acquabuona.com - italian wine e-zine
Periodico di cultura enogastronomica - In rete dal 1999, per amor di terra

Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Un film, un pane, un libro. Riflessioni intorno a Il vento fa il suo giro

di Paolo Rossi

MILANO - Per alcuni si tratta di un vero e proprio fenomeno da studiare. In una piccolo cinema d'essai a Milano c'è un film, Il vento fa il suo giro, opera prima di Giorgio Diritti, che ha raggiunto e superato i cinque mesi di programmazione. Migliaia di persone lo hanno visto e apprezzato, parlandone agli amici e attivando così un vero e proprio effetto tam-tam che ha assunto proporzioni notevolissime, e che ha stupito i media. Si tratta di un film ambientato in valle Maira (una delle valli occitane delle alpi cuneesi), girato in massima parte con attori non professionisti e con poche risorse economiche, che ha fatto incetta di premi ma soprattutto ha catturato l'interesse di una quantità imponente di persone. Che cos'ha di speciale questo film?

UNO
Partiamo con ordine: Il vento fa il suo giro racconta di come un pastore francese in cerca di pascoli per il suo gregge scopra e si innamori di questo scorcio delle alpi cuneesi, la valle Maira, dove si parla l'antica lingua d'Oc. Un francese e la sua famiglia in mezzo a occitani: una minoranza in una minoranza. La convivenza all'inizio è bella: il paese riscopre la cerimonia del rueido, ossia dell'aiuto che la comunità dà, autoorganizzandosi, al pastore che ha bisogno di ristrutturare una vecchia casa. Ma la luce (davvero toccante) del rueido dura molto poco: col tempo piccole incomprensioni, diffidenze e differenze portano a una situazione altamente conflittuale, dove la comunità degli abitanti di Chersogno (questo il nome del paese), seppur erede di una centenaria tradizione di pastorizia, finisce per non riconoscersi più nel lavoro e nella vita del pastore: le capre sporcano, i maiali puzzano, i bambini liberi di scorrazzare fra gli animali fanno scandalo, una moglie attraente crea turbamenti... Il paesino, ormai quasi spopolato d'inverno, d'estate si riempie di figli di emigranti, che tornano però solo in veste di villeggianti, abituati alle comodità cittadine, e indispettiti dalla presenza di questo ospite diverso.

E qui il rueido diventa sacrilego: l'intera comunità si coalizza contro il pastore, cercando con tutti i mezzi di allontanarlo. È l'opposto assoluto del suo significato, è una comunità (storicamente minoranza linguistica a cavallo tra francesi e italiani) che si mette a lavorare insieme non per costruire, ma per distruggere, per cacciare via una ulteriore minoranza rifugiata al suo interno.

È un film sulla differenza? Sulla decadenza delle tradizioni? Sull'oblio della memoria?

Forse.

È però anche un film che porta a riflettere sul concetto di comunità, e mette alle strette sul come si vuole intendere tale termine. La comunità è un fenomeno costruttivo o distruttivo? Serve a chiudere gli orizzonti o ad aprire gli individui verso la vita?

DUE
C'è un libro che sembra cucito sopra queste problematiche, che ne analizza a fondo le origini e ne studia gli sviluppi attuali. Si tratta di Voglia di comunità, di Zygmunt Bauman. Pubblicato per la prima volta in Italia da Laterza nel 2001, arriva nel 2007 alla quarta edizione, e sembra davvero cogliere appieno il nocciolo della questione. Che cos'è questo risorgere di parole quali identità, comunità, recupero della tradizione in una società come quella attuale che sta andando a ritmi vertiginosi verso una globalizzazione totale, verso una spersonalizzazione e una economicizzazione dei rapporti interpersonali? Che senso ha parlare di comunità oggi? La comunità in senso stretto, come era stata pensata e vissuta dal passato, sembra morta. Quella attuale è la società dell'insicurezza, che tenta di dare soluzioni personali a contraddizioni sistemiche. Si cerca la "salvezza individuale a problemi comuni". Ma questa è un'operazione impossibile, che mostra subito la propria velleità. E quindi la società contemporanea cerca a tutti i costi di ricostruire la comunità perduta: c'è bisogno di difesa dalle incertezze del futuro e dalle difficoltà del presente. Serve un nuovo ideale di comunità. Ma i bisogni sono contraddittori: da una parte si cerca libertà, dall'altro si vuole protezione. Entrambe non possono essere ottenute contemporaneamente. O si ha la piena libertà, o si ha la sicurezza garantita da strumenti sociali di controllo su tutto. Fuori gli estranei!, si grida, ma ci si rende conto di mancare il vero nocciolo della questione. Il libro approfondisce, in una interessante percorso storico, l'evoluzione e la trasformazione del concetto di comunità, fino ad arrivare al tema della "secessione dell'uomo affermato", per poi analizzare parole come uguaglianza e multiculturalismo e altre ancora. Un libro complesso, acuto, che attira il lettore stimolandolo e arricchendolo con svariati punti di vista, per non perdere la bussola nel caos degli slogan, e riflettere a fondo sulla radice di parole oggi troppo abusate.

TRE
A conclusione di questa panoramica, vorrei riportare una esperienza personale, nata da una breve permanenza proprio nelle valli occitane. In questo caso si tratta della valle Varaita (la valle a nord della valle Maira), ed in particolare del paese di Casteldelfino. Proprio nel cuore di questo paese si trova un antico forno pubblico, dove un tempo gli abitanti portavano la legna e i pani da cuocere. Un cartello posto sul forno segnala che nella stessa valle molti paesi conservano tuttora i forni pubblici, a testimonianza di una usanza molto radicata nella zona, di condividere, a livello comunitario, le strutture dove produrre l'alimento fondamentale, il pane. La struttura muraria del forno mi sembrava tuttavia inconsueta: a parte la doppia camera di cottura (che si spiega per i grandi volumi di pane che vi saranno stati cotti) mancavano infatti le canne fumarie. Ho chiesto informazioni ad alcuni abitanti, e mi hanno spiegato che già dai tempi della prima guerra mondiale il forno, danneggiato, era stato abbandonato, a favore dei forni privati delle panetterie. Solo in tempi recenti era stato fatto un restauro, ma a livello estetico e non funzionale, e per questo mancavano le canne fumarie. Una volta all'anno, per una rievocazione storica, il forno viene acceso, ma solo a scopo rievocativo.

Ecco il legame con il film, ecco che ritorna il problema della comunità. Una comunità montana che è progredita, perdendo nella sostanza il senso di appartenenza attiva a un gruppo, e perdendo le consuetudini comuni, quelle che creavano la vera appartenenza. Il pane da comune diventa privato, e il suo simbolo, il forno, non serve più come strumento vivo, ma solo come icona del ricordo. Nella festa si rievoca il pane, ma non si fa il pane. Ecco il problema: rievocare la comunità non è vivere la comunità. Questo è il dilemma della società contemporanea, che si trova spinta talmente in avanti da provare paura per il proprio stato d'avanzamento, e cerca di volgersi al passato, in un gesto però poco sostanziale, meramente consolatorio.

Di sostanza, per fortuna ce n'era nel pane che ho trovato lì vicino. Tarcisio, il panettiere del paese, aveva appena sfornato dei meravigliosi pani di segale. Ci teneva a rimarcare chequelli erano fatti, a differenza di tutto il rimanente pane, con il lievito madre, la pasta acida. Impastati dal giorno precedente, con un lunghissimo tempo di lievitazione. Pani davvero eccezionali, dal colore scuro e dal sapore intenso, caratteristico, deciso. La sua passione nel mostrarli, nell'accogliere uno sconosciuto come me nel proprio laboratorio per far vedere il frutto del lavoro, sono stati vere boccate d'ossigeno. Mi resta in mente ancora la parola comunità, e l'immagini dei pani di segale di Tarcisio sfornati e messi in fila sulla tavola, ognuno con una busta di carta con su scritto il nome dei paesani che li avevano ordinati: Ottavio, Mario, Punsot, Lionello, Barna...

 

Il caso Il vento fa il suo Giro. Intervista a Antonio Sancassani, gestore del cinema Mexico di Milano

Antonio Sancassani è il proprietario e l'anima del cinema Mexico di Milano, un cinema che con grande coraggio proietta film d'essai in una zona non centralissima del capoluogo lombardo. In un sistema ormai dominato dai multisala, la sua è una sfida continua. Ed è in pratica uno degli artefici del successo di questo film davvero insolito, realizzato senza contributi statali, ma che ha accumulato in due anni una messe di riconoscimenti da festival cinematografici e addetti ai lavori.

Raggiungiamo telefonicamente il signor Sancassani per una breve serie di domande.

-Signor Sancassani, ci dia due cifre: da quanto tempo è in programmazione Il vento fa il suo giro?
-Adesso (4 dicembre) siamo al settimo mese di programmazione. Ma non ci fermiamo qui: andremo avanti fino a febbraio. E forse oltre...
-Ad oggi quante persone hanno visto il film nella sua sala?
-25.000
-Per un piccolo cinema d'essai è una cosa veramente singolare...
-Mi creda, è singolare il fatto che un film come questo sia rimasto nel cassetto per oltre due anni. È brutto quando un film che vince il primo premio all'Annecy Cinema, che viene premiato a San Francisco, o al Bergamo Film Meeting, che riceve consensi e segnalazioni da ogni parte, finisca poi per non essere distribuito nelle sale.
-Voi siete stati quindi il primo cinema a proporlo in programmazione?
-Noi siamo stati la vetrina fondamentale per questo film, che non era supportato a livello distributivo
-Qual era il problema?
-Il problema enorme per film di registi alla loro opera prima è che non vengono supportati. Se un film non è supportato a livello economico prima della distribuzione, nessuno lo programma.
-E voi?
-Noi lo abbiamo visto, abbiamo accettato di programmarlo per un weekend.... e adesso siamo a sette mesi. Ci abbiamo creduto. Ma il problema, ripeto, non è nel saper riconoscere che un film è bello.
-Cioè?
-Questo film l'avevano visto molti addetti ai lavori. E si sapeva che era un bel film. Se lavori nel campo certe cose le capisci al volo. Il problema era che il film non aveva finanziamenti. La programmazione ha bisogno di soldi.
-Quindi un film nato con poche speranze di esser distribuito.
-Le dico solo questo: è stato stampato in tre copie. Non c'erano soldi. Ed è stato distribuito al di fuori della distribuzione canonica, dall'Arancia Film. Il Mexico poi ha fatto da vetrina...
-E poi è arrivato l'effetto tam-tam.
-È stata la gente a fare tutto il lavoro: non è stata fatta pubblicità, e quindi il successo è arrivato con il passaparola. Ma ci vogliono sale che abbiano il coraggio di proporre. Se i film "piccoli" non vengono difesi e proposti dai cinema, da chi possono essere difesi? Nei casi di opere prime poi le lascio immaginare. Lo stato deve supportare la distribuzione dei film. Altrimenti la distribuzione non si sente coperta e affonda il film.
-Questa è la battaglia che portano avanti i cinema d'essai...
-Ma è dura. Essere indipendenti comporta una lotta quotidiana. Ma noi non cambiamo...
-E per Il vento fa il suo giro...
-Le anticipo una cosa bella: sabato 15 dicembre, al Mexico, oltre alla proiezione del film e del backstage (ingresso su prenotazione, ndr) avremo ospiti gli attori - di cui due soli sono professionisti - , oltre ad avere una degustazione di formaggi della Val Maira, quelli che si vedevano nel film.

Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti, con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti. Italia, 2005, 110 minuti.

Cinema Mexico, Via Savona 57, Milano. www.cinemamexico.it

Voglia di comunità, di Zygmunt Bauman, Roma-Bari, Laterza, 2001-2007.

Panificio-alimentari di Casteldelfino, corso principale, Casteldelfino (Cuneo).

12 dicembre 2007

 
 
prima pagina | la parola all'agronomo | l'appunto al vino | l'articolo | in azienda | in dettaglio | en passant | affari di gola
presa diretta | mbud | rassegna | la cucina | appunti di viaggio | assaggiati per voi | visioni da sud | sottoscrivi | scrivici