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I vini di Cennatoio: due verticali



Chianti mio, accidenti quanto sei lontano, ma perché sei così lontano, perché sei sempre più lontano di quanto avevo previsto?

Consentiteci una volta tanto questa prima persona singolare, perché è indispensabile per tradurre la nostra ansia di allora. Anche se scegliamo di non passare per Firenze e tagliamo attraverso Ginestra Fiorentina, in ogni paese che incontriamo troviamo un traffico niente male e a San Casciano in Val di Pesa i vigili ce la mettono tutta per confonderci le idee deviandoci verso chissà dove. E il bello è che vogliamo essere assolutamente puntuali, perché l’occasione è di quelle che contano. Stiamo andando dritti al cuore della Conca d’Oro di Panzano in Chianti, dove è posizionata l’azienda Cennatoio della famiglia Alessi, per presenziare ad un autentico evento enologico: le verticali di Chianti Classico Riserva Oro e dell’IGT Etrusco, sangiovese in purezza.

Oltrepassata Greve, tiriamo dritto sulla SS222 Chiantigiana, arriviamo a Panzano, lasciamo sulla destra la piazzetta dove a Settembre viene organizzata la bella manifestazione “Vino al Vino” ed arriviamo alla macelleria di Dario Cecchini, dove quell’autentico personaggio ha piazzato, ad incombere dall’alto, una gigantesca mucca. A quel punto giriamo a sinistra e ci inoltriamo nella campagna buia. Arriviamo con qualche minuto di ritardo e comunque, anche se non siamo proprio gli ultimi, troviamo Daniel Thomases (Guida Veronelli), Leonardo Romanelli (Gola Gioconda) - ritratti nella foto - ed Ernesto Gentili (Gambero Rosso), che già chiacchierano amabilmente. Ci sono poi Antonio Villoresi (La Nazione), Kyle Phillis dell’Italian Wine Review, Othmar Kiem e Peter Moser di Falstaff, Stefano Tesi de I Viaggi di Repubblica, Mavi Giannotti de Il Giornale e Carla Capalbo, freelance.

E ci sono naturalmente i componenti della famiglia Alessi: Leandro e sua moglie Gabriella nelle retrovie a controllare la situazione; c’è il giovane Emiliano, ormai vera colonna dell’azienda, a provvedere con la sua comunicativa alla presentazione della storia e della filosofia aziendale. C’è l’enologa, Gabriella Tani, il giovane agronomo David Picci e la coordinatrice dell’evento, Elisia Menduni.

L’azienda Cennatoio ha una storia lunga, che riassumiamo brevemente: il Cennatoio era il luogo dei “cenni” che da lassù si potevano fare ad amici e congiunti rinchiusi nel sottostante carcere dei Medici durante la Repubblica di Firenze. Venendo ai giorni nostri, per gli Alessi era diventato una casa di campagna, con una produzione di vino per consumo famigliare. Nel 1985 c’è la svolta, che consiste nell’elezione ad attività primaria quella di produrre il vino di qualità. Carlo Ferrini e Vittorio Fiore danno pareri incoraggianti, e lasciano nelle mani di Gabriella Tani la gestione enologica. Sono anni di grandi trasformazioni nella viticultura italiana, continue sono le innovazioni in cantina e sempre nuove le tecniche per il controllo della maturità dell’uva; si moltiplicano le fonti di informazione. Sarebbe lungo descrivere nel corso degli anni tutte le sperimentazioni effettuate, diciamo comunque che molti sforzi sono stati dedicati al problema del colore e della concentrazione nel sangiovese che ha trovato varie soluzioni nel corso degli anni.

Una delle scelte aziendali che colpiscono l’osservatore di cose vinicole è sicuramente il grande numero dei vini prodotti, una strategia in qualche modo controcorrente rispetto alle tendenze attuali che portano in generale ad una contrazione della produzione, spesso ridotta al “vino di punta” e al “secondo vino”. Ma ai commenti talvolta perplessi, vengono opposti due solidi argomenti: sicuramente le numerose combinazioni di vitigni consentono al territorio di esprimersi al massimo delle sue possibilità. E poi, quando si affronta il mercato, una produzione ampia (e valida!) porta ad una quantità di ordini senz’altro superiore.

Ed elenchiamoli, questi vini, iniziando dal Chianti Classico (90% sangiovese, piccole percentuali di canaiolo e colorino); ci sono poi le due Riserve (la Riserva Oro, sangiovese e 5% di colorino, e la O’Leandro, che ha invece un 5% di cabernet sauvignon) e l’Etrusco, sangiovese in purezza. Il Rosso Fiorentino è un cabernet sauvignon in purezza, l’Arcibaldo è metà sangiovese e metà cabernet sauvignon, il Mammolo è composto da merlot e sangiovese in composizione variabile a seconda dell'annata, il Liuto e uno chardonnay di produzione minima. Per finire, troviamo l’E-All’Omo il Vino, altro Sangiovese, l’Innominato, sangiovese-cabernet sauvignon-merlot, e i due Vinsanto del Chianti Classico: l’Uvae (trebbiano con un 10% di malvasia) e l’Occhio di Pernice (sangiovese con un 30% di canaiolo).

Ma veniamo finalmente all’”evento” in senso stretto, che è stato quello di assaggiare otto annate di due vini che stanno al cuore dell’identità aziendale e della tradizione toscana: l’Etrusco, il sangiovese in purezza che ha costituito il banco di prova del “salto di qualità” e la Riserva Oro, la più “classica”. Prima di elencare dettagliatamente le caratteristiche dei vini anno dopo anno, premettiamo due brevi notazioni di respiro generale. La prima riguarda l’impressione complessiva che abbiamo tratto da questa esperienza: i vini di Cennatoio sono contraddistinti da una identità forte che rimane viva e presente negli anni, identità che riguarda innanzitutto la bella plasticità del frutto che conserva caratteri paragonabili con lo scorrere delle annate, e che viene affiancato da un più ampio corredo aromatico col passare del tempo. Le annate più vecchie risultano dunque più sfaccettate e per questo più intriganti, con una personalità più definita e peculiare; questo vuol dire anche evoluzione piuttosto lenta e, indirettamente, buona longevità. La seconda osservazione riguarda l’assetto di bocca dei vini che dopo aver messo in mostra attacchi più o meno incisivi, presentavano poi molto spesso una sorta di ricomposizione progressiva del quadro che li portava ad avere un assetto molto buono nei finali, quasi sempre in crescita e di grande impatto sia aromatico che “tattile”. Ma passiamo alla descrizione in dettaglio delle due verticali.

Chianti Classico Riserva Oro: attualmente, a fine malolattica, svolge il suo affinamento in fusti di rovere francese da 300 e 500 litri dove resta per 12-14 mesi; va poi in bottiglia per un affinamento di minimo 3 mesi.

Chianti Classico Riserva Oro 1990
Colore rubino tendente al granato di buona fittezza e con unghia leggermente decolorata, presenta dei profumi intensi, persistenti e penetranti di ampio spettro: frutta rossa, prugna, nuances balsamiche. In bocca mostra un attacco un tantino magro e su note di frutta fra il fresco e il lievemente aspro, sicuramente meno dolce e matura di quella sentita al naso. Poi si riunisce e si ricompatta, si avvicina alle sensazioni olfattive, è di buona ampiezza, mette in evidenza gradevoli note mentolate e, in un finale dalle belle risonanze, aggiunge note di terra bagnata.

Chianti Classico Riserva Oro 1991
Il colore è paragonabile a quello dell’annata precedente. Al naso il vino si mostra inizialmente più chiuso, ma poi si apre su bei profumi di ciliegia, terra bagnata, e ancora su di una evidente nota balsamica. L’attacco in bocca stavolta è più maturo, il vino ha corpo medio, e riserva le sue doti migliori ancora nel finale, quando si allarga e al contempo si compatta, lasciando a lungo una bella impressione.

Chianti Classico Riserva Oro 1993
Il colore ha tonalità leggermente più cupa, i profumi sono più compatti e mettono in mostra un frutto più “a tutto tondo”. L’andamento di bocca è ineccepibile: molto bello è l’attacco, fresco e subito saporito. Prosegue teso, solido, potente ed elegante assieme, arrivando anche in questo caso ad un bel finale dolce e lungo, lasciando una sensazione in bocca che ricorda da vicino il caramello.

Chianti Classico Riserva Oro 1994
Dopo un’iniziale predominanza di profumi terziari, emerge uno spettro aromatico improntato più sulla freschezza floreale e balsamica che sulla pienezza del frutto. In bocca fin dall’attacco la caratteristica predominante è ancora la freschezza, troviamo una discreta compattezza, notiamo qualche incertezza sul versante aromatico, e, come al solito, un bel finale.

Chianti Classico Riserva Oro 1995
Gran bel vino: di eleganza esemplare, intenso, ad un bel floreale aggiunge aristocratiche note minerali ed una frutta rossa fresca (mirtillo e ribes rosso stavolta più che la ciliegia). Bellissimo in bocca: l’attacco è aromaticamente fulminante e fresco, il profilo gustativo prosegue mettendo in mostra struttura, tensione, con un finale che stavolta non è in salita ma è sicuramente all’altezza della situazione.

Chianti Classico Riserva Oro 1996
Il colore è rubino cupo, e i profumi mettono in mostra note terziarie ad affiancare la frutta nera molto matura: sentiamo poi liquirizia, cioccolato, inchiostro e sensazioni balsamiche. Al palato la partenza è incentrata su una nota minerale, e subito dopo il vino si mostra di grande polpa e potenza, con un frutto molto presente e compatto, fino ad arrivare ad un nuovo bellissimo finale lungo ed ancora incentrato sulla frutta nera matura.

Chianti Classico Riserva Oro 1997
All’olfatto quest’annata presenta una insistente nota caffeosa ad affiancare la frutta rossa matura. In bocca un attacco fresco lascia subito il posto ad una dolcezza forse un tantino ostentata, sempre con una nuance di caffè sullo sfondo, fino ad arrivare ad un finale che stavolta non dà il “colpo di coda” che ci aspettiamo e a cui siamo ormai abituati.

Chianti Classico Riserva Oro 1998
Al naso sentiamo frutta rossa matura e dolce, affiancata da cenni floreali e “cipriosi”. In bocca è compatto, di buona potenza, ha una bocca grassa e dolce, quasi sciropposa, è morbido e rotondo. È sicuramente ancora giovane, e non in grado di mostrare pienamente la sua personalità come ormai fanno senza timidezza i vini delle annate precedenti.

Etrusco: Sangiovese 100%; attualmente, appena terminata la fermentazione malolattica, va in barriques di rovere da 300 litri dove rimane per circa 14 mesi; seguono 6 mesi di affinamento in bottiglia.


Etrusco 1990
Subito un vino di grande impatto: colore rubino/granato molto bello e con unghia decolorata, mostra un olfatto elegante, ampio, etereo e penetrante, ed estremamente sfaccettato nel quale troviamo ciliegia matura, prugna dolce, leggeri cenni balsamici e di erbe aromatiche. In bocca ha un bell’attacco, si mostra subito saldo e compatto, è aromaticamente coerente con il naso con qua e là qualche cenno vegetale, ha un andamento di bocca sicuro ed uniforme ed un finale che si rivela inaspettatamente succoso anche se con un tannino con qualche accenno di secchezza.

Etrusco 1991
Il colore è leggermente più fitto che nell’annata precedente; al naso appare più “leggero”, sfuggente, meno intenso; il frutto è comprimario lasciando spazio a funghi, sottobosco, nuances terrose e balsamiche. La consistenza in bocca è accattivante, essendo al contempo fluido, fresco e succoso. Il finale è un po’ sottotono e il vino si ritira presto.

Etrusco 1993
Il colore è rubino cupo e compatto, non limpidissimo. All’olfatto è restio ad aprirsi, ma viene poi bene presentando un frutto a tutto tondo che si esprime attraverso una autentica spremuta di frutti di bosco. In bocca ha attacco pronto, presenta qua e là cenni vegetali ed eleganti note minerali, ha corpo medio e bella eleganza; il finale è ampio ed ancora all’insegna di un frutto protagonista e ben espresso. Un vino intrigante.

Etrusco 1994
Si torna un po’ indietro con il colore. È uno dei meno aperti al naso, inizialmente marcato da nuances caffeose, che si dissipano per dare spazio a belle note di mentolo e cenni minerali. È meno pastoso, ha una bella silhouette snella, fresca e succosa, con qualche nota pungente. Bello il finale, ampio e con un tannino assai soffice.

Etrusco 1995
Il colore è un rubino che osserviamo essere meno fitto che nelle annate ’90 e ’91 ma molto brillante. Al naso c’è una bella frutta rossa matura affiancata da note di cioccolato e cenni minerali che costituiscono un melange pressoché perfetto. Attacco fruttato in bocca, ampio e largo, aromaticamente invade senza freni completamente la bocca. Ancora nuances cioccolatose, per un vino dolce il giusto, elegante più che potente, e che nonostante la bella prestazione riesce ancora a sorprendere con un notevole "scatto" nel finale.

Etrusco 1996
Si ritorna ad un vino con profumi dagli evidenti caratteri terziari che si esemplificano in una copertura vanigliosa e cioccolatosa, che rende il naso di questo vino meno intrigante di altri nel suo essere dominato da note dolci screziate da colorature terrose. In bocca mette in mostra buona struttura ed un frutto che riesce ad esprimersi con grande ricchezza nel bel finale.

Etrusco 1997
Naso complesso nel quale sono evidenti gli influssi del legno. Il frutto c’è, e si traduce in frutta rossa ma anche ciliegia nera; ad esso si affiancano profumi di inchiostro, liquirizia, vaniglia. In bocca il rovere è senz’altro meno evidente, a centro bocca compaiono le ormai consuete e rinfrescanti note balsamiche. Troviamo bella struttura e notevole grassezza, con un finale che, a sorpresa, ci sembra un po’ in calo.

Etrusco 1998
Colore rubino molto cupo; note caffeose pervadono il naso. In bocca tanta concentrazione e potenza, ancora poca chiarezza sul versante aromatico, ma un tannino di fattura fine e finale di bella dolcezza e lunghezza.


Assolto il nostro compito più “tecnico”, non possiamo concludere tacendo cosa c’è stato in mezzo alle due bellissime cavalcate negli anni ’90 “vinosi” dell’azienda Cennatoio: c’è stata l’ospitalità straordinaria ma discreta della della famiglia Alessi e c’è stata l’opera di uno dei nostri più grandi artisti del palato, Dario Cecchini, macellaio che ha reso famoso Panzano in Chianti, prima ancora che il vino di questa preziosa sottozona si fosse conquistato il posto di preminenza che possiede oggi nell’ambito dello stesso Chianti Classico.

Lo abbiamo finanche spiato (e fotografato) mentre era al lavoro, lo abbiamo sentito recitare con la voce e l’intonazione dell’attore consumato il Dante dell’Inferno e quello della Vita Nova (e siamo in buona compagnia: lo hanno sentito recitare il V Canto dell’Inferno anche Mondavi, Lucas e Coppola all’Università di Berkeley), lo abbiamo visto spalleggiare il suo compagno di “zingarate”, grande improvvisatore di poesie-canzoni in “ottava rima” come si fa per esempio nelle disfide poetico-canore del “cantar Maggio”.

Ma soprattutto ne abbiamo gustato le creazioni, ormai celebratissime: il “caviale del Chianti” ossia lardo e patate lesse schiacciate, comprese della buccia che movimenta la consistenza “tattile” del piatto, così definito perché creato al fine di accompagnare il vino così come il caviale serviva per accompagnare lo Champagne. Il “sushi del Chianti”, carne bovina cruda, sfibrata con uno strumento ad aghi di personale invenzione e lavorata con una marinatura mediterranea; un bellissimo Brasato al Midollo; un pecorino delle Crete Senesi stagionato otto mesi e accompagnato da una sublime gelatina di mele rilavorata con peperoni e peperoncini (una sorta di “mostarda-non mostarda” creata per accompagnare con discrezione i vini), il tutto in mirabile congiunzione da Etrusco ’97, Riserva O’Leandro ’97, Arcibaldo ’97, Rosso Fiorentino ’97, fino ad arrivare alle squisite dolci “ghirlande” alle mandorle, sbocconcellate assieme al Vin Santo Uvae 1992 e al Vin Santo Occhio di Pernice 1993.

Riccardo Farchioni
(8/5/2002)
Verticali effettuate l’11 Febbraio (Riserva Oro) e 12 Febbraio 2002 (Etrusco)

 

   

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