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Tra Montalcino e la California: Castelgiocondo
Montalcino,
con quella sua "aura" di irraggiungibilità, aristocratico
lì in alto e aristocratico in fatto di vini (qui si fa sangiovese
in purezza dalla fine dell'ottocento, altro che storie), sempre (o molto
spesso) spazzato da un vento che d'inverno può essere così
gelido, ha colpito di nuovo: siamo in ritardo. Il bello è che dobbiamo
anche oltrepassarlo e allora ci arriva l'illuminazione: invece di attraversare
Buonconvento, decidiamo di lasciare prima la Cassia, tagliando attraverso
strette strade di campagna e rimandendo incantati dall'ennesimo inaspettato
paradisiaco scorcio di Toscana.
Ma per quanto la geografia possa essere ostica, non ferma certo le strategie
economiche, e dunque qui, nelle pieghe della Toscana profonda, si è
inserita una lingua di California, attraverso la joint-venture Frescobaldi-Mondavi
che stiamo andando a toccare con mano. Joint venture che, sia detto per
inciso, ha da poco messo in scena il suo secondo atto in quel di Bolgheri:
infatti, mentre "limiamo" questo pezzo ci arriva la notizia
che la Tenuta dell'Ornellaia è passata dalle mani di Ludovico Antinori
proprio a quelle del potente winemaker d'oltreoceano che ne cederà
presto la metà, appunto, a Frescobaldi.
Il
lungo e caldo autunno del 2001 ci ha decisamente lasciato, ed è
un gelido vento che ci accoglie quando usciamo dall'automobile di fronte
alla cantina dell'azienda Castelgiocondo in quel di Montalcino.
L'ampio edificio, che contiene sia la zona di vinificazione che quella
di affinamento, non è un gioiello architettonico ma piuttosto un
luogo semplice e funzionale, per una azienda che, pur cercando l'alta
qualità, produce un numero di bottiglie non certo trascurabile.
Ad
accoglierci troviamo l'enologa della azienda, Francesca Arquint
(già nostra collaboratrice), e Niccolò d'Afflitto
che offre la sua consulenza a questa come ad altre aziende della Frescobaldi
da una decina d'anni. Entriamo subito in tema di fronte ai numerosi vasi
in acciaio in cui avviene la vinificazione. Tutti recipienti da uve rosse,
molti da 355 ettolitri e altri più piccoli dove viene vinificato
il merlot. Sì, perché la produzione in questa azienda è
spiccatamente "rossista": 215 ettari di vigna, quasi tutti "a
Brunello", dai quali si ottengono il sangiovese e il merlot che vanno
nei tipici Rosso, Brunello e Brunello
Riserva (solo nelle annate migliori) e nel Lamaione
(merlot), Luce, l'uvaggio sangiovese-merlot prodotto
"in combutta" con Robert Mondavi, e Lucente,
anch'esso sangiovese (90%) e merlot.
Castelgiocondo ha una storia
simile a molte altre grandi aziende toscane: dopo secoli di onorata attività
ecco il turbolento periodo che intorno agli anni 70 travolse molte delle
aziende, e sicuramente la qualità, del vino toscano; un periodo
caratterizzato da repentini cambi di proprietà e dall'intervento
di società estere e multinazionali che più che al vino miravano
a facili guadagni. In quei tempi a Castelgiocondo era una società
francese a dettare le regole, e la maggior parte degli impianti di uve
alloctone risale proprio ad allora. Un patrimonio viticolo quindi omogeneo,
basato su cloni francesi e con un'età media di 25-30 anni. "A
dire il vero," ci dice d'Afflitto, "la società francese
aveva puntato su cabernet sauvignon, merlot e sauvignon, ma solo il merlot
era veramente adatto ai terreni argillosi delle nostre vigne." Poi
la società francese, non interessata alla produzione di qualità,
aveva venduto ad una finanziaria e infine Frescobaldi aveva acquistato
l'azienda, ma non tutta. Due poderi mancavano ancora: uno è andato
alla Tenuta Caparzo (da lì viene il bel Brunello La Caduta), e
l'altro fu infine comprato insieme a Mondavi, con l'idea di utilizzarlo
per il vino comune di queste due grandi aziende. Si chiamava podere
Solaria, poi rinominato Luce, totalmente piantato a sangiovese. È
da questo podere, e dai lotti di merlot selezionati da Robert Mondavi,
che nasce il Luce.
Ma torniamo ai nostri vinificatori,
e alle tecniche utilizzate per fare questi bei vini rossi. Inizia un
tour tra vasi d'acciaio, botti grandi, vasi in cemento, tonneau e barrique
e un vivace colloquio con Arquint e d'Afflitto che si mostrano prodighi
di informazioni. Innanzitutto la filosofia di vinificazione: "tendiamo
verso una vinificazione classica, non vogliamo snaturare il prodotto,"
ma certo non si disdegnano gli accorgimenti tecnici. Ed ecco così
il fondo inclinato dei vinificatori in acciaio, adatto a rimuovere i vinaccioli,
"che specialmente nel sangiovese sono assai amari, maturando più
tardi; riusciamo a togliere un 20-25% di vinaccioli." Gli ambienti
sono a temperatura controllata, ma non ci sembra che questa sia una delle
preoccupazioni maggiori dell'azienda. Vengono effettuati i classici rimontaggi
e delestage, su macerazioni che arrivano alle 4 settimane, sia per il
sangiovese sia per il merlot. Poi si va all'affinamento, in botti grandi
per il Brunello, che affina mantenendo separati i prodotti dei vari vigneti,
in botte piccola per il Lamaione e per un 70% del Luce, che comunque vengono
subito assemblati, alla presenza di Mondavi nel caso di quest'ultimo.
Dopo due anni, due anni e mezzo, il Brunello va a riposare in cemento
visto che "l'acciao irrigidisce il vino". "Devo dire 'viva
il cemento', e pensare che lo volevo togliere," aggiunge d'Afflitto,
in accordo con molte voci da noi già ascoltate.
E parliamo un po' dell'annata,
che si presenta contraddittoria a causa della gelata dello scorso anno
che ha colpito a macchia di leopardo la Toscana, riducendo la produzione
in maniera anche molto significativa. "Abbiamo avuto un calo di produzione
del 35%. Specialmente il sangiovese, che ha un periodo vegetativo lunghissimo,
foglie glabre ed è ricco d'acqua, soffre particolarmente le gelate.
E da noi sicuramente questa gelata non ha portato ad aumenti qualitativi,
avendo colpito "a gatto selvaggio"; e con quantità inferiori
è comunque più difficile fare selezioni." Per quanto
riguarda queste ultime annate "direi che il '99 era ottima, il 2000
buona e questa, appunto, mediocre. Non voglio dire che i vini saranno
cattivi, ma piuttosto che mentre nel '97 tutti i vini erano eccezionali,
in quest'annata riusciremo a far buoni solo i vini migliori, ma a caro
prezzo."
Siamo
arrivati alla barriccaia, assai imponente, visto che, comprese le barrique
di proprietà di Mondavi, si arriva a millecinquecento botti. Una
quantità che fa sorgere anche problemi non indifferenti, legati
alla qualità del legno. Sicuramente con un investimento del genere
non ci si può affidare a un solo tonnellier, e infatti sono 14
i fornitori in gioco. Quattordici tipi di legno che ogni anno vengono
messi alla prova confrontando i risultati ottenuti sull'affinamento dello
stesso vino. Spilliamo il Lamaione 2000, che ha appena subito un
travaso ed è destinato a 20 mesi di barrique. A questo punto c'è
già stato l'assemblaggio di tutte le barrique, e quindi, affinamento
a parte, stiamo per assaggiare il prodotto finale. Barrique con diversi
legni, e un chiaro intento, "quello di rendere più complesso
un monovitigno come questo. Anche se nel futuro il Lamaione non sarà
più, probabilmente, prodotto con solo merlot."
Ed eccolo, il Lamaione
2000, che ci appare con un bel colore rubino violaceo fitto. Impressionante
l'impatto olfattivo, fitto e profondo, intenso e variato: vera e propria
marmellata di frutti (neri, soprattutto), niente affatto statica o stucchevole,
bensì arricchita dalla qualità di quei frutti, dalle note
balsamiche e mentolate, dalle spezie orientali, dal chiodo di garofano...
Bellissima l'estrazione tannica, c'è polpa dietro la giovanile
esuberanza, c'è compattezza e la carica acida e la sensazione amarognola
del tannino "importato" verranno smussate tra un po. Nel
frattempo bellezza, potenza ed eleganza si presentano a braccetto, non
ci si perde davvero in allargamenti o semplificazioni "merlottate":
la tensione vince su tutto, lo sviluppo appare lunghissimo. Dolce sarà
l'attesa.
Eccoci alla barrique di
Luce 2000, un prodotto "fatto volutamente per essere
elegante." Solo un 70% passa in botti piccole, e comunque
si vuole limitare la cessione terziaria, tanto che le barrique nuove sono
prima risciaquate con un veloce passaggio (15 giorni) di un altro
vino. "C'è poco da dire, la barrique è limitante per
l'eleganza."
E
sentendolo, il Luce 2000, d'acchito meno esuberante ed estroverso rispetto
al Lamaione di pari annata, alla lunga più variato ed intrigante
ti apparirà all'ascolto in profondità, dove ad una solida
base fruttata, piccola e rossa, fanno da contrappunto suadenti tocchi
di cioccolato e vaniglia, in attesa dell'emersione, della piena armonizzazione.
Ne riconosci l'amarena e la confettura di prugne poi, sul fondo, se aspetti,
la viola mammola, il chicco d'uva maturo ed eleganti nuances di
frutta tropicale. Fresco, snello e nervoso, straordinario ci è
apparso per tensione gustativa, vibratile, avviluppante e sapido, denso
e lungo, di spina acida vivida, con un tannino di grana finissima ancora
aggressivo ma per nulla amaro, mostrando anzi una bella dolcezza ed un
ispessimento nel finale nel quale si avverte un rovere da affinarsi e
fondersi nel corpo. Mostra più grinta e più toscanità
rispetto al Lamaione 2000. Il suo futuro sarà - fors'anche per
questo - bello e longevo.
Dalle
botti biccole a un bel bottone per spillare il Brunello di Montalcino
1998, siamo sempre lontani dalla commercializzazione di questo
prodotto, un 10% del quale passa comunque 24 mesi in barrique. Intenso
e persistente al naso, lo sentiamo caratteriale per via dell'umor di sottobosco
e della ghianda, gentile e raffinato per la sua nota di viola, ampio nelle
sfumature fruttate di ciliegia e di caramella di frutti di bosco. In bocca
è ben sostenuto dalla spina acida, coerente nel frutto, caldo ma
assai spigoloso nell'incedere. Buona la progressione anche se non supportata
dal peso che desideri. Asciutto e rigoroso, in esso ti compiaci per la
solida compattezza, che caratterizza ad occhi chiusi un Brunello. Mancherà
forse nel proseguo di guizzi sognatori e di una più completa ricchezza
e profondità. Degnissima la fattura.
E sull'argomento-Brunello d'Afflitto ha sicuramente le idee chiare, ed
ispirate dalla sua formazione bordolese: irrigidire le regole in vigna
ma essere più flessibili dopo. Regole ferree sulle densità
per ettaro e sull'uva per pianta, e poi si può anche accorciare
l'affinamento in legno, ma naturalmente rimanendo fermi sul sangiovese
in purezza.
Terminato il tour fra le botti, eccoci agli assaggi dalle bottiglie, effettuati
nello "studio" di Francesca Arquint.
Brunello
di Montalcino 1996
Mostra ampio spettro, dove la sensazione nitida e composta della frutta
matura si accompagna ad espressioni minerali ed a risvolti carnosi così
come a curiosi orpelli come di pasticceria, poi di rabarbaro, infine di
pepe. Ti appare nell'insieme compresso ma non manca di finezza; in bocca
mostra all'attacco buona freschezza, è nervoso e di buona tenuta
aromatica. Sapido e speziato, procede con passo leggermente appesantito
e monolitico mentre tu lo vorresti più dinamico nello sviluppo.
Comunque caldo e rigoroso, in esso ti compiaci pur senza toccare trasognanti
profondità.
Brunello di Montalcino 1997
Si preannuncia degnamente con quel suo colore rubino cupo. Prosegue poi
con un bel floreale, abbinato ad un fruttato intenso e maturo di ciliegia,
amarena e lampone, caratteristiche risonanze di frutta tropicale a cui
aggiungerai la bagna di pasticceria, dolce sarà l'impatto che ne
avrai, elegante ed intrigante il soffermarsi quieto. In bocca è
corposo e fitto, spesso ma di buona bevibilità, di sviluppo tannico
superiore rispetto ai due Brunelli or ora appresi, ed esemplare ti sembrerà
l'effetto goudron, arricchito dall'umor di sottobosco, da un bel ritorno
di viola e dalla striscia vanigliata. È ancor giovane e da amalgamarsi
appieno in bocca, ma è in linea con l'annata, di sostanza ineccepibile,
piacevolissimo dunque convincente.
Brunello di Montalcino Riserva Ripa dei Conventi 1995
Dal granato vivido e denso, pieno e d'impatto, lodevole è lo charme
olfattivo, ampio, meno penetrante sicuramente rispetto a ciò che
adesso è in grado di far esplodere il 1997, ma assai più
complesso e trasognante, con le note di ghianda unite a peculiari note
fumé, muschiate e terragne a tessere un quadro da cui vorremmo
trarre oggi maggiore compiutezza. È in bocca che mostra però
tutto il suo splendore, lì dove il passo è da subito un
altro e la tensione ai massimi livelli. Al palato è infatti una
bomba, è cremoso e masticabile, e sembra premere sulle pareti della
bocca. Ha grinta, non molla la presa, eccelso com'è per sapidità
e fusione, e ti accompagna lunghissimo e fitto fino al gran finale, persino
amaricante. Potenza unita ad eleganza, stoffa ad aristocrazia. È
questo un grande vino di Montalcino, che potrebbe diventare grandissimo
se solo al naso dimostrasse -come detto- un carattere più compiuto
e definito. Peccato per la visibilità, che a quanto inteso è
poca cosa, ahinoi.
Luce
1998
Rubino amaranto scuro e denso, compatto e bello a vedersi, si mostra ampio
e intenso su note floreali, schiudendosi poi elegantemente su un frutto
di amarena e ribes non ancora ben fuso, leggermente largo di trama, su
spirito vinoso leggibile. Ancora una volta, come il Luce 2000, presenta
una bocca sostenuta, cremosa e avvolgente a cui però mancano la
piena saldezza della polpa (rintocchi minerali) ed una chiusura tannica
di alto livello. Ti rinfranca comunque nel lungo finale, in cui riappare,
dignitoso, sul frutto. Dimora in questo vino un certo fascinoso alone,
ma anche una dolcezza "internazionale" che non si può
negare.
Lamaione
1998
Ben esposto ed intenso lo spettro aromatico, cosparso di frutti neri del
bosco, di amarena, di chiodi di garofano e di chicchi di caffè,
con qualche nuance biscottata. Nella sua genuina estroversione non ammicca
a smaccatezze o ridondanze di sorta. In bocca è dolce e succoso,
di lodevole tensione gustativa e matura trama tannica. Soffice e morbido,
non puoi non restarne affascinato, non puoi non confonderti nelle sue
pieghe.
Lamaione 1999
Il colore è importante, la fittezza non da meno. Penetrante e persistente
l'approccio aromatico, con profumi laccati e inebrianti, molto freschi
e fruttati, sensuali di frutto nero, amarena, pepe nero e caffè.
Finissimo e trasognante ciò che ne trai. La bocca da subito si
presenta sinuosa e piena, calda e già in odor di morbidezza, di
grande spessore tattile, di quelle che ti diventa difficile smettere di
accarezzare. Non lesina in classe e pur dimostrando potenza e concentrazione
(superiori all'annata precedente) non scade mai nell' "effetto"
fine a se stesso. Senza ombra di dubbio il miglior Lamaione assaggiato
oggi, ciò che vuol dire un grande vino, dal futuro glorioso e longevo.
Alla
fine lasciamo la cantina e visitiamo le vigne. La giornata è veramente
splendida, tersa e gelida, un piccolo gregge di pecore percorre i filari
ordinati e spogli. Come i vini assaggiati, così tutto e forte e
chiaro in questa terra arsa battuta oggi da una implacabile tramontana.
Castelgiocondo SPA, loc. Castelgiocondo - Montalcino (Si)
Tel. 0577/848492; Fax 0577/849138
Visita effettuata il 10 dicembre 2001
Luca Bonci
Riccardo Farchioni
Fernando Pardini
(5/4/2002)
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