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Talkin' Merlot

Si fa presto a dir merlot, tanto di moda esso ci appare. Lui, da vitigno parvenu come si ritrova, e che nei secoli ultimi (si parla di lui, in Francia, riconoscendolo come cultivar a se stante, solo a partire dal 1850) ha scontato l'irruenza e il carisma del suo amico-nemico cabernet, ha creato sicuramente un caso nel volgere di pochi anni: oggi è quasi sinomimo di "gusto internazionale", la grande America (del Nord) si è appassionata a lui e lo vuole, l'America di sotto lo sforna e lo risforna, l'Australia, che non è da meno, segue a ruota, l'Italia riempie di barbatelle i propri vivai e cresce ettari su ettari, di rincorsa, "vitandoli" a merlot.

Ecco che, nel volger di un solo lustro, quello che è stato considerato da sempre un ottimo vitigno da taglio, per via della malleabilità, della estrema levigatezza tannica, della grande polpa zuccherina e della bassa acidità, tale da smussare angoli e asprezze di vitigni forti e caratteriali come il cabernet (da due secoli ormai) o il sangiovese (recentissimamente), ha trovato attenzioni sincere da parte di diversi produttori attenti e perspicaci d'Italia, che hanno così intrapreso la strada dell'apprendimento, dello studio, dell'esperimento, per poterne rivelare appieno - se ci sono - le intime potenzialità, inespresse dopo anni e anni di grande produzione, semplice beva, reminiscenze erbacee sentite e trame diluite (merlottate si direbbe nel lessico tradizionale).

Rendersi conto quindi se, lavorando sul serio con il patrimonio genetico già selezionato (magari in Francia), scegliendo i terroir davvero elettivi, affinando tecniche di vigna consone alle sue caratteristiche e adoprandosi con estrazioni polifenoliche in cantina come dio comanda, l'eterno parvenu può verosimilmente trasformarsi da comprimario di lusso a solista apprezzato dalle grandi platee di curiosi enofili. Nel frattempo le platee rispondono, accorrono gaudenti sotto gli altari della sofficità tannica, del colore acceso, della dolcezza, della semplice e istintiva piacevolezza della beva disincantata, fruttata, con poche asperità e pochi abissi da scoprire. Questo il nuovo merlot globalizzato, che si vuole globalizzato, che si impone globalizzato.

A noi sembra però di scorgere isole felici in questo panorama mondiale, punte di diamante figlie di un rinnovamento tecnico e culturale che verte oggi alla valorizzazione piena di un merlot espresso in purezza, ben al di là di un semplice aggettivo qualificativo che lo vedrebbe additato come "varietale", bensì basandosi sulla ricerca in profondità dell'intimo connubio con il territorio. La chiave di volta, a parer nostro, sta proprio lì, nella peculiarità della singola vigna che lo crescerà, nella sincera elezione pedoclimatica ad accoglier merlot, magari piantato in selezione attenta di cloni a basso rendimento (grande aromaticità e contenuto polifenolico) e cloni più vigorosi (ampiamente fruttati), magari perseguito con le vigne che crescono e che, diventando vecchie, regaleranno pienezza e complessità alla loro creatura. Ma i tempi in campagna sono, purtroppo o per fortuna, beatamente slow per chi dalla vigna e dalla campagna vuole risposte rapide, quindi per ciò che adesso ci appare istintivamente valido o molto valido, solo il tempo, con le vendemmie a venire e l'estro dell'uomo, ci dirà se siamo di fronte a episodi passeggeri oppure a veri e propri casi di riconoscimento, carattere, complessità e profondità. In una parola, di identità duratura.

"La strada è lunga ma ne vedo la fine...", ci cantava un Dylan sognatore di qualche anno fa; ebbene la strada potrà essere lunga ma sicuramente ne intravediamo una fine: se l'Italia vorrà partecipare da protagonista "immortale" al gran finale, futuro compreso (su quella barca d'altronde ci è salita di già), qualità e territorio dovranno andare di pari passo ed avere uguale peso e considerazione affinchè si crei identità e unicità. La natura ha dimorato nel nostro paese risorse belle e varie, tali da renderlo, in certi campi, quali l'agricoltura, unico e irripetibile, per storia. Le nostre terre possono riservare angoli meravigliosi alla perfetta integrazione del merlot. Sono in grado di farlo. Se deve essere prova di forza la forza dovrà derivare solo e soltanto dalla peculiarità del risultato, mai scontata né emulante. Solo allora sapremo che la scelta giusta sarà stata compiuta e, forse, la scommessa, l'ennesima, vinta. Se vogliamo parlare di merlot, oggi, e di rapporto merlot-Italia in particolare, ci appare questo l'unico traguardo valido per il quale valga la pena di studiare e di provare ancora.

Con questo spirito da "giovane esploratore Tobia", noi dell'AcquaBuona, nel nostro piccolo, terminiamo il discorso sul merlot assaggiandone pure qualcuno, di tradizione novella, dettagliandolo da par nostro. Li abbiamo scovati provenire direttamente dai climi continentali e caldi della Toscana interna (Arezzo, Montalcino) o della verdissima Umbria, oppure dalla lontanissima Coonawarra. Lo facciamo per portare avanti una personale, appassionata costruzione sensoriale in itinere, sì da creare e comporre un immaginario gustativo che possa condurre noi curiosi, e voi con noi, alla scoperta di qualche sincero, peculiare, intrigante bicchiere di vino in più. La strada è lunga ma ne vediamo la fine.

Il Fobiano 1998 è uno di quei vini che in America vengono indicati non per il fatto che viene dall'Umbria, o che a produrlo sia una cantina quantitativamente e qualitativamente importante come La Carraia, ma in quanto è un "Riccardo Cotarella's wine". Così va il mondo e ne prendiamo atto.

Noi invece andiamo al sodo: il Fobiano 1998 ha un color rubino compatto, cupo, impenetrabile, denso, che ci richiama - caso mai ce ne fosse bisogno - concentrazione ed estrazione non trascurabili, no davvero. Al naso offre buona intensità e progressione su quadro ampio, vegetale, fruttato e speziato, tendenzialmente virato sui toni empireumatici del rovere fresco, e ci appare non pienamente comunicativo ma peculiare e profondo. Vi riconosci frutti neri del bosco, bacche selvatiche, note balsamiche fresche, liquirizia, tabacco, speziatura di ginepro su fondo erbaceo non verde.

In bocca si apre potente e concentrato, coerente, almeno nella prima parte: note di cuoio, bacca e liquirizia su tutte, ed un tannino presente ed in parte da smussare. Il vino procede poderoso e fitto, con sensazione pseudo-calorica importante e di peso, poi nella seconda parte molla un po' la presa e si adagia, con sensazione di asciuttezza marcata, su note calde e abbastanza morbide, tendenzialmente amare, che ledono alla piacevolezza e non ne realizzano, almeno al palato, piena armonia. Vino aitante e con spalla larga, che non trova passo felpato ed elegante ma si fa rispettare, spuntando peculiarità da non sottovalutare. Anzi. Peccato per i retrogusti amarognoli. Comunque per ora resta un vino sulle 30000 lire in enoteca, molto affidabile, che si sta ritagliando un posto al sole tra i merlot italiani (i quasi merlot a dire il vero, che qui almeno per un 10% c'è cabernet) e che merita l'acquisto, o il riacquisto.

Poggio al Pino è una piccola realtà aziendale vivace ed emergente che ha quartier generale sui Colli Aretini, quindi in Toscana, e che si propone con il Merlot Rendola 1997. Già recensito in un Appunto al vino di un annetto fa, si ripresenta all'assaggio per la verità un po' dimesso rispetto alle aspettative rivelateci allora.

Se difatti l'aspetto cromatico non ha particolarmente sofferto e si presenta ancora su toni rubino compatti, all'olfazione ricalca in buona parte molte delle sensazioni suscitate dal Fobiano di cui sopra ma in un quadro di minori intensità e profondità: bacca selvatica, spezie, rovere piccolo, tabacco e frutti neri e rossi del bosco lo identificano per un risultato in equilibrio ma meno coinvolgente del previsto.

In bocca poi le sensazioni dolci di cui è intriso cominciano a rendere la beva un po' monocorde pur dentro ad uno sviluppo più continuo che non nell'imperioso e prepotente inizio bocca del Fobiano. Morbido e ben disteso nella massa tannica, ha frutto e densità che offrono qualche allargamento di troppo alla trama e fanno presupporre una spalla non troppo larga per reggere, con il tempo che passa, la massiccia dose di rovere a cui è stato "assoggettato" e che si percepisce in ogni dove. Le sensazioni finali permangono su toni di torrefazione e liquirizia unite a spunti dolciastri di vaniglia e tabacco un po' troppo presenti e statici, che ne limitano la pregnanza e la piacevolezza. Il prezzo, ora come allora, dovrebbe attestarsi sulle 35000lire in enoteca. Le armi sono da affilare meglio ma cantina e vino sono da tener d'occhio. Ora come allora.

Rimaniamo in Toscana, sul fronte ilcinese, dove la Marchesi de Frescobaldi, che in quei lidi "si chiama" CastelGiocondo, propone il Lamaione 1995, anch'esso, ovvio, merlot in purezza. Di colore fa rubino pieno, senza evidenti "smagliature", limpido e assai consistente. I profumi, di discreta intensità e persistenza, offrono un quadro fine, etereo, speziato, vegetale e fruttato, di buon amalgama ed equilibrio, dove percepiamo evolute note di frutta rossa matura ma anche nera (mora), bacca selvatica, speziature di pepe e cannella.

In bocca è elegante, sapido, asciutto, dal tannino nobile e levigato ed offre buona rispondenza gusto-olfattiva confermando il quadro evoluto, dalla acidità contenuta, fatto più di portamento ed equilibrio che non di potenza e concentrazione fruttata. Un merlot toscano maturo, da bere, e che nella impostazione tannica, nella sapidità quasi salata e nella pepatura generosa ricorda moltissimo - sarà suggestione? - l'incedere e lo spirito di un Brunello della tradizione, dal passo felpato, non indimenticabile certo, ma peculiare e da buon ricordo. Di prezzo non abbiamo notizie certissime ma potremo stare sulle 40000 lire. Sicuramente.


Infine, e sono altri lidi, altri orizzonti, eccoci trasportati nella trasognante natura del South Australia con il Merlot Petaluma 1990 della Petaluma Estate di Bridgewater Mill, piccolo impero del buon bere, fondato e diretto da Brian Croser, situato in un angolo di mondo molto celebrato per i suoi vini rossi, siano essi i sirah oppure i cabernet. Questo merlot proviene dai vigneti della Coonawarra, uno degli avamposti più meridionali della viticoltura australiana, a sud di Adelaide Hills.

Si mostra all'occhio molto più giovane di quanto in realtà non sia, con un rubino acceso e compatto, di media densità. All'olfatto è particolarmente fruttato ed invitante, e richiama freschezza pur nell'ambito di un quadro non profondo né particolare, dove vi riconosci i frutti rossi del bosco, il cassis, le spezie ed una screziatura vegetale in discreta progressione. In bocca si mostra invece un vino maturo, che ha comunque qualcosa ancora da dire, con un linguaggio che non accenna a potenza, concentrazione o complessità ma in un certo qual modo offre comunicativa piacevole, "da ascoltare", equilibrio, soavità tannica, morbidezza nelle sensazioni finali.

Un solo rammarico, un solo lieve sospetto. Una percettibile sensazione che il tappo abbia in qualche modo leso alla piena e sincera espressività di questa bottiglia non ci consente di trarne considerazioni oggettivamente complete ed esaustive, e ce ne dispiace perché è un vino che può meritare e che suggerisce sicuramente un altro approccio, un'altra deviazione (obbligatoria?) dalla vasta e trafficatissima main road merlottata. Alla prossima.

Fernando Pardini
(17 Ottobre 2001)
Degustazioni in collaborazione con Luca Bonci, Riccardo Farchioni, Vincenzo Ramponi
(Aprile 2001)

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