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I titoli
Nuova grande rassegna nazionale con un occhio al business ed uno alla tradizione. Torino vuol guidare il mercato del vino Vanni Cornero Il banchiere
del vino guadagna terreno. Gianni
Zonin, a capo della Popolare di Vicenza, già vicepresidente della
Bnl, è il maggior imprenditore italiano delle vigne e ha vinto
anche la sua scommessa di puntare al sud
CARLO CAMBI Scherzando - ma forse neppure troppo - c'è chi lo chiama il banchiere di vino. E a ragione: è il maggiore imprenditore privato italiano delle vigne, è a capo della Popolare di Vicenza e ha ingaggiato dure battaglie con una parte dei soci per via della cessione della partecipazione in Bnl di cui era anche vicepresidente. E anche perchè qualcuno aveva visto a Gianni Zonin come un nuovo alfiere della finanza cattolica. Il mondo bancario, però, a questo uomo alto e gentilissimo, pugno di ferro in guanto di velluto, che coltiva un'autentica passione per i libri d'antiquariato interessa come business, non come «vocazione». Il suo amore è e resta la terra. Se ne ha immediata percezione quando riceve nella sua villa palladiana a due passi da Gambellara - dove ha sede da sempre, da ben sette generazioni, la casa vinicola Zonin - o a Castello d'Albola, una delle più belle ville rinascimentali del Chianti. Lì Gianni Zonin sembra in armonia con i luoghi. È alla ricerca continua della qualità. Se ne parlava anni fa quando il cavaliere aveva deciso di dare un'impronta diversa alla sua produzione. Non era uno scherzo convertire l'immagine di 20 milioni di bottiglie che finivano in larga misura sulle gondole della grande distribuzione. Nacque l'idea delle fattorie: di etichettare cioè i vini con i nomi delle diverse aziende vitivinicole e di lasciare la produzione di largo consumo col marchio Zonin che non a caso riproduce il Leone di San Marco che tiene con la zampa il «libro della legge». Come la Serenissima, infatti, Zonin ha fatto dell'espansione territoriale e della codificazione produttiva una sorta di credo. Da quel momento la qualità è diventata la priorità massima di Gianni Zonin. Nel volgere di cinque anni le aziende hanno cambiato filosofia produttiva. E si sono moltiplicate. Confidava tre anni fa: «Bisogna andare al Sud, lì si possono fare grandi vini». E lo diceva quando ancora moltissimi compravano i mosti meridionali per tagliare i loro vini blasonati. Eccolo dunque sbarcare prima in Sicilia nel Feudo dei Principi Buttera e poi in Puglia a Oria nelle masserie del Conte MartiniCarissimo. Queste due mosse di Zonin hanno convinto i maggiori produttori di vino italiano a fare shopping di terreni in meridione. «E' una scommessa importante quella del Sud - commenta Zonin, che in Sicilia s'è pure comprato una banca - perchè il terroir e le condizioni climatiche consentiranno di fare grandi cose. A condizione però che si abbia la terra per controllare il ciclo produttivo completamente». All'ultimo Vinitaly Franco Giacosa, diventato il winemaker dell'impero Zonin, a pochi intimi faceva degustare il merlot prodotto in Sicilia cercando consensi. Li ha ottenuti: quel merlot che uscirà sul mercato il prossimo anno è una bottiglia di alta qualità. E segna una tappa importante nella storia ultracentenaria della Zonin. «Ne sono convinto - commenta il cavaliere - è per questo che abbiamo continuato ad acquisire terreni. Credo che la missione delle mie aziende sia di dare al vino italiano la possibilità di reggere le concorrenza internazionale su tutti e tre i fronti: della qualità, del prezzo e della quantità». Se infatti il boom del vino italiano in bottiglia ha un limite sui mercati esteri è proprio quello di non riuscire a coprire per intero la richiesta, anche per l'eccessiva parcellizzazione delle proprietà agrarie. « Programmaticamente - rivela Gianni Zonin - ho cercato di presidiare con estensioni viticole significative tutte le zone più importanti. L'ho fatto studiando ogni acquisizione per avere una gamma di vini che potessero reggere la concorrenza internazionale». Le proprietà Zonin sono, oltre a Gambelara, undici in Italia più un importante presidio a Barboursville, in Virginia dove lo chardonnay Zonin è considerato uno dei migliori d'America. Le undici proprietà sono in Fiurli, in Oltrepò, in Toscana, in Piemonte, in Sicilia e in Puglia. Complessivamente 3 mila ettari con oltre 1500 ettari di vigne (a cui si aggiungono i 500 ettari dei quali 70 vitati posseduti in Usa) tutte presidiate da dimore storiche e da cantine all'avanguardia per tecnologia, a cui si aggiungono oltre 3 mila barriques per l'affinamento dei grandi vini. Nessuno in Italia ha altrettanto.È stato uno sforzo notevole - commenta Zonin - ma resto convinto che il vino si fa in campo. E avevo bisogno di consolidare la proprietà delle vigne. Adesso dobbiamo ottimizzare la produzione e poi dedicarci agli strumenti finanziari». Emerge il banchiere? «No, dico soltanto che il boom del vino ha fatto dimenticare a molti che le aziende hanno bisogno anche della parte finanziaria per stare bene sul mercato. Io penso alla Borsa, o a fondi chiusi: bisogna sostenere la forte patrimonializzazione delle aziende vitivinicole. Senza la terra non si può fare un grande prodotto». C'è un altro ingrediente che Zonin mette in campo: la coesione familiare. I suoi figli cominciano già a lavorare in azienda. «La continuità - confida il cavaliere - è fondamentale, ma anche l’esperienza e la conoscenza tecnica. E' per questo motivo che io do moltissima importanza al fattore umano». E a scorrere l'organigramma della Zonin c'è da crederlo. Franco Giacosa è il winemaker, Carlo De Biasi il responsabile delle vigne, ma nelle 9 cantine di produzione e nelle fattorie lavora uno staff tecnico di 25 tra enologi ed agronomi che indirizzano il lavoro di altre 350 persone. «Diversamente - spiega Zonin - sarebbe impossibile governare la nostra produzione che è di oltre 30 milioni di bottiglie che si ricavano da oltre 20 milioni di chili di uva». Numeri in continua crescita. C'è da pensare a qualche altra acquisizione? «No - spiega Zonin - adesso è il momento di consolidare. Abbiamo ancora vigneti da piantare soprattutto al Sud, dobbiamo continuamente innovare sia in campo che in cantina. Li concentreremo i prossimi investimenti. Ora le dimensioni sono quelle giuste e anche il fatturato che è arrivato nel duemila a 150 miliardi con una quota del 37% dall'export in 64 paesi. La nostra prossima acquisizione deve essere una qualità di livello altissimo.» (La Repubblica, 23/7/2001) Domani
sera a Cortanze sarà presentato il progetto firmato dal Gal. Una
strada del vino per 25 paesi
Una strada del vino, concepita nello
spirito della recente legge nazionale, per entrare nel cuore del Monferrato
astigiano: al progetto del Gal credono in molti. Domani si terrà
al castello di Cortanze, alle 21, lassemblea conclusiva dei soci
preceduta dalle riunioni zonali. Al progetto hanno già aderito
ufficialmente unottantina di imprenditori privati (agricoltori,
case vinicole, ristoratori, albergatori, botteghe commerciali e artigiane)
e 25 Comuni astigiani e alessandrini: Albugnano, Alfiano Natta, Altavilla,
Antignano, Aramengo, Buttigliera, CastellAlfero, Castelnuovo Don
Bosco, Celle Enomondo, Cerreto, Cocconato, Corsione, Ferrere, Frinco,
Monale, Montemagno, Montiglio Monferrato, Penango, Portacomaro, Refrancore,
San Paolo Solbrito, Scurzolengo, Viarigi, Villadeati, Villa San Secondo.
Come si realizzerà il progetto, che punta sullo sviluppo turistico
del territorio giocando soprattutto sulla carta enogastronomica? Anche
se la strada del vino avrà ununica denominazione («Monferrato
Astigiano»), i percorsi, adeguatamente segnalati, saranno quattro,
tanti quanti i distretti tratteggiati, ricchi di richiami naturalistici
e offerte enogastronomiche. Ai bacini bisognerà dare un nome: tema
in discussione nellassemblea di domani i cui altri punti principali
riguardano il regolamento dei soci e le quote annue di adesione (da
aggiungersi ai finanziamenti pubblici). «Per il distretto più
a Ovest, che fa riferimento a San Damiano e può contare sullattrattiva
del museo nel castello di Cisterna e nella nuova Bottega del vino di
San Damiano - spiega Mario Sacco, presidente del Gal Basso Monferrato
Astigiano - si propone di adottare il nome dellUnione dei Comuni:
Colline Alfieri. Larea intorno a Castelnuovo Don Bosco,
che dispone di una struttura permanente nella Bottega del vino di Moncucco
Torinese, potrebbe chiamarsi Terra dei Santi. Per il distretto
di Cocconato ci sono più ipotesi: La Strada del Romanico
o Chiese e Castelli. Infine il bacino prossimo al Casalese,
in cui è già attiva la Bottega del vino di Portacomaro e in
futuro funzionerà anche quella di Moncalvo, potrebbe chiamarsi
Percorso Aleramico». Di certo, per ora, cè
che ciascun percorso coinvolgerà soprattutto strade di collina
di alto valore paesaggistico, prossime alle cantine da visitare, tralasciando
il più possibile le arterie a scorrimento veloce. Nel disciplinare
di adesione che lassemblea approverà domani sono contenute
alcune regole operative ritenute fondamentali per la riuscita del progetto,
che sarà presentato ufficialmente, in novembre, al Salone del Vino
di Torino: laccoglienza in cantina dovrà essere organizzata
con un certo gusto, dotazioni e arredi appropriati, garanzie igieniche,
precise informazioni su orari di apertura, prezzi di vendita e di somministrazione.
Albergatori o affittacamere dovranno favorire le visite alle cantine,
esporre i prodotti del territorio e divulgare il materiale pubblicitario
della Strada del vino. Le botteghe di paese si impegneranno, invece,
ad avere permanentemente in vendita i prodotti del territorio, evidenziandone
la presenza. A Cortanze parteciperanno anche gli amministratori della
Provincia (assessori Brusa e Perfumo), ente che ha preventivamente approvato
il progetto sulla Strada del vino. Questultimo, seguito dal giornalista
ed esperto Elio Archimede, si gemella idealmente con laltra Strada
del vino («Astesana») nata nel Sud della provincia. Ecco i dottori del vino Sergio Miravalle Complimenti ai «signori dottori» che ieri hanno conseguito, per primi in Italia, la laurea in viticoltura ed enologia alla facoltà di Agraria dellUniversità di Torino. E una pattuglia di otto ragazzi che elenchiamo in ordine alfabetico, come in un albo doro: Francesco Baravalle da Cuneo (106 la votazione di laurea); Fabrizio Ferrante da Piea (At), con 110 e lode; Maurizio Forgia da Buttigliera Alta (To), 110 e lode; Massimiliano Gerardi, da Marsala (110 e lode); Dimitri Mensi da Alluvioni Cambiò (Al), 103; Danilo Montanaro da Somano (Cn), 110; Daniele Ponzo, Bossolasco (Cn), 110 e lode e Stefano Raimondi, Tortona, 110 e lode. E lalbo doro si allungherà con la sessione di novembre. Loro otto, felici ed emozionati, sono stati i primi ad arrivare alla cosiddetta «laurea breve» che ha sostituito il diploma universitario e che consente un master di altri due anni di specializzazione. La laurea lhanno ottenuta con tre anni di studi e ricerche in vigna e cantina dividendosi tra la sede della facoltà a Grugliasco e Alba che ospita due anni di corso. Li hanno seguiti professori appassionati come Vittorino Novello, Andrea Schubert, Vincenzo Gerbi, guidati dal preside Roberto Chiabrando e dal magnifico rettore Rinaldo Bertolino che è di Vinchio e le vigne le ha nel cuore. I neo «dottori del vino» possono essere considerati al livello di preparazione delle famose scuole di enologia francese di Bordeaux e Montpellier e alla californiana Davis. E indispensabile che lItalia, Paese tra i maggiori produttori di vino al mondo, abbia studiosi e ricercatori allaltezza. Il ruolo degli enotecnici è stato ed è importantissimo nello sviluppo del comparto, ma non senza ombre. Cera un tempo in cui venivano chiamati per «aggiustare» un vino. La strada seguita dai precursori più convinti del nuovo corso agli inizi degli Anni Ottanta è stata di abbandono delle pratiche da alchimista di cantina applicando concretamente slogan come «la qualità si fa nel vigneto». Il Piemonte e Alba, in particolare, sede della storica scuola enologica, giocano un ruolo importante anche nella formazione dei nuovi laureati, per oltre la metà provenienti da altre regioni e anche dallestero (Giappone compreso). Gli studenti sono in crescita proporzionale alla maggiore attenzione conquistata dal mondo del vino e ai concreti sbocchi occupazionali: 75 iscritti al primo anno, un boom. I ragazzi, tra laltro, lamentano che la città non disponga di un ostello universitario e sperano nella nascita di un campus enologico, magari cofinanziato dalle aziende del comparto. Detto tutto questo non vanno dimenticati esperienza e saperi di chi il vino lo ha sempre fatto e fatto bene, arrivando a risultati eccellenti. Un orgoglioso esempio contadino arriva da Guido Lajolo, guarda caso di Vinchio il paese della grande barbera astigiana: ha etichettato la sua produzione migliore di barbera con un nome che ha il sapore della sfida «Da sul», ovvero da solo, faccio io, senza consigli. In paese tutto lo conoscono come «Reginin», viso affilato, grande passione per i tartufi che sa far scovare dai cani nei boschi della Val Sarmassa, descritti da Davide Lajolo. Ora nelle vigne e in cantina Reginin è aiutato dal figlio Paolo. «Da sul» incendia di rosso il bicchiere, in bocca è possente, ma non aggressivo. Grande barbera, merita una tesi di laurea. (La Stampa, 26/7/2001) |
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