Ricordando il Winefestival
Un
assaggio di... Piemonte
Perle
del Sud
Villa
Matilde: alla ricerca dell'antico Falerno
Puntata
a Nord-Est:
i bianchi e
i rossi
Incontro
con
Girolamo Dorigo
Piccola
incursione nel Soave/1: Pieropan
Piccola
incursione nel Soave/2: i fratelli Gini, Anselmi
e Suavia
E
per finire... uno sguardo oltreconfine
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Perle del
Sud
Il primo rappresentante della viticoltura meridionale di qualità
che incontriamo è Donato D'Angelo, da Rionero in Vulture
(Potenza) che ci spiega: "La parola Aglianico deriva da Ellenico, e il
Vulture è un cono vulcanico con terreno di medio impasto vulcanico,
appunto. La mia vendemmia avviene di solito alla fine di ottobre, anche
se nel 2000 è stata anticipata di una settimana. Insomma l'Aglianico
è un vitigno di "terza maturazione", e o ne viene fuori un grande
vino oppure non se ne fa niente." E poi: "La resa prevista dal disciplinare
è di 70 quintali per ettaro, quella delle mie vigne, la cui età
si aggira sui 30-40 anni, si attesta sui 35-40 quintali per ettaro. L'uso
della barrique per i miei prodotti, che avviene ormai da vent'anni, è
dovuto al fatto che mi sono dovuto adeguare, dà risultati più
immediatamente apprezzabili in tempi brevi. Altro passaggio obbligato
in cantina è stato accorciare i tempi di macerazione."
Assaggiamo
l'Aglianico del Vulture Vigna Caselle Riserva 1995, che si presenta
rubino di bella intensità. Al naso, il frutto è espresso
assai nitidamente, e si sentono in particolare frutti di bosco a bacca
rossa maturi, ciliegia ed amarena. In bocca lo abbiamo trovato non grassissimo
e un pochino astringente nel finale. Di stile più internazionale
è invece l'igt (per scelta) Canneto 1997, sempre da uve
Aglianico, che matura in barrique per 18 mesi. È un prodotto sulla
falsariga del precedente ma senz'altro più elegante, e presenta
anch'esso un bel frutto (sempre frutta rossa matura), anche di maggiore
nitidezza che nel vino precedente, dunque veramente in evidenza, unito
ad una leggera nota vanigliata. In bocca è pieno, ed è meno
astringente del Vigna Caselle, pur mantenendo questa caratteristica. Infine,
a causa della sua provvisorietà del suo stato evolutivo, non ci
sentiamo di dare un giudizio sul campione di barrique propostoci del nuovo
nato dell'azienda, il Serra delle Querce 1998, frutto di un taglio
di Aglianico 70% e Merlot 30%.
Scendiamo fino ad arrivare in Sicilia, e più precisamente ad Acate
(Ragusa) dove l'azienda Valle dell'Acate si contraddistingue per
una particolare attenzione nei confronti delle uve autoctone della sua
zona. Ecco dunque il Frappato 1999, da omonimo vitigno
vinificato in purezza, che si presenta come un vino facile, ma assai fruttato
nei suoi chiarissimi profumi di ciliegia fresca. Vino di maggiore profondità
è invece il Cerasuolo di Vittoria 1998, 60% nero d'Avola
e 40% frappato che passa 8-9 mesi in barrique. Anche questo è un
prodotto assai piacevole ma di maggior spessore, nel quale la componente
olfattiva del nero d'Avola (toni di frutta rossa e spezie verdi) e la
sua maggiore carica tannica prendono in mano la situazione.
E continuiamo decisamente a parlare di nero d'Avola con l'azienda Morgante
(Grotte, provincia di Agrigento) che ha compiuto una decisa scelta in
direzione di questo favoloso vitigno, anche se nei 30 ettari vitati ora
c'è anche del cabernet. Giovanni Morgante ci dice: "Il nero d'Avola
è come il sangiovese, ha una grande variabilità che riflette
fedelmente i diversi terreni dove viene coltivato. Il nostro nero d'Avola
'base' proviene da vigne di 10-12 anni, la macerazione con le bucce dura
due settimane, e poi il vino sta cinque mesi in barrique, in modo che
il legno non si senta, come avviene in Francia, ma che accresca la struttura
del vino."
E
il Nero d'Avola 1999 è veramente un bel vino:
carnoso al naso, con i suoi profumi di fiori e di ciliegia, e vellutato
in bocca. Il Don Antonio 1998, altro nero d'Avola in purezza, è
al suo primo imbottigliamento ed è il prodotto di punta dell'azienda.
Proviene da vigneti più vecchi, con minore resa per ettaro, e l'affinamento
avviene dodici mesi in barrique e sei in bottiglia. Di colore rubino pieno
e brillante, mostra al naso uno spettro olfattivo amplissimo, che va dalla
prugna alla confettura di frutta rossa e nera. In bocca ha corpo pieno,
anche qui sentiamo della bella confettura di ciliegia, anche se la marcatura
del legno è più evidente e notiamo il vino un pochino astringente.
Quando si parla di nero d'Avola non si può naturalmente non evocare
il nome di Duca di Salaparuta. Questa grande azienda,
la cui privatizzazione sembra essere una vicenda senza fine, vinifica
uve provenienti da varie zone della Sicilia che seleziona secondo precisi
criteri. E siccome il nero d'Avola, come si è detto più
sopra, è un vitigno assai multiforme, non sorprenderà il
fatto che l'azienda ne abbia tratto altri due vini da poco immessi sul
mercato, il Bennoto e il Triskelè,
che vanno a posizionarsi nella fascia intermedia fra il Terre d'Agala
e il Duca Enrico.
"Il nero d'Avola è un'uva veramente camaleontica - ci conferma
il direttore commerciale Enzo Toja - il risultato dipende molto, per esempio,
dall'altitudine a cui sono poste le vigne. L'uva del Bennoto proviene
da 65 ettari di vigne dalla zona di Elori, in provincia di Ragusa; quella
del Triskelè da 55 ettari posti ad una cinquantina di chilometri
di distanza, e le vigne hanno altitudine e rese diverse." Ci sembra significativo
questo nuovo forte impulso in direzione della valorizzazione del nero
d'Avola... "Beh, in quanto azienda pubblica ci siamo sempre sentiti in
dovere di valorizzare il patrimonio ampleografico italiano."
Il
Bennoto 1998, che passa sei mesi in barrique, è fresco,
di beva facile, con una frutta rossa molto ben espressa, anche se in bocca
ci è parso leggermete astringente. Il Triskelè 1998
ha maggiori toni vanigliati al naso, una struttura media in una bocca
contraddistinta da note di ciliegia, frutta di bosco rossa e accenni speziati.
E terminiamo con una "dichiarazione d'amore" nei confronti del veramente
bello Duca Enrico 1996, che, ci si permetta il paradosso un po'
irriverente, definiremmo un vino "facile da bere", naturalmente nel senso
che il lungo percorso di affinamento, comprendente un uso assai ben calibrato
del legno (un anno di botte grande, un anno di barrique e due anni di
bottiglia) rende i profumi di frutta rossa, prugna, cenni di rosmarino
e altre spezie verdi, assai diretti e franchi. Anche questo vino, in bocca
di corpo medio-pieno e di beva assolutamente non pesante, ci è
sembrato un tantino astringente nel finale.
E
nell'assaggio ravvicinato del Duca Enrico 1996 e del
Mille e una Notte 1997 di Donnafugata (due anni
in barrique e uno in bottiglia) potrebbero venire bene alla luce le diverse
ideologie in fatto di giudizio dei vini. Nel
nostro piccolo, a noi quest'ultimo è sembrato un po' troppo dominato
dai toni vanigliati del legno che rischiano di minarne la riconoscibilità
rispetto ad altri prodotti di stile internazionale di tutt'altra origine
e concezione. Va detto comunque che si tratta di un vino dalla bocca ampia
e pastosa e dalla bella lunghezza finale. Sempre di Donnafugata assaggiamo
lo stupendo Passito di Pantelleria Ben Ryè 1999, che investe
il naso con profumi intensi di marmellata di pesca e che in bocca colpisce
più per il grande frutto che riesce ad esprimere, affiancandolo
con una bella dolcezza, che per una esagerata grassezza.
La nostra piccola perlustrazione dell'eccellenza della vitivinicoltura
meridionale non può che concludersi risentendo i bei vini di Argiolas,
che abbiamo già avuto modo di descrivere in altre pagine. Dunque,
non ci dilunghiamo troppo sul Korem 1998, contraddistinto da toni
di confettura di frutta rossa di estrema dolcezza, mentre qualche parola
di più la spendiamo per il Turriga 1995, dolce, pieno, morbido,
estroverso e spontaneo nei suoi profumi di frutta rossa matura e prugna,
e caratterizzato da un lungo finale dai tannini dolci.
(rf)
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