Dall'International Wine Festival di Merano
 
 
Gli articoli

Ricordando il Winefestival


Un assaggio di... Piemonte

Perle del Sud
Villa Matilde: alla ricerca dell'antico Falerno
Puntata a Nord-Est:
i bianchi
e i rossi

Incontro con
Girolamo Dorigo

Piccola incursione nel Soave/1: Pieropan

Piccola incursione nel Soave/2: i fratelli Gini, Anselmi e Suavia
E per finire... uno sguardo oltreconfine

Piccola incursione nel mondo del Soave, prima parte:
Leonildo Pieropan


Leonildo Pieropan è in assoluto la prima persona che incontriamo qui a Merano, all'apertura del primo giorno del Wine Festival, quando ancora non c'è quasi nessuno. Lo incontriamo subito perché vogliamo compiere una piccola "incursione" nel mondo del Soave (che rimarrà purtroppo incompiuta per l'assenza di Inama) e abbiamo la sensazione che il suo stand si affollerà presto. Infatti Pieropan del Soave ormai è una "star", e lo è diventato perché con caparbietà e in un contesto difficile, ha scommesso su un vino che certo non gode (o godeva) di buona fama, e credendo fino in fondo in un'uva da sempre maltrattata (diremmo quasi violentata), coltivata con rese altissime e raccolta presto (lei che è di maturazione tardiva) per la fretta colpevole di far uscire i vini il più presto possibile. Ed è proprio parlando di uva che iniziamo il nostro colloquio.

Che tipo di uva è la garganega?

"La garganega è un'uva facile, molto più difficile è la sua trasformazione. La sua buccia è spessa e resistente, e le piante sono generose. Potature non adeguate, compiute per soddisfare le richieste del mercato, hanno portato al disastro il vino e le vigne, e tutto per seguire una filosofia fuorviante."

Come inizio non c'è male, ma non si pensi ad un Pieropan che si scalda, ad un Pieropan polemico: è anzi persona pacata che parla con precisione e con un tono di voce molto basso, quasi sottovoce. Ma riprendiamo il discorso:

"La garganega ha una maturazione molto lunga, e questo può portare delle difficoltà al momento della raccolta per chi coltiva un solo vitigno; nonostante ci possano essere dei diradamenti naturali dovuti al freddo, anche tenendo poche gemme la produzione di uva è eccessiva. La mia resa per ettaro è di 90-110 quintali, che vanno confrontate alle rese superiori ai 200 quintali per ettari frequenti nella zona del Soave."

Apriamo una piccola parentesi: ci può raccontare la storia della sua azienda?

"La mia è una classica azienda di famiglia, fondata dal nonno con l'hobby della viticultura (lui era chirurgo) un centinaio di anni fa. La passione si è trasmessa ai due figli e quindi ai nipoti. Mio padre è quello che ha veramente inaugurato la ricerca della qualità. Negli anni '60 ci fu il boom della quantità. Erano necessari un portinnesti diversi, ma all'inizio la produzione fu ancora più rigogliosa; mi resi conto che si rendevano necessari dei tagli in estate, che, all'inizio degli anni 80, furono considerati offese contro Dio e contro la Natura."

Torniamo dunque al suo modo di fare il vino...

"Premettiamo che alla base di tutto c'è la viticoltura. Detto questo, innanzitutto l'uva deve essere perfetta, integra. La pressatura, anche se meccanica è sofficissima; faccio svolgere macerazioni se è piovuto in estate, poi decido il legno in base alle uve."

Facciamo un esempio pratico e parliamo di uno dei suoi migliori vini, il Soave La Rocca...

"é una garganega in purezza. Le uve nascono su un terreno ferroso e calcareo, e vengono raccolte quasi in sovramaturazione. Questo è possibile grazie ad una buona viticoltura e alla resistenza dell'uva. Faccio stare un po' il mosto sulle fecce fini, effettuando batonage. La maturazione del vino avviene in tonneau, senza condizionamento di temperatura. Il La Rocca è nato venti anni fa, quando non esisteva un Soave che avesse più di sei mesi. La colpa di questo era del consumatore, che spingeva il produttore a uscire il più presto possibile, mentre io posso fare delle verticali di dieci annate. E non mi si venga a parlare di non tipicità, perché non è vero."

Si è ispirato a modelli stranieri per il suo lavoro?

"Io credo che la tua realtà sia solo tua, cos“ come la espressione del tuo territorio. Io sono contrario allo chardonnay, perché si sta trascurando il trebbiano di Soave. Sono al 100% un 'autoctonista', le nostre qualità vanno difese e migliorate. Prendiamo l'ancora l'esempio della garganega: è un vitigno ideale raccolto tardivamente, è di maturazione lenta, e qui il clima migliore c'è proprio ad ottobre! Lo chardonnay non potrà mai venire altrettanto bene. La mia filosofia, anche di consumatore, è di scegliere la zona di produzione dove un vitigno ha la sua migliore espressione..."

Terminiamo chiedendole la sua posizione riguardo al Consorzio e alla doc.

"No, io non faccio parte del consorzio; stanno premendo per aumentare la resa consentita a 160 quintali per ettaro. Dalla doc, invece, ancora non esco, perché spero ancora che ci sia una inversione di rotta. Se esco ora, significa arrenderm
i e rinnegare trent'anni di battaglie in difesa di questo vino. Bisogna credere nella doc, ci deve credere il consumatore. E soprattutto, vorrei dire che trasformarla in docg non risolve il problema."

Ed eccoci ai vini: il Soave Classico Superiore Calvarino 1999, garganega 70% e trebbiano di Soave 30%, mostra un colore paglierino carico, e uno spettro di profumi che va dai fiori bianchi alla frutta matura e dolce a polpa bianca. In bocca è di bella struttura, largo, e presenta un finale strepitoso, ampio, vivo e lunghissimo, che invoglia al secondo bicchiere. Il Soave Classico Superiore La Rocca 1999, garganega in purezza, è di maggior complessità all'olfatto; la bocca è piena, vellutata ma anche elegante, ed aggiunge al suo "cugino" caratteri di freschezza apportati da note agrumose, confermando la grande lunghezza finale.

(rf)

 

Prima pagina | L'articolo | L'appunto al vino | Rassegna | In dettaglio | Sottoscrivi | Collaboriamo