Rassegna stampa
15-22 Luglio
 
 

Rassegna 8-14/7

Rassegna 27/5-2/6

Rassegna 20-26/5

Rassegna 13-19/5

Rassegna 6-12/5

Rassegna 29/4-6/5

Rassegna 22-28/4

Rassegna 15-21/4

Rassegna 8-14/4

Rassegna 1-7/4

Rassegna 25-31/3

Rassegna 18-24/3

Rassegna 11-17/3

Rassegna 4-10/3

Rassegna 25/2-3/3

Rassegna 18-24/2

Rassegna 11-17/2

Rassegna 4-10/2

Rassegna 28/1-3/2

Rassegna 21-27/1

Rassegna 14-20/1

Rassegna 7-13/1

Rassegna 31/12-6/1

I titoli


Cultori di Bacco si ribellano all'ingegneria genetica nelle vigne. Vino biotech? No, grazie

di GIACOMO A. DENTE
ANGELO Gaja, Tiziana Frescobaldi, Remy Krug possono cominciare a prenotarsi una tuta bianca. Magari non li vedremo sfilare a Genova, né tantomeno cercare di contendere alle forze dell'ordine l'accesso ai carrugi della zona rossa. Con ogni probabilità sono anni luce distanti dalle tesi del No logo della pasionaria antimultinazionali Naomi Klein, e forse vedrebbero come una manciata di cubetti di ghiaccio in un bicchiere di Chateau Margaux una cena con l'autore di Ecocidio, Jeremy Rifkin, per non parlare del "terrore dei Mc Donald's", José Bové. Ma il sottile fil rouge che li lega idealmente, almeno per un tema forte, alla moltitudine degli anti G8 è l'irruzione dell'ingegneria genetica nel mondo delle vigne.

La notizia viene dall'Università della Florida, dove un gruppo di ricercatori ha messo a punto delle viti geneticamente modificate, in grado di resistere al morbo di Pierce, una malattia che falcidia anche i migliori vigneti di California. Dopo il gene di pesce artico per avere fragole resistenti al freddo, ecco l'ultima sponda della scienza applicata alla tavola del nuovo millennio. Con una differenza profonda, però. Le fragole regalano dolci piaceri, senza pretesa di profondità, né storia. Dietro l'uva e un bicchiere di vino si avverte invece quello che gli antichi consideravano il mistero della presenza di un Dio. Prima ancora di ogni dibattito sul merito della nuova scoperta, sorge il problema di quell'immaginario profondo che un bicchiere di grande vino sollecita. Non per caso i produttori francesi della Bourgogne, una delle regioni dove si concentra un numero impressionante di cantine-mito, hanno reagito con orrore all'innovazione americana, e la stessa Moet et Chandon, che aveva tentato esperimenti analoghi nella Champagne, di fronte alla reazione dei consumatori ha dovuto fare una precipitosa marcia indietro.

I modernisti sostengono che i difensori dei vecchi sistemi esprimono superstizioni che vanno contro la storia stessa del vino. Basti pensare che, dall'uva pressata coi piedi, si è passati senza traumi alle cantine computerizzate tutte in acciaio come un'astronave di Star Trek. Ma l'obiezione principale, di fronte ad esperimenti di cui si conosceranno gli esiti al palato non prima di cinque-dieci anni, è che i grappoli "ogiemmizzati" potrebbero snaturare in maniera profonda il gusto, il profumo, la natura stessa di un vino. Il pericolo dell'omologazione è reale. Al di là di possibili future standardizzazioni legate alla bioingegneria, però, una forte spinta a produrre vini tutti uguali nasce da un mercato in continua crescita. In Giappone vanno pazzi per i vini-frutto? Basta che i numeri siano interessanti e la produzione si adegua. Allo stesso modo, all'inseguimento di un modello internazionale di "buono da bere" nato nelle valli della California e quindi entrate nel gusto a stelle e strisce, dall'Argentina al Sud Africa siamo stati sommersi da una proliferazione di chardonnay e di cabernet potenti, aggressivi, immediati, che stanno all'emozione del bere, quanto una bagnina di Baywatch al mistero del fascino femminile. Per questo, senza clamori da "wine social forum", un numero sempre maggiore di produttori sta imboccando quella che i francesi chiamano la strada del terroir, vale a dire la valorizzazione di quei vitigni autoctoni che esprimono la storia e la cultura di un territorio. L'aglianico, la barbera, il nero d'Avola contro la globalizzazione? Perché no. Mai come in questi tempi il mondo del vino ha saputo conquistare una ribalta culturale. Si può applicare alle grandi etichette la riflessione che Italo Calvino, nella lezione americana sulla Rapidità, dedicava alla letteratura: "comunicazione tra ciò che è diverso in quanto diverso, non ottundendone, bensì esaltandone la differenza".

(Il Messaggero, 15/7/2001)


La guerra del vino biotech. Un brevetto dell'Università della Florida rilancia la polemica

ANDREW POLLACK

NEW YORK - L'ingegneria genetica si affaccia sulla produzione vinicola. Gli scienziati stanno lavorando su viti e lieviti geneticamente modificati, i primi sono resistenti alle malattie e i secondi migliorano la fermentazione. Alcuni ricercatori dell'Università della Florida appoggiati dai viticoltori, hanno annunciato di aver brevettato una procedura che permette di impiantare un gene del baco della seta nelle viti per renderle resistenti alla malattia di Pierce, piaga dei vigneti della California. Ma questi vini manterrebbero la purezza?
«Un giorno qualcuno dirà: "Questo non è un vero Cabernet Sauvignon"», dice Peter Pole, presidente della azienda vinicola Mount Palomar a Temecula, a sudest di Los Angeles. Un gruppo di viticoltori della Borgogna ha chiesto una moratoria di 10 anni per l'impiego di vigneti e lieviti modificati. La campagna ora si è estesa al resto della Francia e in tutto il mondo.
Ma negli Stati Uniti è diverso. «Non vogliamo rimanere fuori dalla scienza», spiega Terry Lee, vicepresidente della ricerca e sviluppo presso l'azienda vinicola E. & J. Gallo, la più grande negli Usa. La ricerca va avanti anche in Germania, in Italia, in Australia, in Israele, in Sudafrica, in Cile, in Francia. La maggior parte del lavoro sulle viti è orientata e renderle resistenti a malattie piuttosto che a modificarne il frutto. E un aumento della produzione di uva resistente implicherebbe un minore impiego di pesticidi.
I maggiori ostacoli sono culturali. Molti viticoltori temono che l'immagine del vino venga danneggiata. Moet & Chandon ha abbandonato nel 1999 il lavoro sui vini geneticamente modificati. Ma da tempo le grandi aziende vinicole assomigliano a piccole raffinerie e la fermentazione avviene in botti di acciaio inossidabile sotto il controllo dei computer. Molti vitigni sono già amalgame alterate geneticamente - la parte superiore della pianta dove si trova l'uva, è geneticamente diversa dal fusto e dalla radice. Molti vini francesi impiegano radici Usa resistenti alle malattie. Alcuni viticoltori sostengono che il problema è l'opposizione dei consumatori all'ingegneria genetica. «Come diciamo in Francia "dovranno passare sul mio cadavere"», spiega René Averseng, proprietario della Du Vin, una enoteca a West Hollywood.
Copyright New York Timesla Repubblica
Traduzione di Guiomar Parada

(La Repubblica, 15/7/2001)

L'Arsial ha analizzato il mercato del Lazio confrontandolo con le vendite nella capitale e promette battaglia al fianco dei produttori."Roma snobba i vini del Lazio". Solo il tre per cento delle etichette è presente nei menu dei ristoranti capitolini

I ristoranti romani sono off limits per i vini laziali. Una ricerca dell'Arsial (Agenzia regionale di promozione e sviluppo dell'agricoltura) ha verificato che solo il tre per cento dei vini prodotti nel Lazio è inserito nella carta dei vini dei ristoranti romani. Il dato, che non ha paragoni in altri contesti italiani, ha spinto gli operatori vitivinicoli e gli addetti alla ristorazione a fare una seria riflessione ed a intraprendere iniziative per l'onore della bandiera regionale. "Roma - dice Marco Trimani, titolare di una storica enoteca capitolina - è l'unica vera metropoli italiana. Quindi è normale che l'offerta dei ristoratori sia più ampia e meno condizionata dalle spinte regionaliste. Certamente con il dato attuale si è toccato il minimo storico. I vini laziali meritano ben altra considerazione in virtù dei notevoli sforzi compiuti da molti operatori per migliorare la qualità". Trimani, che per invertire la tendenza, ha già in programma interventi congiunti con i Consorzi di tutela dei vini laziali verso i ristoratori, sostiene, però, che la ripresa può arrivare solo se si riesce a convincere il consumatore "che è anche nel diritto di alzarsi dal tavolo se nota che nella carta dei vini non c'è un prodotto regionale".
La Regione vuole puntare decisamente alla promozione del prodotto Lazio e trova l'appoggio di Nazzareno Sacchi, presidente dell'Assoristoratori, potente lobby sindacale che associa più di duemila esercizi di ristorazione a Roma e provincia. "Il dato fornito dall'Arsial a me sembra sottostimato, ma non è questo il problema. Sono d'accordo con quanti sostengono che ci vuole maggiore attenzione da parte della nostra categoria verso i vini laziali. E noi siamo disposti a fare la nostra parte. Si è giunti a questa situazione perché, diciamolo francamente, fino a quattro o cinque anni fa i prodotti non erano all'altezza del compito. Adesso c'è da recuperare un gap con una serie di iniziative di marketing e di promozione". Propone un intervento a tenaglia "che deve essere in grado di coinvolgere i consumatori ed i ristoratori", invece, Giulio Santarelli, direttore generale dell'Arsial, che nella prossima settimana presenterà un piano d'azione con la Camera di commercio, "per convincere i romani a bere laziale".
"Il nostro vino e poco conosciuto e dove è conosciuto se ne parla male - dice Massimo Gargano, presidente della Coldiretti del Lazio e produttore di vino -. Molti ristoratori pensano ancora che il nostro prodotto è quello “sfuso", quello “della casa" di poco pregio. E invece è stato fatto un grande sforzo verso la qualità ed oggi abbiamo grandi vini. Adesso manca l'ultimo sforzo, quello di comunicare all'esterno i nostri progressi. Questa è la situazione e siamo preoccupati della poca recettività del mercato romano perchè sarebbe un grande veicolo pubblicitario del nostro prodotto sia per la presenza di tre milioni di potenziali clienti, quanto per il gran numero dei turisti che potrebbe assaggiare il nostro vino sulle nostre tavole e poi richiederlo per berlo a casa loro. Bisogna far crescere la cultura enologica perchè non bisogna dimenticarsi che Roma attira tanti turisti per i monumenti, la storia, il Vaticano ma anche per l'enogastronomia".


(Il Messaggero, 17/7/2001)


Trovate le vie del vino dai Romani ai Galli. Il nettare maremmano a caro prezzo . La scoperta ad Albinia: grazie ai frammenti di alcune anfore già trovate in Francia si dimostra un ingente commercio

CINZIA DAL MASO

ROMA - L' hanno trovata, finalmente. Da quella fornace sulla costa tirrenica, a ridosso dell'Argentario, sono uscite le anfore che hanno portato vino di Maremma in tutta la Francia. Ebbene sì, vendevamo vino ai Galli. A ettolitri, se si giudica dall'incredibile numero di anfore di Albinia trovate in tutta la Francia. Non c'è archeologo in Francia che non conosca Albinia, tutti individuano all'istante la composizione dell'argilla delle sue anfore e i bolli caratteristici. Circa il 70 per cento delle anfore italiche trovate in Francia viene da lì. In una sola cittadina, Bibracte capitale degli Edui, se ne sono contate più di un milione. Giunte in poco più di cent'anni, dalla metà del II secolo a.C. fino al dì in cui Cesare, conquistando le Gallie, diffuse anche in quelle terre la coltivazione della vite. Un'anfora conteneva 24 litri, i conti sono presto fatti. Si parla di fiumi di vino giunti in Gallia in pochissimi anni. I Galli impazzivano per il vino, e all'epoca non andavano troppo per il sottile, se è vero che il vino di Maremma era pessimo. Non c'è autore classico che si degni di menzionarlo.
Forse però, battendo a tappeto la piana dell'Albegna, qualcosa si può trovare. Indizi sul vino, sulle anfore, su chi li produceva e li trasportava in Francia. Questa la scommessa di un gruppo di archeologi italofrancese. Da anni scavano a Bibracte. Da anni trovano frammenti di anfore di Albinia ovunque. Hanno deciso di andare all'origine. E tra gli sponsor dell'impresa, oltre al Dipartimento di archeologia dell'Università di Bologna e al Ministero degli esteri francese, c'è il consiglio regionale della Borgogna. Vuoi vedere, hanno pensato gli oculati vignaioli di colà, che abbiamo imparato a fare il vino dai Maremmani?
Così l'anno scorso sono iniziate le ricognizioni sul terreno. Si è trovato di tutto, alla foce dell'Albegna. Anche se arato per secoli, bonificato, rivoltato, il terreno regala cocci a ogni passo. Per chilometri. Le indagini si sono concentrate in un appezzamento di 17 ettari, oggi landa desolata tra fiume, Aurelia e ferrovia, dove i geologi hanno riscontrato moltissime anomalie nel terreno. «Trovare le fornaci pareva un gioco da ragazzi», racconta Fabienne Olmer del Cnrs, «ma non è stato così». Si è scavato quest'anno, a giugno. Piccoli saggi nei luoghi considerati più promettenti. Nulla. Qua una villa rustica, là i muri forse di un deposito. Il fatto è che ad Albinia ci sono agglomerati di cocci ovunque, e hanno depistato i geologi. Ma alla fine sono spuntate anche due fornaci all'interno di un grande edificio con massicci contrafforti in pietra. Muri di mattoni e cocci delimitano un ampio corridoio centrale, la camera di combustione. Il calore si distribuiva alle sale laterali dove pilastri sostenevano dei piani forati su cui venivano appoggiate le anfore. In questa zona si era individuato solo un edificio di circa cento metri quadrati. Con gli scavi hanno scoperto che c'è molto di più: le due fornaci, accostate l'una all'altra, sono di certo le prime di una serie. Un'industria. Fatta apposta per vendere vino ai francesi.

(La Repubblica, 17/7/2001)

La vigna che non si copia.

Sergio Miravalle
SCUSATE, nell’overdose di notizie sul G8 possiamo aggiungerne una enologica? La vitivinicoltura rientra a pieno titolo fra i temi della mondializzazione. L’area di coltivazione della vite si sta estendendo a Paesi nuovi. Dei 350 milioni di ettolitri di vino prodotti ogni anno nel mondo oltre i due terzi nascono ancora nelle zone tradizionali dell’Europa e del Nord e Sud America, ma le realtà nuove crescono: non soltanto Australia e Nuova Zelanda, anche Sud Africa, paesi dell’Est Europeo e soprattutto Cina che sarà, a dire degli osservatori più attenti, la nuova frontiera dell’enologia, capace di attirare imponenti investimenti occidentali. «Se riuscissimo a far bere una bottiglia l’anno ad ogni cinese adulto avremmo risolto ogni problema d’eccedenze» si sente dire ogni volta che una missione commerciale parte per varcare la Grande Muraglia. Sì, ma a che prezzi? Il vino, il nostro vino di qualità ha oggi quotazioni da «griffe della moda», e non corre ancora il rischio di essere «taroccato» sui mercatini. Ma che cosa potrebbe succedere se alcuni investitori, meno legati ai territori di origine, spostassero marchi e tecnologie in zone di produzione dove le vigne non costano come alloggi nel centro di Parigi e la manodopera abbonda a prezzi d’occasione e senza troppi controlli? Sono scenari già visti nei settori del tessile, l’elettronica, le calzature, i giocattoli e non solo. Capita, sempre più di frequente anche nel comparto alimentare. Tra le bevande internazionali sono stati imposti i marchi, non l’origine. Una lattina di un soft-drink la si sceglie per la marca, mica per lo stabilimento dove è stata prodotta: il consumatore sa che il gusto non cambia, la formula è la stessa, o varia di pochissimo adattandosi alle preferenze dei vari mercati. Ecco perché è irripetibile il rapporto stretto tra vino e territorio (intenso come insieme di terra, varietà di vitigni, clima, gente, cultura, storia). Solo così si può continuare a produrre vini unici e non copiabili. Prodotti che «parlino» la lingua di chi li ha prodotti e non solo quella del business. E tornando al G8 di Genova va detto che il Consorzio di tutela dei vini d’Acqui, è riuscito a inserire il Brachetto docg nei menù ufficiali ed in una serie di degustazioni. Un magnum con etichetta unica sarà regalato ai capi delle otto delegazioni: da Bush a Chirac, da Putin a Blair, senza dimenticare Berlusconi e anche il presidente della commissione europea Prodi. Acqui da sempre guarda a Genova ed è significativo che sia questa spicchio del mondo vinicolo a rappresentare l’enologia piemontese al tavolo dei grandi. Un rapporto tra il Sud Piemonte e la Liguria che rivive da dieci anni anche a Ricaldone con l’omaggio al «suo» Luigi Tenco, cantautore, guarda caso definito di scuola genovese. Il festival (la presentazione del programma è in questa stessa pagina) ha tra gli sponsor anche la cantina sociale del paese e si apre stasera con Gino Paoli, accompagnato da Roberta Mogliotti, in arte Andrea Mirò, monferrina di Rocchetta vissuta a Calliano e compagna di Enrico Ruggeri che, anche grazie a lei, ha scoperto il vino e ha adottato una vigna.

(La Stampa, 19/7/2001)

In questo periodo si procede agli "scassi". Così nascono i nuovi vigneti

Tradizionalmente in questa stagione nelle campagne si fanno gli «scassi» per la messa a dimora dei futuri vigneti: un'operazione importante, da realizzare con cura perché, le piantine che saranno sistemate dovranno durare per qualche decennio. Un investimento sostanzioso e non solo in termini economici: «L'aratura profonda - sottolinea Livio Manera, della cooperativa nicese Sinergo - deve essere perfetta ed è importante che il sole estivo asciughi il terreno. È bene prelevare un campione da analizzare in modo da decidere il futuro del vigneto». Consigli preziosi che arrivano da un gruppo di tecnici (guidati da Paolo Manera, enologo tra i più noti del Piemonte, per anni direttore della cantina Antica Contea di Castelvero e presidente del Consorzio di tutela del Barbera), riuniti dal '93 in una cooperativa che offre servizi a tutto campo per le aziende agricole. Al laboratorio di viale Umberto I° a Nizza, ci si può rivolgere per analizzare le componenti del terreno, per le analisi fogliari ed ovviamente per il prodotto finito (analisi e certificazioni dei vini). «Dopo aver fatto lo scasso in vigneto - annota l'enologo Paolo Manera - non occorre precipitarsi ad impiantare. Alla terra arata fa bene trascorrere anche l'inverno a cielo aperto. Noi consigliamo sempre di piantare nella primavera successiva. Qualcuno obbietta che si perde un anno di produzione, ma è poca cosa in confronto ad una vita attecchita meglio, scelta a seconda delle caratteristiche del "terroir" e non a seconda delle mode di mercato». Per mettere a dimora le barbatelle oggi si usano anche i laser che aiuteranno a realizzare filari perfetti. Le analisi del terriccio inoltre daranno preziose indicazioni per le concimazioni invernali e per la scelta del portainnesto e dei cloni di barbatella. Intanto sulle colline dell'Astigiano le uve stanno lentamente maturando, ma l'alternanza di caldo e umidità ha favorito l'insorgenza dell'oidio. Da qui la necessità di trattamenti alle viti. L'annata si prospetta comunque bene. Ancora un consiglio della Sinergo: «Il periodo è propizio per la concimazione fogliare, ma con cautela e previa analisi. Sarebbe sbagliato esagerare con eccesso di concime». Infatti oltre ad aver speso di più, i coltivatori si ritroverebbero ad avere gli stessi negativi risultati pratici (pare un paradosso ma è così), che nei casi di carenza di nutrimento delle piante. Lo testimoniano anche alcune ricerche recenti dell'università di Milano, riassunte in seminari a cui ha partecipato Paola Manera. «Cerchiamo sempre di tenerci aggiornati - spiega - per fornire una consulenza adeguata ai nostri clienti». La Sinergo offre consigli su tutto ciò che riguarda la viticoltura, dall'acquisto di terreni all'impianto dei vigneti, alle analisi chimiche al supporto per immettere il prodotto sul mercato. Oltre alle certificazioni Iso 9002, il laboratorio è accreditato per l'Iso 45001, una nuova certificazione che sarà il «passepartout» del futuro europeo del vino.

(La Stampa, 20/7/2001)

 

Prima pagina | L'articolo | L'appunto al vino | Rassegna | In dettaglio | Sottoscrivi | Collaboriamo