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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Valori e valore del vino italiano. La parola alla filiera

di Riccardo Farchioni

FIRENZE - Pubblico folto, regia televisiva che proietta sul maxischermo a fasi alterne i relatori e i volti di ascoltatori attenti. “Valori e valore del vino italiano. La parola alla filiera”, è questo il titolo dell'interessante convegno organizzato dalla divisione CropScience della Bayer e che ha radunato produttori, giornalisti e pubblico vario per ascoltare un parterre di relatori di prim’ordine, completato al massimo livello istituzionale dal sottosegretario Guido Tampieri in sostituzione dell’annunciato ministro De Castro che era in missione in Spagna per la ribollente questione OCM vino. Non solo: oltre ad organizzare il convegno la stessa CropScience si è messa I vestiti della casa editrice e sta facendo uscire una serie di volumi dedicati all’agricolura. Quello sulla vite e il vino, che ha reclutato molti importanti specialisti in materia (da Attilio Scienza in giù) è stato presentato proprio in questa occasione.

Nell’auditorium di un palazzo dei Congressi di Firenze che sprizza anni settanta (o sessanta?) da tutti i pori la Bayer entra subito in medias res, proiettando sul maxischermo tutti i prodotti farmaceutici da essa dedicati alla viticoltura. E per non lasciare niente di sottinteso, Frank Terhost, amministratore delegato di CropScience, rende subito chiaro un concetto: senza queste sostanze non si fa viticoltura di qualità. I cambi climatici rendono le malattie della vite più dannose e i parassiti più forti, il che ha conseguenze sia nell’immediato (ne sanno qualcosa in Sicilia che ha avuto nell’ultima vendemmia una riduzione della produzione del 50% per un massiccio attacco di Oidio), sia in modo più subdolo nell’evoluzione alterata del vino, effetto ritardato ma inesorabile di una imperfetta maturazione delle uve.

Eh si, la Bayer, in apertura di convegno mette subito la barra del timone in un direzione ben precisa, perché sarà pure ormai diversifica in tre “divisioni” (oltre alla CropScience rivolta all’agricoltura ci sono la HealthScience e la MaterialScience) ma industria farmaceutica rimane sempre (Aspirina: mai sentita nominare?). E la sua opinione, autorevomente espressa, è che le direttive europee sempre più restrittive su questo tema non faranno che danneggiare gli imprenditori agricoli europei nei confronti di quelli extraeuropei. Insomma, per tagliar corto: in breve tempo non sarà più possibile fare viticoltura di qualità in Europa.

Più tardi Attilio Scienza avrà qualche cautela in più, ammettendo che esiste invece un movimento sempre più rilevante che la medicina nella viticoltura la combatte strenuamente, che produrrà vini spesso organoletticamente difettosi e talvolta seguendo riti esoterici, ma va preso come “campanello d’allarme” contro una sorta di “pensiero unico” che ha afflitto il mondo del vino.

Al di là di questo incipit, il merito forse più rilevante del convegno è stato quello di fornire un panorama ampio e storicizzato del mercato e del consumo del vino nel mondo, delineato in particolare da Federico Castellucci, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino. Questa istituzione, nata nel 1924 e rifondata nel 2004, ha sede a Parigi, possiede 43 stati membri, 4 osservatori, ha in vista un congresso in Cina nel 2011, e conta su di una costellazione di organismi collaboratori (vivaisti, AIS, Unione internazionale enologi, ecc.). Nel periodo 1996-99 dell’ultimo decennio la superficie mondiale dei vigneti è diminuita per poi tornare ad una lenta ricrescita. La percentuale europea è passata dal 69% al 58%, a fronte di un aumento di vigneti asiatici (soprattutto cinesi) e di Oceania (dallo 0.7% al 2.5%). In Europa, la Spagna ha utilizzato al meglio I fondi comunitari ed ha ristrutturato con efficacia i suoi vigneti, la cui crescita in superficie è stata costante, paragonabile a quella dell’Australia e speculare al calo di quelle italiana e francese.

La vera novità sul versante dei consumi è il loro aumento in paesi non produttori o poco produttori, come Stati Uniti e Gran Bretagna (dove ha destato scalpore il “sorpasso” ai danni della birra); la classifica europea, in litri annui pro capite, vede la Francia seguita da Italia, Portogallo, Slovenia, Croazia, Svizzera, Damimarca, Spagna (altro clamoroso sorpasso), Grecia, Austria. Fuori dall’Europa, le crescite più vistose sono state di Stati Uniti, Cina e Russia. Le esportazioni: i paesi extraeuropei che vanno più forte sono l’Australia (in grande crescita), poi Cile, Stati Uniti, Sudafrica; l’Argentina ha ricominciato a crescere bene superato lo choc del 2001. Fra i paesi europei la Spagna grazie ad una costante crescita, ha raggiunto Francia ed Italia che però dal 2005 è comunque il primo paese esportatore e nel 2007 ha vissuto un vero e proprio anno record, esportando 19 milioni di ettolitri dei quali il 70% imbottigliati. E per giunta, per l’88% verso gli undici mercati più maturi e inflazionati, dimostrando quindi forti capacità dialettiche ed entranti.

E la filiera, evocata nel “sottotitolo” del convegno? Se ne è parlato nella tavola rotonda pomeridiana, alla quale sono stati chiamati a intervenire molti suoi rappresentanti. Ma la filiera del vino è un’entità poco “armonizzabile” come ha fatto subito capire Cesare Cecchi in rappresentanza dell’Unione Italiana Vini. Tutti i segmenti hanno interessi diversi e contrastanti (basti pensare a chi vende e a chi acquista le uve per lavorarle). Insomma, se non si è al tutti contro tutti, poco ci manca.

Ma forse è una idea troppo pessimistica. perché ci sono anche degli insospettabili punti di contatto: se l’Assoenologi lamenta un eccessivo numero di DOC, non gli dà torto, anzi ragione, Federico Ricci Curbastro presidente della Federdoc: 353 DOC e 35 DOCG (per ora) sono troppe, soprattutto se si pensa che 130 raggruppano l’80% della produzione e che 40 denominazioni rivendicano meno del 20% degli ettari a loro concessi. E poi, c’è una richiesta unanime ed accorata rivolta al governo, a partire da Piero Antinori per arrivare ai sindacalisti dell’imprenditoria vitivinicola, questa è stata: meno controlli alle aziende, o perlomeno che siano più razionali!

Ed è stato proprio il governo ad avere l’ultima parola con Guido Tampieri, ascoltato in religioso silenzio. La questione OCM vino incombeva e lui ha illustrato la posizione italiana con sincerità e realismo, senza sapere esattamente dove si sarebbe andati a finire. E poi, visto dove si è effettivamente andati a finire, le sue parole hanno avuto il sapore del realismo e in definitiva dell’onestà.

Nelle immagini: Frank Terhost (terza), Federico Castellucci (quinta), Attilio Scienza (settima), Piero Antinori (ultima)


29 dicembre 2007

 
 
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