Dall'International Wine Festival di Merano
 
 
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Ricordando il Winefestival


Un assaggio di... Piemonte

Perle del Sud
Villa Matilde: alla ricerca dell'antico Falerno
Puntata a Nord-Est:
i bianchi
e i rossi

Incontro con
Girolamo Dorigo

Piccola incursione nel Soave/1: Pieropan

Piccola incursione nel Soave/2: i fratelli Gini, Anselmi e Suavia
E per finire... uno sguardo oltreconfine

Incontro con Girolamo Dorigo


Incontrando qui a Merano Girolamo Dorigo ci troviamo di fronte ad uno dei più importanti produttori italiani e ad uno dei portabandiera della viticoltura friulana. O piuttosto dovremmo dire della moderna viticoltura, perché, da una parte, come vedremo, i metodi di lavoro e gli interessi "culturali" si allineano con le tendenze più avanzate del cosiddetto "rinascimento vinicolo italiano", dall'altra l'"immagine" è piuttosto lontana da quella che ci è familiare del vignaiolo friulano; qui il physique du role dell'imprenditore del nord c'è tutto, con una buona dose di buonumore, disponibilità e arguta ironia quando serve.

E in effetti Dorigo adotta metodi in vigna assai avanzati, recluta i migliori enologi, non limitandosi alla produzione dei grandi bianchi per i quali la sua terra è fortemente vocata. Infatti, al di là dell'importanza dei risultati di questo produttore che tutti conoscono (basta nominare il suo celeberrimo Montsclapade) ci colpisce la varietà degli interessi: impegno sui bianchi, naturalmente, ma forte passione per i rossi che si divide fra il "grande" prodotto e l'esplorazione dei vitigni autoctoni.

Come inizia la sua storia di produttore? "Per caso. La mia attività era quella di commercialista ed avevo interessi nell'ambito di lottizzazioni immobiliari. Casualmente mi è capitata un'occasione e ho comprato una vigna: non l'ho lasciata più. Anzi..."

Anzi? "Anzi ho ceduto lo studio!"

Certo, è stato un bel cambiamento... "Senz'altro. Comunque in definitiva credo di aver scelto la cosa a me più congeniale. Tutti abbiamo qualche parente contadino, il mio legame con la campagna non ha fatto che rafforzarsi."

Quindi a quando risale la sua scelta? "L'acquisto della prima vigna è avventuo nel 1967, ma è nel 1975-76 che ho fatto il 'triplo salto mortale'. Nessuno mi conosceva come produttore di vini (come commercialista sì!). Ma non ho avuto modo di pentirmi."

In che stato erano le vigne che aveva comprato? "Le vigne erano un disastro. Le ho rinnovate tutte, ma ne conservo ancora un paio di quelle vecchie, rimangono come testimonianza."

Ha trovato un contesto "culturale" favorevole in quest'opera di rinnovamento? "No, anzi direi che il rinnovamento della vitivinicoltura friulana non è certo supportato dalla ricerca, e il guaio è che il Friuli ha subìto supinamente i grossi trattori. Avere pochi ceppi per ettaro sembrava la strategia vincente, d'altra parte la forma di allevamento chiamata Casarsa [a potatura lunga, mirata alle alte produzioni, ndr] è in onore di Casarsa..."

E dunque come si è mosso? "Mi sono guardato in giro, prima osservando i vigneti storici italiani, poi andando in Francia. Ebbene sì, sono stato folgorato sulla strada della Borgogna..."

Quindi ora in vigna qual'è la situazione? "Dove possibile, e cioè in circa un terzo delle vigne, ho piantato con una densità di 9000 ceppi per ettaro. Ripeto, dove è possibile, anche perché una vigna inizia ad essere produttiva dopo quattro anni ma il vino viene bene dopo dieci, e facilmente ci si può indebitare per miliardi..."

In cantina si avvale di collaborazione di enologi? "Innanzitutto con me lavora mio figlio Alessio, che ha trent'anni. Poi mi avvalgo di consulenze esterne, prima di Donato Lanati, ora di Roberto Cipresso."

Secondo lei quella dell'enologo è una figura importante? "Direi di sì, anche se l'idea la deve portare avanti il proprietario dell'azienda. Io non mi lascio condurre dall'enologo. È chiaro però che per mettere in pratica le idee ci vuole competenza..."

Verso quali tipi di vini sono diretti i suoi gusti? "Confesso che amo di più i vini rossi, e come si può vedere dalla mia produzione cerco di valorizzare al massimo i vitigni rossi autoctoni: tazzelenghe, pignolo, schioppettino. Attualmente la produzione della mia azienda è ripartita per metà sui bianchi e metà sui rossi, ma la tendenza è di aumentare i rossi."

Le prospettive dell'azienda? "Innanzitutto, è molto difficile acquisire nuove vigne, la situazione è spesso che i giovani non vogliono lavorare nella campagna ma i vecchi non vendono... più facile è l'affitto, sempre di piccole superfici, un ettaro, un ettaro e mezzo. Poi continuo il processo di rinnovamento, costruirò una nuova cantina, insomma sono aperto a 360 gradi. E per quanto riguarda il mercato, vedo con interesse il Sud-Est asiatico."

La nostra intervista sarebbe finita, ma Girolamo Dorigo ci tiene a dire un'ultima cosa: "Vorrei spendere ancora qualche parola su un problema che mi sta a cuore, e cioè la produzione di Champenois friulani di qualità. Io credo che una terra che produce vini bianchi di così alto livello non debba lasciarsi escludere da questa opportunità. È fra l'altro una cosa che mi diverte e su cui ho investito parecchio, fino a diventare presidente di un'associazione di produttori che si sono prefissi questo scopo. Lo spumante è spesso il momento di apertura nei pranzi, quindi un momento molto importante, ed io personalmente apro i miei pranzi di presentazione in questo modo."

Di Girolamo Dorigo sentiamo il Sauvignon 1999 che all'inizio si mostra un po' timido al naso, poi si apre nel bicchiere su note floreali di erbe di campo con una punta di agrumi. In bocca mantiene una profilo di bella eleganza, nell'ambito di un corpo medio e un finale piuttosto ampio. Il Monsclapade è il risultato dell'unione di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot, i quali vengono fatti stare prima un anno in barrique separatamente, poi assemblati, tornano in barrique un altro anno. Il Monsclapade 1997 è di colore rubino violaceo fitto, al naso si mostra elegantissimo, con note floreali (viola) e di frutti di bosco. Al palato non ha il corpo che forse ci si aspetterebbe, ma è di grande potenza, un frutto molto ben espresso che rende la bocca molto ampia con un finale appena un po' astringente.


(rf)

 

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