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I grandi di Francia incontrano l'Irpinia

di Fabio Cimmino

Lo scorso aprile ho avuto l'onore di essere invitato a prendere parte ad un memorabile pranzo-evento presso le Cantine Mastroberadino di Atripalda (Avellino) dove erano presenti, tra gli altri (e qui ci vorrebbe un bel rullo di tamburi con tanto di sbandieratori, udite! udite!), nientepopò di meno che: Jean Bernard Delmas di Château Haut Brion, Charles Chevallier di Château Lafitte-Rothschild, Paul Pontalleir di Chàteau Margaux, Jean Cluod Berrouet di J.P. Moueix, Pierre Yves Augier di Château Yquem, ed inoltre: Denis Dubourdieu e Valerie Lavigne della Facoltà d’Enologie di Bordeaux II, Thierry Amiout, Christophe Bouchard, Christophe Cordier, Sylvie Esmonin, Michel Juillot, Dominique Laurent, Jean Mare Morey, titolari e rappresentanti delle omonime e prestigiose maison,ed infine il presidente de la Sommelerie Francaise, George Pertuiset ed Eric Leberl di Champagne Krug. Premetto subito che erano presenti loro, purtroppo, non i loro inarrivabili (e costosissimi!) capolavori enoici che, nella stragrande maggioranza, ahimè, ancora devo avere l'opportunità di gustare.

Il grand tour organizzato, ogni anno, dalla Tonnellerie Seguin Moreau di Cognac, blasonata azienda produttrice di barrique, ha fatto tappa quest'anno in Campania; prima nelle cantine dei Mastroberardino di Montefusco, Terredora di Paolo, e quindi ad Atripalda, nell'azienda storica della famiglia dove a fare gli onori di casa c'era il Cavalier Antonio, enologo e studioso, a cui va il merito di aver portato alto, da sempre, e a lungo da solo, la bandiera della viticultura campana. Al suo fianco il giovanissimo figlio Piero, già professore universitario presso la facoltà di economia di Foggia ed attuale presidente di Federvini.

Una visita non affidata semplicemente al caso. Una puntata in Irpinia era più che doverosa, se non altro in segno di riconoscenza ad una provincia, quella di Avellino, da dove, forse pochi lo sanno, tra il 1930 ed il 1940, gli anni neri del flagello terribile della fillossera, partirono con destinazione oltralpe mosti ed uve locali. I vitigni autoctoni campani, dall'aglianico al fiano, fino alla coda di volpe, contribuirono in quegli anni, a (ri)costruire i grandi vini di Francia.

«Una visita gradita che rinsalda i buoni rapporti con i grandi produttori francesi e che vede l’Irpinia al centro dell’attenzione per la tipicità non solo di vini pretigiosi ma anche di prodotti che ne esaltano la sua vocazione», ha commentato Paolo Mastroberdino di Terredora. I maggiori produttori francesi ed esperti transalpini hanno avuto modo, dunque, di vedere le stesse botti, gli stessi legni, da loro utilizzati per far riposare alcuni dei più grandi vini del mondo, impegnati, stavolta, a custodire altri grandi vini, quelli non di meno ricchi di storia e di tradizione, della verde Irpinia. La carovana francese si è divertita non poco a curiosare dapprima in cantina ma, soprattutto, successivamente, in occasione del pranzo-degustazione, al momento dell'assaggio dei vini, quando ha potuto constatare con mano, anzi con naso e con bocca, i pregevoli risultati raggiunti da questi vini, che sempre più spazio gli contendono, e spesso gli "rubano", sui mercati internazionali. Quando hanno appreso che in Campania esistono oltre duecento aziende produttrici di vino non vi nascondo un malcelato stupore, e aggiungerei un pizzico di preoccupazione, da parte di alcuni di loro. Nè vi nascondo di aver provato un certo imbrarazzo, ma anche tantissimo orgoglio, quando, a seguito della defezione di tutti gli altri giornalisti che sarebbero dovuti essere presenti ed, invece, erano stati richiamati dall'improvviso scoppio delle attività belliche in Iraq ad altri uffici, mi sono ritrovato da solo, al cospetto di quelli che possiamo considerare, a giusto titolo, i re del vino francese e mondiale, a rappresentare i nostri colori per la stampa di settore.

I vini offerti hanno letteraralmente sbalordito i presenti. In un caso, quello dell'Avalon rosso 2000, ho visto più di un volto impallidire quando è stato reso noto il prezzo franco cantina di circa 7 euro. Un vino (solo alla sua seconda apparizione dopo quella, direi, amatoriale, per numeri, del '99) di intensa ed interessante personalità, che abbisogna di un pò di tempo nel bicchiere per concedersi e quindi aprirsi, prima su toni di frutta, leggermente surmatura, poi minerali di terra, humus e grafite e, quindi, speziati, di liquirizia, con qualche spigolatura acida ed asprezza tannica che il tempo non tarderà a smussare. Non da meno il More Maiorum 1999, un fiano, a mio avviso e nonostante il nome che richiama all'antico, di impostazione moderna, dove però, l'uso del legno si avverte finalmente ben dosato, e che, con il trascorrere dei mesi in bottiglia, appare sempre meglio integrato e bilanciato da tutte le altre componenti. Una svolta che con l'arrivo del giovanissimo enologo Enzo Mercurio è ormai in pieno corso su tutta la gamma dei vini aziendali, ad eccezione della linea Radici che, rassicurano, non verrà toccata e rimarrà invece saldamente ancorata alla tradizione.

Questa svolta ha interessato, in particolar modo, tutti i vini base come il Greco di Tufo che, nonostante l'annata sfortunata e pur non potendo, certamente, rappresentare un punto d'arrivo, in questa sua versione 2002, quanto meno lancia un segnale forte di rinnovamento dopo anni che l'hanno visto imprigionato da canoni e parametri estetici (organolettici) piuttosto obsoleti. Infine il Naturalis Historia 1998 (seguito dall'Antheres, interessante vino liquoroso a base d'aglianico unico nel suo genere, nato dalla sfida del Cavalier Antonio nel voler domare un vitigno aspro e duro per ricavarne un vino morbido e dolce...) per sugellare un pranzo indimenticabile che oltre ai presenti ed ai vini ha visto per protagonista i piatti di uno degli astri nascenti della "nuova" cucina irpina, lo chef Pisaniello del Gastronomo di Montemarano. Anche per lui lo sguardo compiaciuto dei francesi che lo hanno apprezzato fino "a leccarsi" letteralmente i piatti.

Il giorno seguente i grandi di Francia hanno potuto ammirare l'operazione di archeologia vitivinicola in corso all'interno degli scavi di Pompei, dove la Mastroberardino ha impiantato un vigneto nell'intento di "riprodurre" il vino degli antichi romani, vino che è stato da poco presentato a Roma in occasione di una splendida manifestazione svoltasi al Cavalieri Hilton. Ma questa è un altra storia!

Prima di congedarmi non posso esimermi da un doveroso e sentito ringraziamento alla famiglia Mastroberardino, veri signori in fatto di ospitalità, ed in particolare al Cavalier Antonio, uomo di straordinaria professionalità e umanità, uno dei grandi uomini che hanno fatto la storia del vino campano ed italiano.

Campania Felix a tutti

10 Luglio 2003

 

   

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