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I Giusti e Zanza vigneti: i medocains di
Fauglia
Supponete per un momento di voler iniziare a fare vino, per passione sì,
ma avendo anche una certa ambizione di farlo bene. Mettiamo che risiediate
in una regione molto vocata, ma non in una delle sue zone più blasonate,
dove esiste sì una viticoltura, ma quasi eroica per
le condizioni ambientali. In queste condizioni, cosa fareste?
Questa domanda se la devono essere posta Paolo Giusti e Fabio
Zanza quando hanno iniziato la loro avventura nel mondo del vino.
Massa è la loro città: le forti pendenze, il clima non particolarmente
generoso fanno della loro zona dorigine, come si diceva, un luogo
in cui è possibile una viticoltura di qualità ma a costo
di un grande impegno, ricavandone in cambio - spesso - un sofferto risultato.
Tutto lopposto dalle soddisfazioni che si potrebbero trarre, poniamo,
nelle dolci e sensuali rotondità delle colline senesi. E dunque,
guidati da una iniziale buona dose di idealismo, i due amici puntano la
loro attenzione su quella zona e riescono anche a trovare una magnifica
tenuta da comprare dalle parti di San Quirico dOrcia.
Sì, ma produrre vino, perlomeno quando partono nella loro impresa,
non può essere lunica attività, bensì un hobby,
o forse qualcosa di più. Infatti Paolo Giusti è ingegnere,
Fabio Zanza elettricista, e sono amici da sempre, amici di barca, nel
senso che si divertono a fare regate su di una piccola barca a vela. Si
rendono presto conto che il senese non è esattamente ad un tiro
di schioppo da Massa, non è il posto giusto per andarci tutti i
giorni, o magari un giorno sì e uno no. E dunque, eccoli a pensare:
dove si può andare, scendendo giù per lAurelia (o
per la Genova-Livorno)? Beh, oltrepassata la Versilia si arriva a Pisa
e poi... Pisa?
Ed
eccoli qui, Paolo Giusti e Fabio Zanza che si comprano una tenuta di 35
ettari nei pressi di Fauglia, ottenendo il primo risultato di poter seguire
la propria attività di vignaioli facendo meno di unora di
macchina. Ma cerchiamo di capire dove hanno scelto di insediarsi. Larea
del pisano ad alta vocazione vitivinicola più settentrionale, quella
che corrisponde alla zona della docg Chianti Colline Pisane, inizia da
ovest proprio da Fauglia per estendersi poi verso lentroterra di
Terricciola, Peccioli, fino a Palaia e San Miniato, al confine col fiorentino.
Dunque lacquisto dei protagonisti della nostra storia riguarda una
zona che riesce ancora a sentire linflusso del mare (che dista una
quindicina di chilometri) ed è caratterizzata da un paesaggio dominato
da colline dolci (e dunque facili da lavorare), in generale meno intensamente
coltivate che nelle zone più rinomate della Toscana vitivinicola,
con il risultato che larghe zone sono ancora ricoperte di boschi che contribuiscono
a vivacizzarne il panorama e ad integrare gli equilibri climatici.
Le idee di partenza sono chiare, vediamo di riassumerle: grande investimento
iniziale in direzione soprattutto di nuovi impianti ad altissima densità
(10mila piante per ettaro, 120 cm fra i filari) con conseguente uso di
scavallante; scelta di un enologo di punta che segua la vita dellazienda
fin dalla scelta dei terreni, delle uve, e delle modalità con cui
impiantarle; cemento e barriques in cantina (in futuro anche acciaio),
vini fuori dalla DOCG fin dallinizio e senza tentennamenti.
Due i vini, per ora: il Belcore (sangiovese e merlot) e il Dulcamara (cabernet
sauvignon e merlot), vini dai nomi belli e poetici derivati dalla passione
di Giusti per Donizetti ed il suo Elisir damore e dalle
etichette altrettanto incisive affidate al designer Ettore Sotsass.
Al
momento dellacquisto nei vigneti è presente del sangiovese
(che oggi ha un aspetto molto dimesso, specie se confrontato coi nuovi
impianti di concezione agronomicamente moderna) e del cabernet sauvignon
piantato nel 1990-91 e che è stato utilizzato per le prime annate
di Dulcamara, a partire dunque dal 1996. Poi Stefano Chioccioli
prende in mano la situazione, fin dalla scelta dei terreni e delle uve
da piantarvi ed arrivano anche tre piantatori dalla Francia, coadiuvati
da tre uomini locali, ingaggiati per le prime operazioni che riguardano
i nuovi vigneti. Piantare a mano è infatti unaltra cosa,
non cè niente da fare, specie nei terreni argillosi caratterizzati
da problemi di rincalzo, e quello che non è fatto a
mano è eseguito usando una speciale macchina fatta arrivare dalla
Svizzera.
Ma, come succede spesso nel mondo della viticoltura italiana che è
vecchia e giovane assieme, siamo ancora in piena trasformazione, e vediamo
dunque di cercare di prevedere come evolverà in futuro lazienda.
Il sangiovese, anche quello messo meglio andrà a sparire
dal patrimonio aziendale nel giro di 3-4 anni: questione di strategia,
per la quale si cercherà di assorbire la concezione bordolese che
prevede due vini della stessa natura ma su due livelli di qualità
e prezzo diversi, che utilizzino completamente vitigni alloctoni.
Ed è tutto il vigneto ad essere in piena trasformazione: gli ultimi
impianti sono del Marzo 2002 ed altri ne seguiranno. Lequilibrio
provvisorio che oggi come oggi si vuole raggiungere è
quello dei 50mila ceppi con produzione media di un chilo duva per
pianta, dunque circa 50mila bottiglie. Ma gli obbiettivi per limmediato
futuro sono ben più ambiziosi. Lidea è fondamentalmente
quella di diventare un soggetto reale e visibile nel panorama italiano,
unazienda non più di nicchia che arrivi ad essere
la vera ed unica attività per i nostri due amici. E tale idea può
essere tradotta in modo elementare, cifre alla mano, così: 20 ettari
a 10mila ceppi per ettaro, dunque 200mila ceppi a un chilo per pianta
che significano più o meno 150mila bottiglie dalla elevata qualità,
una cifra giusta per rispettare un altro aspetto di quella filosofia bordolese
che insegna e predilige produzione alta e alta qualità.
In cantina siamo ancora di più in fase di transizione. Come si
diceva, per ora cè solo cemento e legno piccolo, in futuro
si introdurrà lacciaio. Per ora la fermentazione avviene
senza controllo della temperatura, con tutti i rischi e le ansie che questo
comporta. Si fa uso di lampade perché la malolattica può
anche non partire. E il cemento ha la duplice funzione di ospitare la
massa per il Belcore e di far riposare qualche mese il Dulcamara dopo
i due anni di barrique.
E proprio dalla cantina inizia il nostro giro di assaggi,
con un confronto molto interessante: assaggiamo infatti in sequenza dalle
barrique il cabernet sauvignon delle vecchie vigne del 1991 e quello dei
nuovi impianti, entrambi della vendemmia 2000. La differenza è
abissale: il primo ha forte impronta legnosa, è caratterizzato
da toni amarognoli e da un tannino piuttosto astringente. Il secondo è
invece pieno di frutta fresca (amarena in primis) e pervaso da note balsamiche,
con una struttura media e qualche sfumatura vegetale.
Passiamo
quindi a due annate di Dulcamara: il Dulcamara 1997, rubino amaranto
fitto e profondo, ha un olfatto dominato da un bel corredo di frutta nera
(mora, mirtilli e prugna) e da rintocchi rossi e leggeri di fragola. Ai
contorni si sviluppano commenti floreali, eleganti note minerali e grafitiche,
in seconda battuta mentolo e terra bagnata insieme a sottili spunti vegetali.
Al palato mette in mostra potenza, spessore e buona cremosità,
con frutto marcato e stoffa setosa. La massa tannica e l'influsso del
rovere gli derivano sensazioni di goudron e di leggera sovraestrazione.
Buona la spalla comunque, per un vino forse meno elegante e composito
del '98 assaggiato di recente, ma dal lodevole portamento.
Il Dulcamara 1999 - prelevato da vasca - ha colore rubino violaceo
piuttosto fitto e molto brillante. Allolfatto è elegante,
sia floreale che fruttato, impostato soprattutto sui registri della frutta
rossa. Sullo sfondo, ancora note minerali e leggera liquirizia, e con
lossigenazione vengono fuori con una certa decisione caratteri aromatici
terziari e di chicco di caffè. In bocca si segnala per buona freschezza
anche se non per estrema grassezza.
Infine, il Belcore 1999, rubino scuro, compatto, ancor violaceo
nelle screziature cromatiche dei contorni, ci è apparso interessante
grazie all'intrigante, istintivo, estroverso, vinoso, fresco corredo aromatico
fatto di fragola dolce (quasi una spremuta), viola mammola, marzapane
ed incenso, china e rabarbaro. Bella stoffa in bocca, caratterizzata da
dolcezza e coerenza, che veleggia sinuosa per il compiacimento del degustatore,
offrendo una trama tannica rigorosa, leggermente asciugante, per uno sviluppo
non lunghissimo ma con il grande pregio di non disperdere mai il dinamismo
cangiante della proposta. Pur non sfiorando abissi di profondità
dimora in lui una sincera piacevolezza, che porta d'istinto alla riprova.
Riccardo Farchioni
Fernando Pardini
(27/5/2002)
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