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Buranco, ovvero dei sogni
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Buranco, ovvero dei sogni e della caparbietà
di Fernando Pardini
Quante
parole per le Cinque Terre. Ne esisteranno di nuove? E' pur vero che ci
sono luoghi per ogni stagione, e le parole, quelli, sanno strapparle eccome.
O meglio, alcuni luoghi forse valgono per una sola stagione- come lampi
rumoreggiano e subito si consumano- altri per tutte. Le Cinque Terre liguri
- riviera di Levante- da questo punto di vista sono emblematiche, per
la capacità di trasporsi umorali e cangianti ogni volta che le
incontri, sorbendo ch'è un piacere nelle loro pieghe le suggestioni
del clima e del mare che c'è lì. Ovvio che valgano per ogni
stagione, perché in ogni stagione assumono colori ed umori diversi.
Sono sensazioni forti e stordenti ben inteso, che volentieri procurano
fitte e consapevoli aritmie ai sognatori e ai malati di cuore, per il
sentimento di selvaggia e naturale sensualità che riescono a trasmettere,
senza veli. Perché le Cinque Terre ieri come oggi sono natura fremente,
terra e pietra, intrichi singolari di cose solide e liquide mai passeggere,
che ti cambiano dentro pur restando immancabilmente le stesse. Forse è
la ricerca di umori più veri che mi spinge a frequentarle quasi
esclusivamente in inverno. So di perdermi la primavera, e pure l'estate.
Non importa, perché in inverno sento quei luoghi acquisire un respiro
diverso e sintonizzarsi sulle frequenze loro naturali mi rende più
felice, donandomi persino la fugace quanto subliminale sensazione di un
pensare più libero. Le
Cinque Terre, per ogni mio inverno, sono capaci di questo. A loro non
so rinunciare. Non la folla, non la fretta, non il caos che le sommerge
e inquieta quando arriva la stagione calda, quella del sole, dei bagni
e delle passeggiate fuori porta. In inverno, sì in inverno, nel
loro splendido maledetto isolamento, quando ancor più arroccati
ti appaiono i borghi, di involontaria ispirazione cubista, e più
abbarbicate fra loro le case, come a proteggersi, e più difficile
è la vita, più discinta la natura, più piccoli i
carrugi, più neri gli occhi dei pescatori (pochi oramai) divenuti
liquidi per troppo guardare. In inverno, non so perché, gli odori
son più odori ed il mare più mare. In inverno, guarda un
po', sento gli equilibri ricomporsi e la natura sull'uomo prevalere. Se
ci andate in inverno vi accorgerete perché quei luoghi di roccia
pendente appartengono al mare, ed il mare alla roccia. Entrambi, roccia
e mare, ai loro margini instancabilmente si toccano, in amorevole scambio,
modellandosi secondo mille versi e forme, quali misteriosi prolungamenti
che magicamente da liquidi si fanno solidi, e viceversa. E' un toccarsi
talvolta concitato, sgomento, fatto di spruzzi e spigoli, altre volte
voluttuoso e gonfio, sensuale e ricurvo. Sì, specialmente in inverno
da quei luoghi ne ricevo una sincera vertigine, perché perfino
i colori e le forme hanno risposte alle mie domande.
L'ultima
volta che sono stato lì era febbraio, febbraio 2004. A febbraio
ho trovato risposte, e parole nuove da scrivere. Il cielo era uguale al
mare, in simbiosi perfetta sulle tonalità del grigio. Niente di
oppressivo, anzi. Quel mare, a Monterosso, si è tradotto sopra
di noi in pioggia sottile, calda. Da quello sfondo emergevano il marrone
più cupo delle rocce ed il verde sfumato delle macchie a disegnare
confini. Il borgo vecchio, nel frattempo, sapeva come fare per proteggerci
dagli schiaffi salini del vento. Dal centro del borgo, di fianco ai portici,
se ne parte un vico che quasi subito si fa mulattiera, lastricata di pietra,
pietra lucida da tanto camminare. Cento passi e ti ritrovi in un angolo
di natura nudo e senza fronzoli, di quelli appartenuti da sempre a quelle
terre. La valle che ti si para dinnanzi assume la forma di un anfiteatro.
Alla base una meravigliosa limonaia, sui cerchi innumerevoli dita di legno,
distanziate di un niente, puntate dritte verso il cielo. Sono arrivato
a Buranco. Quelle dita i sostegni della sua vigna. Non è un caso
che io sia lì. Da qualche anno sto ricevendo continue suggestioni
vinose che portano quel nome. Lavorando su frequenze stimolanti mi hanno
spinto ad andare per conoscere, i luoghi e le anime. L'anima
principe qui si chiama Kurt, Kurt Wachter. Nome e cognome men che meno
liguri. Eppure, a causa della sua immedesimazione, ora che lo conosco,
è come se quei luoghi gli appartenessero da sempre. Si innamorò
di loro una ventina di anni orsono. Istantaneo il coinvolgimento, assai
meno la ricerca di un posto da abitare in cui poter lavorare la terra.
Buranco allora era natura selvatica in stato di abbandono. I coniugi Wachter
lo hanno rimesso in sesto, adoprando soprattutto le mani. Dapprima ristrutturando
la vecchia magione, poi facendovi nascere un vigneto secondo terrazzamenti
alla maniera ligure, e nel contempo mantenendo in vita l'uliveto. Kurt
e sua moglie Sonia oggi sono orgogliosi di Buranco, come di ogni cosa
bella che nasce dal proprio impegno. Un giorno, pensano, dimorerà
lì l'unico loro orizzonte, senza i continui andirivieni odierni,
a trasportarli su e giù dalla Liguria al Liechtenstein.
Il
segreto di quella terra pare consista nel particolare climat. I terreni
poveri e ricchi di scheletro, la posizione felice e non così esposta
di quella valle, la protezione naturale dai venti freddi del nord e le
brezze marine e salmastrose portate da un mare che scorgi ed odori giù
in basso..... vermentino, bosco e albarola: l'ossatura del Cinque Terre
Bianco è tutta lì. Poi ci stanno le passioni in rosso: cabernet,
sirah e merlot, insieme, per un vino unico, dopo che le prime prove con
il sangiovese non avevano sortito gli effetti sperati. Oggi Buranco è
uno splendido angolo di ruralità consapevole, esercitata con attenzione
per la natura e per l'ambiente su di un ettaro o poco più di vigneto.
Kurt mi mostra con orgoglio il suo letame biologico: "il segreto
di Buranco" sostiene lui, insieme alla conoscenza dei piedi di vigna,
un per uno da poterli nominare. La microcantina è ordinatissima.
Lì, assieme al giovane enologo campano Sergio Pappalardo, sperimenta
e vinifica. Il suo Cinque Terre Bianco 2003, in gestazione, sarà
frutto di 4 vinificazioni differenti: una con lieviti indigeni e macerazione
sulle bucce, condotta in una vecchia botticella di legno da lasciar lavorare
in silenzio, un'altra in acciaio con travasi e controllo di temperatura,
un'altra ancora in acciaio con affinamento sur lie e rifollature del cappello
costituito da uve vermentino fra le più pregiate, infine l'ultima
alla borgognona, in tonneau mediante frequenti batonnage. Ricordo la polpa
e l'aromaticità intrigante di erbe campestri, timo e rosmarino
nei vari campioni odorati di Cinque Terre Bianco 2003, con quello
maturato sur lie che aveva una sì bella tensione sapida, un umore
salmastroso, un battito minerale tale da allungarne la scia e renderla
diritta e decisa. Più espansivo e grasso mi è apparso nella
versione travasata così come molto accondiscendente si è
dimostrato quello maturato in tonneau, perfettamente in grado di assorbire
e rilanciare secondo un melange composito e pieno il conforto del rovere.
Dei rossi rammento la naturalezza e la sincerità espressiva del
sirah 2003, la cattura sensuale del suo frutto, la scia speziata, la morbida
consistenza tannica, di un equilibrio quasi esasperato, piccolo tenero
Cote-Rotie di Liguria. Ricordo la forza del cabernet sauvignon 2003, probabile
spina dorsale del vino che verrà, ricordo la semplicità
e l'umore gioviale del piccolo merlot 2003......
Dal
Cinque Terre Bianco 2002 -oggi che lo scrivo è di nuovo
qui con me- ho avuto la polpa di albicocca, la grassezza, la dolce accoglienza
in ambiti di ottima precisione, leggermente maturi e forse non dinamicissimi
e schiaffeggianti come lo furono per l'artigiano 2001, ma non importa.
Dal mitico Buranco Rosso 1999, storica prima vendemmia imbottigliata
da Kurt, un afflato di nocciola e frutti neri trattenuto ed austero per
un calor buono, una sfericità, un comfort talmente aristocratico
da ritenersi impensabile appartenere a quelle terre. Ma c'è di
più: suadente, ammaliatore, succoso nell'essenza di albicocca matura
e pesca, nient'affatto stucchevole, mi avvolge e mi confonde lo Sciacchetrà
2002, da prevalenti uve bosco. Riflessivo, raffinato, lento ad espandersi
ed altrettanto nell'abbandonarti, con un naso di macchia ed albicocca
secca, miele di zagara e iodio, mi possiede di seguito lo Sciacchetrà
2001. Grande la sensazione di equilibrio e giustezza, elegiaco il
portamento, che ha in dote un nerbo talmente affusolato e dolcemente cantilenante
da tramutarsi subito in amichevole persuasione.
E'
stato così, in compagnia di vini e vignaioli, che ho capito cosa
voglion dire caparbietà e sogno. Spiace soltanto non trovare altrettanta
determinazione se ti guardi attorno. Come se la gente del posto fosse
stata disillusa, chissà. Certo che si tratta di scommesse forti.
Molto spesso valgono una vita. Per vincerle occorre volontà, non
fretta. Forse i coniugi Wachter possiedono questo dono e non si sono fermati
di fronte alle prime difficoltà. Conoscendoli, sono sicuro che
non si fermeranno nemmeno domani. Di certo è che grazie alle loro
giovani sensibilità contadine un angolo vero di Liguria sta lentamente
ritornando a respirare. La terra, di rimando, li sta ripagando con frutti
individui. Solo questo basterebbe di già alla meraviglia. Sì,
in un posto buono per ogni stagione ho trovato nuovi approdi per nuovi
orizzonti.
Le parole a Buranco, con i sogni, cantano.
Azienda Agricola Buranco - 79076 Monterosso al Mare (SP)
tel. 0187.817677
Visita in azienda effettuata nel febbraio 2004
15 giugno 2004
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