Ricordando il Winefestival
Un
assaggio di... Piemonte
Perle
del Sud
Villa
Matilde: alla ricerca dell'antico Falerno
Puntata
a Nord-Est:
i bianchi e
i rossi
Incontro
con
Girolamo Dorigo
Piccola
incursione nel Soave/1: Pieropan
Piccola
incursione nel Soave/2: i fratelli Gini, Anselmi
e Suavia
E
per finire... uno sguardo oltreconfine
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Incontro
con Salvatore Avallone:
Villa Matilde, alla ricerca dell'antico Falerno
Si sente dire spesso che saper bere bene e conoscere quello che il territorio
italiano può esprimere nelle sue grande varietà di territori
e climi è una forma di cultura; questo concetto, che si potrebbe
considerare (a torto) un po' astratto, diventa invece concretissimo e
trova la sua dimostrazione più esplicita quando si conosce la storia
di Villa Matilde dove progetto culturale e produzione di qualità
si sono saldati in modo indissolubile rafforzandosi e motivandosi a vicenda.
E si rimane affascinati sentendo questa storia spiegata e raccontata con
eloquio piano e sicuro da Salvatore Avallone che riesce a trasmetterci
in modo assai chiaro la sequenza delle fasi del progetto iniziato da suo
padre, nel tentativo di ricreare le condizioni di un lontano passato nel
quale era il sud d'Italia la parte più avanzata in Europa nell'arte
della coltivazione della vite.
"Il progetto nasce negli anni 50 con il preciso intento di far rivivere
uno dei vini più antichi, il Falerno del Massico. I primi
passi sono stati compiuti nell'ambito dell'archeologia enologica, e con
la collaborazione dell'Università di Napoli per la sua bella scuola
nello studio dell'epoca imperiale romana. Naturalmente il primo passo
è stato la ricerca nelle campagne, per rispondere alla domanda
fondamentale 'Esistono ancora delle piante antiche?'"
Ma come può nascere una passione di questo tipo? "Nella mia famiglia
esisteva una passione culturale nei confronti del mito dell'enologia del
sud. Per essere più chiari, c'era la volontà di riscoprire
quello che nell'antichità era il 'top' dell'enologia mondiale,
poi diventata terra di soli vini da taglio."
Dunque, ricerca delle piante. E poi? "Una volta trovate le piante,
c'è stata la fase della moltiplicazione. Alla fine degli anni '60
c'è stata la prima produzione, che ha avuto un buon successo."
Avete trovato delle difficoltà? "Diciamo che c'è
stato bisogno di tanto studio, sia sul versante dello studio dei cloni
che su quello della ricerca del portinnesto migliore. Purtroppo una ricerca
organizzata non esiste, per questo noi possediamo dei campi sperimentali
privati. Venendo a qualche aspetto più strettamente legato alla
produzione. I nostri vigneti hanno in media 5000 piante per ettaro, con
ognuna circa 800 grammi di uva, dunque abbiamo 40-45 quintali di uva per
ettaro. In ogni caso facciamo una selezione manuale dell'uva nella fase
della vendemmia. Veda, quando si parla della Campania bisogna tener conto
di un fatto fondamentale, e cioè che climaticamente non è
una regione meridionale come questo viene inteso normalmente, dal grande
caldo e maturazioni assicurate. Attacchi di Oidio e Peronospora sono facilissimi
e, infine, l'aglianico ha gli acini che si spaccano facilmente a fine
maturazione."
Venendo al presente, la vostra produzione ha degli aspetti di unicità:
questo fatto ha delle conseguenze a livello di mercato? "Porta limiti
e vantaggi. I limiti sono appunto che siamo gli unici produttori di certi
vini, e ci priva della possibilità del confronto. I vantaggi sono
i benefici di mercato dati proprio da questa unicità."
Producete anche vini bianchi? "Per quanto riguarda i bianchi abbiamo la
falanghina del Sannio, che è la più antica falanghina. Anzi,
bisogna ricordare che nell'antichità i tralci di vite erano appoggiati
al suolo, poi ci fu la vera rivoluzione di alzare le piante sostenendole
su dei pali di legno, e 'falanga' significava proprio 'paletto di legno'.
Noi raccogliamo le uve quasi in sovrammaturazione e vinifichiamo separatamente
le uve provenienti da vigne diverse. Raccogliere l'uva molto matura dà
più corpo e più frutto, e per i rossi tannini più
dolci."
Vi avvalete dell'ausilio di un enologo? "Beh, mio padre è un avvocato,
dunque è naturale che sia stata sentita l'esigenza di un apporto
tecnico. Il nostro enologo è, dal novembre 1996, Riccardo Cotarella.
Devo dire che all'inizio c'è stata qualche divergenza di idee,
perché voleva indirizzare la nostra produzione verso una presenza
marcata di vitigni internazionali, ma per noi sarebbe stato buttare via
venticinque anni di lavoro. Ora è lui il primo a dire: 'piantiamo
ancora aglianico!'"
Assaggiamo
per primo il Falerno del Massico Vigna Caracci 1999, da uve falanghina
provenienti dal cru omonimo, che presenta bei profumi, dolci e
intensi, di lavanda, frutta matura (pera in testa), e una punta di miele.
In bocca ha bella struttura e fluidità, è aromaticamente
coerente con il naso e presenta un finale non lunghissimo. Il Falerno
del Massico Rosso 1998, da uve aglianico (90%) e piedirosso, presenta
profumi esuberanti di fiori e frutta rossa fresca, spunti vegetali, di
menta e di spezie verdi uniti ad un tocco di vaniglia. In bocca è
più dolce, ancora lievemente vanigliato, un tantino più
semplice che al naso e con un finale di media lunghezza. Infine, la perla
aziendale, il Falerno del Massico Vigna Camarato 1997, da uve aglianico
in purezza: affina un anno in legno piccolo (nuovo, usato un anno e usato
due anni per un terzo della massa ciascuno), e presenta un colore rubino
pieno di bella intensità. I profumi sono intensissimi e dolci di
frutta rossa matura (amarena in particolare); anche al palato il frutto
viene fuori prepotente e viene affiancato da una elegante speziatura verde;
notiamo un leggero sbilanciamento dovuto dalla notevole carica di tannini
a stento sostenuti dal corpo del vino. Media lunghezza nel finale. E l'annata
1998, ci dice Salvatore Avallone, sarà molto meglio!
(rf)
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