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"Caro, vecchio, amatissimo sangiovese". Piccolo viaggio in compagnia di un re. Nudo


Nel considerarlo "caro, vecchio e amatissimo" non ho dubbi, almeno per quanto mi riguarda, specialmente se lo collego istintivamente a certe forti, sane, genuine tradizioni contadine del centro Italia, magari toscane, che ancor oggi a rammentarle - e piove - mi risollevano le sorti della giornata intera.

Se poi guarda caso anche tu sei un toscano purosangue, e ci metti pure che sei di natura curioso, fall in love per il vino e per il suo mondo, temprato da esperienze ed emozioni vissute a contatto con quei vini là durante ripetute scorribande - giovanili e nervose, meno giovanili ed estatiche - in terra chiantigiana o ilcinese, beh, ogni residuale dubbio sul senso del "caro, vecchio, amatissimo" scompare.
Logico pure che si possa parlare di un re.

Riguardo alla definizione "nudo" la si può comprendere se stiamo ai fatti attuali, ad un momento storico in cui il "popolo del vino" reclama che un re non si nasconda più, che venga allo scoperto, che mostri le sue insegne. Non ci sono reti, rifugi o protezioni oggi, non più. Tutto deve essere giocato alla luce del sole e della fulgida bellezza, rischiando il dovuto.

Limpida dovrà essere la sua capacità di rivelarsi un grand vin, riconoscibile, fiero, unico. I ritardi accumulati nel rincorrere traguardi che tali non erano - e parlo di vitivinicoltura "nostrana" - si sono tramutati, nel volgere dell'ultimo ventennio, in ricerca finalmente rabbiosa e determinata di essenza, elettività, intimo connubio vino-terra. L'uomo ci ha messo del suo in quanto ad estri contadini, tradizioni vere e rispolverate, scienza & conoscenza, perché più motivato, più attento, più curioso, più rispettoso.

La sfida però è in pieno svolgimento, oggi che il sangiovese si appresta a divenire il nostro primo vitigno internazionale. La terra primigenia, la culla dove è stato battezzato, deve battere un colpo, o anche due, per far capire al mondo la presenza, che esigo ingombrante, unica, ineludibile. In questo ci aiutano -bene o male- secoli di sperimentazioni sul campo, radici, mutazioni, tempo che passa, mal di testa, arrabbiature, terre e clima.

Il tempo perduto potrà essere recuperato in fretta, ne sono certo, se solo non verrà mai meno questa crescente, diffusa sensibilità verso la natura e le sue insuperabili risorse, se solo l'ascolto dei suoi battiti si tramuterà in percorso, in racconto nuovo, in ogni luogo - meglio se di collina - destinato dalla sorte o dall'uomo ad accogliere una pianta di vite.

Qui d'appresso un piccolo viaggio, dimostrativo, affatto esaustivo, compiuto nell'arco di una serata campagnola calorosa e conviviale, propositiva e ben pensata, insieme ad otto pure espressioni di sangiovese in purezza provenienti dalla Toscana, otto piccoli re, nudi e crudi, a rappresentarmi lo stato dell'arte, di quanto siamo in grado di tirar fuori in termini di bellezza e tipicità.

C'erano dei purosangue conclamati, avvezzi alle sfide e a vincerle, ma c'erano pure dei puledri da crescere, i cui nomi li saprete giudicare da voi. Tutti insieme sono riusciti a regalarci almeno due sensazioni indimenticabili, sia pur a dispetto di un annata, la '98, che non è stata tanto gentile con i grappoli di sangiovese della Toscana interna: la prima è quella del legame indissolubile con il territorio, mai così chiaro; la seconda quella della differenza, in stile, carattere, nerbo ed articolazione, vivida a tal punto da derivarne, una volta ancora, la pura identificazione nei tratti, sì che con mio malcelato stupore, alla cieca - obbligato dal pubblico a tentare - di quegli otto bicchieri rossi ne ho azzeccato i contenuti un per uno.

Mi si può rimproverare di aver messo in campo la razza pura, l'alta gamma. Sarà anche vero, ma vi posso assicurare che i progressi compiuti nel campo della ricerca agronomica insieme alla consapevolezza (convinzione) di fare di più e meglio potranno allargare gli orizzonti: se solo cominciassimo a darci regole di vigna ( e parlo soprattutto delle doc) e si iniziasse una seria mappatura dei vigneti, se accompagnassimo tutto ciò alla messe di sperimentazioni agronomiche miranti alla conoscenza del comportamento dei cloni vecchi e di quelli nuovi nei vari terroirs, le unicità e le caratterizzazioni sarebbero spinte e diversificate, a tutto vantaggio della versatilità della proposta, a tutto vantaggio degli orizzonti.

Esse sarebbero tali da sposare appieno il senso vero e profondo dell'impresa, quello "dell'ampia unicità", che sia respirabile da ogni singolo bicchiere di sangiovese - nudo- che berrai, da cui ne trarrai - giocoforza - l'umore della terra d'origine. Allora sì che il re sarà di nuovo in stola.


Il discorso

Nell'alveo delle serate pensate e vissute da questa dinamica condotta Slow nel segno dei vitigni blasonati e forti, o meglio dei vini da monovitigno, ne è stata inserita a buon diritto una dedicata al sangiovese; una necessità, un dovere, e non solo perché siamo in Toscana, ma perché indubbiamente il carisma e l'importanza di questa varietà, se anche solo guardiamo ai numeri, sono indiscutibili.
Oggi il sangiovese è il vitigno più diffuso in Italia, le sue barbatelle sono le più moltiplicate e commercializzate dai vivai, è il primo vitigno italiano che si appresta a divenire internazionale, da che l'esportazione comincia a dare evidenza di sé ( quasi duemila gli ettari in California, significativi impianti nei paesi del nuovo mondo). E questo tanto per dar dei numeri.

Invece, tanto per scacciare dubbi residui, è inutile negare la territorialità - toscana va da sé - di chi vi parla, così come ritengo di gran parte dell'auditorio, per cui è innegabile il trasporto che si prova - per quella sorta di pensiero mitico che circonda e investe la rappresentazione di un vino così fortemente legato alla nostra terra, alla nostra tradizione, alla nostra storia - nel parlare di sangiovese: guardare al sangiovese è un po’ come guardare in noi stessi e nella nostra cultura. Lo sentiamo addosso, è parte integrante della nostra formazione, è imprinting. E ci arrabbiamo sempre un po’ di più quando da esso non viene tratto il meglio possibile, ma anche quando esso viene deriso, o preso sottogamba, o abbandonato a se stesso. Ci accaloriamo insomma, come per ogni concetto della mente che sentiamo intimamente meritevole e bello, intimo e partecipato.

Parlare quindi di un sangiovese così ingombrante e radicato, per un toscano che del vino è innamorato, e farlo nello spazio di una piccola introduzione, non è cosa da poco, ma lo faccio volentieri, cercando di sintetizzare gli aspetti e gli interrogativi che mi appaiono importanti per spingere alla curiosità e all'approfondimento, soprattutto per trovare dei segnali, degli stimoli, in ciò che sta accadendo, speranze comprese.

Molti gli argomenti e le derive che potremo tirare in ballo ma visto che stasera, e a ragion veduta, i protagonisti liquidi saranno tutti sangiovese in purezza toscani (alcuni dei quali- se non tutti - considerabili dei grandi classici, forse tra quelli che hanno dimostrato di più l'enorme potenzialità di questo vitigno in certe zone) incentrerei il discorsetto a partire da una questione più che mai attuale e discussa, che si chiede: "sangiovese in purezza sì, sangiovese in purezza no?"

Oggi, quando si parla male del sangiovese, si è tacciati di favorire l'appiattimento del gusto verso uno stile meticcio, internazionale, poco relazionabile al territorio, più confondibile e confuso, però un dato di fatto che emerge è che gli enologi oggi non è che lo impieghino spesso in purezza. Quale acqua va al loro mulino?

Primo pensierino, su cui meditare bene è il seguente: la storia, la tradizione hanno visto il sangiovese sempre unito con altre uve, praticamente mai da solo.
La celebre formula chiantigiana del Ricasoli, tanto per fare un esempio, era spiegabile dal fatto - se ti attieni alle sue parole - che la robustezza del sangiovese e la giustezza dei suoi profumi non erano tali da sopperire alla sua proverbiale durezza ed asprezza, sì da consigliare, per l'amabilità e la beva, l'impiego di uve integrative come il canaiolo e la malvasia nera. In altre zone il colorino, per esempio, e così via.

Secondo pensierino: la coltivazione di questa varietà pare presentare degli aspetti critici, se la si riferisce a quella proprietà del sangiovese di "sentire" molto il territorio; cioè il nostro è uno di quei vitigni che può dare vini dalle caratteristiche qualitative molto differenti a seconda del suolo e del rapporto che esso ha con il microclima. Pensiamo per esempio alle tipologie di vino a predominanza sangiovese, dai novelli, ai beverini, ai vini complessi e longevi… C'è di più: la qualità non va molto d'accordo con terreni grassi o troppo fertili che favoriscono l'iper-produzione della vite, vite che di per sé gode già di una buona fertilità.

Eppoi il nostro caro, vecchio amatissimo sangiovese presenta una curva di maturazione molto lunga, per cui sono fondamentali condizioni climatiche che consentano mesi di ottobre caldi e non assoggettino le vigne a forti insolazioni nei periodi estivi, con il rischio di una perdita in contenuto polifenolico, in particolare di antociani.

Quindi l'adozione massiccia di un sangiovese esprimibile in purezza per alcuni esperti significa - oltre il favore della stagione e dell'epoca vendemmiale - la vocazione sincera del territorio in cui esso viene dimorato, a volte confinabile in esclusive vigne. Ecco così che certe aree di Toscana, o micro-aree addirittura, sono particolarmente vocate, altre decisamente meno.

Però la ragione di fondo della mancata elaborazione in scala diffusa di sangiovese in purezza ( in relazione ai numeri che ho dato - significativi ch'è tutto dire - e alla indubbia importanza che viene attribuita al sangiovese stesso) io la identifico nel fatto che in Toscana, pur essendo radicata e storicizzata la coltivazione della vite, la coscienza di una vitivinicoltura di qualità è molto recente, databile a non più di venti anni fa (guarda caso dopo il tramonto/tracollo apportato all'Italia dall'affaire metanolo) e di conseguenza chiari sono divenuti - a ben pensarci - i ritardi nelle conoscenze, favoriti pure da una latitanza/distrazione da parte delle istituzioni preposte (in ricerche e quant'altro), affannate in altre derive, più pragmatiche e "di quantificazione" che altro.

Non è la mancanza di storia che ci manca, è la mancanza di storia della vitivinicoltura di qualità. La proliferazione (benigna per l'amor di dio) di tecnici ed enologi si è avuta così in un periodo storico in cui da un lato l'Italia doveva dimostrare di saper risalire la china - e in fretta - e congiuntamente dall'altro montava l'onda lunga di una cabernettizzazione ingombrante che a sua volta prendeva la forza da una dinamica particolare della domanda e del mercato, che portava a individuare come qualificanti caratteristiche organolettiche derivabili da altre esperienze, "facilmente" ottenibili - nel nostro caso- mediante l'aggiunta di vitigni migliorativi stavolta internazionali, come il cabernet o il merlot, sì che il vino ottenibile potesse acquistare in concentrazione e maturità tannica, o in morbidezza e dolcezza.

Cosicché, essendo gli enologi dei professionals pagati dalle aziende che sono aziende e volevano ottenere certi risultati di mercato, profitti compresi, forse non ci si è spesi poi troppo nel rischiare l'avventura fascinosa, perché ancora da scoprire appieno, del sangiovese in purezza.

Ecco che, ancora troppo di fretta, negli ultimi anni molti produttori sembrano aver tralasciato la via della ricerca e dell'essenza di un cru a donare sangiovese elettivi e a forte connotazione territoriale, per spostarsi su vini e super vini, veri e presunti, spesso tecnicamente ineccepibili, in cui non è difficile respirare l'aria di una certa indeterminatezza stilistica, magari perché ottenibili da più parti del mondo con risultati organolettici similari.

Un aspetto fondamentale però, per comprendere le potenzialità e le vie percorribili attuali, per ricavarne a parer mio stimoli e percorsi futuribili, è guardare alla peculiarità del vitigno, che lo rende assai dissimile da altri: la sua estrema variabilità intravarietale, ossia il suo presentarsi in natura sotto forma di un numero elevato di cloni, derivati nei secoli da mutazioni genetiche delle piante e dalla loro conseguente interazione con i terreni su cui storicamente hanno dimorato. Difatti solo un centinaio d'anni fa si è cominciato a pensare che Brunello, Prugnolo e Sangioveto, che fino ad allora si credevano vitigni diversi, coltivati di fatto in aree diverse, potessero in realtà appartenere ad un unica varietà: le sperimentazioni fatte piantando su medesimi appezzamenti ciò che chiamavano Brunello, ciò che chiamavano Sangioveto, ciò che chiamavano Prugnolo, dimostrarono che si trattava della stessa varietà.

Quindi è quanto mai importante, quando si parla di sangiovese, dire: "sì, ma quale sangiovese?". Ad oggi due sono classificate come varietà portanti: sangiovese grosso (o forte) da cui discendono la maggior parte dei vitigni coltivati in Toscana e in Romagna, e sangiovese piccolo, che corrisponde a quello del Casentino.
Molte le sottovarietà (prugnolo, morellino ecc) che a loro volta si presentano sotto forma di cloni differenti: una sorta di babele insomma, che fa la specificità del vitigno, e che solo recentemente si è cominciato a indagare in modo coordinato ed orientato.

Ebbene oggi, seppur alla rincorsa, possiamo cominciare a intravedere qualcosa di diverso e contare su una serie di risultati incoraggianti, da perseguire con impegno sicuro, i quali hanno portato ad identificare nella selezione clonale (sia sul patrimonio esistente e non ancora commercializzato sia su quello a venire) e nella zonazione - assolutamente un continuum con le esperienze di selezione- gli strumenti forse rivoluzionari per consentire la conoscenza del sangiovese e della reale sua reattività con i vari terroir, sì da derivarne preziose informazioni non solo sui blend clonali più idonei per quel terroir, ma anche sulla gestione del vigneto, sulla tecnica colturale, che presenta punti da approfondire molto importanti, soprattutto quando non si può contare sempre e comunque sulla vocazione della terra e anche piccoli errori agronomici in quel caso potrebbero trasformarsi in gravi errori enologici.

Non è assolutamente utopico poter pensare di sopperire ai vitigni migliorativi proprio dalla conoscenza e dalla sperimentazione sul campo, su vari campi, dei molteplici cloni. È per questo che io auspico da una parte che i produttori della Toscana tutta riservino maggiore attenzione e ascolto ai loro terroirs, individuando per esempio quelli più elettivi e vocati, anche sulla base della loro esperienza lavorativa, da dedicare al sangiovese, perché il miraggio - come dice qualcuno ben istruito- della mappatura delle aree a sangiovese non sia più tale.

Dall'altra parte le istituzioni, oltre a incrementare ancora e ancora gli studi e le sperimentazioni sul patrimonio ampelografico e avere parte preminente nel processo di conoscenza del territorio, fungendo quindi da riferimento e non da traino, rivedano pure l'impianto delle DOC.

Abbiamo in Toscana tre zone iper blasonate che non hanno forse regole all'altezza: una rivisitazione che tenda ad una caratterizzazione spinta delle riserve nei confronti della vendemmia, una individuazione di micro-zone o sottozone dove siano veramente qualitativi i requisiti di coltivazione e un approccio di fondo mutuato dalle regole di vigna anziché da quelle di vinificazione o "dei giochi fatti", renderebbero il vino che verrà meno confondibile, più riconoscibile, più irripetibile.

I tempi possono divenire maturi per cercare un approccio al vino di qualità che ponga sullo stesso piatto vitigno e territorio, perché al territorio per vocazione antica è sempre stato legato intimamente il Sangiovese e la connotazione territoriale non deve perdersi bensì rafforzarsi. A maggior ragione in ambito di globalizzazione del mercato e di crescente competitività, se è vero come è vero che il nostro caro, vecchio, "sconosciuto" sangiovese sta divenendo un vitigno internazionale, esportato ed esportabile.

Stasera qui abbiamo otto campioni della medesima annata. Ragioni di omogeneità della proposta, per favorire il confronto, e di reperibilità delle bottiglie, hanno fatto sì di scegliere praticamente l'ultima annata in commercio. Vi sono certo dei super classici, le cui vigne con molta probabilità apparterrebbero (nel cuore degli estimatori lo sono già) alla categoria di quelle "elettive" per una ipotetica, attesissima mappatura; vi sono vini che hanno fatto la storia della elaborazione in purezza del sangiovese (se si esclude l'esempio Brunello, poi a ben vedere "scoppiato" su larga scala che son soltanto 15 anni); vini che vanno dal capostipite Pergole Torte, di Montevertine (nato nel 1977) ad una serie di vini sempre dell'area classica chiantigiana nati nella prima metà degli anni 80 (Gioia, Percarlo, Flaccianello e Fontalloro) fino agli altri, più recenti e subito impostisi all'attenzione della critica e del pubblico, com'è il caso dell'elegante PuroSangue di Livernano o -intruso di stasera - del Cavaliere di Michele Satta, che vien da Castagneto Carducci.

Pur tenendo conto di un annata che non ha riservato grossi picchi di bontà nei vini a base sangiovese, capiremo, dall'assaggio meditato e pensato che andiamo a fare, come per alcuni di essi l'elezione e la bellezza, dimoranti nel carattere e nello stile così come nella riconoscibilità e nella identità, non siano soltanto un pour parler bensì una continua, perpetuata, sognata, effettiva realtà.

Gli assaggi

ANFITEATRO 1998 - VECCHIE TERRE DI MONTEFILI
Il quadro olfattivo - a tratti sfuggente- è remissivo alla incisività, pur essendo non privo di sfumature ed eleganza, alle quali associ una base di frutto rosso e di violetta, qualche screziatura vegetale, un discreto carattere, qualche umore selvatico. In bocca è aitante e grintoso dapprincipio, in odor di tipicità, poi il frutto nello sviluppo pare soggiacere alle impuntature tanniche diffuse e ripide, che compenetrano gli influssi roverizzati, ancora leggibili, che qui si fanno aromi di bocca vanigliati e tabaccosi. Abbiamo conosciuto degli Anfiteatro con la marcia in più, quella che qui desidereremmo avere nel finale, dove il vino non mostra appieno la sua caratteristica vibrante tensione bensì si acquieta prima del tempo su sensazioni calde, asciutte, ammandorlate.

PUROSANGUE 1998 - LIVERNANO
Intenso e variato nella sua articolazione aromatica, questo PuroSangue chiantigiano ti convince per la solida e gioviale base di frutto, estroversa, ancor rossa e matura, per la sincera predisposizione floreale, per lo spunto minerale limpido, per le sensazioni selvatiche e di cuoio ai margini, per i rintocchi speziati.
In bocca sa mantenersi vivido e saporito, dall'incedere dolce e quasi quasi zuccheroso, che pare oramai contraddistinguerlo. Così facendo il degustatore ne resta avvinto, per via di un insieme di sapori fusi ed eleganti a cui se vuoi può mancare il guizzo della profondità, o della variazione sul tema, ma che non puoi non trovare istintivamente molto piacevoli.

LA GIOIA 1998 - RIECINE
Aromi profondi, da fermarsi silenziosi ad ascoltare, ben mutuati dal rovere e da una sostanza fruttata che il tempo ha dichiarato innegabile. Molto fine l'approccio e il godimento. Notevole la stoffa al palato, la souplesse, il grasso, la struttura. L'estrema continuità, insieme ai tannini maturi e morbidi, gli fanno assumere il passo dei grandi. Sono felice perché, pur sostenendo ancora che il Chianti Classico Riecine Riserva 98 sia il loro vino più riuscito di quella vendemmia (tra i migliori della denominazione tutta) la sorpresa di aver ritrovato una Gioia rivitalizzata, a dispetto di un assaggio estivo non troppo entusiasmante, è stata grande. Di nuovo, il respiro profondo del cru tutto in un bicchiere.

FLACCIANELLO DELLA PIEVE 1998 - FONTODI
Al naso il rovere si sente e contribuisce da par suo al risultato che ne trarrai: coltre di spezie e balsami, liquirizia e pellame su base certa di amarene. Prezioso il ricamo minerale, leggibile il legno di cedro, intenso ed incisivo lo spettro.
In bocca richiama a più riprese sapori vegetali e di bacca, e non è privo di spigolature selvatiche e ruvide. La progressione è serrata ed articolata, il tannino ben estratto, il corpo muscoloso e teso, eppure ti appare nel complesso come un cavallo assai imbizzarrito nient'affatto docile a placarsi, a mostrarsi quieto nelle sfumature, al punto tale che di eleganza mi piacerebbe coglierne - negli anfratti - assai di più.

CAVALIERE 1998 - MICHELE SATTA
Al naso il frutto sembra assai spinto nella maturità, sia pur mantenendosi sanguigno e caldo: percepisco il lampone, più sotto il caffè, per un quadro non profondissimo né variato ma riconoscibile e caratteriale. In bocca però mostra qualche discontinuità di troppo ed un tannino asciugante. L'integrità del frutto non è ai massimi livelli e la dolcezza dei primi tempi pare essersi confusa nei rivoli tannici e cupi della maturità. Continua l'avventura fascinosa di questo capace e colto produttore castagnetano alle prese con i cavalli di razza, cresciuti in microclimi totalmente diversi da quelli classici chiantigiani. È stato capace di stupire. Lo attendiamo con ansia alla riprova.

PERGOLE TORTE 1998 - MONTEVERTINE
Poco estroverso e di contenuto fruttato limitato, aleggia etereo su un impianto rarefatto e tabaccoso, in cui scorgi accenti di spezie e sentori di sottobosco ben sopra la sottile linea aromatica del frutto di ciliegia. Largo lo spettro. Classica scorrevolezza al palato, setoso e raffinato nei tannini, a cui mancano il nerbo acido e la polpa dei tempi migliori. Queste mancanze ledono allo sviluppo, al peso tattile, alla piacevolezza della trama, che non si infittisce bensì si dipana essenziale in un finale asciutto e meno saporito del solito, su uno spirito di fondo evoluto che pare dimostrare più anni di quello che ha. Non si ripete, nella bellissima bottiglia che ho davanti, l'indiscreto fascino del mito a cui tanto hanno contribuito la cultura e la caparbietà di un uomo chiamato Sergio Manetti. Mi manca quell'abbraccio forte nel quale per esempio in buona parte il Pergole 1996 - senza voler scomodare annate gloriose e più lontane - mi aveva dolcemente illuso di ricadere.

PERCARLO 1998 - SAN GIUSTO A RENTENNANO
La nitidezza e la variabilità aromatica stentano un pochino a venir fuori, in un quadro caratterizzato dal rovere che - strano ma vero- pare prevaricare il frutto e così facendo tende a rendere più statico l'ascolto, meno prezioso il ricamo, meno pregnante la sostanza. Anche in bocca le sensazioni provate al naso si rivelano nette: il frutto che soffre il rovere ed il tannino, vanto e carisma di un vino tra i più caratteriali ed importanti di Toscana, che non trova il passo e la maturità delle grandi occasioni. Lo stato evolutivo mi dice di attendere ancora per trarne le giuste considerazioni. Come caratteristica della casa i sangiovese dei fratelli Cigala , montigiani ch'è tutto dire, esplodono e danno il meglio di sé più in là nel tempo. Certo è che il Percarlo che siamo abituati a tagliare con il coltello per la sua giovanile esuberanza e per l'elettiva potenza - che fascino!- qui appare assai distante.

FONTALLORO 1998 - FATTORIA DI FELSINA
Seppur non apertissimo nei profumi, ti conduce per mano dentro un quadro fresco e balsamico, dal frutto integro e vibrante, di cui attendi piena fusione e netta intensità, ma che non puoi non definire fine, caldo, invitante. Poi in bocca te ne accorgi, perché la progressione e l'impasto di cui è capace il Fontalloro fanno parte di quei tratti caratteriali che accarezzano i sensi e suggellano i ricordi, sono indelebile memoria gustativa consapevole. L'accoglienza che ti riserva è via via più calorosa e vibrante. Lavora in profondità, di fino, e sa colpire nel segno. Non c'è la polpa degli anni migliori ma l'equilibrio, la pienezza, la fusione che vi scorgi dentro lo consacrano ad archetipo, a must, a piccolo-grande gioiello, a meritorio re, stola compresa.


Note ai margini

Prima di tutto mi scuso con i lettori per lo "sproloquio" perpetuato e prolungato offerto con questo pezzo. Ma è stato più forte di me: partorito di getto, divenuto inchiostro, deposito fluido dei miei pensieri vaganti, non sono riuscito a trattenerlo.

Per ultima invece un immagine simpatica, a ribadire la cura del particolare e le attenzioni di cui son capaci gli uomini e le donne del Cavatappi di Calcinaia: il patron Simone Brogi intento a mescere le dosi. Che stia misurando - forse - la dimensione di una goccia?

Fernando Pardini
(21/5/2001)

 

   

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