Sirah:
mistero di un nome, fascino di un vino
Frammenti
di Langa
Caro,
vecchio, amatissimo sangiovese
I
vini di Cennatoio: due verticali
Il Lugana
Etichetta Nera
Chateau
Latour e i suoi fratelli
Mondo
Ca... bernet
Talkin'
Merlot, again
Una sera coi vini
di Livon
Talkin'
Merlot
Sassocheto:
nato per stupire
La Liberazione delle
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Talkin' Merlot, again
Per iniziare...
Per iniziare sì, un discorso avviato, di apprendimento in itinere,
ricerca e curiosità, talkin' merlot. Per ricordare anche, un'occasione
preziosa e inattesa, offertaci dalla spigliata Condotta Slow Food della
Valdera (provincia di Pisa), a presentare e presiedere la prima di una
lunga serie di serate enologiche improntate quest'anno sui vitigni di
rango, o meglio, sui vini da monovitigno di rango.
Per rammentare del Club Il Cavatappi di Calcinaia, in piena e tranquilla
campagna pisana, e tessere le lodi di chi lo anima, non certo per avermi
chiamato all'appello, ma per lo spirito organizzativo e umano dimostrato
nel pianificare e perseguire intenti pagani e golosi di alta qualità.
Soprattutto della simpatia che ispira una persona come Simone Brogi e
la sua famiglia, gestori del Cavatappi, dimostratami di già quando
ci siamo conosciuti. A loro vada il grazie più sincero, a voi lettori
un piccolo resoconto personalizzato, a cominciare dal discorso introduttivo
fatto in quella sede, giocato tutto sul filo dell'esperienza, delle modeste
conoscenze, delle speranze e della proposta, con passione e partecipazione.
E non me ne vogliate se parole e sentimenti di quel discorso li avrete
sentiti espressi di già nel talkin' merlot che ricorderete;
qui troveranno - vedrete - maggiore vigore e approfondimento. Caso mai
non fosse chiaro. Caso mai ce ne fosse bisogno.
Nel frattempo... il discorso
Sono stato chiamato in causa, e sinceramente lusingato di questa chiamata,
per presentare il protagonista liquido della serata, il merlot , e la
degustazione che ne seguirà. La mia introduzione, giocoforza breve,
si muoverà tra oggettivo e soggettivo, tra l'oggettività
portataci dai fatti, dalla storia e dalla geografia per esempio, e la
soggettività come quella di una personale chiave di lettura che
fornirò per ciò che a tutti gli effetti può essere
chiamato oggi il "caso merlot", il "fenomeno merlot", oltremodo attuale,
oltremodo discusso. Non poteva esserci occasione migliore.
Intanto il merlot è un vitigno scoperto neanche tantissimo tempo
fa in Francia (il primo riconoscimento sicuro come vitigno "altro", nuovo,
da chiamarsi poi così, risale al 1850 o giù di lì);
è nato e dimorato storicamente nei tre dipartimenti viticoli dell'Aquitania
(il bordolese) oltre che nella Languedoc-Roussillon, e nella sua storia
ha assai patito il confronto costante con il carismatico cabernet , l'amico
nemico di sempre, tanto che fino ad oggi il merlot aveva in Francia la
nomea di vitigno parvenu, venuto dopo, quasi a scontare una soggezione
psicologica, quasi a dover dimostrare sempre e comunque il suo valore.
Le ragioni stanno certamente in una sua scoperta più tarda, che
inevitabilmente ha comportato un ritardo nello studio delle sue caratteristiche
e - soprattutto - delle sue potenzialità. Chateau Petrus se ne
accorse tra i primi, e grazie soprattutto alla peculiarità dei
suoi terreni e all'età canonica dei suoi impianti lo valorizzò
al punto che sappiamo, ritagliandosi aura di mito come succede a un capostipite,
tanto che da allora anche nei Pomerol e nei St Emilion del Libournaise
lo troviamo nel taglio in percentuali via via crescenti.
Qualche freccia al suo arco per la verità questo vitigno non ha
tardato di dimostrare rispetto al "concorrente" di sempre, in virtù
del patrimonio genetico suo proprio: prime fra tutte una migliore adattabilità
ai diversi microclimi e una grande capacità di concentrare gli
zuccheri, quindi una grande malleabilità, a fronte però
di un apporto tannico non superiore, una tendenza evidente alla precocità
(problema delle gelate primaverili, in fase di fioritura, problema delle
temperature alte in fase di maturazione), una buccia meno spessa e quindi
più facilmente attaccabile da muffe qualora la stagione della maturazione
in pianta si protraesse più di tanto, un certo patimento nei climi
caldi e siccitosi per problemi di carenze in acido malico.
Il merlot è stato da sempre, salvo autentiche e storiche eccezioni
come Petrus, uva da taglio, comprimario, sia pur di lusso, se è
vero come è vero che quelli che vengono considerati tra i più
grandi vini del mondo ospitano il merlot, e questo per via della sua dolcezza
che ha contribuito a rendere più rotondo e morbido il carattere
spigoloso e carismatico dei giovani cabernet, sì da comportare
una beva armonica più in giovane età, senza dover attendere
l'apogeo e il raffinato bouquet dei cabernet della piena maturità,
smussandone altresì asprezze e ruvidezze adolescenziali.
In Italia viene introdotto a partire dal 1880 o giù di lì
e trova primigenia dimora nel Friuli e nel Veneto, poi in Alto Adige (a
proposito, in quegli anni là faceva la sua prima comparsa anche
in Toscana, nel Pisano di Migliarino e nella Lucchesia, dove è
inteso quasi come vitigno storico oramai): la storia del merlot in Italia
è storia fatta di produttività "andante" e buona dolcezza
per vini profumati, di pronta beva, veraci, fatti all'insegna delle alte
rese, con poche capacità di andare in profondità e in là
nel tempo, ma vendibili e piacevoliÉquesto fino a che - saltiamo d'un
botto alla fine degli anni 80 del secolo scorso - diversi produttori attenti
e perspicaci d'Italia non hanno provato a dedicargli attenzioni sincere
ed intrapreso la strada dell'apprendimento, dello studio, dell'esperimento,
per poterne rivelare appieno - se ci fossero state - le intime potenzialità,
inespresse dopo anni e anni di grande produzione, semplice beva, sentite
reminiscenze erbacee (legate, poi si è visto, alla gestione non
adeguata in campagna) e conseguenti trame diluite (merlottate, si direbbe
nel lessico tradizionale).
Ma non tutto è nato, salvo rarissime eccezioni, per estro istintivo
del vignaiolo, per poesia o intuito; il caso merlot in Italia e nel mondo
esplode perché ha ragioni di mercato e di immagine alle spalle,
e tutto badate bene nel volgere di pochi anni tanto che oggi dire merlot
è come dire "gusto internazionale". È la grande America (del Nord)
che ha imperato in questo senso in quanto, oggettivamente, ha i numeri
dalla sua e fa tendenza; ebbene semplicemente si è appassionata
a lui e lo vuole, dopo anni di complicati, opulenti e scuri cabernet sauvignon,
e allora ecco che l'America di sotto lo sforna e lo risforna, l'Australia,
che non è da meno in fatto di potenzialità, segue a ruota,
ed ecco che l'Italia riempie di barbatelle i propri vivai e cresce ettari
su ettari, di rincorsa, "vitandoli" a merlot.
Qualche dato? All'inizio dei 90 solo 6 gli ettari vitati a merlot in Toscana,
oggi il merlot in Italia è il sesto vitigno più piantato.
Negli USA il 44% della domanda di vino è per il merlot. Per la
prima volta, inizio nuovo secolo, il costo delle uve merlot supera quello
delle uve cabernet. Se dunque tale approccio da "tendenza dominante" suscita
perplessità e qualche frustrazione - lecite peraltro - di positivo
ha avuto, come dicevo, di dare la stura per una seriosa esperienza sul
campo da parte dei vignaioli, per rendersi conto se, lavorando con un
patrimonio genetico selezionato (ricordiamoci della prima e vera rivoluzione
alla base della riscoperta del merlot, che sta nella classificazione di
cloni francesi a basso rendimento, aromatici e a grande carica polifenolica),
scegliendo i terroir davvero elettivi - e ci ritorneremo su - affinando
tecniche di vigna consone alle sue caratteristiche particolari, così
desiderose d'attenzioni, adoprandosi infine con estrazioni polifenoliche
come dio comanda, l'eterno parvenu potesse verosimilmente trasformarsi
da comprimario di lusso a solista apprezzabile dalle grandi platee di
tutto il mondo.
Per la verità le platee di tutto il mondo hanno risposto e rispondono,
eccome! accorrendo gaudenti a un idea di vino "merlottato" fatta di sofficità
tannica, colore acceso, dolcezza, semplice e istintiva piacevolezza, piacioneria
e fruttosità, pure sensualità se volete, ma che -generalizzando-
ci appare spesso priva di forza e carattere, spigoli e profondità,
in forte odore di omologazione. Così il nuovo merlot globalizzato,
che si vuole globalizzato, che si impone globalizzato.
Mi chiedo: Cos'è che ci manca allora perché un vino di moda
si tramuti in un grand vin? Ecco, a me sembra di scorgere, guardando
al nostro paese, isole felici, punte di diamante figlie di un rinnovamento
tecnico e culturale tese alla valorizzazione piena di un merlot espresso
in purezza, ben al di là di un semplice aggettivo qualificativo
che lo vorrebbe additato come ennesimo "varietale", all'americana, bensì
basandosi sulla ricerca in profondità dell'intimo connubio con
il territorio.
La chiave di volta, a parer mio, e per terre forti come l'Italia, sta
proprio lì, nella peculiarità della singola vigna che lo
crescerà, nella sincera elezione pedoclimatica ad accoglier merlot
che QUEL territorio presenterà. Ma i tempi in campagna sono scanditi
naturalmente slow, purtroppo per chi dalla vigna e dalla campagna
vuole risposte rapide, quindi per ciò che adesso ci appare istintivamente
valido o molto valido, buono o molto buono, solo il tempo, con le vendemmie
a venire e l'estro dell'uomo, ci dirà se ci siamo trovati di fronte
a episodi passeggeri, magari in odor di omologazione, oppure a veri e
propri casi di riconoscimento, carattere, complessità, personalità,
profondità.
In una parola, casi di identità duratura. Sono questi i caratteri
che potranno dare un senso ad una scommessa e ad una ricerca che l'Italia
ha accettato dal momento che ha deciso di scendere in campo cimentandosi
con vini sfornati in ogni parte del globo, scordandosi per un attimo degli
oltre 300 vitigni storicizzati, patrimonio nostro primigenio ed esclusivo.
La natura ha dimorato nel nostro paese risorse belle e varie, tali da
renderlo, in certi campi, quali l'agricoltura, unico e irripetibile, per
storia.
Le nostre terre possono riservare angoli meravigliosi alla perfetta integrazione
del merlot. Sono in grado di farlo. Se deve essere prova di forza la forza
dovrà derivare solo e soltanto dalla peculiarità del risultato,
mai scontata ne emulante. Solo allora sapremo che la scelta giusta sarà
stata compiuta e, forse, la scommessa, l'ennesima, vinta. Se vogliamo
parlare di merlot, oggi, e di rapporto merlot-Italia in particolare, mi
appare questo l'unico traguardo valido per il quale valga la pena di sperimentare
e di provare ancora.
Nel frattempo però, zitti zitti, in Italia stanno nascendo fior
di merlot, o almeno da apparire come tali ai nostri "giovanili" sensi,
ancora da abituarsi a vini che non possono non definirsi nuovi, e la strada
ci sembra pure vada nel verso giusto, quello della personalità
e dell'identità duratura. Ci provengono da diverse regioni e latitudini,
quale ennesimo omaggio all'estremo eclettismo delle nostre terre. Ne sono
prove di forza.
Ecco, è a nome di quell'eclettismo e di quella potenzialità
che qui stasera i bravi organizzatori della Valdera hanno voluto tastare
il polso, bonariamente si intende, a ciò che bolle in pentola,
talkin' merlot, in quel vero e proprio laboratorio a cielo aperto che
è la vigna Toscana, il più importante al mondo. Lo hanno
fatto con l'intento mirato e sincero di suscitare curiosità e,
possibilmente, meraviglia, attraverso 6 vini di bella speranza prodotti
da altrettante aziende di bella speranza, alcune delle quali si sono ritagliate
un posticino al sole nel panorama enoico nazionale (fors'anche più
in là) proprio grazie a questi vini. Si spazierà dai climi
continentali e caldi tipici dell'entroterra chiantigiano classico, nei
suoi versanti sia fiorentini che senesi, alla fascia costiera mediterranea
offertaci dal pisano - che gioca in casa- e dal massese, fino alla enclave
di San Gimignano e alla recente sua riscoperta come possibile terra vocata
per grandi rossi alternativi.
Delle aziende niente dirò, chè ritengo sappiano presentarsi
da sole con i vini che fanno. Alcuni di essi sono qua stasera e li commenteremo
dopo averli annusati, visti e assaggiati.
Finalmente... gli assaggi
Eccoli, tutti in fila, i protagonisti liquidi toscani di terroir:
LAZZICANTE 1997, FATTORIA DI RODANO- Castellina in Chianti
SOLOÌO 1997, CASA EMMA - Barberino Val D'Elsa
CANTICO 1998, PODERE LA CAPPELLA- San Casciano V.di Pesa
NAMBROT 1998, TENUTA DI GHIZZANO - Peccioli
GISÈLE 1999, LA RAMPA DI FUGNANO - San Gimignano
MONTERVO 1999, AZIENDA AGRICOLA CIMA - Massa
Montervo
1999 - Cima
Dal colore rubino ancora scuro, denso e compatto, rivela un naso intenso
e persistente, lievemente pungente su note piccanti, pervaso di frutti
rossi maturi e amarena, liquirizia e china, con sensazioni di rovere fresco
da assorbirsi ancora. Si propone fitto e profumato, attendendo solo l'amalgama,
su quadro assai fine ma non esplosivo e superbo come da assaggi primaverili
e promesse. Al suo ingresso in bocca rivela un acidità accentuata
e ti appare per questo vivace e aitante. Trova sul percorso una rigorosa
marcatura tannica, ben presente, solo un po' allappante. Il frutto, coerente,
allunga le sensazioni tattili dolci rese oltremodo stucchevoli da un eccesso
roverizzato che si concretizza con note come di truciolo di legno, leggermente
polverose, a ledere la piena armonia dell'impianto. Questo effetto rende
meno legato il quadro per un vino comunque singolare e che nel suo futuro
potrà dire belle cose, se si affilano armi ed esperienza, lassù
sul Monte Libero.

Gisèle 1999 - La Rampa di Fugnano
Di colore e impronta timbrica non dissimile dal Montervo di cui dicevamo,
il Gisèle di pari annata propone un impianto aromatico fragrante
e intenso nei bei risvolti pieni di frutto, di amarena, leggermente mentolati,
vividi, di buona finezza e in discreto amalgama, di già. Sicuramente
più dolce e disteso ne risulta l'approccio al palato, dove il nostro
dimostra coerenza e peso su quadro raffinato e passo felpato, carattere
sapido e portamento bellamente austero, elegante stoffa e soffice materia
tannica, per un risultato lusinghiero e accattivante a cui manca solo
un goccio per elevarsi e toccare cielo.
Nambrot 1998- Tenuta di Ghizzano
Dai profumi dolci di frutto, pure laccati nella risoluzione, mi appare
di spettro fitto, cosparso di spigolature aromatiche speziate e animali:
pepe in grani, cuoio e sottosella si rincorrono per donarci un quadro
intenso, peculiare e maschio, molto meno merlottato del solito. In bocca
ci rivela una straordinaria trama e una tensione gustativa degna di tal
nome. Lo trovo oggi in grande rimonta rispetto ai miei precedenti approcci
di qualche mese addietro, grazie soprattutto a un sopraggiunto bilanciamento
delle parti che contribuisce e non poco alla piacevolezza della proposta,
sinuosa, ancora speziata, tale da regalare assoluti preziosismi e un maggiore
compiacimento per chi lo beve, dimostrando nell'insieme di essere un vino
sentitamente toscano, cosa questa che - come dicevo in preambolo d'articolo
- mi indica che la strada è quella buona, il riconoscimento e la
personalità future possibili.
Cantico 1998 - Podere La Cappella
Si presenta al solito rubino scuro e compatto, come chi lo ha preceduto
nell'assaggio, e al naso sprigiona un insieme di aromi ben esposti, in
qualche loro spigolo penetranti (leggi cenni di cipria e cosmetico), non
tali comunque da ledere più di tanto alla brillantezza della proposta,
non duratura come mi sarei aspettato ma sincera e pregnante sulle note
fruttate di ciliegia e visciole. In bocca è sapido e di corpo,
con vena acida ancora presente e che spinge in profondità la trama,
la quale si dipana su tappeto tannico disteso e nobile, scontando solo
una leggera contrazione a centro bocca, peraltro oltremodo coerente e
rispondente con quanto al naso hai appreso. Si compiace a lungo, anch'esso
su impronta toscana percepibile, sia pur con minore brillantezza e contrasto
rispetto al Nambrot di pari annata.
Soloìo
1997 - Casa Emma
Qui il quadro visivo offre una colorazione sì intensa ma virata
su toni melanzana con riflessi granati, oltremodo compatta e densa. Dopo
una prima bottiglia che ha creato non pochi punti interrogativi, e forse
- spero - affetta da quei problemi di tappo-non tappo fastidiosi e subdoli,
la seconda ti appare peculiare nell'approccio olfattivo, giocando esso
su una composizione fruttata evoluta - tra la crostata e la confettura
di frutti rossi - assai invasa da note vegetali di peperone dolce e di
ghianda selvatica, a donare veracità all'impianto tutto, non certo
eleganza. In bocca si mostra molto potente e di grande persistenza e calore,
offrendo vibrante tensione gustativa (assolutamente stucchevole e strana
se parliamo della prima bottiglia) e un apparato tannico ancor vivo e
graffiante. Si concede molto -forse in bocca è il più lungo
dei campioni assaggiati oggi - con un vigore e una presenza scenica a
cui secondo me mancano la suadenza e la profondità che possono
derivare soltanto da quell'insieme intrigante e meraviglioso costituito
dalle sfumature, appannaggio del grande vino. Incute rispetto, a discapito
di una raffinatezza espositiva che preferiremmo più marcata.
Lazzicante
1997 - Fattoria di Rodano
Il suo colore è rubino scuro e denso, solido, e non concede alcunché
né alle trasparenze né alla luce. Accomunato nella sorte
al nostro Soloìo, per una prima bottiglia sfortunata e subdola,
in seconda battuta rivela un naso presente, vivo e assai intrigante con
il melange profondo offertoci dai riconoscimenti di bacca e confettura
su contrappunti speziati. In bocca rivela sostanza e materia estrattiva
indubbie proponendosi aitante e vivido, scontando qualche discontinuità
e asperità secca di troppo, non tale però da non fartelo
apparire espressivo e caratteriale. Anche qui, come nel Soloìo,
denoto una certa mancanza di suadenza e pregnanza aromatica, di sfumature
sfumate, finezze e profondità. A suo modo anche questo mi appare
diretto e corpulento, muscoloso e ingombrante. Non per questo mitiga un
ricordo e una serie di sensazioni assolutamente da sottolineare.
... e per finire
Per finire termino con il merlot, dicendo di quanto c'è n'è
in giro e di quanto sia esso "fenomeno", ma anche di quanto non sia semplice
ottenere da quest'uva risultati magnifici "tutto e subito", di quanti
studi, vendemmie e attenzioni essa abbisogni, ora che assaggio veri merlot
; dicendo anche che la strada è lunga ma ne vedo la fine e la fine
(o l'inizio?) per la Toscana vuol dire insistere così, magari con
un occhio di riguardo, e qualche mea culpa, sui prezzi, che mi appaiono
un po' troppo schizzati verso l'alto. Per una volta auspico calma e rispetto.
Il tempo è dalla vostra parte, vignaioli, se c'è qualità
e serietà.
Andando oltre il merlot non posso tacere le succulente, dolci, aromatiche
chiocciole al ragù di struzzo (sì proprio struzzo, e non
come noi golosi si andava mormorando, anatra muta o, ancor più,
piccione) o il caratteriale cosciotto d'agnello al forno con la suadenza
vegetale del contorno di verdure stufate (in odor di senape), o la delicata
finezza della chantilly e del millefoglie disposto a tappeto sotto,
accompagnati da un simpatico e neanche male Vin Santo 1992 di Sorbaiano.
Per
finire con il sogno e la meditazione, rivedo i due bicchieri color ambra
di rara intensità e finezza, provenienti dalle fredde e piovose
isole scozzesi, magnifici, che sia torba iodio o brezza, sentori di erika
o di erbe aromatiche, scatola di sigaro o caramello: Highland Park
il primo single, mezzo grado, dodici anni; mi proviene da una minuta vecchia
distilleria delle Orkney che divide con Scapa un angolo estremo e meraviglioso
di mondo; The Dark Side of the Moon 1975 il secondo single, vecchio
Glen Grant pieno di razza e di storia, dimorato ben 23 anni, prima di
andare in bottiglia, in sherry woods selezionate rabbiosamente;
dedica oltremodo riuscita e calzante ai battiti e ai respiri psichedelici,
trasognanti e indimenticabili, dei Pink Floyd e di quel disco là.
Fernando Pardini
(19 Novembre 2001)
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