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Fattoria del Buonamico:
ci vorrebbe un amico, anzi un Buonamico

 
 

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Il titolo forse vorrebbe il commento musicale, quello della canzonetta "vendittiana", ma non fa niente, è il senso che conta, e il senso ve lo spieghiamo noi dicendo di non preoccuparvi: parleremo, ancora una volta, di vino. Sapete però che parlar di vino è anche, oltre che parlar di se stessi, parlare di uomini. In questo senso, parlare della Fattoria del Buonamico per noi significa parlare anche e soprattutto di Vasco Grassi.

Non lo nascondo, da molto tempo seguo le gesta vinicole di questa cantina della ridente provincia toscana - è dal 1964 che è "in pista" - e immancabilmente nei miei ricordi vecchi e nuovi il Buonamico mi viene spontaneo di identificarlo nella figura pacata e gentile di Vasco Grassi. Solo molto tempo dopo, con la mia curiosità arrivata a livelli parossistici, ho scoperto che la Fattoria ha una proprietà che non è Vasco Grassi. Nelle intenzioni della "direzione" lui ricopre, oggi come ieri, la carica di responsabile tecnico. Tant'è, ne prendo atto, anche se poi, nei fatti, lui è il "buonamico", lui è l'anima. Almeno nei pensieri miei.

Il titolo auspica: "ci vorrebbe un Buonamico". Ci vorrebbe in tutte quelle realtà a cui il tempo o la storia hanno conferito, più o meno a ragione, una tipicità e una vocazione vinicola, e che proprio in virtù di questo blasone acquisito, stranamente (ma neanche troppo), si è come radicato negli uomini e nelle donne di vigna un progressivo adagiamento e compiacimento, del tutto fine a se stesso, senza alcuna propensione alla ricerca, al miglioramento, all'orizzonte nuovo. Non si può negare infatti che il torpore creativo che vigeva nelle conche belle e assolate di quella vera e propria enclave vinicola chiamata Montecarlo sia stato risvegliato proprio da questa cantina, ma non nel senso di aver voluto cambiare le carte in tavola, o trasfigurare il gioco, no, nel senso della piena consapevolezza che vede nei gesti, nell'impegno e nella dedizione, quotidiana, le armi con le quali conquistare visibilità nuova, rispetto e qualità da sbandierare, da trasmettere.

Intendiamoci, le carte in regola queste terre ce le hanno, così come la tradizione contadina dell'uva e del vino; anzi, l'anomalia lucchese deve essere assolutamente "rivendicata", semmai riscoperta e perseguita con rabbia, legata com'è al sentimento profondo di indipendenza e alla grande propensione ai viaggi e ai commerci che da sempre ha permeato lo spirito delle genti di Lucca. È stato grazie a queste caratteristiche che in tempi tutt'altro che sospetti - siamo nella seconda metà dell'ottocento - le terre di Montecarlo videro la comparsa sui loro campi vitati di barbatelle "foreste". Lì avrebbero trovato fissa dimora negli anni e nei secoli a venire costituendo quindi, senza saperlo, una potenziale, primigenia, zona da supertuscans ante-litteram. Le uve? Pinot bianco, chardonnay, sauvignon, roussanne, semillon se parli in bianco; merlot, cabernet, sirah se in nero. Da allora il vignaiolo montecarlese ha imparato a conoscere e a lavorare i vitigni di importazione; questa convivenza ha instillato nel suo spirito il senso dell'appartenenza, del riconoscimento; così il nuovo di allora è divenuto tradizione, e a tutt'oggi questa particolarità rappresenta il tratto distintivo della Montecarlo enoica.

Le fortune della formula Montecarlo sono innegabili; ci sono stati periodi in cui il bianco del posto é assurto a vino bianco più conosciuto nel panorama toscano. Ebbene, come dicevo, questa notorietà da un certo punto di vista ha nuociuto, se ci riferiamo alla assuefazione verso il tran tran, alla stanchezza propositiva, che spesso si sono tramutate in imprecisione aromatica, rusticità accentuata, mancanza di charme nei vini proposti. In più, la denominazione ha dovuto fare i conti con un accelerazione ed una "presa di coscienza" generalizzate da parte del nuovo degustatore internazionale, del bevitore odierno, del curioso enofilo alla costante ricerca del gusto.

Ecco perché ci vorrebbe almeno un Buon amico in tutti questi casi, perché le potenzialità che c'erano era doveroso svilupparle con maggior determinazione; questo han pensato, semplicemente, alla Fattoria del Buonamico: la storia, che ha pure portato con sè la denominazione d'origine controllata, aveva di già sancito una visibilità, bastava fare in modo che non diventasse nebbia, fumo negli occhi, affaticamento, abbaglio.

La Fattoria, nata nei primi anni 60 per volere di due lungimiranti ristoratori, di cui uno a nome Grassi, serviva allora per sfornare un vino "della casa" che allo stesso tempo potesse essere ricercato e potesse incuriosire l'ambiziosa clientela di un blasonato ristorante torinese. L'interesse suscitato "in città" costituì senz'altro un volano per spingere a far meglio su per i pendii e le conche vitate di Montecarlo. Su quelle terre ha affilato le armi e speso giovanile sudore l'autoctono Vasco Grassi, imparentato con la proprietà, che da subito ha identificato la sua vita con quella della fattoria e impresso ad essa una sua visione, appassionata e curiosa, fatta di ricerca e dedizione. Non si sarebbero più lasciati. Le sue conoscenze, la sua determinazione nel guardare e curiosare il campo del vicino d'Oltralpe, per apprendere e conoscere senza dar per scontato niente, lo avrebbero portato a ricoprire il ruolo di piccolo alfiere della innovazione locale, che a quei tempi - di anni settanta io parlo - era ben lungi dall'interessare l'ingessato mondo vinicolo lucchese. Monsieur Pinot veniva chiamato, sia dai grandi amici che dai suoi detrattori.

Quel suo modo di guardare alla vigna e al vino non lo avrebbe più abbandonato; progressivamente riuscì a far interessare la proprietà alle nuove idee che già nella denominazione di base secondo lui dovevano trovare compimento: l'impiego "sentito" di vitigni semi aromatici quali il sauvignon e l'amatissimo pinot bianco per sopperire alla carenza endemica di profumi e di eleganza della coriacea, severa, generosa uva trebbiano, fu perseguito con costanza.

E poi, già dal 1975, la Fattoria cominciò a pensare in grande e formulò il suo primo cru: il Cercatoja Rosso, che già allora si componeva di uve selezionate dai diversi vigneti piantati a cabernet, merlot e sirah, con un consistente saldo di sangiovese. A partire dal 1985 inoltre, questo vino avrebbe incontrato sul cammino anche i legni piccoli e, insieme a questi, accurati diradamenti in vigna. Successivamente, coccolato lungamente in sogno, trova dimora in cantina un altro cru, di bianco vestito, questo sì nato insieme ai legni piccoli, particolare, corposo, importante, che dal 1990 va a variare un panorama in bianco che pareva impossibile potesse essere percorso da vini che non fossero targati Montecarlo doc. Fu chiamato Vasario, in onore del Vasari, che suggellò in affresco le colline ed il castrum di Montecarlo molto tempo prima e nacque come blend per ritrovarsi poi, dopo studio ed esperienze "sul campo", a vino da monovitigno a partire dal 1997: di pinot bianco si doveva al fine costituire, dell'amatissimo pinot bianco.

A parer mio comunque , tutto sommato, lo scarto in avanti è stato fatto con il passaggio di proprietà, avvenuto nel 1992. La nuova proprietà, capitanata da una coppia di imprenditori fiorentini (di cui uno a nome Grassi, nulla a che vedere con il buon Vasco) ha saputo dimostrare maggiore determinazione e volontà e ha messo in campo maggiori energie (e soldi) al fine di assecondare al meglio le idee del "direttor" Grassi, che intanto vedevano l'introduzione sempre più massiccia di legni freschi e piccoli, soprattutto tonneaux, di una pressa soffice, di una serie di vasi vinari in acciaio termocondizionati, soprattutto di un'oculata e più moderna gestione del vigneto, nel quale la proprietà ha inteso progressivamente investire al punto che oggi la Fattoria del Buonamico significa 24 ettari vitati di cui ben 19 in produzione. Per questo sforzo è stato chiamato, fin dal 1992, un enologo-agronomo allora di bella speranza, oggi splendente "realtà", che di nome fa Stefano Chioccioli.

A proposito di vigne, una delle chicche che incontri percorrendole, è un vecchio impianto di uve sirah datato 1964 , che vi mostro qui accanto, del quale Vasco si chiede se non sia il più vecchio d'Italia. Potrebbe essere. Quelle contorte 700 viti nel frattempo sono la base di un vino, centelinato e ricercato, che si chiama Fortino. Ma io vi voglio dire degli assaggi condotti in cantina, poi riflettuti e ripetuti con calma in altro loco, che mi hanno fatto apparire particolarmente attraenti e gentili, precisi e godibili, pur senza effetti speciali, i Montecarlo 2000.

Il Montecarlo Bianco 2000 sfrutta una migliore definizione aromatica, non priva di eleganza, rispetto al suo standard per via dell'apporto sentito delle uve sauvignon e pinot bianco che in parte riescono a sopperire - anche al palato - al carattere tipicamente elettrico e severo, sapido e secco, "rusticamente" ammandorlato che i vini di questa tipologia normalmente conservano.

Il Montecarlo Rosso 2000 invece ci regala piacevolezza gustativa e dignità espressiva, soprattutto una pulizia di esecuzione e una precisione aromatica da ricordare, ed è difficile non pensarlo accoppiato felicemente ai primi piatti della cucina tipica lucchese.

Corposo e potente, il Cercatoja Rosso 1997, uscito nella tarda primavera del 2001 - Vasco non ha fretta, dice che i suoi cru pretendono tempi lunghi - sconta qualche allargamento di trama nella impostazione aromatica e una minore consistenza/presenza fruttata che non il 1996, anche se soprattutto al palato riesce a tratti a regalarci sensazioni di pienezza gustativa e vigore, pur nella compressione della articolazione e nella non efficacissima disposizione tannica.

Ancora influenzato dal rovere, quindi da lettura molto attenta - e non facile - è il Vasario 1998 (pinot bianco in larghissima prevalenza con piccolo saldo di sauvignon, lungamente affinato nei legni e uscito nella primavera 2001) che a una buona densità e a una sostanza tattile di peso fa corrispondere un disequilibrio acido in bocca e un impianto aromatico incuriosito dalle note del legno, del mallo di noce, della castagna e del cecio, che ad oggi lo raffreddano un po'. Peculiari come sempre restano l'approccio e il compiacimento, che ti fanno pensare ad una via diversa al pinot bianco, quale quella tentata in altri luoghi e in altri modi per esempio da Castello di Spessa, in quel di Capriva.

Nonostante questo turbinìo di parole e pensieri, molto piacevole però è e sarà, per tutti coloro che lo conoscono e lo conosceranno, conversare di vino con Vasco Grassi, una persona che nonostante l'esperienza maturata non ha smesso i panni della modestia e della curiosità, che da sole possono far ambire a qualcosa di più. L'eloquio garbato e la voce morbida accompagnano sicuri i concetti e le idee che da sempre sostiene e persegue. Oggi però, per quanto fatto, si accorge che tutto è possibile. Che si può dare di più. In fondo le vigne, le sue vigne, del Capo, Le Ginestre, La Fontana, al Borghetto, al Pozzo, Sirah, hanno ancora molte cose da dire; occorre assecondarle al meglio, lasciare che si esprimano davvero.

Noi auspichiamo impegno e rabbiosa costanza, ancora e ancora, perché con i numeri - 100000 e più bottiglie non sono uno scherzo - e con la qualità già dimostrata nei modi e nei gesti questo produttore potrà elevarsi, oggi come ieri, ad avanguardia vinicola sul territorio; contribuire quindi da vero amico, anzi da Buonamico, alla ricerca e alla ri-scoperta dello "spirito di terra" che i declivi assolati e verdeggianti adagiati sui fianchi del colle di Montecarlo, con i loro ceppi vitati e con il borgo tutto, non tarderanno a disvelare.

Insieme alla terra, dovranno ergersi a protagonisti la volontà e lo spirito sempre "giovane" dei vignaioli che la lavorano. L'attesa allora sarà ripagata. Il cielo all'orizzonte metterà al sereno; la strada, sotto quel cielo, apparirà lastricata di piacere.

Fattoria del Buonamico
Via Provinciale di Montecarlo
55015 Montecarlo (LU)
tel. 058322038 - fax.0583229528

Fernando Pardini
(21 agosto 2001)

 

 

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