etichetta, percepisco il grande pregio della chiarezza, fulcro esistenziale di una vita intera dedicata alla ricerca della purezza (di espressione) e della sincerità nei gesti.

A tutti quei vini, puri e sinceri fin dall'etichetta, grazie di cuore.


Gli assaggi


Barbaresco Bricco Asili 1996 - Ceretto

Il naso è oltremodo rarefatto e per questo motivo stranamente poco estroverso e definito, tanto da apparirti sfuggente nella sua base soffusa di frutto rosso e di fiori. Ampio lo percepisci, ma non ne cogli l'essenza. Anche in bocca pare realizzare una progressione a strappi, con amalgama che vorrei più compiuto e solidale tra le parti. Scorrevole e delicato, rifugge il confronto e preferisce non concedersi carnoso come lo vorresti, al punto da risultare difficile l'atto del giudicare.

Barbaresco Asili 1995 - Produttori del Barbaresco

Di un colore granato dilavato ai bordi, assolutamente lucido e apparentemente scorrevole, ti avvolge intenso e peculiare con il suo quadro rustico fatto di continue sovrapposizioni sanguigne e minerali, alla cui base - poco marcato - vi sta un frutto evoluto e ai cui contorni - assai ingombranti - le note di nafta e di catrame. Non puoi non trovarlo particolare, certo è pure difficile. In bocca mostra degno vigore e maggiore sapore di quanto ti aspetti anche se l'incedere secco e oltremodo asciutto, la nota ripetuta di ghianda ed un tannino ripido e amarognolo ne disegnano un percorso forse troppo rustico. Vino che fa pensare, fors'anche alla spalla - se ce n'è oppure no - e che a prim'acchito parrebbe pure baroleggiare, per via di quell'approccio scontroso e caratteriale, così poco ammiccante, così poco estroverso, così poco fruttato. Sicuramente old style, questo sì.

Barbaresco Sorì Paitin 1996 - Paitin Pasquero Elia

Le trame del granato mostrano vivida compattezza mentre quelle aromatiche ti appaiono larghe nella loro estroversione fruttata e belle per via delle peculiari note minerali. Qualche vacuità e perdita di tono di troppo, a soffermarsi attenti. Niente di grave. In bocca è serrato nella polpa, fresco nell'impianto, bilanciato nell'influsso del rovere, con piena stoffa e sostanza espresse, pur senza essere dotato di peso o densità eccezionali. Gli rimproveriamo una certa mancanza di tensione e di persistenza nel finale ma è un barbaresco riconoscibile e sincero che gioca le sue carte - e bene - su un equilibrio lodevole, convincente, tal da ispirarmi la riprova.

Barolo Bussia Soprana 1996 - Poderi Aldo Conterno

Il tono granato di fondo ti appare di buona densità e compattezza mentre occorre attendere ossigeno e tempo prima che i profumi si compongano nitidi nella loro aerea intensità: vi riconosci - soavi, precise, bilanciate - le note calde e vinose che riconducono alla laccatura di amarena e prugna, ben sostenute dall'impianto ampio, grafitico e minerale. In bocca prevalgono la grinta acida ed una certa sovraesposizione alcolica. Una trama tannica all'insegna della levigatezza ne tratteggia il corso che, pur essendo molto piacevole, risulta lineare e semplice, senza abissi di profondità. Ad una sostanza affusolata e poco grassa fa da contraltare - dobbiamo ammetterlo- una finissima olfazione.

Barolo Pajana 1996 - Domenico Clerico

Toni cupi e densi a cominciare dai colori, che offrono un quadro molto "moderno", per proseguire poi con un naso sicuramente intenso e persistente mutuato (parecchio) dai toni empireumatici del rovere piccolo, balsamici, speziati, cuoiosi, cioccolatosi, a coprire come una coltre la sostanza fruttata, che percepisci ricca, sia rossa che nera. Brillante la nota minerale, che slancia e snellisce il corpus aromatico. In bocca è spesso e morbido, puoi masticarlo, ma i rigori tannici eccessivi apportati dai legni si traducono in una sensazione asciugante, dentro cui spuntano la vaniglia e gli aromi dolci. Vino molto spinto e di materia prima ineccepibile, che può far discutere a lungo circa la piena riconoscibilità del barolo quando vi scopri tutta quella polpa, tutto quel rovere e soprattutto tutto quel vigore sapido-acido alle spalle. Gli equilibri non sono attualmente risolti ma di certo cotanta prepotenza desidera tempo. Spalla ne ha. Il primo Barolo dell'amatissimo Domenico nel quale, nonostante siano trascorsi due anni dalla prima commercializzazione, vi sento netto il ritardo nei confronti delle subliminali armonie di cui sono capaci i suoi vini, Pajana compreso. Ma in fondo il 96 è stata una validissima annata che più di altre vuole tempo. Io nel frattempo, in attesa del tempo giusto, sto alla porta.

Barolo 1996 - Bartolo Mascarello

Aromaticamente lo ritengo piuttosto scontroso a mostrarsi nella sua piena solarità, ma pur ricalcando in buona sostanza quanto puoi apprendere dal Bussia Soprana 96 di Aldo Conterno, in un contesto più rarefatto e meno fitto, ne cogli volentieri le raffinate e sussurrate evoluzioni. Niente di tutta questa "aleatorietà" quando lo assaggi: grasso e vellutato, sostanzioso ed avvolgente, "marca a uomo" il degustatore, che non può fare a meno di compiacersi lungo il tragitto, ascoltarne la sincera propensione fruttata, assaporarne la matrice tannica sostenuta e diffusa, confondersi. Continuo ed imperterrito, tira diritto per la sua tipica strada, lastricata di fascinosi "mattoncini" sensoriali, fino al punto da impennarsi verso il cielo. Se non fosse per quel naso sarebbe pieno cielo.


Fernando Pardini
19/6/2002
(degustazioni effettuate nel mese di Febbraio 2002)

   

prima pagina | l'articolo | l'appunto al vino | la parola all'agronomo | in azienda
in dettaglio | rassegna | visioni da sud | la cucina | en passant | mbud
appunti di viaggio | le annate | la guida dei vini | rassegna stampa | sottoscrivi