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Cascina Val del Prete. Carolina on my mind


Mi capita sempre più spesso recentemente di addormentarmi con in testa un turbinio di pensieri belli. Mi parlano di una terra che è terra davvero, capace di riempire ricordi ed alimentare sogni. È terra di lavoro ben inteso, pane al pane vino al vino, e forse anche per questa sua solida verità a ripensarla oggi mi appare ancor più bella. Non posso dire di averla conosciuta, ben altro il senso di questa parola, ma sfiorata quel tanto che basta per iniziare un racconto questo sì.

Ho varcato la riva del Tanaro in primavera e penetrato le verdi e ripide terre del Roero salendo e scendendo le sue rocche, ne ho toccato le intime sabbie, ho visto le fenditure profonde create dalla loro fragile consistenza incidere i fianchi delle colline e disegnarne strambe geometrie, ho visto quiete vallate alternarsi all'asprezza della roccia e alle puntute boscose sommità, ho percorso a planare verdi strade silenziose punteggiate da cascine isolate, reminiscenze cerealicole, noccioli in attesa, chiesine barocche, ho appreso con piacere che quella terra vive e respira, rincuorata dai cento reimpianti vitati che la gente del Roero con maggiore rabbia e determinazione sta portando avanti, lenta ricostruzione di uno skyline cubista. Facile infatti che durante il tuo girovagare d'un tratto ti ritrovi su in alto: scoprire allora l'evidenza dei monti-chioccia delle Alpi attorno e quei vigneti ripidi in sovrapposizione, che a quelle montagne paiono appartenere ma non è vero, provoca un leggero straneamento quale quello offerto da cento prospettive avvolte, o risolte, in uno sguardo solo.

Poi a nord ho incontrato Priocca e vicino Priocca mi sono sorpreso silenzioso ad ammirare un anfiteatro di vigna che ripaga lo sguardo e rinfranca il viandante. Uno fra i tanti mi direte voi. È vero, rispondo io, ma se ne comprendi la storia, se ne rimiri i boschi attorno o se ne incontri i contadini, oggi come allora ne misurerai la differenza; sarai investito da un racconto intimo quanto istruttivo, forte come lo sono l'aver conosciuto la fatica, la povertà e la campagna- prove di vita che insegnano a camminare con gli occhi della giustezza- ed allora quell'anfiteatro di vigna, e quella cascina là in mezzo, acquisteranno ben altro spessore, come di archetipo od insegnamento.

Non è stato il caso a portarmi fin lì, alla Cascina Val del Prete. La storia narra che quel nome le sia stato attribuito dai contadini perché due secoli addietro in esilio la abitò l'abate Felice de Gresy. E in effetti la nobile casata è legata a doppio filo con la cascina essendone stata, discendenza dopo discendenza, la proprietaria.
Ebbene, ancor oggi quella vecchia e solida cascina piemontese é luogo di lavoro, di amore e di vita per Lino e Carolina Roagna, fino al 1977 autoctoni mezzadri. Sono persone che hanno conosciuto il lato oscuro della fame, per nome e cognome ogni zolla di terra attorno, perché rovesciata, curata, nutrita, fors'anche maledetta chissà. Hanno vissuto i tempi bui dell'emigrazione e dell'abbandono delle campagne - sì, anche al nord é successo- resistendo invero nella loro di campagna, a mantenere animali, a coltivar cereali, a cogliere frutti,a rimpinguare la famiglia, da che la prole non fu davvero scarsa. In quelle aie e in quella casa hanno costruito il loro piccolo mondo contadino, fatto di ataviche certezze, soli e lune, ruotare di stagioni, attese di raccolto e vite semplici. A quelle persone, dopo anni e anni di sacrifici non puoi chiedere perché l'affrancamento abbia voluto significare - fortemente - l'acquisto di quel posto. Mi pare naturale.

Da allora sono passati 25 anni: la prima cosa che fecero fu quella di metter su vigna ed eliminare via via la promiscuità colturale. Furono otto gli ettari impiantati: barbera, arneis e nebbiolo. Nel solco della tradizione, dentro quell'anfiteatro. Non avevano pretese di vignaioli d'alto lignaggio ma tanta premura nel ricavarne un frutto a loro caro. E così é stato finchè con l'età che avanzava non arrivò il momento di decidere sul da farsi per il futuro della cascina.
La numerosa prole nel frattempo si era sparsa per le città dei dintorni a lavorare d'altro ma in quel momento in qualcuno di loro scattò la molla. Qualcuno di loro avrebbe preso la decisione per ridare nuova linfa. Mario Roagna, il figlio maggiore, prese a cuore la produzione vitivinicola con un pensiero in testa: "potrò da queste terre e da questi filari tirar su dei vini importanti?".

Ora c'è un fatto, importante pur esso, che non va trascurato, e lo tocchi con mano percorrendo gli anelli alti dell'anfiteatro: intanto perché puoi scorgere di fronte il sud, proprio in faccia alla vigna, e poi perché il Tanaro ha nei secoli letteralmente tagliato in due il movimento collinare lasciandosi alla sinistra la Val del Prete e alla destra Barbaresco. Ebbene sì, rispetto ad altri terroirs del Roero qui c'e meno sabbia e si trovano precise corrispondenze con le terre forti della nobile Langa.

Mario aveva sempre fatto il vino, eppoi lo aveva sempre visto fare dai suoi fin da ragazzino; tutto in cascina è condiviso, non ultimo il lavoro, per cui, città o non città, difficile che quella gente si stacchi fino in fondo dall'indole terragna che ne alimenta il pensiero, oltre che i gesti. E' stato però grazie al "compagno di cortile" Gianfranco Cordero, enologo piemontese di chiara fama, che Mario si convinse che da lì non era impossibile crescere dei vini diversi. Fatto sta, tanto per dirvi della convinzione, che Mario dal 1996 lascia il lavoro che aveva, armi e bagagli, e diventa vignaiolo a tutti gli effetti.Torna praticamente a vivere nella cascina dell'infanzia.Torna per delinearne un futuro diverso, per inserirsi nel corso nuovo della rivisitazione vitivinicola del Roero che stava vivendo di già positivi sussulti, che si riscopriva allora - in modo più generalizzato e convinto - pieno di elettive affinità o di peculiari potenzialità.

La precisione e la meticolosità sono palpabili in quest'uomo, come di chiunque ha insita la generosità e il rispetto per la terra che vede e dalla quale chiede sostentamento, come di chiunque veda il lato passionale delle cose senza montarsi la testa, con continua capacità di meravigliarsi, di riprovare ancora senza perdersi d'animo o pensare "sono arrivato", basti vedere con quale amore ha ristrutturato la vecchia cantina della cascina ricavandone un luogo da difficile abbandono. Ma percorrere insieme a lui quei cerchi di vigna e ad ogni cerchio apprenderne un aneddoto, un racconto di vita, una storia di campagna, un pezzetto di quello che era il Roero e la sua gente, quello sì che arricchisce l'ascoltatore.

Quegli echi, la fatica della storia che è passata insieme a quella dei caparbi genitori, rimbalzano fieri fino ad oggi; il filo rosso della tradizione lo senti tutto nei modi e nei gesti. Lo spirito della coesione, la curiosità, la cordialità, la trasparenza, la condivisione sono quelle di un avveduto uomo di vigna che non può dimenticare il passato della sua terra ma che capisce il significato e l'importanza del nuovo che avanza. Da qualche anno, dalle vecchie viti piantate da e da Lino alla fine degli anni settanta, accudite però con spirito nuovo da Mario e coccolate rabbiosamente per ricavarne il cuore, stanno nascendo i frutti sperati. I loro doni sono come coda di pavone in amore, brezza notturna, profumo di tartufo, odor di bosco, saggezza contadina e Roero. Da quando ho assaggiato quei vini ho struggente malinconia dei posti, e l'addormentarmi con in testa un sacco di pensieri belli - l'ho detto - è cosa meno rara. Tra questi certamente ci sta il ritorno.


Sono a parer mio dei vini da brivido per quanto siano capaci di sottolineare il territorio ed il vitigno da cui traggono vita: perciò sono felice che la barbera superiore, principessa delle vigne meglio esposte, sia stata dedicata a Carolina e l'aristocratico nebbiolo a Lino. Grazie alla caparbietà e al sacrificio in campagna di quella gente, all'intuito di dimorarvi la vite, al fatto soprattutto di non aver voluto abbandonare quel luogo - mai posseduto prima eppure profondamente loro- oggi se ne possono ammirare i primi fulgidi risultati, compendio di tradizione e modernità. La terra che fu dei cereali e del letame, forse conscia di tutto questo, sta ripagando i Roagna con barbere femmina dal succo sensuale e carnoso, fitto e ricco di suggestioni, tutte suadenza e piacevolezza, nelle quali istintivamente ti rifugi.

Assaggio ripetutamente la nuova Barbera d'Alba Superiore Carolina 2000 e ne ammiro la freschezza e la profondità, la leggibile fusione tra il corpus del frutto e la matura matrice tannica, il morbido legante del rovere nuovo, rovere che non può che assoggettarsi all'imperio di una materia prima sostanziosa e ben esposta. Difficile dimenticare un vino così.

Poi passo al Nebbiolo d'Alba Vigna del Lino 2000, esemplificativo per come riesca a coniugare l'eleganza tipica del Roero alla struttura e alla marcatura tannica tipiche della Langa. Austero ed aristocratico, da svelare poco a poco nei suoi aromi di sottobosco e di bacca selvatica, nei suoi frutti rossi e maturi, ti avvolge con una trama di peso e raffinata, asciutta e rigorosa, nella quale vi respiri i sapori della sua terra.

Quando invece sorseggio, come adesso che lo scrivo, l'Arneis Luet 2001 non posso non ripensare alle suggestioni, alla vista, agli odori della vigna alta e ben areata che sta in cima all'anfiteatro e si sporge di già sull'altra valle, verde di boschi: lì ci chiamano Luet (Lupetto in dialetto) perché da quei boschi un tempo pare se ne uscissero in scorribanda i lupi.

Mario ne estrae - diradato e anticipato - un Arneis dalla forte struttura eppur profumato, intriso di erbe aromatiche e di riflessi fruttati come di pera, albicocca ma anche miele e minerale, a cui si unisce in lodevole marriage il contributo del rovere nuovo. Al palato ne conservo l'afflato calorico, la sapidità, la pungente ed elettiva aromaticità, la grassezza dei contorni.

Ma nella cascina Val del Prete si guarda avanti, e il nuovissimo Roero 1999, figlio di un'annata forte e tannica, è lì a testimoniarlo: frutto esclusivo e selezionato degli acini migliori, ricco di suggestioni rosse e nere, di soavità e finezza, tirato nel frutto, sapido e volumico al palato, scorgi in lui lusinghieri allunghi e grandissima dignità.

Quei racconti, trasposti pure nei vini, mi hanno confuso ed emozionato. Non penso di resistere a lungo senza tornare a vedere. E poi ho scoperto Mario amico dei grandi vignaioli che stanno facendo grande questa left side langarola, dal compianto Matteo Correggia ai Damonte ad Angelo Ferrio, agli Hilberg Pasquero e così via. Figuriamoci. Voglio solo sperare - ma in cuor mio ne sono convinto - nella continua sua voglia di cercare ancora e di migliorarsi sì che una vita spesa tra viti e vini possa contribuire alla felicità della sua gente, e della cascina tutta.

Che un giorno quindi possa ritornare, furtivo ed eccitato, nei suoi amati boschi, umidi e profumati, di notte, come un tempo, con la sua bella che magari non capisce, a cercar tartufi, a confondersi. Che invece di venderli, come si usava, ai mercati di Alba per dare sostentamento alla famiglia possa rivivere quel singolare momento condiviso in cui - giovani ed affamati - si ritrovarono a mangiare in silenzio pane e tartufo, quasi fosse salame.

Voglio sperare che sia così ma i segni pure vanno in quella direzione: per esempio sostare nella bella cantina di Mario e saltellare tra una barrique ed un altra ad assaggiare il futuro. Semplice, no? Vi potrà capitare allora che da una delle vetrate che danno sull'aia d'un tratto si aggetti un ombra; vedrete allora l'arco della vetrata copiato dalla ruota multicolore di un pavone pavoneggiante. Dice Mario che il suo vecchio pavone, re dell'aia, vanesio ch'è tutto dire, si ferma un sacco di tempo davanti al vetro per ammirare il suo piumaggio.

Non ne sono così convinto, per me con quel suo gesto vuole soltanto condividere la gioia dell'avventore mentre - da dentro - sta sfiorando l'anima bella della Carolina che verrà.

Cascina Val del Prete
Strada Santuario,2 - 12040 Priocca (Cn)
tel./fax 0173-616534
valdelprete@tiscalinet.it

Fernando Pardini
(18/7/2002)

 

 

   

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