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Chateau Latour e i suoi fratelli

Introduzione

Le avevo annunciate, da qualche parte le avevo annunciate, chiamandole perfino le "naturali conseguenze".

Dopo l'incontro amoroso di Merano con quelli di Bordeaux e dintorni me lo ero ripromesso di continuare - quale naturale conseguenza - la ricerca. Così è stato, e si è trattato di una cosa bellissima, che a dire il vero non la credevo capace di suscitare in me tanta inusuale meraviglia, perché ero partito sì fiducioso ma anche particolarmente agguerrito a ben valutare, meditare e criticare, eventualmente, quelle "naturali conseguenze", ogni singola loro piega, ogni piccolo loro spigolo o vacuità, per quanto modeste e terrene siano le mie capacità d'ascolto e di comprensione.

Ebbene sì, stavolta si è trattato di visitare i piani alti, anzi altissimi, delle appellations "girondines", abitati da otto campioni, all'uopo riuniti, che al solo nominarli son brividi e calori per viandanti ed enofili de le mond entier. In rappresentanza di altrettante denominazioni, con l'aura mitica e magica del blasone più onorato che si portano invariabilmente appresso da molti anni, sono scesi in campo al Club Enogastronomico Il Cavatappi di Calcinaia - profonda campagna pisana - La Conseillante Angelus Palmer Leoville Barton Cos D'Estournel Sociando Mallet Latour e Haut Brion (ve li snocciolo così, senza neanche le virgole), tutti di una medesima annata, la gloriosa 1996, in una orizzontale da fiato sospeso e da mani salde al volante per non scartare di lato.

Un occasione del genere, amabilmente organizzata dalla dinamica condotta Slow Food Valdera, abbisognava di una presentazione coi fiocchi, ed è stato così che ho visto all'opera nella veste di "presentatore" e commentatore Ernesto Gentili, detto IL Gentili, livornese di ferro dalla istintiva, subitanea, trascinante simpatia, una delle menti e dei palati più importanti se parli di vino - magari toscano - da che è uno dei responsabili e curatori della Guida ai Vini d'Italia del Gambero Rosso nonché - l'ho capito ascoltandolo - profondo conoscitore ed estimatore del french style bordolese. Ampia e ben articolata la presentazione, ravvivata continuamente nel ritmo e nei dettagli, attirando a più riprese il vivo interesse degli astanti, giocata sulla assoluta mancanza di ridondanze od appesantimenti verbali, solo e soltanto essenza della questione, a snocciolar di storia, esperienza, estri, mercato, tendenze e stili, sì da rendere assolutamente godibile l'attesa - dentro di te frenetica - delle naturali conseguenze. Brillante e consapevole, sicura e ben tratteggiata è stata poi la degustazione guidata, con il piglio sicuro e coinvolgente di chi, evidentemente, sa di che cosa parla. Istintivo, cordiale e appassionato l'applauso finale, applauso che - sommessamente - rinnovo qui con le mie parole.

Il cuore delle mie sensazioni, vissute e scritte senza niente sapere sulla identità dei vini dimoranti nei bicchieri, se non alla fine del gioco, ve le rimetto qui sotto. Molte altre parole sarebbero necessarie, per altrettante derive. Ne traccio due sole: la prima sta nell'assoluta peculiarità della proposta, innegabile e francamente sorprendente, per un esclusivo ventaglio di stili attualmente super abusato in ogni dove ma in modo certamente differente, quasi sempre inferiore, così che in cuor mio assurgono - tali grand vins - a divenire archetipi, ora più che mai, da che ho avuto l'onore di sfiorarne l'essenza.

Rinnovo quindi tutte le mie considerazioni, a suo tempo fatte, sugli originali e sulle brutte copie e su quanto la storia e l'esperienza maturata sul campo (leggi la vigna) nei secoli, porti spesso e sovente alla creazione (creazione e non costruzione, si badi bene!) di qualcosa di unico e indiscutibilmente bello. Quasi mai avevo incontrato, sulla mia strada di degustatore consapevole, un così generalizzato stato di grazia in quanto a equilibri, armonie e sfumature - solo pregnanza, senza ostentazione di muscoli o strafottenze - così che quei vini mi sono apparsi incredibilmente fragili e delicati nella pur evidente loro solidità, quasi che bastasse un niente a distogliere attenzioni ed amore, a rompere incantesimi.

Un'altra deriva, assai più critica e pragmatica, è quella della politica dei prezzi, una deriva dalle pieghe che non mi trovano consenziente. In cuor mio ho un obiettivo principe, che crederò fino in fondo non essere utopia, quello di arrivare a parlare, sempre più spesso, di ottimi vini che siano non solo visibili ma anche fruibili, nel senso più democratico del termine, con i debiti e giusti distinguo. Oggi si assiste invece ad una speculazione incalzante e pazzerella, di largo respiro ed abbraccio - complice il periodo di vacche grasse - che sta portando via via ad aumentare il prezzo delle bottiglie sì da renderle oggetti di culto o per pochi palati (avrei da ridire inoltre sulla beltà di quei palati assaggianti e finto-gaudenti), da contornarle cioè sempre più di una aura di effimero e superfluo che la storia e la cultura dell'uomo non reclama affatto, se mi parli di prodotti della terra.

So benissimo che l'argomento di oggi è un argomento speciale e so benissimo quali siano le cause che giocano a favore dei vini d'Oltralpe, in particolare del bordolese. Nonostante ciò mi sento di imprecare contro le sorti malefiche e progressive (orchestrate, hai voglia se orchestrate!) e disapprovare la deriva: così facendo si toglierà a gran parte delle "anime salve" e genuine del pianeta la possibilità di confrontarsi con simili sensazioni, così piene e ricche di messaggi e storie, quindi anche dal punto di vista sociale è una cosa che non condivido; in più, così facendo, si tirerà un elastico destinato a spezzarsi, con conseguenze che non vorremmo.
Io auspico e desidero, fortemente desidero, una coscienza etica nel lavorare la terra, trasposta pari pari nelle cose che bevo e che mangio, quale diritto inalienabile dell'uomo a poterne godere. A maggior ragione bestemmierò più forte dal momento che ho provato sincera meraviglia ad accostarmi al mondo fatato - ahinoi quasi intoccabile (per via dei prezzi, va da sé) - dei vini di Bordeaux.

Per concludere però l'introduzione con una doverosa propensione sentimentale, pur rischiando di essere pedante rinnovo i complimenti allo spirito di chi ha voluto l'evento, perché motivato da vera, genuina passione, come quella che respiro ogni volta nei piatti e nei cibi familiari, semplici e sinceri pur essi, sfornati premurosamente dalle "donne del Cavatappi".


Gli assaggi

Chateau La Conseillante 1996 è un Pomerol di lusso con netta prevalenza di merlot (70%) e un saldo quasi esclusivo di cabernet franc (c'è pure un goccio di malbec) che oggi si presenta all'occhio di un fitto rubino e con una leggera decolorazione granata ai bordi. I profumi sono intensi e larghi, profondamente fruttati, balsamo & liquirizia, su fondo leggermente vegetale. Frequenti gli spunti dolci mentre all'aria emergono note di crema di nocciole e prugna.

Un palato di ampio respiro all'ingresso, con succosità latente e grinta acida, potrebbe far presagire "sfraceli", invece gli aromi di bocca ti ricordano sì da vicino la tostatura e il chicco di caffè da incupire l'impianto attutendone la brillantezza, insieme al tuo completo compiacimento. È un vino che non lesina in carattere ma pecca, oggi, di continuità e tensione così come, forse, di maturità tannica.

Chateau Palmer 1996 è un 3eme grand cru classé di Margaux (55% cabernent sauvignonv, 39% merlot , 4% cabernet franc, 2% petit verdot) non nuovo a farne vedere delle belle, a cominciar dal rubino vivo e compatto dell'evidenza, o dai profumi peculiari e profondi di frutta rossa (ribes e ciliegia), foglia di thè, cedro, tabacco e fiori, a regalarti un quadro che non puoi non trovare fine, così ben esposto e solare come si ritrova.

In bocca poi sfodera una tal grinta tannica ed un carattere cui l'avvolgenza e la progressione danno un senso di completezza fuori dal comune. Ottimo e trasognante, non resta che da ammirare ancora e ancora, per la coerenza, la freschezza e la personalità.

Chateau Angelus 1996 - che è un premier grand cru classé di St. Emilion - nasce anch'esso sulla rive droite, come il fratello Pomerol di cui vi dicevo pocanzi, e come il fratello Pomerol pare risentire pure lui degli estri maldestri di un'annata che non ha favorito la maturazione convinta delle uve merlot., merlot qui presenti per un buon 50%, per il resto costituendosi di cabernet franc.

Così, a partire dal colore, che ho visto intenso e scuro, vi dico poi del quadro aromatico, di gamma ben esposta e fine, che ho percepito punteggiato - quando non arricchito - dalla frutta fresca e dalle spezie fini, dagli influssi terrosi e dalla bacca di vaniglia. Non profondissimo o trasognante come vorrei, però.

In bocca è morbido ed ampio all'entrata ma non resiste a lungo all'impeto tannico un po’ sovraestratto e leggermente asciugante che monta ripido e travolge, ciò che mi fa pensare - appunto - a una non eccessiva concentrazione fruttata, venendo meno la piena continuità, la progressione, la proverbiale ricchezza e, con esse, la mia totale immedesimazione.

Ed eccoci a Chateau Léoville Barton 1996 (72% cabernet sauvignon, 20% merlot, 8% cabernet franc), un 2eme Cru Classé di St Julien molto personalizzato nell'impianto aromatico, ampio ma rarefatto, con un frutto rosso integrato alle note di cedro, menta e cuoio. Comunque fine il risultato che ne ho ricavato, di sincero bilanciamento, anche se un po’ contratto e attutito nell'insieme.

In bocca si riscatta però con la sontuosità e la fittezza dell'incedere, con una tessitura tannica a grana finissima, equilibrata e matura, con uno sviluppo di classe screziato soltanto da qualche sensazione surmatura nella polpa. Il finale in grande spolvero ti lascia bella speranza per un futuro che parla di armonie a venire e gloria di rimando.

Senz'altro il più carico e minaccioso degli otto campioni, stando al bicchiere, Cos D'Estournel 1996 - 2éme cru classé di St. Estephe con razza e blasone fulgidi e riconosciuti - è scuro e concentrato nei suoi toni rubino e ti accoglie intensamente con un quadro aromatico "moderno" che risente molto del rovere piccolo e dei suoi empireumatismi: note di torrefazione, menta, spezie fini, cioccolato sono ben più che un contorno alla base fruttata, nera e carnosa, che percepisco vivida sotto la coltre.

In bocca è ricco, avvolgente e a tratti pare aggredirti di giovanile esuberanza, con un rovere anche lì da smaltire ma con una trama tannica e un finale che lasciano a bocca aperta. Di certo non finissimo nell'insieme, con qualche punta vegetale di troppo, non puoi non ammirarne la sincera, affascinante vigoria. Forse il campione, tra gli otto, che mostra smaccatamente e spudoratamente i caratteri "classici" dell'aitanza e della gioventù, quelli che preludono però ad una vita longeva, da aprirsi a immaginabili sfumature.

Eppoi lui, fratello dei fratelli, mito fra i miti, lui che mi ha fatto prendere una paura cane da che dal mio bel bevante non ne uscivano che timidi sentori e da che la mia bocca latitava in dolcezza ma non in secchezza e compressione. Tutto chiarito per fortuna (per fortuna si fa per dire, visti i prezzi!): trattavasi di una bottiglia subdola e sfortunata. Niente di tutta questa precarietà nella seconda bottiglia, da gridarne con forza il nome: Chateau Latour 1996 - Pauillac e le uve: 80% cabernet sauvignon, 15% merlot, 4% cabernet franc, 1% petit verdot.

Dal rubino/granato fitto, sviluppa profumi intensi e inebrianti di notevole finezza, cosparsi di frutti piccoli e rossi, thè, spezie orientali, tabacco e di una brillante, bellissima nota minerale. Bocca di eccezionale continuità e pressoché interminabile suadenza. Un vino che pare giocare su equilibri sottilissimi e delicati per trarne sicuro la sua splendida razza, la sua aristocratica personalità. Pieno, caldo, cangiante e ricco di sfumature, sa unire d'incanto la complessità del grand vin al gesto istintivo del bere ripetuto. Senz'altro è un ineludibile must. A carissimo prezzo (bestemmia!) ma un ineludibile must.

È sceso in campo poi Chateau Sociando Mallet 1996 (55% cabernet sauvignon, 40% merlot, 5% cabernet franc), un Haut Medoc che non si fregia, poverino, di blasone e marchio Grand Cru, ma "soltanto" Cru Bourgeois, e che a prima vista potrebbe apparire quasi fuori posto tra cotanti primattori griffati.

Beh, intanto ti si presenta al naso amalgamato e profondo, intenso e finissimo nella sua freschezza con i riconoscimenti di prugna, cedro, grafite e thè di non usuale bellezza. Poi continua imperterrito con una bocca ritmata, consistente e spessa, continua e vivida nel succo. A tratti è masticabile e forse sconta una forgiatura non plasmata in tutti gli spigoli. Eppure la sostanza e la meraviglia dimorano lì.

Infine, last but not least, e ci mancherebbe altro, Chateau Haut Brion 1996 (45% cabernet sauvignon, 37% merlot, 18% cabernet franc) un Pessac Leognan da sogno, anzi IL Pessac Leognan per eccellenza, il cui solo nome è tutto dire.
L' ho scoperto carnoso e sanguigno, dolcissimo nel frutto, bello nelle cadenze minerali, fresco ed articolato nella progressione aromatica. Brillante, di nerbo acido presente, tutto spessore e levigatezza, mi ha rivelato dei tannini morbidi ed un rovere ben integrato; che dire? non ha niente che difetti, soltanto che mi manca un guizzo che lo trasporti in cielo, ed io con lui.

Sicuramente non lo dimenticherò, anzi, lo ricorderò per l'equilibrio e il bilanciamento delle parti, per l'impeccabilità mostratami nella rappresentazione dell'essenza di un territorio. Non una nota fuori posto, quasi fosse un'orchestra intera accordata e affiatata, per un brano non memorabile ma di grande, grandissimo effetto. In più, incredibilmente "orecchiabile".


Fernando Pardini
(15/3/2002)

 

   

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