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Alla Speranza una speranza: Gennaro
Esposito a Siena
A cena
con De Bartoli
Enoteche a Torino, prima
e seconda parte
Al Punto
DiVino di Viareggio
L'Hotel
Barbieri di Altomonte
Enoteche a Roma
Polvere di stelle nel cielo ilcinese:
l'Osteria del Vecchio Castello
Nel Tempio del Bitto: i
Fratelli Ciapponi
Adesso basta: andiamo
al "Clandestino"!
All'Antico
Uliveto, a Pozzi di Seravezza (Lu)
Il
Poveromo, a Pruno di Stazzema (Lu)
La
Romagna di qualità
a tavola
Ristorante
Il Postale
Caffè Mescita
"Da Giannino"
In
archivio
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Enoteche a
Torino, prima parte
Avevamo concluso il nostro
piccolo panorama sulle enoteche a Roma con una nota di ottimismo, parlando
di una città profondamente migliorata, più ordinata e pulita
che in passato, e culturalmente viva. Forse Torino è un po' più
indietro in questo percorso, ma anche qui siamo sulla retta via. Le grandi
strade e le imponenti piazze sono ben illuminate, sono ampie le zone pedonali.
Certo, qui ci sono ancora i mega-cantieri: Piazza Principe Amedeo al tempo
della nostra visita la stavano ripavimentando ed era in parte ancora "sterrata";
a Piazza Giardino stavano costruendo un parcheggio sotterraneo.
Anche se poi tutta la poesia finisce quando ci si avvicina a quel "mostro"
che è Corso Vittorio Emanuele II: lo si vede da lontano, immenso
serpente di auto; e qui i torinesi impazziscono, dallo specchietto si
intravedono facce stravolte, bocche spalancate ad urlare chissà
quali ingiurie, occhi fuori dalle orbite... È qui che chi a Torino
ci viene in macchina maledice di averlo fatto: per andare a sinistra,
bisogna girare a destra e viceversa, e solo dopo vari giorni si comincia
ad assorbire la misteriosa filosofia del "controviale"; corsie preferenziali
che compaiono e scompaiono, con terribili borchie di metallo a punire
voi e le gomme delle vostre auto in caso di incertezze.
Ma veniamo al dunque. Anche qui, come a Roma, abbiamo cercato di capire
in che modo viene vissuto oggi il bere di qualità nella capitale
di una regione fondamentale per l'Italia vitivinicola. E l'idea che ci
siamo fatti è che anche qui, come a Roma, in generale si cerchi
di "sdrammatizzare", di evitare di far vivere il momento del bere consapevole
come una cosa impegnativa e sacrale, ma al contrario di alleggerire il
clima, di avvicinare le atmosfere e gli ambienti a quelli che più
successo riscuotono nel pubblico più giovane. Al contempo ci è
sembrato evidente il tentativo di intercettare, specie di giorno, le persone
in cerca di pranzi veloci, proponendo loro valide scelte in fatto di vini.
E questo, dobbiamo dire, ha portato anche ad una poco condivisibile proliferazione
di posti che espongono nelle insegne "Vineria" ma che poi dietro hanno
ben poco.
L'Osteria N.1
E iniziamo da un posto dove andammo più o meno dieci anni fa, e
che ci ricordavamo affollato e vivace. Parliamo dell'Osteria N.1
(tel. 011/5611028), che sta nella bella via Garibaldi n. 59, oggi pedonale,
poco prima che questa finisca in Piazza Statuto. Subito una nota positiva:
qui si può mangiare tranquillamente arrivando dopo le dieci, e
scegliendo tra un menù (piatto più, piatto meno) di cinque
antipasti, cinque primi e cinque secondi. L'ambiente è gradevole,
fatto di una sala iniziale con un bancone e di altri due ambienti con
pareti avana e soffitti a mattoncini. Poi, un piano di sopra e una taverna
di sotto.
Diamo un'occhiata alla carta dei vini: una decina di Barbere, qualche
Dolcetto, qualche Roero Arneis, qualche Freisa. Poi, una ventina di "rossi
friulani" e una quindicina di "bianchi friulani": ma a ben guardare fra
i "rossi friulani" ci sono Lagrein, Teroldeghi e Marzemini; e fra i "bianchi
friulani" ci sono anche i vini trentini della Cantina d'Isera, o di Endrizzi.
Continuiamo e facciamo un salto sulla sedia quando leggiamo (nell'era
pre-euro): Barolo Rinaldi '94-'95, 70mila la bottiglia, 12mila il bicchiere;
F.lli Seghesio '94 65mila e 11mila; Oddero 70mila e 12mila; lo stesso
per il Bel Colle. E poi: Fontalloro 50mila, 10mila; Tignanello 60mila,
12 mila; Guado al Tasso 80mila, 14mila.
Ma il sogno dura poco, di quelle bottiglie c'è poco o nulla, c'è
da scegliere fra quello che c'è aperto, o seguire i consigli di
Valentino Zaccaria, che gestisce l'osteria da diversi anni, personaggio
simpatico che ha la voce di Paolo Conte e lo ricorda anche un po', e sembra
più borbottare che parlare.
Comunque, sono buoni gli agnolotti di magro, sono corretti i tagliolini
ai funghi porcini; la Barbera d'Asti Il Giorgione 1998 di
Villa Fiorita, 6mila lire al bicchiere, è assai fruttata
al naso ma con una acidità un po' troppo spinta in bocca. Per accompagnare
un cinghiale al Barolo assai speziato, sentiamo il Barolo Bricco delle
Viole 1994 di Vajra, dal colore ancora di un bel
rubino-porpora e caratterizzato al naso da note di frutta cotta mediamente
intense. In bocca è molto più soddisfacente, più
fresco e succoso, invade la bocca dall'inizio alla fine, con note dolci
e gagliarda acidità a sostenere.
E poi, un bel consiglio, di quelli che sa dare chi ha qualcosa alle spalle:
il Maniero 1996 di Villa Fiorita, 80% di barbera accompagnato
da un 20% di pinot nero che ci sembra prendere in mano decisamente la
redini del vino, con i suoi profumi di fiori e rosa appassita; al palato
parte assai piano, con una delicata nota minerale, ma poi si espande in
bocca e non la molla fino alla fine, dove diventa pieno e saporito, con
toni finanche lievemente zuccherosi, e non se ne lascia una goccia nel
bicchiere.
È da qualche anno che Valentino Zaccaria gestisce questo posto
ma si ricorda che lì c'era un'osteria da quando era bambino e in
via Garibaldi ci passavano i tram; e mentre qualche anziano signore entra
chiedendo con lo sguardo il suo bicchierino di bianco dell'"ultima ora",
ci dice: "ora ne sono venuti fuori talmente tanti di posti come questo..."
Ed è un senso di malinconia che ci prende mentre ce ne torniamo
verso Piazza Castello: peccato, pensiamo, chissà come mai questi
posti, che avevano capito prima del tempo cosa volesse dire ricercare
con intelligenza vino di qualità e offrirlo al cliente, non ce
la fanno ad approfittare di una moda che avevano anticipato e che oggi
non riescono a seguire. E tutte quelle bottiglie in lista ma non più
disponibili, pare se le siano comprate degli stranieri...
Mentre rimuginiamo ancora, veniamo attratti da un'insegna che lampeggia
dal fondo di una traversa: VINERIA. Ci avviciniamo e leggiamo: "Degustazioni
enogastronomiche". Che sintesi perfetta! Quale combinazione di parole
può essere più seducente oggi di "De-gu-sta-zio-ni eno-ga-stro-no-mi-che"?
E andiamo a vedere cosa sono, queste "Degustazioni enogastronomiche":
"No, qui facciamo solo cose piccole, tipo aperitivo..." ci dicono da dietro
un bancone di questo posto dall'arredamento sovraccarico di legno e grondante
bottiglie da tutte le parti. "E quei vini sulla lavagnetta?..." "No, quelli
c'erano prima dell'estate, ora aspettiamo i nuovi...". Sì, aspettiamo
i nuovi.
Il Bottigliere
E
pensare che lo sapevamo anche: in questo posto non si mangia. O meglio
si mangiano solo delle uova sode che stanno incastrate su di un trespolo.
Ma il fatto è che quando entriamo, all'ora di pranzo, affamati,
vediamo del formaggio e ci facciamo avanti: "si può mangiare e
bere qualcosa?". Ci viene spiegato quello che in effetti sapevamo, e il
formaggio lo ha portato un cliente, cosa che dopo tutto ci trasmette un
certo senso di familiarità: questo posto ha un suo pubblico, che
viene per bere bene, e si porta il formaggio, senza vergognarsi di farlo,
anzi magari si usa così.
Il posto che stiamo per descrivere è Il Bottigliere,
enoteca e whiskyteca (tel. 011/836050): sta in Via San
Francesco da Paola 43, ossia in una delle strade che collegano Via Po
a Via Vittorio Emanuele II, ed è aperto dalle dieci a mezzanotte.
Dentro è molto bello: è fatto di due ambienti separati da
un doppio arco, uno con un bancone sul quale si affacciano sedie alte
e pareti densamente riempite di superalcolici; il secondo, veramente suggestivo
ha le pareti completamente foderate da eleganti scaffali di legno gremiti
di bottiglie fino all'alto soffitto.
Ci "appollaiamo" dunque al banco e osserviamo: fra i bianchi un Tocai
Friulano, un Moscato Giallo, vini di Vie di Romans e "bollicine" di Bellavista
e Monte Rossa. Fra i rossi un Riviera Ligure di Ponente un Dolcetto di
Chionetti, il Bric dei Banditi di Franco Maria Martinetti e il liquoroso
spagnolo Pedro Ximenez Don Zoilo.
La clientela è "selezionata": si parla di vendemmie, di casse di
Barolo scaricate, di ristoranti; vestiti piuttosto eleganti, non certo
da osteria, ma discorsi comunque alla mano. Si vede che sono habitué,
si conoscono, e con il crescere del tasso alcolico i lazzi e le battute
diventano caustiche. Anzi, ad un certo punto si passa addirittura a declamare
degli epitaffi: il più salace, rivolto ad uno dei presenti che
è evidentemente un produttore, parla di vini conservati in rovere
da chi un giorno verrà sotterrato dentro un multistrato...
Nel frattempo noi, appoggiati sul bancone, ci assaggiamo: il Sauvignon
Languedoc Chevaliere Reserve 1999, dal colore giallo carico, naso
pervaso da spezie, agrumi maturi e burro; di corpo medio-pieno, non si
espande eccessivamente in bocca ma rimane fresco e si concentra e si compatta
nel finale. Il Dolcetto di Dogliani Briccolero 1999 di Chionetti
ha un fruttato intensissimo al naso che si addolcisce con l'ossigenazione.
La bocca, pervasa anch'essa dalla frutta di bosco, è concentrata
ma un pochino asciugante e magra. Il Bric dei Banditi 1998 di Franco
Maria Martinetti ha bei profumi di viola, lavanda conditi da note di vaniglia.
In bocca ha corpo medio, è dolce, cremoso, aromaticamente prorompente
con i suoi caratteri di frutta quasi caramellata, equilibrato, dal finale
compatto e setoso, un vino perfetto che non ha niente fuori posto.
Durante le nostre bevute la simpatica signorina al di là del banco
sopporta bonariamente le "intemperanze" della clientela e ci offre timidamente
un po' del formaggio sbocconcellato, che noi non ci sogniamo di rifiutare.
Insomma, se vivessimo a Torino saremmo lieti di entrare anche noi nell'allegra
brigata degli habitué del Bottigliere, di bere e di scherzare,
e prima o poi iniziare a declamare epitaffi...
Riccardo Farchioni
(17/4/2002)
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