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Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Grappoli di Spagna. Ipotesi di identità.

di Fernando Pardini

Ricerca, coraggio, passione, intuizione e progettualità. Eh sì, a colpo d'occhio pare ci siano tutti questi ingredienti nella scommessa chiamata World Wine & Food (info@worldwinefood.com; Fax. 0584 266133). Questa piccola ma agguerrita società di distribuzione, animata da giovani sensibilità capaci di ascoltare, ci ha messo davvero del suo per arrivare a questa proposta variegata e bella, via dalla pazza folla. Sapete quando la curiosità e l'impegno non si fanno intimorire dalle avversità, dai luoghi comuni e dalle strade poco calpestate? In questo caso, per esempio, si sono messi in testa di far conoscere in Italia tutta una linea di vini di Spagna declinata secondo i canoni della esasperata identità e territorialità. Beh, tutto gli puoi dire fuorché si tratti di un'impresa facile. Un mercato inflazionato, disturbato, drogato e a volte implacabile, di quelli che non fa dormire sonni tranquilli agli arrivisti e ai mercanti furbi dell'ultim'ora, non consente attualmente di cavalcare vacche grasse. Non più. Ma è anche vero - leggendo la medaglia dalla parte del produttore - che la partita si gioca oggi più che mai (parrà strano) nella qualità vera e nella personalità conclamata dei vini che si fanno. Solo così probabilmente si potrà risolvere il conflitto di preminenze ed orientamenti a favore del nostro Vecchio Mondo agricolo.

Certamente da questi ragazzi, che da cinque anni girano la Spagna in lungo e in largo alla ricerca di tipicità parlanti la lingua della autoctonia e della terra, abbiamo appreso come questa nazione, quanto a fantasia e tradizione, non abbia molto da rimproverarsi se non l'endemico ritardo nel capire le ragioni della campagna e dei propri giacimenti nascosti. Quello che possiamo dire è che ci ha fatto molto piacere essere stati chiamati a raccolta per partecipare a questo evento intimo e particolare, nient'affatto esaustivo ma propedeutico e maestro, alla scoperta di certe produzioni. Perché, indubitabilmente istruttivo, ci ha aperto un mondo di conoscenze non praticate, almeno dal sottoscritto, e sollevato dal torpore dei troppi deja vu. Da realtà piccole o meno piccole, artigianali e non, con chiari tributi alla genuinità e al rispetto degli equilibri naturali e degli assetti originari ed il reale impegno a valorizzare le autoctonie, se ne esce così un panorama di grande interesse, che meriterebbe di diritto gli approfondimenti i più profondi, quando non il viaggio e l'esperienza sul campo, per capire e crescere.

No, forse non sarà una impresa facile quella di coinvolgere il mondo della ristorazione e del commercio qualificato italiano alle cause dei piccoli vigneron spagnoli, ma dall'assaggio dei 13 bicchieri che vi racconterò (6 bianchi, 6 rossi ed un dolce) ne ho avuta così netta l'idea di un privilegio, e chiara la voglia di non omologarsi per mostrare orgogliosi i propri saperi, da derivarne - una volta ancora - un asserto futuribile e bello: nella biodiversità, nell'ascolto perpetuato e nel tempo lento di campagna stanno le radici di una identità. Ecco, da questi 13 bicchieri sconosciuti ne ricavo ipotesi di identità poco inclini agli accomodamenti o a consolatorie ovvietà. E' un messaggio importante, da comunicare e conoscere. Tra loro piccole meraviglie liquide, di conclamata individualità. Insieme alle suggestioni che ne ho tratto, per una volta, i racconti di Paolo Ugolini su terre e uomini. In più, i presumibili prezzi, casomai dovessite incontrarli (lo speriamo) sugli scaffali italiani dai ricarichi medi.

LUSCO DO MINO (DO Rias Baixas - Galizia)

Dall'estremo nord ovest della Spagna, che è terra di Galizia, due proposte in bianco a base esclusiva di uve albariño, accomunate da una intuitiva purezza di spirito, una vinificazione in acciaio, un arresto volontario della malolattica. Più accurata e maniacale appare la cernita dei grappoli per il cru Pazo Piñeiro, da vigna singola. Ne intuisco le potenzialità sottese da uno spettro aromatico vivido e sfaccettato e da quei corpi solidi ma slanciati allo stesso tempo, coadiuvati da una acidità che sa farsi persino viperina. In lontananza, ricordi vermentiniani.

Lusco 2003 (albariño 100%; 14 euro)
Qui hai una veste fresca, luminosa e pimpante per un naso diretto e aromatico, nitido di frutti gialli e macchia, pietra e balsami, di perdurante suggestione marina. La bocca, vivace e appuntita, è innervata da una spina acida ficcante ed incisiva, tale da render dinamica la beva e istintiva la complicità.

Pazo Piñeiro 2003 (albariño 100%; 25 euro)
Ne respiri più sfumata e profonda la complessità, non c'è che dire, e i ghirigori con l'aria si fanno cangianti e preziosi di macchia e menta, frutti esotici (gialli) e mandorla, su potenti richiami di roccia. La bocca di rimando si fa diffusiva e corrispondente, confortata da una sapida mineralità e da una beva continua e gaudente, di lunga succosità e tensione, da sbandierare orgogliosa la propria disfida al tempo. E' questo un vino elettivo di grande equilibrio.

VINA MEIN (DO Ribeiro - Galizia)

Ci troviamo ancora in Galizia, nel verde incontaminato del Ribeiro. Javier Alèn guida una giovane azienda all'esaltazione delle cultivar e delle autoctonie. Grande ventaglio ampelografico a disposizione, tra cui spicca l'autoctona treixadura, per derivarne una selezione affinata in legni francesi, che ha goduto dei lieviti indigeni nelle fasi topiche della fermentazione. Alla ricerca di una identità più conclamata, gioca le sue carte sulla sfumatura e l'equilibrio, senza ricercare inutili ridondanze ed ostentazioni. E già questo mi sembra un bell'andare.

Viña Mein Fermentado en Tino 2003 (treixadura 80%, godello 10%, albariño, loureiro, torrontès, lado e albilla; 13 euro)
Ad un naso titubante e ritroso, gessoso e ancor incipriato, segue una bocca che si fa di contro leggibile e comunicativa, sottile e cremosa. Non gioca di spintoni ed urla ma ama concedersi quieta e riflessiva, corredata di spezie e foglia di tabacco. Ne ricavi un'impronta non troppo caratteriale, un'idea di vino da sviluppare via via, un sicuro calor buono ed una acidità corroborante, quest'ultima arma presumibile per un futuro migliore.

VINA SILA (DO Rueda - Castiglia)

Un progetto ambizioso e multi-territoriale questo che vi dico, alla scoperta dei giacimenti ampelografici locali, su è giù per la Spagna, con attenzione e rispetto verso la natura e i suoi equilibri, e che prende nomi differenti a seconda delle zone in cui tale progetto mette dimora. Qui siamo nei pressi di Valladolid, lungo il corso del mitico Duero, e la scommessa si chiama verdejo, vitigno aromatico dalla singolare presenza scenica, declinato dai nostri secondo due versioni, chiamate Naia e Naiades, la prima derivata da vigneti ad alberello trentennali a picco sul vecchio letto del fiume, a 700 metri slm, su terreni di origine alluvionale, misti di ghiaie e argille, e vinificata prevalentemente in acciaio dopo cernita accurata da rese basse; la seconda da vigne anche prefillosseriche, con rese naturalmente molto basse ed affinamento esclusivo di tutta la massa in barrique di rovere francese per 6 mesi. L'esaltante aromaticità del vitigno, della serie "o si odia o si ama", marca molto l'approccio sì che l'intervento del rovere, pur discreto, porta alla considerazione se sia il caso di frenare o celare tutta questa spigliata espressività primaria per rimetterla in una forma più "ovattata" ma sapientemente dosata dai pregi di un buon legno. La discussione è in corso, ma la materia prima sottesa dal barricato Naiades è di prim'ordine, ed una lettura in prospettiva, aldilà della mera piacevolezza di un giorno, sarà il caso di farla.

Naia 2004 ( Verdejo 100%; 12,5 euro)
Un profilo esotico e penetrante, di ananas, litchis e limetta, con richiami netti di foglia di pomodoro e rimembranze "sauvignoneggianti", ti inchioda all'ascolto. Una bocca longilinea e dedicata, fine e nitidissima, regala una beva cristallina e tagliente ed un portamento a suo modo rigoroso ed ordinato, di suggestione balsamica.

Naiades 2003 (Verdejo 100%; 24 euro)
Eppure le senti, e sottile si fa la circuizione........ le erbe aromatiche si insinuano sotto lo strato aereo del rovere e dei suoi effluvi, di tabacco e castagna. L'aria gli fa un gran bene, alla ricerca com'è di un equilibrio liberatorio.......In bocca hai materia e struttura, succo e freschezza. L'ingenuità di un rovere non elegiaco tarpa solo un poco la verità dei fatti. Il finale qui è del frutto, a polpa bianca, e l'abbraccio caloroso e amico. Da attendere per ripensare.

BODEGAS ADEGAS GALLEGAS (DO Rias Baixas, Galizia)

Terminiamo la carrellata in bianco ritornando da dove siam partiti, cioè dalla Galizia. Anche in questo caso piena fiducia alle potenzialità dell'uva albariño, qui trasformate in un vino ambizioso da sfidare il tempo, dopo che un approccio biodinamico ne ha governato le vigne, anche vecchissime, ubicate in zone piovose e fredde, con forti tassi di umidità, ed una vinificazione moderna in bianco, scandita dall'uso di vasi d'acciaio e successivamente barrique, condotto la fase cantiniera. Dodici mesi di carato, altrettanti di riposo in acciaio, altrettanti in bottiglia prima della commercializzazione. Ne otteniamo un vino cremoso e ricercato, dalla singolare commistione rovere-frutto, dove quest'ultimo sembra riscattarsi alfine con una solare presenza, fatta di voluttà e generosità. Da non passare inosservata.

Don Pedro Sotomaior Tempo 2002 (albariño 100%; 24 euro)
Le prime volute che aspiri son del rovere, dolce e saturante, ma capisci che vuole aria e tempo perché latente è la gioventù. In bocca difatti mette in mostra le sue armi, giocate su una spiccata acidità che ritempra dagli ingombri la beva, da un frutto maturo e mielato che spunta e brilla in un finale polposo e colloquiale, da uno sviluppo abbracciante, morbido e voluttuoso, senza ritmo e tensione superiori se vuoi, ma di assoluta naturalezza. Vino aperto e cordiale, sconta anche lui qualche ingenuità roverizzata che non lede poi tanto a quel tatto sentimentale di uva.

ANIMA NEGRA (Baleari)

Cantina giovane e spigliata, con vocazione certa alla modernità e alla maniacalità delle basse rese, ha sposato via via progetti più sostanziali di recupero delle autoctonie dai nomi evocativi quanto poco praticati: callet, manto negro, fogoneu. Accanto al primo vino, un rosso chiamato AN, uvaggio di queste tre varietà, già vanto isolano, ve n'è un altro, incontrato oggi, AN/2, che a dispetto di un nome sincretico, tecnico e razionale unisce in mirabile abbraccio uve autoctone (callet soprattutto) ad altre foreste (sirah, merlot, cabernet sauvignon) per ottenere un blend di splendida godibilità, sfaccettato e stuzzicante, seducente ed istintivo. Se il buongiorno si vede dal mattino...

AN/2 2003 (callet 57%, sirah 13%, merlot 10%, cabernet sauvignon 10%, garnacha 10%; 15 euro)
Rubino volitivo e solido, ha un naso di carne e grafite, diretto e schietto, pastoso e stuzzicante, di buon frutto rosso maturo e spezie "rodaniane". Così la bocca, naturale, senza veli o incomprensioni bensì colloquiale e pimpante, succosa e pepata, dai tannini gradevolmente amaricanti. Mancherà un pizzico di complessità ma che ti importa se insieme a lui stai così bene!

DESCENDIENTES DE J. PALACIOS (DO Bierzo - Galizia)

Lungo il cammino dei pellegrini per le vie sacre di Spagna, nasce recentissimo un progetto ammirevole di rinascita e trionfo per un uva a bacca nera di cui si va parlando sempre più: la mencìa. Protagonisti del probabile rinascimento di quello che è stato rinominato "Priorato Atlantico" una coppia: Alvaro Palacios, paladino e scopritore del Priorat, e suo nipote Ricardo Perez. Direttamente dalla zona di Corullòn, questi tipi coltivano 27 ettari di vigneti pendenti d'altura anche vecchissimi in regime biodinamico, coadiuvati da bravi cavalli e muli, per ricavarne una idea di purezza e diversità. Molteplici i cru derivati da piccolissimi appezzamenti, che si distinguono per le diverse altezze ed esposizioni, costituiti da ardesia e calcare, ricchissimi in minerali e quarzi. La ricerca dell'anima di un territorio ci ha portati quest'oggi ad incontrare il Villa de Corullòn, un mencia in purezza di incontenibile personalità e lontana eco rodaniana. Vino distintivo e autentico, pur senza conoscere niente di lui e della sua terra, subitaneamente ti colpisce per attributi ed essenza regalandoti, a dispetto dei suoi 14 gradi, una beva sconvolgente per finezza, sensibilità e temperamento. Da stagliarsi netto nella memoria gustativa e farti bramare le prossime partenze. Questa volta - sicure - per la terra galiziana.

Villa de Corullòn 2001 (mencìa 100%; 37 euro)
Sangue e terra, pepe e amarena, schiettezza e visceralità, strabordante nudità. Così quel naso. Bocca di rimando strepitosa per richiami e sottintesi, sfumature e ritmi. Carnosa e materica, lunga ed affascinante, contrastata e cangiante, ti lascia con la voglia di ripossederla, dopo che ne hai assaporato la coltre tannica finissima e dolce, croccante e vestita a festa. E' vino questo di incredibile bellezza e gioventù.

 

MAS MARTINET (DO Priorato)

Cantina familiare di culto e tradizione, il "maso" della famiglia Perez pare esprima nei vini figli suoi tutta l'autentica monumentalità del Priorato, dal momento in cui esistono piccoli capolavori liquidi quali il Clos Martinet. Su livelli di prezzo più umani gioca comunque bene le sue carte anche il vino cadetto: Martinet Bru, che a dispetto dell'impiego di uve forestiere nella palette ampelografica dimostra genuino slancio e sincera espressività, senza nessuna concessione, più o meno caricaturale, a modelli standardizzati ed omologanti. Complimenti vivissimi.

Martinet Bru 2003 (garnacha 40%, carinena 15%, cabernet sauvignon 30%, merlot 15%; 20 euro)
Un naso sanguigno e bordolese, non finissimo ma efficace ed orgoglioso di esserci, rivela pure note primarie di granache, sentori provenzali di campo, cuoio e grafite e così si differenzia. La bocca dimostra bella tenuta e succo, con un finale di mandorla di genuina dolcezza e singolarità. Spigliato ed irresistibile, coniuga bevibilità a freschezza, pur dichiarando alti i suoi attributi alcolici, e si lascia possedere con trasporto.

Clos Martinet 2002 (garnacha 45%, carinena 20%, cabernet sauvignon 15%, sirah 15%; 42 euro)
Da terreni di ardesia carbonifera hai qui un naso intenso, prorompente, affascinante e primattore: pirite, massicciata di ferrovia, amarene e spezie ne realizzano un affresco di spiccata, giovanile personalità.Cangiante e pirotecnico, ti ammalia per profondità e dolcezza tannica, di razza piena. Serio e complesso, ti seduce tra trame d'erbe selvatiche e rivoli floreali. Poi, sul fondo, beneaugurante e splendente, l'uva in bocca. E' meraviglia liquida di sincera vocazione.

BODEGAS PALACIOS REMONDO (DO Rioja)

Cantina storica attiva da 4 generazioni, ha la sua anima odierna in Alvaro Palacios, che abbiamo già incontrato parlando del progetto mencìa, nel Bierzo. Qui nella Rioja orientale, con le nuove generazioni consapevoli e scolarizzate, ha tentato di affrancarsi dalla tradizione più classica cercando di coniugare territorio a modernità. Nasce così un vino ambizioso, grintoso e caratteriale, quale il Propriedad Herencia Remondo, persino atipico nella composizione ampelografica pur essendo un Rioja, che fermenta in tini di legno con il solo ausilio dei propri lieviti per svolgere poi malolattica ed affinamento in barrique nuove per 14 mesi. Ah, la produzione è ben visibile, di oltre 100.000 pezzi.

Propiedad Herencia Remondo 2001 (garnacha 40%, tempranillo 15%, mazuelo 15%, graciano 10%; 21 euro)
Un naso vegetale e puntuto, boschivo e cuoioso, da cui spuntano grafite e cerasa nera, anticipa una bocca avvolgente ma sostanzialmente "fredda" e severa, innervata da un impianto tannico tendenzialmente ruspante e verde. Non la finezza, ma una sanguigna presenza, tal da aprirsi persino a confortevoli note di caramella di lampone.

 

BODEGAS REMIREZ DE GANUZA (DO Rioja)

Mi si parla di personaggio carismatico ed innovatore, pieno di idee ed entusiasmo, anima e voce della nuova frontiera vinicola della Rioja. Si chiama Fernando, Fernando Rémirez de Ganuza. Ne incontro oggi uno dei cru d'elezione, derivato da vigne sessantenni in samaniego, figlio di basse rese e selezioni maniacali d'acini, di altrettanto originali pressaggi e fermentazioni, di affinamenti estremi in barrique nuove di varie provenienze (21 mesi). Ne ricavo un'idea di vino caratteriale e forte, terroso ed austero, granitico e fiero di sè, che cerca tempo e riposo e che forse nell'annata in esame non sa esprimere al meglio le enormi potenzialità sottese, da quando ne apprendo la rigidezza e la nudità dell'impianto tannico.

Rèmirez de Ganuza Reserva 2000 (tempranillo 90%, graciano 10%; 60 euro)
Vinoso e pimpante, tirato e profondo di humus, ghianda e corteccia, cuoio e liquirizia, sandalo e pepe nero è questo un naso volitivo e selvatico, umorale e nient'affatto accondiscendente, con l'aria addolcito dalla ciliegia macerata e dai rintocchi di violetta. Una bocca tesa e piccante, da cui trapelano le ultime avvisaglie di un rovere piccolo e nuovo, si annuncia severa e terrosa, potente e senza fronzoli, il cui sviluppo ha da decontrarsi perché la marcatura tannica si fa stretta, evidenziando salti di ritmo, nudità e rugosità, laddove il frutto solo si affaccia ma non persiste su calorosità latente e lievemente alcolica. Carattere e scorza ci stanno tutte, non la continuità e la maturità di cui senti il vino essere capace.

BODEGAS GUTIERREZ DE LA VEGA (DO Alicante)

Ed eccoci finalmente a sud, sulla costa mediterraneza di Alicante, patria serena di elettivi vini dolci, da "ascoltare" con attenzione e rispetto. Felipe Gutierrez ama la sua terra e crede fortemente nel moscatel. Alla Bodegas si realizza una vera e propria impresa familiare, fortemente personalizzata fin nei dettagli. Nell'essenza ne assaggio oggi un vino emblematico e giusto, sentitamente moscato di Alessandria ma declinato da quei terroir in maniera sostanzialmente differente, laddove il contrasto acido-sapido e la sottesa mineralità ne realizzano una originale meraviglia liquida fatta di equilibrio e souplesse, da non stancarti mai. In più, ad un prezzo amorevole.

Casta Diva Cosecha Miel 2003 (moscatel de Alejandria 100%; 16 euro)
Fremente e stuzzicante, ti coinvolge per l'aromaticità gaudente di moscato, con il miele di zagara, la pera, la buccia di mandarino e tutto il resto, su sferzate nette di minerale. In bocca ti conquista per il suo fiero e perdurante contrasto, l'agilità, la sapidità e la freschezza. Il sottile velluto tattile non scade mai in oleiche concentrazioni e sdolcinate dolcinerie. No, da lui hai brezza e pietra, spinta e slancio. In più, succosi ritorni di buccia d'uva, di artigianale consistenza.

 

21 giugno 2005

Assaggi effettuati in Forte dei Marmi durante una serata diversa trascorsa sulla spiaggia versiliese, estiva ch'è tutto dire, in compagnia del mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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