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Aglianico RE
di Fabio Cimmino

Re della viticultura lucana, l'Aglianico è un vitigno antichissimo,
probabilmente introdotto in Italia dai Greci intorno al VII-VI secolo
a.c. Il suo nome potrebbe derivare da Eleanico, cioè proveniente dall'antica città di Elea, situata sulla costa tirrenica della Lucania. L'introduzione di questo vitigno nelle coltivazioni italiche si potrebbe, altresì, attribuire all'arrivo degli Hellenici, sulle coste joniche di questa regione. I progenitori greci potrebbero essere sbarcati sullo Jonio lucano addirittura 17 generazioni prima che incominciasse la guerra di Troia.

Antiche testimonianze storiche e poetiche sulla presenza di questo caratteristico vino risalgono agli albori dell'epoca romana (una moneta bronzea, raffigurante l'agreste divinità di Dionisio il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, fu coniata nella zona di Venosa nel IV secolo a.C.), successivamente il poeta latino Orazio (nativo proprio di Venosa) decantò le doti di questa meravigliosa terra e del suo ottimo vino. Nelcorso del secolo XV, durante la dominazione aragonese, il nome originario venne corretto in Aglianico a causa della doppia "l" pronunciata "gli", secondo l'uso fonetico spagnolo. Carlo D'Angiò, in una sua lettera, "ordinava" gli fossero servite ben "400 some" del buon vino delle colline del Vulture.

L'Aglianico del Vulture, perla dell'enologia meridionale, può essere annoverato in alcuni casi tra i più grandi rossi italiani. Si ottiene dalla vinificazione in purezza delle uve provenienti dall'omonimo vitigno coltivato nella zona nord della Lucania, in terreni situati tra i duecento ed i settecento metri di altitudine, nei vigneti che si estendono ai piedi del massiccio del monte Vulture, un antico vulcano spento, inattivo da milleni. La complessa e tormentata orografia di questa area geografica determina una notevole varietà di climi che si diversificano anche entro brevi distanze per variazioni dovute ad altitudine, pendenza ed esposizione dei versanti. La variabilità di questi fattori consente di ottenere una produzione vinicola di elevato livello qualitativo, con caratteri di tipicità specifici per le diverse aree di coltivazione. La produzione media per ettaro si aggira sui 50 quintali (!). Dal punto di vista legislativo l'Aglianico del Vulture ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1971. Si produce nei Comuni di: Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo S. Gervasio. Banzi, Genzano di Lucania. La zona di produzione si estende su una superficie di seimila ettari.

La quasi totalità del vino rosso prodotto in Basilicata è ottenuta con uve del vitigno Aglianico, anche per quanto ruguarda vini da tavola e IGT. Le tradizionali tecniche di vinificazione hanno, poi, ottenuto da questa uva diverse varianti. Come lo spumante di aglianico, che alcuni produttori volutamente escludono dalla DOC preferendo lasciare un lieve residuo zuccherino più vicino alla tradizione ma che il disciplinare non prevede.

In mezzo a paesaggi mozzafiato, punteggiati da castelli e casali che recano le tracce del passaggio dell'Imperatore Federico II di Svevia, la cui memoria ancor'oggi aleggia nelle battute di caccia col falco, si incontra la cittadina di Barile che, con le sue famose cantine scavate nel tufo (sheshe), è considerata simbolo e fulcro di un'area che da sempre mantiene alto il livello delle sue tradizioni enogastronomiche. All'interno del suggestivo convento carmelitano di Barile si è tenuto lo scorso mese di settembre l' "Aglianica Wine Festival". Purtroppo, pur avendo preannunciato il mio arrivo, a causa di un malinteso (quelli sono sempre all'ordine del giorno) e di un organizzazione miope ed alquanto "approssimativa", non ho potuto procedere alla degustazione se non di pochissimi vini (per i quali è stata fatta una "deroga", trattandosi di quelli aperti già dalla giornata precedente... sigh!). Infatti, pur essendo gli stand aperti sin dal mattino, non era prevista alcuna possibilità di assaggio (quindi tradotto in parole povere si trattava di una semplice "esposizione delle bottiglie") ma le degustazioni non cominciavano prima della sera creandomi non pochi problemi per il ritorno a casa (Napoli!). In mio soccorso fortunatamente sono intervenuti gli alti ranghi della sommellerie made in Campania, nella fattispecie gli attivissimi Marco ed Enzo Ricciardi, la bella (oltre che intelligente ed esperta, altrimenti mi lincia!) Antonella ma soprattutto Sergio Paternoster, enologo del Consorzio Viticoltori di Barile, la gentilissima moglie Silvana, anche lei navigata sommelier, e il mitico Vito, proprietario del Cantinone (0972/722443), un bel wine bar enoteca nel centro di Rionero in Vulture, oasi rifugio per gli amanti del buon bere.

Passiamo finalmente agli assaggi, scusandomi anticipatamente con quelle aziende, i cui vini, pur essendo presenti al Wine Festival, non ho potuto "incontrare" per i motivi sopra esposti, ripromettendomi quanto prima un meditato assaggio. Cominciamo subito dai "grandi" e sicuramente i vini maggiormente rappresentativi della produzione di alta qualità di questa regione. L'Aglianico del Vulture DOC La Firma delle Cantine del Notaio esprime un colore rosso rubino vivo con evidenti riflessi purpurei, di notevole struttura e consistenza. Naso intenso ed elegante, persistente ed ampio, caratterizzato da frutti di bosco a bacca nera: ciliegia nera matura, amarena e mora di rovo. Appena percettibili lievi ricordi di viola appassita. Arricchiscono la complessità aromatica di questo "fuoriclasse" le note minerali e le spezie fra cui liquirizia, fieno greco e carrube, completa il quadro il sottofondo balsamico. L'ingresso in bocca è deciso, grasso, pieno ed avvolgente mentre i tannini esuberanti sono di grana incredibilmente fine e vellutata.

L'Aglianico del Vulture DOC Canneto di D'Angelo si presenta rubino con riflessi granati. Al naso evidenzia profumi intensi di frutti di bosco rossi (lamponi) e speziature dolci (liquirizia e tabacco). Il sapore è pieno, morbido, avvolgente, un gran bel vino, ottimo connubio tra tradizione ed innovazione! Molto buone, anche, sia la versione base di cui ho avuto modo di degustare circa un anno fa l'annata '98 e l'altra selezione, il Vigna Caselle, da me degustato nella versione '97 e dallo stile più tradizionale.

Il Rotondo 2000, Aglianico del Vulture DOC, prodotto da Paternoster, prende in prestito il suo nome dalla vigna donde provengono le uve (la contrada Rotondo), ma in realtà questo nome rispecchia anche l'organolettica del vino: succoso, morbido, molto "rotondo" appunto!. Avevo assaggiato, in altra occasione, l'annata 1998, dove un tannino un tantino più spigoloso mi aveva maggiormente entusiasmato! Si tratta, insomma, di un Aglianico new style. Ma il vino migliore dell'azienda Paternoster, nonostante il recente exploit del Rotondo, rimane comunque, a mio avviso, il Don Anselmo, sempre un Aglianico del Vulture DOC da me degustato in varie annate ed in più occasioni. A mio parere il Don Anselmo, oltre ad essere considerato uno dei top wines della Basilicata, rappresenta a pieno titolo uno dei migliori rappresentanti della produzione enologica dell'intero nostro paese. Questo vino è ottenuto da piccole vigne d'età molto avanzata e dalle rese spontaneamente bassissime (si parla di 35-40 quintali per ettaro) ed è affinato in parte in botte grande di rovere di Slavonia, in parte in barriques. Moderne tecniche di vinificazione ed originalità d'esecuzione caratterizzano questo nettare degli dei. Il 1997, (mentre sta per uscire sul mercato il 1998) presenta un colore rosso rubino profondo, e al naso un bouquet ampio e complesso di frutta rossa matura (amarene & visciole), spezie (finissima vaniglia) e tabacco, in bocca evidenzia chiari ricordi di liquirizia, cioccolata e prugna. Non raggiunge, secondo me, l'eccezionale ed austera eleganza del '95 ma c'è, già, molto vicino. Il Synthesi 2000 l'Aglianico del Vulture DOC "base" dell'azienda, non ha alcun timore reverenziale nei confronti dei suoi "fratelloni" maggiori. Molto ben realizzato, preferisce puntare, in questo caso, su una beva più semplice senza particolari afflati. Il profumo è intenso ed etereo, il gusto, pur leggermente viziato da un tannino un pò verde e aggressivo, risulta, comunque, nel complesso, molto piacevole.

Il Re Manfredi 1999, Aglianico del Vulture DOC prodotto da Terra degli Svevi, che fa capo al gruppo GIV, non mi ha particolarmente impressionato se non per i muscoli e la potenza, a dir il vero, ancora in divenire. Al momento mi sembra ancora piutttosto chiuso, allo stesso tempo monolitico e monocorde, la sostanza c'è, bisogna solo aspettare per poter cogliere le "sfumature sfumate", le emozioni che ancora non sa regalare.

Una volta archiviato il discorso "superstar" passiamo ora a due vini che mi hanno letteralmente sorpreso ed ancor di più una volta sentiti prezzi! Stiamo parlando dei vini del Consorzio Viticoltori Barile. Il Vetusto 1998, che, a dispetto del nome, rappresenta una versione moderna di Aglianico del Vulture, mostra una perfetta coerenza gusto-olfattiva, impatta diffondendo nella cavità orale una grande morbidezza glicerica subito attenuata da una sferzata di sapidità che dona finezza ed eleganza. Il vino è stato fino ad oggi appannaggio del solo mercato americano ma dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) da quest'anno essere presente anche e diffusamente sul mercato interno. A questo piccolo capolavoro io ho, però, preferito il Carpe Diem 1997, sempre Aglianico del Vulture DOC, realizzato in uno stile più tradizionale. Il frutto carnoso e polputo è intriso di piacevoli note di cacao e cioccolata amara, un tannino ancora giovane e prorompente ne incanta la beva. Da standing ovation! Io poi ho avuto la fortuna di essere ospitato a pranzo da Sergio e Silvana (Paternoster) presso un ristorantino in zona dove abbiamo potuto abbinare, con grandissima soddisfazione, tali vini alle prelibatezze della cucina lucana ed ai suoi prodotti genuini. Dagli affettati ai formaggi, dalle verdure alle carni. Ill piatto che più mi è rimasto impresso è stato il "Carmine Crocco" a base di pasta fatta in casa e ragù d'agnello, piatto che prende il nome dal brigante più noto della zona... e sì non dimentichiamolo la Basilicata è stata terra di briganti!

Passiamo ora agli altri produttori che pur non offrendo spunti trascendentali vanno apprezzati per una produzione che, a tutti i livelli, è veramente molto qualificata e, cosa da non sottovalutare, dai prezzi (chissà ancora per quanto) ragionevoli e giusti ! L'Oncia 2000 Aglianico del Vulture DOC di Gammone è un "vino ruffiano" che ammalia con il suo frutto polposo e le sue note dolci. L'Aglianico del Vulture I Vignali 2000 (avevo già degustato l'annata 1999 al 35° Vinitaly con maggior soddisfazione) della Cantina Coop. di Venosa rivela una bella impostazione al naso mentre in bocca si evidenziano note verdi e vegetali che rendono la beva poco attraente. Prodotto dalla stessa cantina l'Aglianico del Vulture DOC Terre d'Orazio 2000 mostra altro passo e portamento lasciandosi nettamente preferire. Le uve sembrano in questo vino aver raggiunto una migliore, più ottimale, maturazione e la beva ne risente risultando snella e scorrevole. Di Consiglio ho assaggiato sia l'Aglianico del Vulture DOC 2000 che un Basilicata IGT 1999 (sempre da uve aglianico). Entrambi i vini pur non esprimendo livelli di eccellenza si lasciano apprezzare, e bere, per la pulizia di esecuzione. In particolare il primo sembra giocare su un leggero residuo zuccherino per invogliare ed invitare al bicchiere successivo. L'Aglianico del Vulture DOC 1998 I Portali della Società Cooperativa Basilium ha colore rosso rubino con riflessi aranciati, il boquet pur elegante non convince; il sapore è asciutto, sapido, caldo, armonico, giustamente tannico, un vino che rivela una certa modernità a tratti spiazzante. Pur non emozionando, questo vino è sempre molto interessante dal punto di vista del rapporto qualità-prezzo. All'estremo opposto, si colloca l'Aglianico del Vulture DOC 1998 di Armando Martino: all'esame visivo mostra un colore granato, in bocca si alternano piacevoli note fruttate (ciliegia sotto spirito e prugna matura) a note di tabacco. La bocca, pur palesando una evidente rusticità ed un finale asciutto leggermente amarognolo, si lascia bere. Un vino, old style, dal prezzo molto interessante, perfetto candidato alla tavola di tutti i giorni. Un altro vino dall'ottimo rapporto qualità prezzo, stavolta però ottenuto da un assemblaggio di uve alloctone, cabernet e merlot, è il Basilicata rosso IGT, biologico, della casa vinicola Pisani. L'assaggio, seppur tra luci ed ombre, mi ha comunque soddisfatto. Due Aglianico del Vulture DOC 2000, il Principe Giorgio, prodotto a Rionero dalla famiglia Gaeta, ed il Casale Santa Maria di Napolitano hanno chiuso questa estenuante session di assaggi presso il Cantinone. Piccole realtà che pur vantando tradizioni antiche da poco si sono affacciate sul mercato. Ancora una volta vini che pur non essendo mostri di concentrazione sono ben fatti, freschi e piacevoli, proponendosi sempre a prezzi più che onesti. Abbiamo poi chiuso in bellezza con una grappa di Canneto, anche questa all'altezza, come il vino dalle cui vinacce viene distillata !


(1/10/2002)

foto: il monte Vulture (da http://www.ilvulture.com)

 

   

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