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Piccoli crus crescono: Fattoria Ambra
"In guisa alhora di piccola isoletta
Ombrone amante superbo Ambra cigne,
Ambra driàde, a Delia sua accepta"
Non
poteva sortìre diverso risultato la scelta di un nome, perché
gli ingredienti c'erano di già: un poemetto di Lorenzo Il Magnifico
a suggello della storia trascorsa, dell'immancabile spirito poetico e
del legame forte, tutto mediceo, al territorio di Carmignano; il fiume
Ombrone, celebrato in poema, che qui a Comeana ti scorre davanti, e -
aggiungo io a giochi fatti - la trasparenza e la limpidezza dei propositi:
chiari come l'ambra. Ambra alfine avrebbe dovuto chiamarsi quella fattoria
situata a due passi dalla Villa Medicea di Poggio A Caiano. Così
decisero una cinquantina d'anni fa i Romei Rigoli, proprietari della tenuta.
Oggi è Giuseppe Rigoli, detto Beppe, l'anima e il deus ex
machina della fattoria. A squadrarlo bene gli dai una quarantina d'anni
ben portati; dinoccolato, simpatico e appassionato, ha eloquio garbato
e semplice, capacità d'ascolto e sale in testa. Agronomo ed enologo,
discendente diretto della famiglia dei proprietari, conduce da anni questa
piccola azienda della enclave carmignanese, da quando cioè, a partire
dal 1983, venne deciso di regolarizzarne la produzione in bottiglia.
A ciò naturalmente hanno concorso dapprima i terroirs storici di
proprietà come quelli di Santa Cristina In Pilli - 6 ettari di
vigna su base concreta di calcare alberese, drenante e sassosa, dove ci
trovi il sangiovese ma anche, soprattutto, il cabernet e il merlot - poi
il tempo, gli investimenti e le idee ci hanno aggiunto altre vigne per
arrivare ai 18 ettari attuali, per arrivare cioè a quelle 4 particelle
distinte, differenti, a sé, di cui vi parlerò, motivo, vanto
e ragione di un approccio al vino distintivo e particolare. Pure di esso,
naturalmente, vista la particolarità, vi parlerò.
Prima però consentitemi una premessa nella premessa, relativa al
territorio di Carmignano e alla sua viticoltura, per rispondere a ciò
che parole abusate come cabernet e merlot ispirano al lettore, del tipo:
"E dai con i vitigni internazionali, ci risiamo!". Così
mi direbbe. Attento, gli rispondo, chè qui ci troviamo a Carmignano,
cui la storia (italiana) gli ha fatto meritare la prima denominazione
d'origine al mondo, ante-litteram quanto si vuole ma poi mica tanto, trattandosi
di vera e propria legge di tutela. Fu fissata nel celeberrimo editto mediceo
da Cosimo III nel 1716.
Ebbene, già a quei tempi là le vigne della zona crescevano
quella che i locali chiamavano l'uva francesca, importata pare
proprio dai Medici nei vigneti sperimentali posseduti ad Artimino. La
univano tradizionalmente al sangiovese del posto e quel che ne nasceva
era il loro vino. Quell'uva in seguito fu riconosciuta essere - guarda
il caso - cabernet sauvignon. Eccolo dunque l'antesignano, il prototipo
del moderno super tuscan, risale a due secoli fa, e dimora in provincia
di Prato.
Per la verità la gloria non gli arrise poi con troppa continuità,
forse perché proprio la continuità venne a mancare nei vignaioli
carmignanesi. Il fatto poi - questo sì ineludibile - di essere
pochi in un piccolo terroir (dimensionalmente parlando) non ha contribuito
a diffondere un immagine d'insieme, così la forza propositiva non
fu mai tale da incidere fino in fondo su sorti ed orientamenti.
La primogenitura comunque non si discute, e questo basta, anche se in
fatto di consapevolezza e di risorse, beh, si è dovuto attendere
un bel pezzo acché l'azione caparbia e risoluta di Contini Bonaccossi
da Capezzana venisse ufficialmente "premiata" con la DOC Carmignano
prima e la docg poi, e che con il tempo si venisse a formare uno stuolo
piccolo ma agguerrito di vignaioli che cominciassero a credere di più
nei loro mezzi (saranno ad oggi una decina i produttori "maggiori").
Insomma, quello che a parer mio, e nonostante tutto, fino a pochi anni
fa è mancato agli uomini (e alle donne) di qua è stata la
piena determinazione, la rabbia duratura e la consapevolezza di operare
su un terroir dalla vocazione indubbia e radicata.
In altri termini mancavano la continuità e i progetti, i soli a
portare lontano, verso la visibilità e il compimento, attraverso
una viticoltura davvero di qualità e una maniacale cura del particolare,
del dettaglio. Qualcuno finalmente oggi sta cavalcando questa strada e
i risultati liquidi non si sono fatti attendere in termini di espressività
e spessore, sì da apparirti assolutamente sinceri, nuovi e belli:
nessun muscolo da ostentare, nessuna potenza o prepotenza, "solo"
aerea e raffinata esposizione sensoriale, frutto maturo, eleganza, bilanciamento
delle parti, profumi e razza interiore, di quelle che non lesinano in
longevità. Ebbene, su questa strada (lastricata di successo, va
da sé) io a buon diritto ci inserisco la Fattoria Ambra di Beppe
Rigoli, anche se so che le potenzialità non sono ancora del tutto
disvelate. Al cielo però manca un niente.
E a proposito di Ambra, che è pur la protagonista del racconto,
in che cosa consiste quell'approccio al vino particolare a cui accennavo
sopra, prima di divagare e allargare il tiro? Bene, a partire dalla metà
degli anni 80, per tenere giustamente in conto che le vigne dimoravano
su terreni diversi, ad altitudini diverse quindi con situazioni pedologiche
differenti, fu deciso di perseguire la via della vinificazione per cru;
e fu così che i vigneti storici di S. Cristina In Pilli, poi quelli
alti di Montalbiolo, poi ancora quelli dell'Elzana e - di recente acquisizione-
quelli di Montefortini si trasposero in altrettanti vini, per ricreare,
se vi fosse stata, una fedele congiunzione vino-terroir.
Ma c'è di più: da Santa Cristina e Montefortini sarebbero
nati i Carmignano, dalle Vigne Alte di Montalbiolo e dall'Elzana i Carmignano
Riserva. È così bello parlare di terra, chè è
come parlar di differenze! vi ho detto del calcare alberese di Santa Cristina;
bene, a Montalbiolo per esempio, in quell'ettaro dove dimorano le vigne
più alte (200 metri slm) siamo in presenza di un misto galestro
e arenaria, all'Elzana (3 ettari) c'è galestro e argilla, a Montefortini
quattro ettari e mezzo di arenaria e tufo; tanto per ribadire dell'estrema
variabilità "territoriale" toscana, tanto per ribadire
degli eclettismi e delle corrispondenti potenzialità.
Beppe Rigoli, vendemmia dopo vendemmia, da autentico e avveduto tecnico
e bricoleur, sta costruendosi un percorso personale, senza clamori o marketing
oriented, alla ricerca sincera dell'essenza dei suoi crus; e badate bene
che per una piccola cantina come la sua non è uno scherzo procedere
a vinificazioni separate, con tutto quello che comportano; evidenti mi
appaiono i problemi gestionali e di spazio, a ben vedere.
Non importa, la strada doveva essere quella, troppo affrettata e rinunciataria
la scelta del primo vino "alla bordolese", magari come unione
delle uve migliori raccolte dalle parcelle migliori; l'approccio dunque
resta e resterà di tipo borgognone perché, a detta del Rigoli,
Carmignano potrebbe/dovrebbe essere in fondo la Borgogna d'Italia, o meglio,
la piccola Borgogna d'Italia. Senza necessità di scendere a pericolosi
e inadatti paragoni è vero anche che Giuseppe ha bene in testa
quale dovrebbe essere il suo Carmignano, sia pur nella molteplicità
delle sfumature e delle propensioni del singolo cru, quali cioè
i caratteri che dovrebbero renderlo riconoscibile.
"Qui a Carmignano - ci dice - fa caldo, siamo bassi, c'è umidità,
caratteristiche queste che mal si addicono a maturazioni spinte in vigna,
chè si rischia di avere poca acidità: io confido molto nell'analisi
sensoriale degli acini al fine di determinare il periodo vendemmiale,
sì da poterne trarre dei vini nei quali la raffinatezza, il profumo
e l'equilibrio giochino ruoli primari".
Ecco, proprio lì sta il filone di ricerca principale di Beppe,
nella attenzione rigorosa al campo e al processo di maturazione, tra quei
vigneti vecchi (anni 70) e nuovi, nel tendenziale passaggio dal guyot
al cordone speronato, nel progressivo reimpianto più fitto, dai
3300 ceppi per ettaro di ieri ai 6000 di oggi, nell'oculato diradamento
ma che non sia eccessivo, soprattutto se gli parli di sangiovese, magari
quello delle vigne vecchie ("il diradamento è comunque una
correzione, un apporto di stress alla pianta"), nella consapevolezza
che in Santa Cristina, per peculiarità sue proprie, devono dimorarvi
principalmente il cabernet e il merlot mentre il sangiovese e il canaiolo
nero dovranno essere estratti- esclusivi- dai singoli vigneti, sì
da essere esclusivo il carattere dei vini che, di quei vigneti, porteranno
il nome e che vedranno, preponderante, il contributo di quel sangiovese.
Difatti la composizione pensata per i Carmignano non forza oltre il 10%
la presenza del cabernet sauvignon; nella Riserva Montalbiolo e nel Carmignano
di Santa Cristina per esempio dà bella mostra di sé, con
un 10%, il canaiolo nero.
Solo la Riserva Elzana vede solitamente l'esclusiva liaison sangiovese-cabernet.
Nel frattempo, tanto per dirvi della fiducia che mi ispira il futuro,
chiamo a testimoni gli assaggi di vasca e di botte i quali mi hanno fatto
conoscere una marcata freschezza, una bella integrità del frutto
e un apporto del rovere più curato, più "nuovo",
più avveduto.
La sorpresa delle sorprese, che non mancherà l'appuntamento con
il cielo, si chiama Carmignano Riserva Vigneti Alti Montalbiolo 1999,
che al momento dell'assaggio ha scontato un anno di legni piccoli (tonneaux
per il sangiovese e il canaiolo, barriques per cabernet e merlot), sta
riposando la sua massa in vasca di cemento e si prepara ad affrontare
un anno di meritato riposo in bottiglia, per guadagnare luce e mercato
a partire dall'ottobre 2002. Dai toni rubino scuri e compatti, notevole
ti appare d'istinto nell'esposizione aromatica, molto ampia nelle suggestioni
offerte e articolata di già nello sviluppo, giocato all'insegna
del profondo fruttato nero del bosco, dell'humus, della ghianda, del cioccolato,
del cuoio e della sottile nota balsamica, a regalare un quadro di bella
finezza. In bocca mantiene coerenza e polpa, verve acida presente eppur
smussata dal corpo e dalla consistenza fruttata, un tannino diffuso, dolce,
che sorregge la trama e la spinge a lungo nel ricordo: il ricordo di un
vino dalla vibrante tensione gustativa, che affinerà con il tempo
ed il riposo le sue armi fatte per il sorriso e il compiacimento di tutti
coloro che lo incontreranno.
Invece
il Carmignano Riserva Elzana 1999, anch'esso prelevato da vasca,
anch'esso al medesimo stato evolutivo, presenta toni rubino accesi ma
meno carichi, e gioca molto al naso sull'eleganza espositiva, per via
dell'evidenza floreale, delle spezie, della nota mentolata. In bocca sconta
una minor concentrazione fruttata rispetto al Montalbiolo e procede così
rigoroso, austero, con portamento e carattere sicuri e una marcatura tannica
nervosa e rigida che riscontrerò essere una delle peculiarità
del cru. Si sviluppa e si allunga grazie e soprattutto alla massa tannica
riuscendo comunque nell'intento di donarci una sensazione d'insieme precisa
e raffinata, con qualche asciuttezza di troppo.
Andando
a ciò che il mercato offre di già, il Carmignano Vigna
di Santa Cristina In Pilli 1999 (sangiovese 75%, cabernet sauvignon
10%, canaiolo nero 10%, colorino merlot e sirah 5%) si presenta con profumi
carnosi e ben disposti, di buona espressività fruttata: more di
rovo, prugna... con un sottofondo cuoioso e leggermente vegetale a sottrarre
piena armonia. Discreta la progressione anche se all'aria tende a perdere
definizione. In bocca è sapido e di buon nerbo acido su medio corpo
e tannino austero. Non possiede il passo del vino superiore ma non lesina
in eleganza, dilettandosi pure con un dignitoso ritorno sul frutto.
Il
Carmignano Riserva Vigneti Alti di Montalbiolo 1998 è ampio
nei profumi tra i quali ne sottolinei il carattere fruttato maturo ed
evoluto, intriso di note di sottobosco e bacca, tipiche ed eleganti, e
un ritorno da scatola di sigaro.
In bocca riesce ad essere suadente e abbastanza morbido, di buon vigore
tannico, leggermente asciutto, anche se non ti appare così entusiasmante
per progressione e profondità. Lo ricorderò per equilibri
e dignità.
Infine, il Carmignano Riserva Elzana 1998 ti accoglie con profumi
intensi, definiti e fitti di frutto fresco, con bell'amalgama e degna
profondità: i frutti neri e la viola mammola spiccano. In bocca
si mantiene pieno, succoso, di corpo, con il frutto, integro, che ne accompagna
la progressione tannica, molto simile per austerità e nervosismo
all'Elzana della vendemmia successiva. Sfrutta bene i contrasti per regalarci
tensione e compiacimento, nel segno dell'equilibrio e della raffinata
esposizione. Per questo lo giudico un bellissimo Carmignano.
Lasciamo Beppe con la promessa di un reincontro, magari con la scusa di
scoprire il nuovo piccolo vin santo che nascerà più in là
nel tempo, magari per meditare il primo Carmignano targato 1983, conservato
e coccolato nei meandri della sua fattoria. Sicuramente lo attendiamo
nei risultati a venire, peraltro portatori di sostanza e bellezza (leggi
Montalbiolo '99, tanto per fare un nome).
In Ambra dimorano la tecnica e la capacità di capire, il cuore
traspare dalle scelte, mi pare evidente. Una cantina svecchiata nel parco
legni, come quella che vedo sta nascendo, insieme all'attenzione sempre
nuova verso il particolare e al rispetto ferreo degli spigoli e delle
sinuosità dei piccoli amati crus, contribuiranno alla corsa e ai
traguardi attesi. Tali traguardi saranno allora chiari, luminosi, trasparenti,
duraturi e peculiari. Come l'Ambra.
FATTORIA AMBRA
Via Lombarda,85 - Carmignano (Po)
Tel. 055-486488
Fernando Pardini
(28/1/2002)
visita e degustazioni novembre 2001
si ringrazia Renzo Priori per la guida di un giorno.
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