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Villa Matilde tra tradizione e modernità

di Fabio Cimmino

Sabato 31 gennaio scorso, splendida giornata di sole più primaverile che invernale (almeno da queste parti), ho avuto la possibilità di un incontro-degustazione presso l'azienda Villa Matilde di Cellole (CE), nel cuore di quell'area denominata, ai tempi degli antichi romani, Ager Falernum. Le premesse non erano le più promettenti, data la divergenza di vedute (sul vino naturalmente...) tra il sottoscritto ed i titolari dell'azienda, qualcuno avrebbe previsto e preventivato più un incontro-scontro che una piacevole sessione di degustazioni come poi alla fine è stato. Infatti alla fine la loro estrema disponibilità sia in termini di ospitalità che, ben più importante, al dialogo, ha prevalso ed è stata una molla (pro)positiva per "riaffrontare" la loro produzione con animo più sereno e rilassato.

Colgo, anzi, l'occasione per chiarire a tutti i miei lettori di non essere schierato, nè di esserlo mai stato contro questo o quel determinato enologo aprioristicamente. Ritengo, nello specifico, che Riccardo Cotarella in Campania (Feudi a parte) abbia ottenuto alcuni tra i migliori risultati della sua attività di consulenza: Terra di Lavoro-Fontana Galardi, Montevetrano e la stessa Villa Matilde. Cerco di giudicare con obbiettività i vini che assaggio a prescindere da chi sia l'enologo consulente di turno, comunque rimangono, allo stesso tempo, ben salde le mie convinzioni su quello che un vino debba essere e rappresentare: essere "piacevole" da bere (rispetto per il consumatore) e rappresentare l'unicità di un territorio (rispetto per gli uomini, la storia, intesa come tradizione, ed i vitigni di uno specifico luogo). L'una e l'altra cosa sono per me inscindibili per poter giudicare "grande" un vino.

Maria Ida e Tani Avallone, titolari dell'azienda, hanno raccolto un eredità non facile: far rinascere una denominazione di origine dal blasone e dall'importanza storica incommensurabili. Il Falerno è stato non solo il primo vino a denominazione di origine che il mondo del vino abbia mai conosciuto, ma anche il primo "top" wine (scusatemi questo ricorso alla terminologia anglosassone che meglio di ogni altra rende, in questo caso, l'idea) dell'antichità. Mi passerete il paragone azzardato e un pò colorito se affermo che il Falerno fu per i romani quello che è, oggi, per noi enoappassionati, un Romaneè Conti o, per rimanere in Italia, il Sassicaia. Un simbolo ritenuto, tra l'altro, simbolo di potere ed in quanto tale bevanda riservata alla tavola degli imperatori. Già a quei tempi lo si considerava, inoltre, uno dei pochissimi vini da lungo (lunghissimo) invecchiamento. Un vino di importanza tale che un "disciplinare" apposito era stato, addirittura, studiato e codificato per la sua produzione. Un vero e proprio rituale, consistente in una danza ritmata, a cui gli schiavi, utilizzati a quei tempi per la pigiatura delle uve (che allora, come fino a non molto tempo fa, avveniva con i piedi), dovevano scrupolosamente attenersi. Il Falerno di allora (come tutti i vini dell'epoca) sarebbe oggi, oltre che difficilmente riproducibile, sicuramente imbevibile. Il gusto in 3000 anni di storia è cambiato e quindi l'intenzione del padre degli attuali proprietari fu, fin dall'inizio, non già quella di far rivivere lo stesso identico vino dei romani, ma piuttosto di riportare in auge questa zona dalla vocazione millenaria riproponendola all'attenzione di tutti quale terra vocata alla produzione di grandi vini.

Fino al 1985 l'attività fu portata avanti, però, più con lo spirito di chi coltiva una passione, curando questo piccolo gioliello-tesoro di famiglia, che per veri e propri intenti commerciali. Con l'avvento dei figli, Tani e Maria Ida, l'azienda si è trasformata ed il loro impegno è divenuto dedizione esclusiva (hanno lasciato entrambi le proprie rispettive e promettenti carriere, il primo d'avvocato, la seconda di diplomatica) e con loro la produzione è passata da una dimensione più propriamente artigianale ad una che potremmo (alla luce dei numeri: 600.000 bottiglie) definire più correttamente agro-industriale. Attualmente l'azienda è impegnata, in questa nuova ottica, anche nella trasformazione di uve provenienti dal Sannio beneventano, che in etichetta vengono commercializzate come Rocca dei Leoni, preoccupandosi di riservare il nome della fattoria principale, Villa Matilde appunto, ai soli vini a denominazione di origine Falerno del Massico e indicazione geografica tipica Roccamonfina.

Le vigne sono quasi tutte in collina, ad eccezione di quella pianeggiante e sabbiosa, a due passi dal mare, dove viene prodotta la quota di falanghina, destinata all'appassimento, per l'Eleusi, e risentono delle favorevoli condizioni orografiche della zona. Si tratta, infatti, di una conca circondata, per tre quarti, da rilievi montuosi (tra cui il Monte Massico) ed aperta al mare sull'unico versante scoperto. Si risente, pertanto, da un lato dello scudo protettivo (sia fisico, che in quanto catalizzatore di pioggie) esercitato dalle montagne e dall'altro degli influssi positivi legati alle correnti che in virtù di questa particolare situazione si creano tra mare e monti, rinfrescando l'aria durante le torride estati o quando l'umidità diventa pericolosamente in agguato per la formazione di muffe. I suoli hanno per lo più natura lavica dovuta alla presenza del vulcano, oggi spento, di Roccamonfina.

Le uve coltivate nella zona sono l'aglianico, la falanghina, il primitivo, l'abbuoto (sul quale ancora poco o nulla si conosce) ed il piedirosso. Nel caso di Villa Matilde bisogna precisare che si tratta, per quanto concerne falanghina ed aglianico, di due cloni particolari registrati presso Rauscedo con il nome Villa Matilde, quindi non riconducibili ad altre varietà presenti in Campania e di cui sono progenitrici le poche marze recuperate in questa zona quando l'azienda muoveva i primi passi. Un'ultima annotazione: il termine Falerno da sempre è legato non solo a questo territorio ma anche alla tecnica colturale, innovativa per i tempi dei romani e che per prima si adottò, probabilmente, proprio in questa zona, della falanga, ossia della vite sostenuta da pali infissi nel terreno. Termine che quindi non indicava, già allora, una precisa varietà d'uva, ma indifferentemente vini sia bianchi che rossi.

Passiamo, finalmente, ai vini degustati. Il Falerno del Massico Bianco 2002 si esprime su un registro piuttosto semplice di frutta bianca matura, in particolare mela e banana, con note floreali (ginestra?) solo appena accennate. La bocca è piena , di buona acidità e freschezza. Il Falerno del Massico Bianco selezione Vigna Carracci 2002, fermentato in legno, mostra subito una maggiore complessità ed alle note di frutta bianca matura si aggiungono sensazioni agrumate e dove il legno si avverte seppur in un contesto di grande equilibrio. Il Falerno del Massico Bianco Vigna Carracci 2001 è, in questo momento, un gran bel vino. Molto più particolare ed intrigante del fratello minore (un anno in più di affinamento avrà avuto la sua buona parte/merito in questo, no?!). Al naso si avverte una nota floreale di estrema eleganza, delicatezza e raffinatezza. Note minerali di pietra focaia e una piacevole sensazione sapida al palato si inseriscono completando questo felice contesto.

Il Cecubo 2001 (primitivo 35%, piedirosso 20%, abbuoto 45%), passando ai rossi, è stato, invece, la vera rivelazione della degustazione. La nota erbacea del primitivo si impone per intensità e si caratterizza nelle sue sfumature. Si avverte una territoriale e tipica nota affumicata, mutuata dalla natura lavica del terreno che ci indica trattarsi di un vino di quella zona e non d'altrove. Frutta rossa fresca profumatissima ed una leggera nota tostata chiudono il quadro che in buona corrispondenza gusto/olfattiva si ripropone al palato. Da par suo il Cecubo 2000 si rivela sulle stesse note ma su toni più pacati, forse dovremmo dire placati, rispetto all'ardore giovanile del 2001. Un'altra prova, comunque, meritevole di menzione.

Giungiamo, poi, infine, con Vigna Camarato 2000 e 1999 al vertice della produzione aziendale. I profumi di questo aglianico, nella versione 2000, ricordano la frutta rossa, l'amarena in particolare, e la liquirizia, liquido ancora troppo giovane e imberbe per parlarci di più. Il 1999, invece, snobbato dalla critica, si rivela "più grande" e piacevole del previsto. La frutta rossa è qui pervasa da una speziatura finissima. L'eleganza del tabacco inglese e di altri sentori terziari, tra cui anche animali (cuoio), rendono la beva meno scontata e più affascinante. In bocca il tannino non è domo (santiddio è o non è aglianico...?!) ed il palato pur rilevandolo non lo rinnega nè lo rifiuta. Anzi, l'ho portato con me sulla tavola ad accompagnare un grande salsiccia e friarelli (verdura tipica campana amatissima dai napoletani e non solo...) e ci ha fatto la sua "porca" figura, dimenandosi a sgrassare e ripulire, invogliando a berne e goderne...
Dulcis in fundo Eleusi falanghina passita da accompagnare ai dessert o da sola per una degna conslusione!.

Ager falernum felix a tutti

16 febbraio 2004

 

   

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