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Brovia e F.lli Giacosa
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Il mio Friuli:
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Speciale
Vinitaly 2000
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I protagonisti: Brovia,
F.lli Giacosa
Inizia da qui un piccolo viaggio-racconto in terra (sulla terra) piemontese
alla scoperta dello spirito nebbiolesco, se lo troviamo, ma non solo di
quello, motivati come siamo dal recente incontro, fortemente cercato,
avvenuto a Verona con uomini e donne di Langa le cui suggestioni vinose
hanno intrigato assai la curiosità e la fantasia. Il "barolandia"
del titolo suona bene, è concetto sintetico ed ammiccante, dà
l'idea, ma, come capirete leggendo, l'articolo non è "re - legato"
al solo re dei vini bensì alle diverse espressioni del territorio, che
spesso e volentieri entrano a far parte della produzione di una singola
azienda. "Ai dintorni" insomma, che non disdegnano affatto, se ispirati,
di far aguzzare papille e creare meraviglia a degustatori e curiosi, quanto
e come "il centro".
Azienda Agricola Brovia
Una cantina, visitata virtualmente nella tornata ultima "vinitaliana",
e che mi ha colpito particolarmente per lo spirito ed il carattere profuso
nei suoi vini, per quel suo stare così bellamente a metà
strada tra vecchio e nuovo, per l'innato fascino e - ritengo - per il
luminoso avvenire, è stata Brovia, che è pure il cognome
della famiglia che da diverse generazioni né è simbolo ed
anima. Quella famiglia che, dalla originaria Castiglion Falletto dei vigneti
Rocche e Villero, si è di recente "spostata" in terra di Serralunga,
per cercare nuovo orizzonte, acquisendo nei vigneti Brea e Ca' Mia. Venti
gli ettari di proprietà, suddivisi equamente tra terre di Castiglione
e Serralunga.
Questa la scaletta, con le suggestioni annesse, offertami con modi invoglianti
e sensibilmente gentili dalla generazione nuova dei Brovia, nelle persone
di Cristina ed Elena, simpatiche enotecniche, a cui vanno un ringraziamento
e un affettuoso saluto. La Barbera D'Alba Sorì del Drago 1999
proviene dall'omonimo sorì sito in Castiglion Falletto e mi appare
di un rosso rubino non troppo carico, sorretta da profumi intensi e vinosi,
freschi e piacevolmente fruttati, di media profondità. L'acidità
sorregge la bocca, che offre sostanza e peso non trascurabili, lasciandosi
soprattutto apprezzare per la buona bevibilità, che non concede
ammiccamenti né effetti speciali, solo purezza di frutto. Senza
mirabilia.
La Barbera d'Alba Brea 1999 presenta invece un rubino più netto
ed acceso, di buona densità. I profumi offrono degnissima progressione
sia pur su impatto aromatico non intensissimo, composti su prevalenti
note fruttate (ciliegia) un po' zuccherose, poi floreali finanche vegetali.
L'integrazione con il rovere e l'equilibrio gustativo portano ad una beva
non solo piacevole bensì di grande interesse, di maggiore presenza e continuità
rispetto al sorì precedente.
Passando
ai baroli, il Barolo Rocche dei Brovia 1997, proveniente dai celebri
terreni calcareo-argillosi a sensibile presenza sabbiosa delle Rocche,
con il suo granato vira sul mattone e con i suoi profumi assume trama
larga, eterea, su note di frutta matura sotto spirito e minerale, assai
peculiari. In bocca si mostra compatto e solido, ben sfumato, di spirito
nebbiolesco netto, smussato agli angoli e, soprattutto, comunicativo,
già da adesso che è un'infante, sia pur nell'aura tradizionale a cui rimanda
ad ogni pié sospinto.
Il Barolo Villero 1997 proviene, ovvio, dal vigneto omonimo, cru
rinomato di Langa, dall'impronta argillosa e dallo "spirito" marnoso:
è granato con lieve traccia aranciata e presenta spettro intensamente
profumato, di buona progressione e compostezza, a cui mancano il tempo,
il giusto riposo, e l'amalgama; molto piacevole lo trovi di già nei rimandi
fruttati rossi e maturi, negli accenni vegetali e nei toni minerali di
complemento. In bocca è oltremodo coerente con quanto al naso apprendi,
caldo, avvolgente e morbido, già in odor di velluto, dal passo lungo ed
articolato. Quasi un classico, nella sua potente veste nebbiolesca. Per
il sottoscritto appare di particolare godimento, se raffrontato al Rocche
di pari annata di cui prima vi dicevo.
Il
Barolo Ca' Mia 1997 invece ci mostra un granato più vivido e denso
che non gli altri "fratelli"; sfodera intensità ed ampiezza aromatica,
sorretta dal tradizionale soffio alcolico, con note fruttate, vegetali,
minerali, finanche sotto spirito a complemento. In bocca è sapido, caldissimo,
avvolgente e di morbida articolazione, intriso di sensazioni tattili surmature.
È sensibilmente lungo, e si fa ricordare, per la spalla e l'avvenire.
Infine,
last but not least, e tanto per rimanere nella cascina Ca' Mia,
mi viene presentato all'assaggio il Dolcetto D'Alba Solatìo 2000,
che è tutto un programma. Rosso rubino violaceo di marcata densità e carica,
nei profumi unisce profondi caratteri fruttati (dolce l'amarena!) a sfumature
floreali che ne amplificano l'eleganza del quadro. Non puoi non trovarlo
fine e peculiare. In bocca è quanto mai invitante: caldo e potente eppure
elegante, sconta una concentrazione sostenuta ed un incedere fitto, senza
soluzioni di continuità, con un finale che conserva a lungo le sensazioni
vinose e dolci, fruttate e mai "ispide", che incontri sul cammino. Dalle
sole annate giudicate degne, dai grappoli - pochi - scelti da una vigna
storica censita a barolo, io oggi ho appreso di un vino che non è barolo,
che sta "nei dintorni di barolandia", ma la cui ingombrante presenza ed
il cui carattere "estroverso" - da puro dolcetto - chiedono prepotentemente
la scena. Gliela concediamo volentieri: è un primattore, è un mattatore.
Bis.
Fratelli Giacosa
Vi
voglio qui parlare dell'incontro avvenuto con una cantina di "lungo corso"
la cui storia ci dice essere nata e cresciuta come casa vinicola, negociant-eleveur
per dirla alla francese, maturando per questo motivo una secolare esperienza
di selezionatrice ed affinatrice di vini, giù al quartier generale di
Neive; poi, con il tempo e le idee, nonché con le ultime generazioni
Giacosa, non soltanto ha modificato alcune delle tecniche di base per
produrre vino, ma è diventata pure proprietaria di vigneti: le ultime
acquisizioni della cascina Canavere a Monforte e della tenuta Le Mandorle
a Castiglion Falletto ne sono testimoni.
È stata dunque la curiosità a spingermi all'incontro, in quanto veramente
interessato di poter tastare il polso, bonariamente s'intende, alla qualità
della tradizione di selezionatori che ha accomunato e ancora accomuna
diverse importanti realtà langarole e anche perché, in questo caso,
voci di corridoio mi avevano parlato di una bella vigna e ovviamente di
un buon vino, barolo, che da essa nasce e di cui vi dirò assaggiando.
Intanto i fratelli Giacosa del nome sono i padri di Maurizio e Paolo (niente
a che vedere con Bruno Giacosa), i giovani e simpatici enotecnici della
casa che mi trovo davanti oggi e che mi guidano, pazienti e cordiali,
alla conoscenza.
Istruttiva
la scaletta scelta, che ha visto tre vini importanti proposti nelle ultime
due annate, l'ultima in commercio e quella che lo sarà di qui a pochissimo,
e credo che non siano tante le cantine a poterti consentire, in happenings
pubblici quali quello in cui oggi ci troviamo, siffatte possibilità. Anche
per tal ragione i Giacosa meritano un ringraziamento. Cominciando "dai
dintorni di Barolandia", il Barbaresco Rio Sordo 1998 si presenta
rubino/granato di degna brillantezza. I profumi sono intensi, eterei,
ampii, richiamano l'humus e sono lievemente intaccati da note animali.
In bocca procede sapido e asciutto, con grande afflato calorico, tendenzialmente
morbido ma non troppo, su nerbo acido contenuto. Classicamente austero,
forse troppo.
Invece il Barbaresco Rio Sordo 1997 (33000 fc), commercializzato
in circa 10000 esemplari, a fronte di un approccio visivo similare a quello
offertoci dal fratello minore, se non più splendente, è capace di andare
più in profondità nell'approccio aromatico, su quadro ancora etereo ma
più definito e netto, impreziosito da rimandi vegetali. In bocca è fitto,
asciutto, serrato nella massa tannica la quale, senza asperità, spinge
verso un finale in cui si compiace abbastanza a lungo lasciando al degustatore
sì una sensazione di potenza ma anche quella di una complessità gustativa
non propriamente realizzatasi.
Il
Barolo Bussìa 1997, che uscirà a settembre 2001, ha riflesso granato
di buona compattezza. I profumi si esprimono in gamma ampia ed eterea,
tipici e lievemente austeri, con riconoscimento prepotente di bacca selvatica.
In bocca sfodera materia estrattiva e nerbo vivido, e mi appare molto
tradizionale nell'impianto e nel carattere, così come non propriamente
fine nella articolazione e nella proposta tutta. Il Barolo Bussìa 1996
ha toni granati pieni e densi. Apprezzabile il portamento olfattivo, che
si scopre fitto e ampio, su soffio alcolico ancora sopra le righe, giocando
su note di frutta sotto spirito, rimandi vegetali e screziature floreali
di fiore appassito. Gran corpo non c'è che dire al palato, dove la bocca
ti appare piena, precisa, continua, di progressione e passo sicuri. Un
vino in cui scorgo maggiore carattere e brillantezza espositiva rispetto
a quanto appreso finora dagli altri vini di casa Giacosa, e per il quale
intravedo ulteriore crescita.
Ma il meglio doveva ancora presentarsi, e lo ha fatto dapprima sotto forma
di Barolo Vigna Mandorlo 1997, che ci arriva direttamente dai nuovi
poderi acquisiti in Castiglion Falletto. Colore rubino con unghia granata,
compatto e vivido; profumi di buona precisione e fittezza, intensi e definiti
su quadro ampio; bocca piacevolmente fresca, di frutto sentito e corpo
innegabile, tutto ciò percepisco in quel bicchiere. Finalmente un vino
di grande portamento e dignità. Che convince, senza dubbio convince. Così
come convincente, se non di più, mi è apparso il Barolo Vigna Mandorlo
1996 per via della brillante, fresca, accattivante e vivida presenza,
alla quale probabilmente le cure agronomiche e le tecniche di cantina
hanno contribuito e non poco. Sentita la "modernità" ed il vento nuovo
che si respirano da questo bicchiere, per essere un vino dei fratelli
Giacosa, ben inteso restando nell'alveo clarissimo dello spirito nebbiolesco.
Te ne accorgi di già dal colore: rubino cupo e compatto, non so se mi
spiego. I profumi assumono carattere laccato nei toni fruttati di base,
e perciò restano vividi e fitti, con note di bacca, humus e rosellina
selvatica a conferire spessore e lettura multistrato sulle reminiscenze
del rovere. In bocca mostra grande vigorìa ed avvolgenza, massa tannica
rilevante lievemente asciutta, vivacità e contrasto. Intrigante e suggestivo,
vale da solo l'incontro.
Al fine fondate erano le voci di corridoio...
(fp - 10/7/2001)
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