Appunto
(d)al Vinitaly

di Fernando Pardini
Barolandia... e dintorni
(parte prima)
 
 
Le cronache
dal Vinitaly

Andar per bianchi

Verticali da brivido

Incontro con Sergio Molino

Dolciamarone,
Luigi Brunelli e F.lli Tedeschi


Nelle valli del Nord,
rapporto dalla Val D'Aosta


Viticoltori Caldaro
o dell'aerea eleganza


Barolandia... e dintorni/1
Brovia e F.lli Giacosa

Barolandia... e dintorni/2
Marziano Abbona ed Enzo Boglietti

Avanti Roero:
Cascina Ca' Rossa e Cascina Chicco

Valtellina:
robusti valligiani


I nuovi bianchi del Castello del Terriccio

Un bianco Friuli

Il mio Friuli:
prima e seconda parte

In archivio:

Speciale Vinitaly 2000

I protagonisti: Brovia, F.lli Giacosa

Inizia da qui un piccolo viaggio-racconto in terra (sulla terra) piemontese alla scoperta dello spirito nebbiolesco, se lo troviamo, ma non solo di quello, motivati come siamo dal recente incontro, fortemente cercato, avvenuto a Verona con uomini e donne di Langa le cui suggestioni vinose hanno intrigato assai la curiosità e la fantasia. Il "barolandia" del titolo suona bene, è concetto sintetico ed ammiccante, dà l'idea, ma, come capirete leggendo, l'articolo non è "re - legato" al solo re dei vini bensì alle diverse espressioni del territorio, che spesso e volentieri entrano a far parte della produzione di una singola azienda. "Ai dintorni" insomma, che non disdegnano affatto, se ispirati, di far aguzzare papille e creare meraviglia a degustatori e curiosi, quanto e come "il centro".


Azienda Agricola Brovia

Una cantina, visitata virtualmente nella tornata ultima "vinitaliana", e che mi ha colpito particolarmente per lo spirito ed il carattere profuso nei suoi vini, per quel suo stare così bellamente a metà strada tra vecchio e nuovo, per l'innato fascino e - ritengo - per il luminoso avvenire, è stata Brovia, che è pure il cognome della famiglia che da diverse generazioni né è simbolo ed anima. Quella famiglia che, dalla originaria Castiglion Falletto dei vigneti Rocche e Villero, si è di recente "spostata" in terra di Serralunga, per cercare nuovo orizzonte, acquisendo nei vigneti Brea e Ca' Mia. Venti gli ettari di proprietà, suddivisi equamente tra terre di Castiglione e Serralunga.

Questa la scaletta, con le suggestioni annesse, offertami con modi invoglianti e sensibilmente gentili dalla generazione nuova dei Brovia, nelle persone di Cristina ed Elena, simpatiche enotecniche, a cui vanno un ringraziamento e un affettuoso saluto. La Barbera D'Alba Sorì del Drago 1999 proviene dall'omonimo sorì sito in Castiglion Falletto e mi appare di un rosso rubino non troppo carico, sorretta da profumi intensi e vinosi, freschi e piacevolmente fruttati, di media profondità. L'acidità sorregge la bocca, che offre sostanza e peso non trascurabili, lasciandosi soprattutto apprezzare per la buona bevibilità, che non concede ammiccamenti né effetti speciali, solo purezza di frutto. Senza mirabilia.

La Barbera d'Alba Brea 1999 presenta invece un rubino più netto ed acceso, di buona densità. I profumi offrono degnissima progressione sia pur su impatto aromatico non intensissimo, composti su prevalenti note fruttate (ciliegia) un po' zuccherose, poi floreali finanche vegetali. L'integrazione con il rovere e l'equilibrio gustativo portano ad una beva non solo piacevole bensì di grande interesse, di maggiore presenza e continuità rispetto al sorì precedente.

Passando ai baroli, il Barolo Rocche dei Brovia 1997, proveniente dai celebri terreni calcareo-argillosi a sensibile presenza sabbiosa delle Rocche, con il suo granato vira sul mattone e con i suoi profumi assume trama larga, eterea, su note di frutta matura sotto spirito e minerale, assai peculiari. In bocca si mostra compatto e solido, ben sfumato, di spirito nebbiolesco netto, smussato agli angoli e, soprattutto, comunicativo, già da adesso che è un'infante, sia pur nell'aura tradizionale a cui rimanda ad ogni pié sospinto.

Il Barolo Villero 1997 proviene, ovvio, dal vigneto omonimo, cru rinomato di Langa, dall'impronta argillosa e dallo "spirito" marnoso: è granato con lieve traccia aranciata e presenta spettro intensamente profumato, di buona progressione e compostezza, a cui mancano il tempo, il giusto riposo, e l'amalgama; molto piacevole lo trovi di già nei rimandi fruttati rossi e maturi, negli accenni vegetali e nei toni minerali di complemento. In bocca è oltremodo coerente con quanto al naso apprendi, caldo, avvolgente e morbido, già in odor di velluto, dal passo lungo ed articolato. Quasi un classico, nella sua potente veste nebbiolesca. Per il sottoscritto appare di particolare godimento, se raffrontato al Rocche di pari annata di cui prima vi dicevo.

Il Barolo Ca' Mia 1997 invece ci mostra un granato più vivido e denso che non gli altri "fratelli"; sfodera intensità ed ampiezza aromatica, sorretta dal tradizionale soffio alcolico, con note fruttate, vegetali, minerali, finanche sotto spirito a complemento. In bocca è sapido, caldissimo, avvolgente e di morbida articolazione, intriso di sensazioni tattili surmature. È sensibilmente lungo, e si fa ricordare, per la spalla e l'avvenire.

Infine, last but not least, e tanto per rimanere nella cascina Ca' Mia, mi viene presentato all'assaggio il Dolcetto D'Alba Solatìo 2000, che è tutto un programma. Rosso rubino violaceo di marcata densità e carica, nei profumi unisce profondi caratteri fruttati (dolce l'amarena!) a sfumature floreali che ne amplificano l'eleganza del quadro. Non puoi non trovarlo fine e peculiare. In bocca è quanto mai invitante: caldo e potente eppure elegante, sconta una concentrazione sostenuta ed un incedere fitto, senza soluzioni di continuità, con un finale che conserva a lungo le sensazioni vinose e dolci, fruttate e mai "ispide", che incontri sul cammino. Dalle sole annate giudicate degne, dai grappoli - pochi - scelti da una vigna storica censita a barolo, io oggi ho appreso di un vino che non è barolo, che sta "nei dintorni di barolandia", ma la cui ingombrante presenza ed il cui carattere "estroverso" - da puro dolcetto - chiedono prepotentemente la scena. Gliela concediamo volentieri: è un primattore, è un mattatore. Bis.


Fratelli Giacosa


Vi voglio qui parlare dell'incontro avvenuto con una cantina di "lungo corso" la cui storia ci dice essere nata e cresciuta come casa vinicola, negociant-eleveur per dirla alla francese, maturando per questo motivo una secolare esperienza di selezionatrice ed affinatrice di vini, giù al quartier generale di Neive; poi, con il tempo e le idee, nonché con le ultime generazioni Giacosa, non soltanto ha modificato alcune delle tecniche di base per produrre vino, ma è diventata pure proprietaria di vigneti: le ultime acquisizioni della cascina Canavere a Monforte e della tenuta Le Mandorle a Castiglion Falletto ne sono testimoni.


È stata dunque la curiosità a spingermi all'incontro, in quanto veramente interessato di poter tastare il polso, bonariamente s'intende, alla qualità della tradizione di selezionatori che ha accomunato e ancora accomuna diverse importanti realtà langarole e anche perché, in questo caso, voci di corridoio mi avevano parlato di una bella vigna e ovviamente di un buon vino, barolo, che da essa nasce e di cui vi dirò assaggiando. Intanto i fratelli Giacosa del nome sono i padri di Maurizio e Paolo (niente a che vedere con Bruno Giacosa), i giovani e simpatici enotecnici della casa che mi trovo davanti oggi e che mi guidano, pazienti e cordiali, alla conoscenza.

Istruttiva la scaletta scelta, che ha visto tre vini importanti proposti nelle ultime due annate, l'ultima in commercio e quella che lo sarà di qui a pochissimo, e credo che non siano tante le cantine a poterti consentire, in happenings pubblici quali quello in cui oggi ci troviamo, siffatte possibilità. Anche per tal ragione i Giacosa meritano un ringraziamento. Cominciando "dai dintorni di Barolandia", il Barbaresco Rio Sordo 1998 si presenta rubino/granato di degna brillantezza. I profumi sono intensi, eterei, ampii, richiamano l'humus e sono lievemente intaccati da note animali. In bocca procede sapido e asciutto, con grande afflato calorico, tendenzialmente morbido ma non troppo, su nerbo acido contenuto. Classicamente austero, forse troppo.

Invece il Barbaresco Rio Sordo 1997 (33000 fc), commercializzato in circa 10000 esemplari, a fronte di un approccio visivo similare a quello offertoci dal fratello minore, se non più splendente, è capace di andare più in profondità nell'approccio aromatico, su quadro ancora etereo ma più definito e netto, impreziosito da rimandi vegetali. In bocca è fitto, asciutto, serrato nella massa tannica la quale, senza asperità, spinge verso un finale in cui si compiace abbastanza a lungo lasciando al degustatore sì una sensazione di potenza ma anche quella di una complessità gustativa non propriamente realizzatasi.


Il Barolo Bussìa 1997, che uscirà a settembre 2001, ha riflesso granato di buona compattezza. I profumi si esprimono in gamma ampia ed eterea, tipici e lievemente austeri, con riconoscimento prepotente di bacca selvatica. In bocca sfodera materia estrattiva e nerbo vivido, e mi appare molto tradizionale nell'impianto e nel carattere, così come non propriamente fine nella articolazione e nella proposta tutta. Il Barolo Bussìa 1996 ha toni granati pieni e densi. Apprezzabile il portamento olfattivo, che si scopre fitto e ampio, su soffio alcolico ancora sopra le righe, giocando su note di frutta sotto spirito, rimandi vegetali e screziature floreali di fiore appassito. Gran corpo non c'è che dire al palato, dove la bocca ti appare piena, precisa, continua, di progressione e passo sicuri. Un vino in cui scorgo maggiore carattere e brillantezza espositiva rispetto a quanto appreso finora dagli altri vini di casa Giacosa, e per il quale intravedo ulteriore crescita.

Ma il meglio doveva ancora presentarsi, e lo ha fatto dapprima sotto forma di Barolo Vigna Mandorlo 1997, che ci arriva direttamente dai nuovi poderi acquisiti in Castiglion Falletto. Colore rubino con unghia granata, compatto e vivido; profumi di buona precisione e fittezza, intensi e definiti su quadro ampio; bocca piacevolmente fresca, di frutto sentito e corpo innegabile, tutto ciò percepisco in quel bicchiere. Finalmente un vino di grande portamento e dignità. Che convince, senza dubbio convince. Così come convincente, se non di più, mi è apparso il Barolo Vigna Mandorlo 1996 per via della brillante, fresca, accattivante e vivida presenza, alla quale probabilmente le cure agronomiche e le tecniche di cantina hanno contribuito e non poco. Sentita la "modernità" ed il vento nuovo che si respirano da questo bicchiere, per essere un vino dei fratelli Giacosa, ben inteso restando nell'alveo clarissimo dello spirito nebbiolesco. Te ne accorgi di già dal colore: rubino cupo e compatto, non so se mi spiego. I profumi assumono carattere laccato nei toni fruttati di base, e perciò restano vividi e fitti, con note di bacca, humus e rosellina selvatica a conferire spessore e lettura multistrato sulle reminiscenze del rovere. In bocca mostra grande vigorìa ed avvolgenza, massa tannica rilevante lievemente asciutta, vivacità e contrasto. Intrigante e suggestivo, vale da solo l'incontro.

Al fine fondate erano le voci di corridoio...

(fp - 10/7/2001)

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