L'odore del Chianti. I Sodi di San Niccolò in verticale
di Fernando Pardini
Va
detto subito. Era un bel po' di tempo che non partecipavo ad una full
immersion vinosa nella quale gli umori di una terra -quella terra-
parlassero il linguaggio chiaro della autenticità. Invece è
successo. Per di più -incredibile ma vero sotto queste lune-
nella mia Toscana! Per farlo succedere, da parte mia son dovuto tornare
a percorrere le strade maestre del vagabondaggio enoico giovanile, chiantigiane
ch'è tutto dire. Da parte di Castellare di Castellina invece,
realtà vitivinicola radicata e importante che non abbisogna di
tante presentazioni, c'è voluto molto più impegno nel
partorire il singolare evento-consacrazione da dedicare al proprio vino
simbolo e, di rimando, alla propria storia contadina. Lo ha fatto in
pompa magna, sfoggiando tutte le armi ( lecite veroiddio) della seduzione:
il territorio, un Chianti viscerale e bellamente "selvatico"
quale quello del versante ovest di Castellina, a cui è difficile
offrire resistenza ; un vigneto, anzi due, i cru celeberrimi del privilegio,
quasi un'apparizione di beatitudine nel mare di bosco che è ancora
padrone dei colli; e un vino, chiamato I Sodi di San Niccolò,
per gli amanti e i sognatori un affetto e un conforto, capace com'è
di passare ben oltre le scorciatoie, le derive e i tentennamenti di
una vocazione territoriale che proprio nel Chianti mio amato si è
fatta confusionaria col passare degli anni. La fantastica annata 2001
di questo vino, prossima al mercato, è stata la ventesima vendemmia
da quella prima timida apparizione, targata 1979; da qui l'idea dell'evento.
In quelle 20 vendemmie, in quel lavorìo senza sosta che copre
il tempo di una generazione di estri, potrai cogliervi una seria consapevolezza
accresciutasi negli anni. In questa storia, l'esempio che dovrebbe essere
la regola per chiunque intenda onorare una terra forte quale quella
chiantigiana: rivelarne l'anima in modo individuo, senza contaminazioni,
con rispetto e caparbietà. Alla luce dei trascorsi ultimi, credetemi,
tutto meno che una frase fatta. Per fortuna, le eccezioni ad una "regola
morale" troppo spesso disattesa ci stanno. Dopo gli assaggi di
un giorno, del tutto esaustivi e chiarificatori di un percorso e di
uno stile, posso testimoniare della giustezza delle idee, di quanto
le stagioni, piccole o grandi che siano,
traspaiano
nette nelle fisionomie assunte da quei bicchieri, di quanta personalità
dimori in quel vino e di quanto il tempo gli sia complice e amico; di
come infine le caratteriali sue impuntature adolescenziali presto si
ritraggano per rivelare intriganti fascinazioni in continuo degradare
armonico, di assoluta nitidezza espressiva. Della sua terra quel vino
conserva una seduzione tannica incontestabile, che sa farsi sottile,
sabbiosa, sentimentale, mai arrogante; delle sue uve - sangioveto in
larga parte più un saldo di malvasia nera - un intrico amoroso
dai profondi rimandi terrosi, in cui gli umori del sottobosco si fondono
con i nudi riflessi minerali per regalare un intreccio sensoriale sempre
sfumato e ben scandito, senza inutili ridondanze, senza un'ombra di
ovvietà, tanto meglio nelle annate equilibrate e poco "caloriche".
In quel vino c'è un genius loci ampiamente dichiarato,
fin dagli esordi perseguito senza falsi proclami. E il tempo sembra
aver dato ragione alle intuizioni di Paolo Panerai, il celebre
editore milanese che in epoche assolutamente non sospette, innamoratosi
del Chianti, ha fondato Castellare. Quella sera mi sono piaciute molte
sue parole, per esempio quando ha tirato in ballo una certa stampa specializzata
( senza far nomi, ma qualcuno era pur presente) che continua a pompare
e privilegiare un'idea di vino a suo dire anodina e impersonale, fatta
di riempimenti e melliflue vanità, virtuosismi muscolari da palestra,
sdolcinate dolcinerie roverizzanti e morbidezze a gogo; una idea di
vino che non è mai appartenuta a Castellare, forse perchè
in quella idea, semplicemente, non è contemplata la terra. E
soprattutto mi è piaciuto il ricordo dell'indimenticato Luigi
Veronelli, amico di sempre. Tutto meno che agiografico. Lui doveva essere
con noi quel giorno, questo è certo, perché lui fu il
suggeritore dell'impresa, lui coniò il nome del vino "innovativo"
che sarebbe nato da lì a poco ( fine anni '70, mica ieri) : "se
quel vino nascerà da quella vigna, lo dovrai chiamare con il
nome della vigna". Eccolo qua dunque, I Sodi di San Niccolò, oggi
Colli della Toscana Centrale igt, che qualche americano un bel giorno
decise di classificare tra i "modaioli" supertuscan. Ah, che
bello sarebbe se in nutrita compagine molti dei Chianti diocciggì
odierni riuscissero a "trasudare" la chiantigianità
di cui I Sodi è capace! E' proprio vero che non c'è confezione
o denominazione che tenga, di fronte alla serietà dei gesti o
all'essenza delle cose.
Nel
frattempo lui, sotto quel tramonto, celebrato con tutti gli onori nella
piccola chiesa che porta il suo nome, davanti alla struggente visuale
della vigna-madre, lontano mille miglia dai bagliori abbaglianti della
cosiddetta "avanguardia" enologica imperante (pure se le barriques
gli appartengono), non si è tirato davvero indietro, rivelando
nei bicchieri, un per l'altro senza veli, i suoi stati d'animo e i suoi
perché: l'ingenuità adolescenziale nel 1979, la malinconia
nel 1982, il valore dell'accoglienza nel 1985, la nobiltà d'animo
nel 1986, la tempra nel 1988, l'introspezione nel 1990, la sensibilità
nel 1993, la visceralità nel 1995, le buone maniere nel 1997,
la baldanza nel 1999, la purezza tout court nel 2001. Non so
spiegarvi, ma pur distante duecento chilometri da casa, in quei momenti
è stato come se non fossi mai partito.
I Sodi di San Niccolò 1979
La
veste sbiadita, ocra tenue, si porta in scia un naso etereo che l'aria
pian piano sfalda e costringe a ripetersi sulle desinenze ossidative.
Così mi è apparso questo vino d'antan, quasi fosse un
piccolo naufrago liquido di un tempo che non sai, sulle prime coraggioso
e intraprendente nelle evoluzioni precise di elicriso, cioccolato, mallo
e foglia ormai caduta, in cui trasparente ne hai la nudità, di
quelle che fanno abbassare lo sguardo e poi arrossire. Bocca in odor
di carruba, ancor viva invero nella componente acida, dal finale orgogliosamente
lungo e amaricante, di sentita secchezza e rigore. Con ingenua dignità
combatte le rughe del tempo, e ha ancora cose da dire.
I Sodi di San Niccolò 1982
Terra, elicriso, cardamomo, spezie e cuoio. Si presenta così:
un'anima vegetale di fiori appassiti, un ventaglio aromatico cangiante
e ben scandito che all'aria rivela tutta la malinconia delle note sue
più mature, laddove la ciliegia marasca si fa macerata ed etereo
il contorno. L'alcol è sentito, la freschezza acida eppur non
molla, il tannino appare risolto. Lui ti offre uno sviluppo modulato
e setoso, decadente quanto affascinante, sulla china discendente, questo
sì; ma pur senza la tensione gustativa dei migliori continua
a mostrare le sue insegne con assoluta fierezza.
I Sodi di San Niccolò 1985
Naso
classico chiantigiano, pirico e "piccante", autunnale e boschivo.
Bocca ferrosa e vegetale, dal tannino ficcante. Qui non ti fai una idea
compiuta di perfetta maturità, eppoi non si gioca di fino ma
di presenza scenica, declinata all'aria secondo circuizioni floreali
evolute, note affumicate, ciliegia macerata e alcol.
I Sodi di San Niccolò 1986
Colore compatto, bellissimo granato; naso vivo, serrato, scuro di sottobosco,
suadente e cadenzato, ricco e diffuso. Qui l'umore vegetale si fa profondo,
le spezie fini, il cuoio elettivo. Bocca unita, terrosa, pirica e umorale,
di tempra e fascino, con tessitura di rango e tonicità, liason
amorosa d'intenti su fondo d'eucalipto e tabacco. Un soffio di Borgogna
lo percorre da cima a fondo, ma le radici stan nel Chianti, la testa
sulle nuvole.
I Sodi di San Niccolò 1988
Naso ritroso, che cova terra e frutti rossi; qualche indecisione legata
forse alla sanità della bottiglia . Se li attendi, odorerai umori
boschivi, in emersione assieme a rabarbaro e liquirizia. Nessuna indecisione
se stai alla bocca: qui ricchezza interiore, seta, densità, tatto
e portamento sono quelli di un vino di rango. L'impronta tannica, sangiovesa,
é come sabbia e terra lieve, e io non so resistere. Questo vino,
a ben vedere, si fa un baffo del probabile tappo insano.
I Sodi di San Niccolò 1990
Granato compatto per un naso in fase decisamente introspettiva, chiuso
a riccio, non una concessione, guai a scardinarlo. Bocca di contro carnosa
e loquace, pure elegante, di tempra forte e sangiovesa, con un sentimento
terroso di grande seduzione da regalare, una forza espressiva e un dinamismo
conclamati, ben oltre l'insondabile consistenza dei suoi profumi timidi.
I Sodi di San Niccolò 1993
Naso modulato, sottile, educato e sentimentale: sono pirite e spezie,
erbe aromatiche e sottobosco in sfumare armonico. Bocca dinamica, piacevolissima,
gustosa, salina e tenace nonostante non dimostri gli attributi strutturali
di molti suoi fratelli. Commuove per come riesce a mettere in pratica
l'ammirevole "arte del togliere", e mi attira così
tanto da non smettere mai di possederlo. L'equilibrio è indiscusso,
per un vino che sta attraversando una fase armonica oltremodo sensibile
al dialogo intimista, senza schiamazzi. Con tatto e garbo, è
un amante complice.
I Sodi di San Niccolò 1995
Naso
umorale e "sudato", screziato e minerale, dal frutto imperativo
e un po' sguaiato. Palato più coordinato, molto alcolico però.
Scontroso e caratteriale, non va per il sottile e non te la manda a
dire la difficoltà di una annata birichina, che però ha
portato in dote, in certi casi, incredibili vitalità e dirompenza,
senza troppo savoir faire. C'è una selvatica naturalezza nel
mio bicchiere di oggi.
I Sodi di San Niccolò 1997
Colore più scuro degli altri, naso con qualche compressione
e dolcezza di troppo, più ovvio e "civilizzato" ma
nient'affatto sbracato ne mellifluo : saldezza di frutti rossi, umori
contratti di sottobosco, sostanziale gioventù. Bocca setosa,
ordinata, precisa, confortevole, giustamente chinata, alla quale chiederei
oggi un pizzico di carattere e dinamismo in più. Vino "perfettino",
figlio legittimo di un'annata manierista, godibile e pieno, senza che
si tocchi il cielo.
I Sodi di San Niccolò 1999
Naso che stenta ad aprirsi, chiuso e compresso da cotanti attributi
sottesi, su veste rubina e scura. Le note carnose, fruttate e vegetali
restano nelle retrovie, come in attesa di esplodere. La bocca è
decisa, giovane giovane, di buona spinta ma senza diffusione elegiaca
degli umori. Un fare severo, rigido, monolitico ma non statico la pervade.
Il tutto nella certezza che arrivino fasi di vita più loquaci
e amichevoli. Nel frattempo il finale balsamico dimostra sicuro fervore
tannico. Vino intimamente ricco, ad alti parametri, strutturato e forte,
perentorio e sicuro di sè, che discende certamente da una annata
equilibrata e benevola, e per questo va dimenticato in cantina per un
po' al fine di smussarne spigoli ed intemperanze. Il tempo, lo sento,
sta dalla sua parte.
I Sodi di San Niccolò 2000
Naso aperto e colloquiale, che pur non nascondendo il calore dell'annata
nella valente seduzione fruttata, sa conservare una buona mineralità
di fondo che lo fa brillare; palato in scioltezza, alcolico, tenero,
espansivo e cordiale, di evidente autenticità, senza occultare
la maturità del frutto (peraltro sotto controllo) e la leggera
caramellatura dei contorni.
I Sodi di San Niccolò 2001
Un
naso elegante, propositivo, fresco e slanciato, in continuo degradare
armonico, apre uno spiraglio di naturalezza eclatante, ancor migliore
che non nel passato più recente. Sono balsami finissimi, svolazzanti
seduzioni floreali, "trasparenze" espressive senza filtro.
Carnoso con leggiadria e misura, mi regala una bocca di brillante definizione,
setosa e sontuosa, di ottima persistenza e progressione, bellamente
fusa e vitale, quale compendio euritmico di vocazione e sentimento.
Con la terra che vince su tutto.
10 novembre 2005
Assaggi effettuati in San Niccolò nel mese di ottobre 2005.
Le foto, nell'ordine: i vigneti de I Sodi; la chiesa di San Niccolò
; il tramonto che c'è lì; i tre alfieri de I Sodi '79;
il direttore tecnico Alessandro Cellai alla mescita; la sala "sacra"
di degustazione; una etichetta (a caso) de I Sodi.