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Scopriamo i vini del ... Miracolo siciliano
di Fabio Cimmino

Pur spettando ai Fenici il primato di aver introdotto la viticoltura in tutto il Mediterraneo e, naturalmente, anche in Sicilia, il ritrovamento di viti così dette "ampelidi", scoperte alle falde dell'Etna e nell'Agrigentino, dimostra la presenza della vite selvatica sull'isola, già milioni di anni fa. Fu con l'arrivo dei Greci, però, che la cultura della vite e del vino si diffuse in tutto il mediterraneo e, quindi, in Sicilia. Fu grazie al loro insegnamento che la gente del posto divenne vera esperta, non solo nella coltivazione della vite, ma anche dell'olivo e del grano.

Già al tempo dei Romani, vini come la Malvasia delle Eolie, il Pollio di Siracusa, il Mamertino di Messina, venivano esportati ed apprezzati in tutto il mondo (quello latino ovviamente!). Dopo l'avvento del Cristianesimo, spettò alla Chiesa il compito di continuare a sostenere la viticoltura fino alle invasioni barbariche, a seguito delle quali si registrò una decisa battuta d'arresto. L'arrivo del bizantino Belisario permise ai Siciliani, anche se ancora per poco, di dedicarsi all'agricoltura. Infatti gli invasori musulmani, in applicazione alle leggi coraniche, vietarono la produzione di vino; allo stesso tempo si incrementò la produzione di uve da tavola pregiate, come il Moscato d'Alessandria (Zibibbo) dell'isola di Pantelleria.

Con i Normanni la viticoltura rinacque a nuova vita. Due secoli dopo, purtroppo, Carlo d'Angiò, gravando i contadini con tassazioni sempre più eccessive, finì con lo spingerli a non impiantare più vigne. Furono prima gli Aragonesi, poi successivamente gli Spagnoli, ad incentivare, nuovamente, l'agricoltura e, con essa, la coltura della vite. Ma bisogna aspettare il 1773 quando con l'inglese Woodhouse ci fu un vero e proprio exploit nella produzione di vino in Sicilia, grazie alla commercializzazione su larga scala dei vini di Marsala. Boom che durò, ininterrottamente, per oltre un secolo e mezzo.

Sul finire dell'800 il flagello della fillossera non risparmiò l'isola riducendone la superficie coltivata da 320.000 ettari a poco più di 175.000. Si rese necessario, come del resto in tutta Europa, reimpiantare le viti innestandole sull'immune ceppo americano. Per vedere i primi veri frutti si dovette attendere fino agli anni venti. Ma l'avvento del fascismo in Italia e la burocrazia che impediva, di fatto, gli espropri ai proprietari latifondisti, rallentò, però, il tanto aspettato rilancio del settore vitivinicolo. Dopo la seconda guerra mondiale, con il fallimento della riforma agraria molti contadini abbandonarono i campi definitivamente per trasferirsi nelle zone industriali del nord e solo la nascita delle cantine sociali permise a quelli che rimasero di poter sopravvivere.

La creazione del Mercato Unico Comunitario nel 1970, il conseguente flusso di vini e mosti isolani verso la vicina Francia, il miglioramento delle tecniche di coltivazione e l'attività svolta da parte dell'Istituto Regionale della vite e del vino, sono i fattori che hanno stimolato nuovi entusiasmi, portando alla nascita di nuove realtà produttive e avviando quello che, in molti, hanno, già, chiamato il "miracolo siciliano".

Oggi fornire un quadro esaustivo dei migliori vini e delle aziende operanti sul territorio è praticamente impossibile, tanti e tali sono le novità che, giorno dopo giorno, si affacciano sul mercato. Ho quindi dovuto limitare volutamente il raggio d'azione prendendo come sempre a riferimento gli assaggi da me effettuati in questi ultimi tre intensissimi anni.

Partiamo dalle pendici dell'Etna dove la famiglia Benanti, assistita dall'enologo Salvatore Foti, produce una serie di vini molto interessanti sia da monovitigno che in blend; sia nell'uno che nell'altro caso, privilegiando le varietà autoctone locali: nerello cappuccio, nerello mascalese e nero d'Avola. Il Rovittello è un assemblaggio di nerello mascalese (80%) e cappuccio (20%) dal colore rosso rubino di buona intensità e unghia tendente al granato. Al naso è intenso e persistente, con sfumature eteree e sensazioni tostate e vanigliate, mutuate dal legno; una fine speziatura completa un quadro olfattivo ancora in divenire. In bocca i tannini sono decisi; freschezza e sapidità sono ben bilanciate da una morbidezza glicerica e fruttata. Lamorèmio (blend di nerello mascalese, nero d'Avola e cabernet sauvignon) si presenta in una veste rosso rubino, nuovamente, con riflessi granati. Si tratta di un ottimo vino strutturato e grasso. Toni fruttati maturi si alternano a spezie dolci e note minerali e balsamiche. Sfodera, in bocca, intensità e persistenza, tannini saldi; anche qui il tutto è, ancora, alla ricerca di un definitivo equilibrio. I Benanti producono anche un buonissimo Moscato di Pantelleria, il Coste di Mueggen, dotato di spiccata personalità minerale-territoriale. Buono anche il nero d'Avola in purezza.

Lungo le pendici vulcaniche dell'Etna nasce anche il Grammonte 2000 di Cottanera. Il vino sosta 18 mesi in barrique ed è il "classico" merlot siciliano, stile nuovo mondo, che unisce potenza ed eleganza. Il colore è rubino con riflessi granati; il naso fine, speziato, balsamico con il frutto in bella evidenza. Tannini serrati e vellutati vivacizzano la beva. Gran bel vino dal finale lungo che richiama tabacco, liquirizia e cannella.

Da ben 140 ettari di vigneto situati in diverse parti della Sicilia provengono, invece, i vini della famiglia Cusumano. Il trebicchierato Noà 2000 sfoggia un profondo color inchiostro ed un naso, incredibilmente, persistente. Offre un ampio spettro di profumi che vanno dai frutti di bosco alla cioccolata e al caffè, dalle spezie alle erbe mediterranee e a note minerali. Un vino alcolico ma allo stesso tempo straordinariamente fresco. Al palato i tannini sono equilibrati da un frutto maturo mentre una piacevole sapidità completa il felice quadro degustativo. Completano l'offerta dei vini aziendali il Syrah Nadaria, il blend di chardonnay e inzolia Angimbé e l'inzolia in purezza Cubia, tutti vini di impostazione ed esecuzione dichiaratamente moderna.

Nell'area di denominazione d'origine Contessa Entellina, le tenute Donnafugata insieme all'enologo Antonio Rallo, con la collaborazione di Stefano Valla e la consulenza di Carlo Ferrini producono il Mille e una Notte, un nero d'Avola al 90%, affinato 24 mesi in barriques francesi e per un minimo di dodici mesi in bottiglia. Si presenta di un colore rosso cupo, a tratti impenetrabile. Al naso risaltano profumi di frutta rossa e spezie, mentre in bocca, i tannini sono rotondi e la materia prima polposa. Peccato per l'eccessiva presenza di note vanigliate che tendono a stancare la beva. L'Angheli e il Sedara sono altri due rossi prodotti dalla famiglia Rallo, il primo è ottenuto da uve nero d'Avola e merlot affinate in barrique, il secondo da uve nero d'Avola in purezza. Completano la gamma aziendale uno chardonnay in purezza La Fuga ed un altro, invece, in blend con la varietà autoctona ansonica, il Chiaranda del Merlo, fermentato in rovere ed affinato in bottiglia: vino elegante, dai pronunciati toni vegetali e terziari. Infine, da non dimenticare, il gran bel moscato passito di Pantelleria, il Ben Rye.

L'uva autoctona siciliana per eccellenza rimane comunque il nero d'Avola. In relazione a questo vitigno, ancora oggi, deve considerarsi un punto di riferimento il Duca Enrico della Corvo Duca di Salaparuta. Un vino concentrato costruito su intense suggestioni fruttate e speziate. Frutti di bosco impreziositi da note dolci e balsamiche (vaniglia, liquirizia, eucalipto e caffè). Un vino di grande struttura dal finale lungo, lunghissimo e appagante.

In prossimità di Trapani opera, invece, un altra azienda di chiara ispirazione internazionale (testimoniata dalla presenza di enologi provenienti anche dalla Australia), nonostante secoli di tradizione alle spalle, stiamo parlando di Firriato. Il Camelot 2000 è il vino portabandiera di questa anima "internazionale" dell'azienda. Questo assemblaggio di cabernet sauvignon (60%) e merlot (40%) affina in piccoli legni francesi per circa nove mesi. Al naso offre intensi profumi di frutta sottospirito ed evidenti sentori speziati, mentre in bocca spetta a tannini levigati ma ben presenti tener viva la tensione gustativa. Un gradino più su troviamo, invece, l'Harmonium, un nero d'Avola 100%, affinato in barrique di rovere francese e americano, esplosione di frutta rossa matura, confettura e spezie. Un vino potente, dal corredo tannico e alcolico notevole che solo un'incredibile freschezza riesce a smussare.

Un altro nero d'Avola, molto interessante, lo produce in provincia di Agrigento Carmelo Morgante. All'assaggio però, il Don Antonio si è rivelato una piccola grande delusione. Ampio lo spettro olfattivo dove sensazioni fruttate si alternano a quelle speziate tipiche del vitigno.
Peccato però che la tostatura del rovere tenda, in ogni momento, a prevaricare rovinando la piacevolezza.

Non si può parlare oggi di vino siciliano senza parlare di Planeta. Il suo Chardonnay così come il suo Merlot son da sempre punti di riferimento della produzione enologica siciliana di nuova generazione. Interpreti di uno stile nuovo mondo "made in Sicily" i Planeta si sono, prepotentemente, affermati, in questi anni, sia in Italia che all'estero. Lo Chardonnay si presenta di colore giallo oro chiaro con leggerissime venature verdoline. L'incredibile esplosione di frutta esotica (ananas) e di agrumi degli esordi, che rendeva la beva piuttosto pesante, ha lasciato, con il tempo, posto a sensazioni minerali più fini ed eleganti. Il vino ne ha, in questo senso, sicuramente guadagnato in bevibilità ma ha, secondo me, perso qualcosina in personalità e carica emozionale! Inoltre venendo meno cotanta ricchezza di frutto anche la tostatura del legno si è fatta più presente ed invadente. Il Merlot combina l'aspetto varietale, dato da evidenti note vegetali con un fruttato ricco e maturo. La speziatura del legno sembra già ben integrata nel quadro di insieme. Tannini setosi e avvolgenti, una bocca grassa e allo stesso tempo fresca regalano una splendida performance e preludono ad un futuro ancora lungo. Da segnalare anche gli altri vini di punta aziendali, l'ottimo Cabernet Burdese ed il buon Fiano Cometa, quest'ultimo sicuramente il migliore prodotto fuori dalla sua area di vocazione storica (la Campania).

Spostiamoci sull'isola di Pantelleria dove Salvatore Murana produce i suoi magnifici moscati. Il Khamma si mostra in una bellissima veste color ambra. Albicocca e miele sono i sentori dominanti al naso. Al palato una vibrante acidità sostiene la beva, invitando a ripetuti assaggi. Ancora più esaltante il fratello maggiore, il Martingana. Il colore è impressionante, di uva, letteralmente "bruciata" dal sole. Profumi di incredibile persistenza, di datteri, fichi, albicocche, noci, cannella e canditi. La sapidità minerale unita ad una buona spalla acida bilancia le dolci sensazioni rendendo la beva scorrevole, mai stucchevole.

Anche Marco De Bartoli, cui va gran parte del merito nel rilancio del Marsala, produce un ottimo moscato di Pantelleria, il Bukkuram. Un passito che ricorda a tratti proprio i suoi Marsala (sarà pura e semplice suggestione?). Inebria, da subito, con i suoi riflessi dorati ed i suoi sentori di frutta e di terra amalgamati in un insieme di buona complessità e persistenza. In bocca è equilibrato da una discreta acidità. E' da considerarsi tra i migliori passiti prodotti a Pantelleria, sicuramente tra quelli più originali.

Per il momento è tutto, vi rimando alla prossima uscita per scoprire quali sono gli altri vini del... "miracolo siciliano"!

Sicilia felix a tutti

22 marzo 2003

 

   

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