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Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
L'odore del Chianti. I Sodi di San Niccolò in verticale

di Fernando Pardini

Va detto subito. Era un bel po' di tempo che non partecipavo ad una full immersion vinosa nella quale gli umori di una terra -quella terra- parlassero il linguaggio chiaro della autenticità. Invece è successo. Per di più -incredibile ma vero sotto queste lune- nella mia Toscana! Per farlo succedere, da parte mia son dovuto tornare a percorrere le strade maestre del vagabondaggio enoico giovanile, chiantigiane ch'è tutto dire. Da parte di Castellare di Castellina invece, realtà vitivinicola radicata e importante che non abbisogna di tante presentazioni, c'è voluto molto più impegno nel partorire il singolare evento-consacrazione da dedicare al proprio vino simbolo e, di rimando, alla propria storia contadina. Lo ha fatto in pompa magna, sfoggiando tutte le armi ( lecite veroiddio) della seduzione: il territorio, un Chianti viscerale e bellamente "selvatico" quale quello del versante ovest di Castellina, a cui è difficile offrire resistenza ; un vigneto, anzi due, i cru celeberrimi del privilegio, quasi un'apparizione di beatitudine nel mare di bosco che è ancora padrone dei colli; e un vino, chiamato I Sodi di San Niccolò, per gli amanti e i sognatori un affetto e un conforto, capace com'è di passare ben oltre le scorciatoie, le derive e i tentennamenti di una vocazione territoriale che proprio nel Chianti mio amato si è fatta confusionaria col passare degli anni. La fantastica annata 2001 di questo vino, prossima al mercato, è stata la ventesima vendemmia da quella prima timida apparizione, targata 1979; da qui l'idea dell'evento. In quelle 20 vendemmie, in quel lavorìo senza sosta che copre il tempo di una generazione di estri, potrai cogliervi una seria consapevolezza accresciutasi negli anni. In questa storia, l'esempio che dovrebbe essere la regola per chiunque intenda onorare una terra forte quale quella chiantigiana: rivelarne l'anima in modo individuo, senza contaminazioni, con rispetto e caparbietà. Alla luce dei trascorsi ultimi, credetemi, tutto meno che una frase fatta. Per fortuna, le eccezioni ad una "regola morale" troppo spesso disattesa ci stanno. Dopo gli assaggi di un giorno, del tutto esaustivi e chiarificatori di un percorso e di uno stile, posso testimoniare della giustezza delle idee, di quanto le stagioni, piccole o grandi che siano, traspaiano nette nelle fisionomie assunte da quei bicchieri, di quanta personalità dimori in quel vino e di quanto il tempo gli sia complice e amico; di come infine le caratteriali sue impuntature adolescenziali presto si ritraggano per rivelare intriganti fascinazioni in continuo degradare armonico, di assoluta nitidezza espressiva. Della sua terra quel vino conserva una seduzione tannica incontestabile, che sa farsi sottile, sabbiosa, sentimentale, mai arrogante; delle sue uve - sangioveto in larga parte più un saldo di malvasia nera - un intrico amoroso dai profondi rimandi terrosi, in cui gli umori del sottobosco si fondono con i nudi riflessi minerali per regalare un intreccio sensoriale sempre sfumato e ben scandito, senza inutili ridondanze, senza un'ombra di ovvietà, tanto meglio nelle annate equilibrate e poco "caloriche". In quel vino c'è un genius loci ampiamente dichiarato, fin dagli esordi perseguito senza falsi proclami. E il tempo sembra aver dato ragione alle intuizioni di Paolo Panerai, il celebre editore milanese che in epoche assolutamente non sospette, innamoratosi del Chianti, ha fondato Castellare. Quella sera mi sono piaciute molte sue parole, per esempio quando ha tirato in ballo una certa stampa specializzata ( senza far nomi, ma qualcuno era pur presente) che continua a pompare e privilegiare un'idea di vino a suo dire anodina e impersonale, fatta di riempimenti e melliflue vanità, virtuosismi muscolari da palestra, sdolcinate dolcinerie roverizzanti e morbidezze a gogo; una idea di vino che non è mai appartenuta a Castellare, forse perchè in quella idea, semplicemente, non è contemplata la terra. E soprattutto mi è piaciuto il ricordo dell'indimenticato Luigi Veronelli, amico di sempre. Tutto meno che agiografico. Lui doveva essere con noi quel giorno, questo è certo, perché lui fu il suggeritore dell'impresa, lui coniò il nome del vino "innovativo" che sarebbe nato da lì a poco ( fine anni '70, mica ieri) : "se quel vino nascerà da quella vigna, lo dovrai chiamare con il nome della vigna". Eccolo qua dunque, I Sodi di San Niccolò, oggi Colli della Toscana Centrale igt, che qualche americano un bel giorno decise di classificare tra i "modaioli" supertuscan. Ah, che bello sarebbe se in nutrita compagine molti dei Chianti diocciggì odierni riuscissero a "trasudare" la chiantigianità di cui I Sodi è capace! E' proprio vero che non c'è confezione o denominazione che tenga, di fronte alla serietà dei gesti o all'essenza delle cose.

Nel frattempo lui, sotto quel tramonto, celebrato con tutti gli onori nella piccola chiesa che porta il suo nome, davanti alla struggente visuale della vigna-madre, lontano mille miglia dai bagliori abbaglianti della cosiddetta "avanguardia" enologica imperante (pure se le barriques gli appartengono), non si è tirato davvero indietro, rivelando nei bicchieri, un per l'altro senza veli, i suoi stati d'animo e i suoi perché: l'ingenuità adolescenziale nel 1979, la malinconia nel 1982, il valore dell'accoglienza nel 1985, la nobiltà d'animo nel 1986, la tempra nel 1988, l'introspezione nel 1990, la sensibilità nel 1993, la visceralità nel 1995, le buone maniere nel 1997, la baldanza nel 1999, la purezza tout court nel 2001. Non so spiegarvi, ma pur distante duecento chilometri da casa, in quei momenti è stato come se non fossi mai partito.

I Sodi di San Niccolò 1979

La veste sbiadita, ocra tenue, si porta in scia un naso etereo che l'aria pian piano sfalda e costringe a ripetersi sulle desinenze ossidative. Così mi è apparso questo vino d'antan, quasi fosse un piccolo naufrago liquido di un tempo che non sai, sulle prime coraggioso e intraprendente nelle evoluzioni precise di elicriso, cioccolato, mallo e foglia ormai caduta, in cui trasparente ne hai la nudità, di quelle che fanno abbassare lo sguardo e poi arrossire. Bocca in odor di carruba, ancor viva invero nella componente acida, dal finale orgogliosamente lungo e amaricante, di sentita secchezza e rigore. Con ingenua dignità combatte le rughe del tempo, e ha ancora cose da dire.

I Sodi di San Niccolò 1982

Terra, elicriso, cardamomo, spezie e cuoio. Si presenta così: un'anima vegetale di fiori appassiti, un ventaglio aromatico cangiante e ben scandito che all'aria rivela tutta la malinconia delle note sue più mature, laddove la ciliegia marasca si fa macerata ed etereo il contorno. L'alcol è sentito, la freschezza acida eppur non molla, il tannino appare risolto. Lui ti offre uno sviluppo modulato e setoso, decadente quanto affascinante, sulla china discendente, questo sì; ma pur senza la tensione gustativa dei migliori continua a mostrare le sue insegne con assoluta fierezza.

I Sodi di San Niccolò 1985

Naso classico chiantigiano, pirico e "piccante", autunnale e boschivo. Bocca ferrosa e vegetale, dal tannino ficcante. Qui non ti fai una idea compiuta di perfetta maturità, eppoi non si gioca di fino ma di presenza scenica, declinata all'aria secondo circuizioni floreali evolute, note affumicate, ciliegia macerata e alcol.

I Sodi di San Niccolò 1986

Colore compatto, bellissimo granato; naso vivo, serrato, scuro di sottobosco, suadente e cadenzato, ricco e diffuso. Qui l'umore vegetale si fa profondo, le spezie fini, il cuoio elettivo. Bocca unita, terrosa, pirica e umorale, di tempra e fascino, con tessitura di rango e tonicità, liason amorosa d'intenti su fondo d'eucalipto e tabacco. Un soffio di Borgogna lo percorre da cima a fondo, ma le radici stan nel Chianti, la testa sulle nuvole.

I Sodi di San Niccolò 1988

Naso ritroso, che cova terra e frutti rossi; qualche indecisione legata forse alla sanità della bottiglia . Se li attendi, odorerai umori boschivi, in emersione assieme a rabarbaro e liquirizia. Nessuna indecisione se stai alla bocca: qui ricchezza interiore, seta, densità, tatto e portamento sono quelli di un vino di rango. L'impronta tannica, sangiovesa, é come sabbia e terra lieve, e io non so resistere. Questo vino, a ben vedere, si fa un baffo del probabile tappo insano.

I Sodi di San Niccolò 1990

Granato compatto per un naso in fase decisamente introspettiva, chiuso a riccio, non una concessione, guai a scardinarlo. Bocca di contro carnosa e loquace, pure elegante, di tempra forte e sangiovesa, con un sentimento terroso di grande seduzione da regalare, una forza espressiva e un dinamismo conclamati, ben oltre l'insondabile consistenza dei suoi profumi timidi.

I Sodi di San Niccolò 1993

Naso modulato, sottile, educato e sentimentale: sono pirite e spezie, erbe aromatiche e sottobosco in sfumare armonico. Bocca dinamica, piacevolissima, gustosa, salina e tenace nonostante non dimostri gli attributi strutturali di molti suoi fratelli. Commuove per come riesce a mettere in pratica l'ammirevole "arte del togliere", e mi attira così tanto da non smettere mai di possederlo. L'equilibrio è indiscusso, per un vino che sta attraversando una fase armonica oltremodo sensibile al dialogo intimista, senza schiamazzi. Con tatto e garbo, è un amante complice.

I Sodi di San Niccolò 1995

Naso umorale e "sudato", screziato e minerale, dal frutto imperativo e un po' sguaiato. Palato più coordinato, molto alcolico però. Scontroso e caratteriale, non va per il sottile e non te la manda a dire la difficoltà di una annata birichina, che però ha portato in dote, in certi casi, incredibili vitalità e dirompenza, senza troppo savoir faire. C'è una selvatica naturalezza nel mio bicchiere di oggi.

I Sodi di San Niccolò 1997

Colore più scuro degli altri, naso con qualche compressione e dolcezza di troppo, più ovvio e "civilizzato" ma nient'affatto sbracato ne mellifluo : saldezza di frutti rossi, umori contratti di sottobosco, sostanziale gioventù. Bocca setosa, ordinata, precisa, confortevole, giustamente chinata, alla quale chiederei oggi un pizzico di carattere e dinamismo in più. Vino "perfettino", figlio legittimo di un'annata manierista, godibile e pieno, senza che si tocchi il cielo.

I Sodi di San Niccolò 1999

Naso che stenta ad aprirsi, chiuso e compresso da cotanti attributi sottesi, su veste rubina e scura. Le note carnose, fruttate e vegetali restano nelle retrovie, come in attesa di esplodere. La bocca è decisa, giovane giovane, di buona spinta ma senza diffusione elegiaca degli umori. Un fare severo, rigido, monolitico ma non statico la pervade. Il tutto nella certezza che arrivino fasi di vita più loquaci e amichevoli. Nel frattempo il finale balsamico dimostra sicuro fervore tannico. Vino intimamente ricco, ad alti parametri, strutturato e forte, perentorio e sicuro di sè, che discende certamente da una annata equilibrata e benevola, e per questo va dimenticato in cantina per un po' al fine di smussarne spigoli ed intemperanze. Il tempo, lo sento, sta dalla sua parte.

I Sodi di San Niccolò 2000

Naso aperto e colloquiale, che pur non nascondendo il calore dell'annata nella valente seduzione fruttata, sa conservare una buona mineralità di fondo che lo fa brillare; palato in scioltezza, alcolico, tenero, espansivo e cordiale, di evidente autenticità, senza occultare la maturità del frutto (peraltro sotto controllo) e la leggera caramellatura dei contorni.

I Sodi di San Niccolò 2001

Un naso elegante, propositivo, fresco e slanciato, in continuo degradare armonico, apre uno spiraglio di naturalezza eclatante, ancor migliore che non nel passato più recente. Sono balsami finissimi, svolazzanti seduzioni floreali, "trasparenze" espressive senza filtro. Carnoso con leggiadria e misura, mi regala una bocca di brillante definizione, setosa e sontuosa, di ottima persistenza e progressione, bellamente fusa e vitale, quale compendio euritmico di vocazione e sentimento. Con la terra che vince su tutto.

10 novembre 2005

 

 

Assaggi effettuati in San Niccolò nel mese di ottobre 2005.

 

Le foto, nell'ordine: i vigneti de I Sodi; la chiesa di San Niccolò ; il tramonto che c'è lì; i tre alfieri de I Sodi '79; il direttore tecnico Alessandro Cellai alla mescita; la sala "sacra" di degustazione; una etichetta (a caso) de I Sodi.

 
 
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