Appunto
(d)al Vinitaly

di Fernando Pardini

Viticoltori Caldaro
o dell'aerea eleganza

 
 
Le cronache
dal Vinitaly

Andar per bianchi

Verticali da brivido

Incontro con Sergio Molino

Dolciamarone,
Luigi Brunelli e F.lli Tedeschi


Nelle valli del Nord,
rapporto dalla Val D'Aosta


Viticoltori Caldaro
o dell'aerea eleganza


Barolandia... e dintorni/1
Brovia e F.lli Giacosa

Barolandia... e dintorni/2
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Avanti Roero:
Cascina Ca' Rossa e Cascina Chicco

Valtellina:
robusti valligiani


I nuovi bianchi del Castello del Terriccio

Un bianco Friuli

Il mio Friuli:
prima e seconda parte

In archivio:

Speciale Vinitaly 2000

Nel titolo l'essenza dei miei ricordi.

Ancora una volta mi ritrovo ad esplorar cantine, cooperative, che hanno fatto dell'Alto Adige una piacevole anomalia.

Ancora una volta alle prese dunque con i grandi numeri: 280 produttori conferitori per un milione di bottiglie annue: tutto meno che uno scherzo.

Ancora una volta - lo raccontai di già, a proposito dei Produttori Colterenzio - alle prese con una realtà che ha inteso investire, oggi come ieri, in modo rabbioso e determinato, su ciò che a parer mio dovrebbe essere l'obiettivo principe di una congrega di produttori affinché visibilità, riconoscimento e gloria comprendano la loro terra: sulla esasperata selezione dei terroir - in questo caso mi si parla anche di piccoli e piccolissimi appezzamenti - sulla attenta diminuzione delle rese, sulla adozione progressiva di sistemi di allevamento più consoni ad una viticoltura vocata, sulla raccolta, vinificazione ed elevazione di uve provenienti da quel terroir, a preservare l'immensa peculiarità del piccolo cru, con i suoi pregi e le sue debolezze certo, ma indubbiamente cru.

Così mi è parso che ragionino alla Viticoltori Caldaro, almeno da una trentina d'anni a questa parte. Il tempo che è trascorso dalla nascita della cooperativa - correva l'anno millenovecentosei - è servito ad affilare le armi, a studiare le vendemmie, i terreni, le uve, le particolari elezioni e vocazioni.

Ancor oggi mi si conta di vigne ottantenni nel cru Pfarrhof, sui pendii del Lago di Caldaro.

Gunther Haas, il giovane enologo interno, ci accoglie gentile e premuroso e con il suo italiano incerto ma simpatico ci guida all'assaggio. Conosce il valore dei suoi vini così come quello del commento equilibrato, o quello dell'ascolto, e non dispiace affatto la sua garbata presenza.

Io oggi qui vi riporto il mio personale resoconto "in bianco" sulle nuove creature della casa, di quelle almeno appartenenti alla cosiddetta linea alta della produzione. Non perché non vi voglia parlare dei nobilissimi rossi, pure assaggiati - molti altri, molto in vista, ne hanno scritto e sottoscritto la meraviglia - ma è solo che non sono stati da me sufficientemente meditati sì da trarne un racconto sentito e puntuale, in qualche modo chiaro.

Così vi parlo, tanto per cominciare, del Pinot Bianco Vial 2000, derivato dalle omonime uve dell'omonimo piccolo podere che sta a 500 m sul livello del mare, le cui terre sono fatte di pietrisco ed argilla, assolutamente aerate.Il giallo paglia è abbastanza scarico e media la densità, mentre piacevole ti appare nella gamma aromatica che sprigiona, marcatamente elegante e soave, nitida e fragrante, di frutta fresca a polpa bianca e gialla (leggi mela e albicocca) e di fiorellini di campo. In bocca mostra sapidità, aitanza, contrasto, freschezza e ti invita alla beva, su struttura non imperiosa ne importante, ma su passo continuo e finemente minerale.

 

Ancora una volta nel segno dell'eleganza, più che della robustezza e della opulenza, è l'intrigante Pinot Grigio Soll 2000, dal giallo assai più marcato e denso che non il pinot bianco di cui vi dicevo. Molto fine e accattivante la proposta olfattiva, giocata su una fresca aromaticità vegetale, balsamica, screziata da ripetuti contrappunti di frutta secca, e non priva di rimandi dolci (rovere?) e fruttati (mela). Anche nell'incedere di bocca si mantiene elegante, con un tocco di rovere ben integrato (o così a me mi par di capire), a discapito forse di una desiderabile maggiore personalità. Non manca il corpo, ne l'equilibrio: soavità e pregnanza stanno a braccetto, in punta di piedi, sorreggendosi l'un l'altra.

Vestito pur'esso d'aerea eleganza, lo Chardonnay Wadleith 2000, nell'impianto aromatico, o meglio nell'impronta aromatica, è assai riconducibile agli altri vini, sia pur nella diversità dell'uva che lo costituisce. Gentile, fresco, fruttato di buona intensità, è ancora giovane e da amalgamarsi. Suadente e corposo in bocca, è ora vivacizzato dal battito salino mentre l'acidità, pur presente, risulta smorzata e tornita dalla presenza tattile del rovere, assolutamente non prepotente. Conserva finezza anche nel lungo finale, dove ci piacerebbe vi dimorassero una maggiore complessità ed un carattere più deciso.

A questo desiderio però in buona parte sopperisce l'ultimo vino di questa mini-carrellata alto atesina, lo Chardonnay Wadleith Premium Selection 1997 , che già dal suo presentarsi nel bicchiere - giallo tendente al dorato, denso e lucido - ti intriga particolarmente. Intensi e raffinati ti appaiono i profumi, che contribuiscono a rendere variegato un quadro di per sé in buon amalgama, pieno di sensazioni vegetali - soavemente vegetali - di effluvi roverizzati finemente integrati, di frutta ben matura che ammicca all'esotico.

Insomma, mai banale e sicuro di sé.

Cosippure al palato, di estrema coerenza e peculiarità, che pur non concedendosi a lungo non lesina certo in eleganza o classe, e consente, se stai attento, lettura multistrato. Di veste acida contenuta, mantiene spinta e dignitoso vigore.

Ancora una volta, filo rosso negli assaggi tutti, richiama alla mente prepotentemente l'alta quota, e con essa, il volo, la leggerezza e la rarefazione del senso di gravità.

Il tempo, tiranno, ci costringe all'atterraggio, sia pur non di fortuna.

A malincuore lasci la rampa, e ti ritrovi, greve, a terra.

Voglio ricordare per ultime, anche a me stesso, la pregnanza e l'istigazione al volo fornitemi, subitaneamente, d'un tratto, dal Cabernet Pfarrhof Riserva 1998. Subliminare e imponente, elegante e raffinato, coinvolgente e succoso. La scorza e il cuore puro della terra oltre il passo vellutato e l'eleganza: il massimo.

Non so raccontarvelo, ci vuole tempo, eppoi l'ho detto, dai viticoltori di Caldaro non ho fatto meditazione "in rosso" quanto basta. Fa niente, considero questo - oltre che un errore - una spinta in più alla ricerca. Di una sensazione accarezzata che, ancor oggi che la scrivo, mi appare con forza da riprovare.

Per possederla appieno.

Fernando Pardini
(20 agosto 2001)

 

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