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Nelle valli del Nord,
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Barolandia... e dintorni/1
Brovia e F.lli Giacosa
Barolandia... e dintorni/2
Marziano Abbona ed Enzo Boglietti
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Cascina Ca' Rossa e Cascina Chicco
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robusti valligiani
I nuovi
bianchi del Castello del Terriccio
Un
bianco Friuli
Il mio Friuli:
prima e seconda parte
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Speciale
Vinitaly 2000
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BAROLANDIA ... E DINTORNI
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Parte Seconda, e ultima
I protagonisti: MARZIANO ABBONA ENZO BOGLIETTI
Prosegue qui, per terminare
ahimé, il piccolo viaggio-racconto, già iniziato e raccolto
nella prima parte, sulla terra di Barolandia, alla ricerca costante dello
"spirito di terra" nebbiolesco, e sui suoi dintorni, territoriali, umani
e vinosi. Non so dirvi se alfine quello spirito sia stato compreso del
tutto, carpito, capito, perlomeno sfiorato o percepito. Ritengo che, almeno
per il sottoscritto, molti viaggi dovranno seguire, e così i racconti,
tante sono le sfaccettature, i percorsi, i metodi e gli estri, i mondi
quasi, da scoprire acché il quadro si faccia più nitido. Il viaggio
dunque continua, e continuerà, ad alimentare la curiosità
e la vitalità del viandante enofilo. Nel frattempo mi soffermo
un attimo su frammenti di vino vissuto, a Barolandia e dintorni appunto,
narrandovi breve dell'incontro vinitaliano avuto con due uomini di vigna
e con i relativi vini. Entrambi, uomini e vini, molto ma molto interessanti.
Marziano Abbona
Elegante, distinto, ineccepibile, uomo bello dall'occhio di ghiaccio color
celeste mare, parlata sciolta e accattivante, gigione e sulle sue al primo
approccio, simpatico e sapiente (di sapienza contadina io parlo) a conoscerlo
meglio: è Marziano Abbona ("sono Marziano ma non nel
senso di UFO" - si introduce lui - ), il capitano della azienda a conduzione
familiare che ormai porta il suo nome, dopo la scomparsa prematura del
fratello Enrico; azienda che a suo tempo ereditarono- suppongo - da papà
Celso, in quel di Dogliani. Mi si racconta essere nata nella seconda metà
degli anni sessanta e progredita ultimamente con determinata e costante
attenzione al "buono", confortata dalla presenza esterna di un winemaker
piemontese - con sede storica in Montelupo Albese - osannato e ben voluto
dalla critica pensante (e dai bevitori di vino pure, anche se magari questi
ultimi non lo conoscono affatto): Beppe Caviola.
Ho accennato a Dogliani, ovvero alla patria putativa di dolcetto forti
e caratteriali, che la gente del posto, forse la storia, esigono e rivendicano
come capitale primigenia del tipico nettare, da molto tempo popolare e
"inteso" nelle Langhe tutte, e anche più in là. Sì, proprio
Dogliani, e terre limitrofe, che mi pare poi non debba essere ricordata
solo per il dolcetto, ma per altrettante sicure e affidabili, ineccepibili
direi, barbere d'Alba. L'azienda di cui vi parlo intanto non è rimasta
"ancorata" solo a Dogliani, e ai suoi miti, anzi, ha esteso raggio d'azione
e proprietà in Faset, rinomato cru di Barbaresco, e nel Vigneto
Terlo Ravera, a dimorar nebbiolo da barolo, di cui tra breve vi narrerò
i bicchieri.
Io
intanto oggi assaggio per conoscere e vi dico innanzitutto di uno splendente
Dolcetto di Dogliani Papà Celso 1999, tratto dalle uve del
solo cru Doriolo, dal tipico rosso violaceo cupo, "doglianesco" se volete,
e dalla apprezzabile densità. Lo accosti al naso e i profumi ti
si rivelano continui e fitti, vinosi e nitidi, fragranti di frutto e di
fiori. Vi percepisci la frutta nera che sta nei rovi, finanche il pepe.
In bocca è sostanzioso e corpulento, vivace in acidità e sostenuto
nel tannino, per essere un dolcetto. Eppure, da dolcetto verace, mantiene
intatte eleganza e portamento, pulizia e precisione, ogni volta che ci
riprovi, ogni volta che lo riproponi ai sensi. Oltre alla aitante gioventù
ne apprezzi il piccolo miracolo di piacevolezza e di carattere, che profonde
- persistente e intimo - dal bicchiere, fino all'ultima goccia. Ottimo,
ad un prezzo in enoteca che sta sulle 15000 lire.
Così come degna di nota mi è apparsa la Barbera D'Alba Rinaldi
1999, derivata dalle uve barbera del vigneto omonimo situato di già
in terra di Monforte. Rubino cupo e assai denso, ha profumi bilanciati
e fitti, continui e piacevoli, amalgamati nel frutto, rosso della ciliegia,
e nell'essenza floreale di rimando, fino al legante balsamico e dolce
del rovere fresco. Poi è precisa e ben distribuita al palato, dove la
sensazione boisée leggermente asciutta, da assorbirsi ancora, non
lede più di tanto all'evidenza del nerbo acido (ben imbrigliato) e della
sostanza dolce che ne accompagnano lo sviluppo, oltremodo coerente negli
aromi di bocca con quanto apprendi al naso. La massa tannica sua propria
è ben distesa e matura e regala complemento e personalità ad una
barbera ben fatta, che troveremo sugli scaffali - anzi già la troviamo
- a 20mila lire o anche meno. Meno immediati e da lettura più attenta
- come d'altronde c'era da aspettarsi - i vini "dal nome che è tutto un
blasone", barbaresco e barolo tanto per intenderci.
Il Barbaresco Faset 1998, che ha da uscire ancora sul mercato,
prodotto in tiratura limitata (solo 12000 bottiglie), alle spalle un affinamento
biennale nel rovere (piccolo- ci dice Marziano-), si presenta di un granato
non concentratissimo, trasparente e apprezzabilmente denso. I profumi
mettono in evidenza l'influsso del rovere con ripetute note di tabacco,
poi di china e grafite, mentre il frutto, i fiori e le spezie stanno -
almeno per ora - in secondo piano, su sfondo etereo. Secco, asciutto,
robusto e alcolico, procede su tannino severo e passo tendenzialmente
morbido, trovando comunque compostezza espositiva e rivelando tutta l'incertezza
della gioventù, che vuole tempo e riposo per diventare grande.
Se lo ascolti bene, ed attendi, noterai una certa perdita di focalizzazione
aromatica, sensazione questa che lo accomuna anche all'altro cru della
casa, il Barolo Vigneto Terlo Ravera 1997 (ha da uscire pur esso),
proveniente dai 5 ettari di proprietà del vigneto omonimo. Qui
il granato mostra migliori profondità e densità mentre i
profumi appaiono da subito meno indefiniti che non nel barbaresco or ora
assaggiato. Ampi e carnosi come sono su quadro etereo, spiccano per le
note di confettura di frutti rossi, leggermente laccati, e per qualche
sensazione surmatura di troppo, che ritroviamo, tattile, al palato, dove
il nostro mostra corpo e sostanza, materia e potenza, degna progressione
ed avvolgenza, anche se maggiori contrasto e freschezza sarebbero alquanto
graditi. Oltre al calore dell'impianto, fin troppo evidente, trovo il
finale leggermente astringente. Un vino insomma che, nonostante l'impiego
di strumenti "moderni" quali i rotomaceratori e le barriques, mostra un
austerità, una severità e un portamento che mi richiamano
alla mente la tradizione.
Termino infine con un vino distintivo e ben riuscito, di tutt'altro carattere
e genere, un Langhe Rosso, e qui chi più ne ha più ne metta, per sbizzarrirsi,
provare, interpretare da par suo il terroir. Marziano Abbona lo ha fatto
introducendo nel mix di base barbera/nebbiolo (fanno insieme il 50 % della
massa), ben il 30% di sangiovese (grosso - ci dice lui - e sono il solo
a possederlo in vigneto oltre ad un'altra azienda langarola) più un 20%
dell'immancabile cabernet sauvignon.
I Due Ricu 1999 (che già troviamo in enoteca sulle 30000
lire) è rubino cupo e denso, dai profumi vinosi e intensi, in attesa
di bilanciamento e compenetrazione, nei quali puoi scorgere fin da adesso
una notevole e suadente componente fruttata, succosa e matura, la raffinatezza
floreale della violetta e della rosellina selvatica, le note cuoiose e
liquiriziose - per la verità mai ammiccanti né smaccate
- gli influssi vegetali (leggermente erbacei) a caratterizzare un quadro
variegato che nel futuro troverà sicuramente una più giusta
e piacevole esposizione. In bocca è corposo, segnatamente allappante,
in piena spinta, su passo sostanzialmente morbido. Ha sviluppo caldo e
coerente, su influsso roverizzante contenuto e imbrigliato da un frutto
ben estratto e sempre in primo piano. Un filo rosso, oltre al colore,
lega I Due Ricu al dolcetto e alla barbera di cui vi
ho parlato, un filo rosso che lo spinge diritto nell'alveo della produzione
di qualità di vini di "razza piemontese" assolutamente moderni,
estroversi e pieni di frutto, senza che per questo perdano in carattere
e in personalità, doti queste ultime che non mancano di certo nel
barbaresco e soprattutto nel barolo i quali, restando a parer mio ancorati
alla tradizione, organoletticamente parlando - sempre se per tradizione
s'ha da intendere austerità in primo piano, frutto in secondo -
si fanno forti di un carattere nebbiolo che ha fatto, e meritato, da tempo,
la storia.
Se
da Marziano Abbona il relax, il dialogo e l'ascolto attento hanno caratterizzato
l'incontro tutto non così potrei dire se ripenso ai tavoli d'assaggio
presieduti da Enzo Boglietti e al via vai di curiosi che transitavano
nei paraggi. L'estroverso giovane rampante di La Morra si dà un
bel daffare a destreggiarsi trafelato tra bicchieri e bottiglie, tappi
e cavatappi, discorsi e strette di mano, lingue straniere e dialetti d'ogni
dove, cosicché non può dedicare tanto tempo alla discussione
e agli approfondimenti. Per questo si è trattato di un vero e proprio
assaggio in solitario, a suo modo silenzioso, con tre bicchieri dal bevante
ampio e dal cristallo dignitoso davanti e tre bottiglie ripiene di altrettanti
nettari barolo a farmi compagnia. Una gradita compagnia. Proprio quelle
che avevo richiesto, per tastare il polso a questo "innovatore", se così
s'ha da chiamare.
Incomincio
dal Barolo Fossati 1997, dal colore rubino/granato compatto e denso.
I profumi mi appaiono fitti e concentrati su base di bacca selvatica,
frutti di bosco (mora), balsamo (menta) e spezie, assai peculiari, sentitamente
rinfrescanti, su quadro giovane, ampio a sfondo etereo, che ammicca a
"potere alcolico" deciso, e con una simpatica nota di chicco di caffè
a chiosare. In bocca è corposo, coerente e pieno nello sviluppo, ancora
da sbrigliarsi nei suoi spigoli, ben auguranti spigoli. Serrato nella
trama tannica e "spesso" se lo mastichi, non può non colpire per
lo spirito che, oltre la piacevolezza, fa pensare al nuovo che avanza.
Il Barolo Case Nere 1997 mostra pur esso compattezza nei toni granati
scuri del rosso, e innegabile consistenza. Intenso e ampio di spettro,
si sofferma su peculiari note vegetali e speziate, non finissime ma personali,
mentre al palato mostra una grande e raffinata tessitura tannica; è pure
fresco e ben contrastato. Ancora rovere da smaltire, più degli altri,
su sviluppo tendenzialmente morbido e spalla sicura. Di buona fattura,
inserisco pure lui nella corrente dei "nuovi" di spirito.
Infine, il mio preferito: il Barolo Brunate 1997. Anch'esso compatto
e denso all'occhio, pure scuro, sa offrirsi con maggiore compostezza ed
eleganza nella proposta aromatica, che riterrei la più armoniosa. Qui
la dolcezza del quadro, insieme alla profondità delle note varietali
virate dal rovere su fondo di frutta fresca, spezie orientali, tabacco
biondo e cacao, rasenta l'eccellenza. Dal grande spessore di bocca, ti
mostra chiaramente la levigatezza, la sapidità e lo spirito nebbiolo
che gli sono propri. Appare assolutamente saporito da cima a fondo nello
sviluppo, oltremodo caldo e caloroso. Ne potrebbe far vedere delle belle,
belle che in gran parte già si vedono.
Ah, dimenticavo i prezzi: in enoteca, l'un per l'altro, stiamo sulle 60mila
lire. Che dire, rispetto alla carrellata "barolesca" che mi sono fatto
in questa campagna vinitaliana del secolo nuovo i tre vini di Boglietti
si distinguono assai per lo spirito un po' meno tradizionale, che cerca
- anche riuscendoci- di coniugare una maggiore consistenza fruttata, dei
colori più compatti e scuri, un uso sentito (ma non prepotente o preponderante)
del rovere fresco - tutti insieme concorrono alla immediatezza dell'approccio
- con il rigore e gli spigoli giovanili, questi sì "tradizionali",
dell'uva nebbiolo, che mi pare qui ben coccolata e maturata. Tra l'altro,
da quanto ho appreso, senza neanche stravolgere più di tanto le metodiche
storiche di elaborazione care alla tradizione di Langa, se non con ponderati
compromessi o tentativi. Eppure, questi vini hanno un carattere suo proprio,
oltremodo vivido, non seduto, da vini giovani insomma...
Sprazzi di classe e cose da rivedere, potrei alla fine concludere, come
certe imprecisioni aromatiche che affiorano qua e la, ma che sanno tanto
di "sano artigianato" e perciò non ledono poi troppo al giudizio
complessivo, positivo, che ne traggo. Non vi sono poi distanze così
ampie tra un vino e l'altro; l'imprinting appare chiaro anche se, a doversi
sbilanciare, beh, punterei sul Brunate 97, dal respiro
più profondo e toccante. Soltanto gli anni però, con il tempo che
passa, potranno svelarci se le promesse sottese in questi pregnanti e
"moderni" giovani bicchieri, sfornati da una altrettanto giovane cantina
langarola di bella speranza, meritino davvero il blasone e il ricordo,
quali quelli che si debbono tributare, magno gaudio, ai soli e veri vins
de garde. Le previsioni, nel frattempo, propendono al sereno.
Fernando Pardini
(8 Settembre 2001)
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