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I titoli


Nuova grande rassegna nazionale con un occhio al business ed uno alla tradizione. Torino vuol guidare il mercato del vino

Vanni Cornero
TORINO Per il «Salone del Vino», che debutterà dal 15 al 18 novembre al Lingotto di Torino l’organizzazione sta entrando nella fase più delicata. Il conto alla rovescia vero e proprio comincerà alla fine della pausa estiva, ma i giochi importanti sono iniziati: in un panorama già molto affollato di manifestazioni enologiche quale accoglienza troverà la nuova proposta torinese? L’obiettivo degli organizzatori è per questa prima edizione di avere una presenza di 300 espositori, anche se in realtà se ne aspettano parecchi di più. Ma perchè questo salone, in che cosa vuole essere diverso dagli altri? «Il mercato del vino, come tutti i mercati, per crescere ha bisogno della competizione Ma il “Salone del Vino” è piuttosto la presa d’atto di una realtà: questo prodotto è diventato un bene economico di fondamentale importanza, che richiede, per essere rappresentato al suo massimo livello, manifestazioni adeguate», spiega Alfredo Cazzola, presidente di Lingotto Fiere Spa e continua: «Da osservatori constatiamo che non sono molti a preoccuparsi di comprendere le articolazioni del mercato del vino, ad occupanorsi della cantina come azienda e dunque della necessità e delle coordinate economiche che l’impresa vitivinicola deve rispettare». Insomma si deve parlare di formazione professionale, di sostegno all’export, di ricerca, di innovazione, di investimento e di business. Argomenti che, oggi, spesso paiono passare in secondo piano, forse perchè quello del vino, in Italia, è un mercato polverizzato. Quindi, si è pensato, mettendo allo studio il salone torinese, che le proposte innovative possono forse essere più efficaci se fatte valutando le varie opportunità da un angolo visuale esterno, mettendo in forte evidenza gli aspetti economici del comparto accanto alle suggestioni del «prodotto vino». Ecco la proposta di un’organizzazione con coordinate orientate in modo da valutare senza coinvolgimenti diretti le opportunità e proporre qualcosa di nuovo. «E’ quanto ci siamo proposti di fare con questo Salone - prosegue Cazzola - noi siamo una struttura manageriale e imprenditoriale che gestisce eventi e spazi fieristici. Ci sembra che il vino, per i suoi produttori che si trovano nella condizione di essere contemporaneamente titolari di aziende agricole, imprese industriali e strutture commerciali sia giunto di essere presentato in tutta la sua valenza economica. Quella di Torino sarà dunque l’occasione, per le aziende, per i terroir emergenti di confrontarsi con le grandi griffes dell’enologia, con le bottiglie di straordinario pregio, ma anche di trovare la necessaria assistenza per poter stare da pari a pari sul mercato». Ma il salone del Lingotto sarà anche un importante momento per valorizzare tutti i contenuti del vino: incontro con il mercato, evento culturale e degustazione a tutto tondo oltre ai workshop tecnici di alto livello. «Il Lingotto è forse la struttura fieristica più funzionale, moderna ed elegante d’Europa, è l’ambiente ideale dove valorizzare, parlare, esporre e, nel caso specifico, degustare - spiega il presidente del complesso espositivo - .Anche perché è corredato dei servizi più efficienti: parcheggi, viabilità, collegamenti, uffici, servizi per i media. Tutto al massimo livello». Quali le scelte per chi deciderà di partecipare? «Credo che si possa aderire a questa manifestazione per tre motivi fondamentali: il primo è che il Salone intende essere un luogo di incontro altamente professionale tra tutti i protagonisti del mercato del vino posti su un terreno di assoluta parità sia in termini di opportunità sia di assistenza all’impresa; il secondo è che il Salone si pone come un momento di vero scambio economico; il terzo motivo è che il «Salone del Vino» nasce da un’iniziativa privata e si rivolge ad imprese private». E perchè privilegiarlo rispetto ad altre manifestazioni? «E’vero che l’affollamento del calendario è notevole - ammette Cazzola -. Questo avviene perché ancora il mercato del vino, in pieno boom d’immagine, non ha compiuto le necessarie e inevitabili razionalizzazioni. Un conto sono le manifestazioni di intrattenimento, di contatto con il pubblico ed un conto sono gli appuntamenti che guardano in termini di professionalità e di sostegno del mercato. Il Salone di Torino è questo: lo abbiamo costruito con il contributo fondamentale dell’Enoteca Regionale del Piemonte, dell’Enoteca Italiana e di altre istituzioni al servizio delle aziende vitivinicole. Anche la data scelta è significativa: è il periodo migliore per degustare i vini a completa maturazione e per sfruttare l’onda di attenzione che si ha tradizionalmente nella scia della vendemmia».

(Il Messaggero, 15/7/2001)


Il banchiere del vino guadagna terreno. Gianni Zonin, a capo della Popolare di Vicenza, già vicepresidente della Bnl, è il maggior imprenditore italiano delle vigne e ha vinto anche la sua scommessa di puntare al sud

CARLO CAMBI
Scherzando - ma forse neppure troppo - c'è chi lo chiama il banchiere di vino. E a ragione: è il maggiore imprenditore privato italiano delle vigne, è a capo della Popolare di Vicenza e ha ingaggiato dure battaglie con una parte dei soci per via della cessione della partecipazione in Bnl di cui era anche vicepresidente. E anche perchè qualcuno aveva visto a Gianni Zonin come un nuovo alfiere della finanza cattolica. Il mondo bancario, però, a questo uomo alto e gentilissimo, pugno di ferro in guanto di velluto, che coltiva un'autentica passione per i libri d'antiquariato interessa come business, non come «vocazione». Il suo amore è e resta la terra. Se ne ha immediata percezione quando riceve nella sua villa palladiana a due passi da Gambellara - dove ha sede da sempre, da ben sette generazioni, la casa vinicola Zonin - o a Castello d'Albola, una delle più belle ville rinascimentali del Chianti. Lì Gianni Zonin sembra in armonia con i luoghi. È alla ricerca continua della qualità. Se ne parlava anni fa quando il cavaliere aveva deciso di dare un'impronta diversa alla sua produzione. Non era uno scherzo convertire l'immagine di 20 milioni di bottiglie che finivano in larga misura sulle gondole della grande distribuzione. Nacque l'idea delle fattorie: di etichettare cioè i vini con i nomi delle diverse aziende vitivinicole e di lasciare la produzione di largo consumo col marchio Zonin che non a caso riproduce il Leone di San Marco che tiene con la zampa il «libro della legge». Come la Serenissima, infatti, Zonin ha fatto dell'espansione territoriale e della codificazione produttiva una sorta di credo. Da quel momento la qualità è diventata la priorità massima di Gianni Zonin. Nel volgere di cinque anni le aziende hanno cambiato filosofia produttiva. E si sono moltiplicate. Confidava tre anni fa: «Bisogna andare al Sud, lì si possono fare grandi vini». E lo diceva quando ancora moltissimi compravano i mosti meridionali per tagliare i loro vini blasonati. Eccolo dunque sbarcare prima in Sicilia nel Feudo dei Principi Buttera e poi in Puglia a Oria nelle masserie del Conte MartiniCarissimo. Queste due mosse di Zonin hanno convinto i maggiori produttori di vino italiano a fare shopping di terreni in meridione. «E' una scommessa importante quella del Sud - commenta Zonin, che in Sicilia s'è pure comprato una banca - perchè il terroir e le condizioni climatiche consentiranno di fare grandi cose. A condizione però che si abbia la terra per controllare il ciclo produttivo completamente».
All'ultimo Vinitaly Franco Giacosa, diventato il winemaker dell'impero Zonin, a pochi intimi faceva degustare il merlot prodotto in Sicilia cercando consensi. Li ha ottenuti: quel merlot che uscirà sul mercato il prossimo anno è una bottiglia di alta qualità. E segna una tappa importante nella storia ultracentenaria della Zonin. «Ne sono convinto - commenta il cavaliere - è per questo che abbiamo continuato ad acquisire terreni. Credo che la missione delle mie aziende sia di dare al vino italiano la possibilità di reggere le concorrenza internazionale su tutti e tre i fronti: della qualità, del prezzo e della quantità». Se infatti il boom del vino italiano in bottiglia ha un limite sui mercati esteri è proprio quello di non riuscire a coprire per intero la richiesta, anche per l'eccessiva parcellizzazione delle proprietà agrarie. « Programmaticamente - rivela Gianni Zonin - ho cercato di presidiare con estensioni viticole significative tutte le zone più importanti. L'ho fatto studiando ogni acquisizione per avere una gamma di vini che potessero reggere la concorrenza internazionale».
Le proprietà Zonin sono, oltre a Gambelara, undici in Italia più un importante presidio a Barboursville, in Virginia dove lo chardonnay Zonin è considerato uno dei migliori d'America. Le undici proprietà sono in Fiurli, in Oltrepò, in Toscana, in Piemonte, in Sicilia e in Puglia. Complessivamente 3 mila ettari con oltre 1500 ettari di vigne (a cui si aggiungono i 500 ettari dei quali 70 vitati posseduti in Usa) tutte presidiate da dimore storiche e da cantine all'avanguardia per tecnologia, a cui si aggiungono oltre 3 mila barriques per l'affinamento dei grandi vini. Nessuno in Italia ha altrettanto.È stato uno sforzo notevole - commenta Zonin - ma resto convinto che il vino si fa in campo. E avevo bisogno di consolidare la proprietà delle vigne. Adesso dobbiamo ottimizzare la produzione e poi dedicarci agli strumenti finanziari». Emerge il banchiere? «No, dico soltanto che il boom del vino ha fatto dimenticare a molti che le aziende hanno bisogno anche della parte finanziaria per stare bene sul mercato. Io penso alla Borsa, o a fondi chiusi: bisogna sostenere la forte patrimonializzazione delle aziende vitivinicole. Senza la terra non si può fare un grande prodotto». C'è un altro ingrediente che Zonin mette in campo: la coesione familiare. I suoi figli cominciano già a lavorare in azienda. «La continuità - confida il cavaliere - è fondamentale, ma anche l’esperienza e la conoscenza tecnica. E' per questo motivo che io do moltissima importanza al fattore umano». E a scorrere l'organigramma della Zonin c'è da crederlo. Franco Giacosa è il winemaker, Carlo De Biasi il responsabile delle vigne, ma nelle 9 cantine di produzione e nelle fattorie lavora uno staff tecnico di 25 tra enologi ed agronomi che indirizzano il lavoro di altre 350 persone. «Diversamente - spiega Zonin - sarebbe impossibile governare la nostra produzione che è di oltre 30 milioni di bottiglie che si ricavano da oltre 20 milioni di chili di uva». Numeri in continua crescita. C'è da pensare a qualche altra acquisizione? «No - spiega Zonin - adesso è il momento di consolidare. Abbiamo ancora vigneti da piantare soprattutto al Sud, dobbiamo continuamente innovare sia in campo che in cantina. Li concentreremo i prossimi investimenti. Ora le dimensioni sono quelle giuste e anche il fatturato che è arrivato nel duemila a 150 miliardi con una quota del 37% dall'export in 64 paesi. La nostra prossima acquisizione deve essere una qualità di livello altissimo.»


(La Repubblica, 23/7/2001)

Domani sera a Cortanze sarà presentato il progetto firmato dal Gal. Una strada del vino per 25 paesi

Una strada del vino, concepita nello spirito della recente legge nazionale, per entrare nel cuore del Monferrato astigiano: al progetto del Gal credono in molti. Domani si terrà al castello di Cortanze, alle 21, l’assemblea conclusiva dei soci preceduta dalle riunioni zonali. Al progetto hanno già aderito ufficialmente un’ottantina di imprenditori privati (agricoltori, case vinicole, ristoratori, albergatori, botteghe commerciali e artigiane) e 25 Comuni astigiani e alessandrini: Albugnano, Alfiano Natta, Altavilla, Antignano, Aramengo, Buttigliera, Castell’Alfero, Castelnuovo Don Bosco, Celle Enomondo, Cerreto, Cocconato, Corsione, Ferrere, Frinco, Monale, Montemagno, Montiglio Monferrato, Penango, Portacomaro, Refrancore, San Paolo Solbrito, Scurzolengo, Viarigi, Villadeati, Villa San Secondo. Come si realizzerà il progetto, che punta sullo sviluppo turistico del territorio giocando soprattutto sulla carta enogastronomica? Anche se la strada del vino avrà un’unica denominazione («Monferrato Astigiano»), i percorsi, adeguatamente segnalati, saranno quattro, tanti quanti i distretti tratteggiati, ricchi di richiami naturalistici e offerte enogastronomiche. Ai bacini bisognerà dare un nome: tema in discussione nell’assemblea di domani i cui altri punti principali riguardano il regolamento dei soci e le quote annue di adesione (da aggiungersi ai finanziamenti pubblici). «Per il distretto più a Ovest, che fa riferimento a San Damiano e può contare sull’attrattiva del museo nel castello di Cisterna e nella nuova Bottega del vino di San Damiano - spiega Mario Sacco, presidente del Gal Basso Monferrato Astigiano - si propone di adottare il nome dell’Unione dei Comuni: “Colline Alfieri”. L’area intorno a Castelnuovo Don Bosco, che dispone di una struttura permanente nella Bottega del vino di Moncucco Torinese, potrebbe chiamarsi “Terra dei Santi”. Per il distretto di Cocconato ci sono più ipotesi: “La Strada del Romanico” o “Chiese e Castelli”. Infine il bacino prossimo al Casalese, in cui è già attiva la Bottega del vino di Portacomaro e in futuro funzionerà anche quella di Moncalvo, potrebbe chiamarsi “Percorso Aleramico”». Di certo, per ora, c’è che ciascun percorso coinvolgerà soprattutto strade di collina di alto valore paesaggistico, prossime alle cantine da visitare, tralasciando il più possibile le arterie a scorrimento veloce. Nel disciplinare di adesione che l’assemblea approverà domani sono contenute alcune regole operative ritenute fondamentali per la riuscita del progetto, che sarà presentato ufficialmente, in novembre, al Salone del Vino di Torino: l’accoglienza in cantina dovrà essere organizzata con un certo gusto, dotazioni e arredi appropriati, garanzie igieniche, precise informazioni su orari di apertura, prezzi di vendita e di somministrazione. Albergatori o affittacamere dovranno favorire le visite alle cantine, esporre i prodotti del territorio e divulgare il materiale pubblicitario della Strada del vino. Le botteghe di paese si impegneranno, invece, ad avere permanentemente in vendita i prodotti del territorio, evidenziandone la presenza. A Cortanze parteciperanno anche gli amministratori della Provincia (assessori Brusa e Perfumo), ente che ha preventivamente approvato il progetto sulla Strada del vino. Quest’ultimo, seguito dal giornalista ed esperto Elio Archimede, si gemella idealmente con l’altra Strada del vino («Astesana») nata nel Sud della provincia.

(La Stampa, 25/7/2001)


Ecco i dottori del vino

Sergio Miravalle
Complimenti ai «signori dottori» che ieri hanno conseguito, per primi in Italia, la laurea in viticoltura ed enologia alla facoltà di Agraria dell’Università di Torino. E’ una pattuglia di otto ragazzi che elenchiamo in ordine alfabetico, come in un albo d’oro: Francesco Baravalle da Cuneo (106 la votazione di laurea); Fabrizio Ferrante da Piea (At), con 110 e lode; Maurizio Forgia da Buttigliera Alta (To), 110 e lode; Massimiliano Gerardi, da Marsala (110 e lode); Dimitri Mensi da Alluvioni Cambiò (Al), 103; Danilo Montanaro da Somano (Cn), 110; Daniele Ponzo, Bossolasco (Cn), 110 e lode e Stefano Raimondi, Tortona, 110 e lode. E l’albo d’oro si allungherà con la sessione di novembre. Loro otto, felici ed emozionati, sono stati i primi ad arrivare alla cosiddetta «laurea breve» che ha sostituito il diploma universitario e che consente un master di altri due anni di specializzazione. La laurea l’hanno ottenuta con tre anni di studi e ricerche in vigna e cantina dividendosi tra la sede della facoltà a Grugliasco e Alba che ospita due anni di corso. Li hanno seguiti professori appassionati come Vittorino Novello, Andrea Schubert, Vincenzo Gerbi, guidati dal preside Roberto Chiabrando e dal magnifico rettore Rinaldo Bertolino che è di Vinchio e le vigne le ha nel cuore. I neo «dottori del vino» possono essere considerati al livello di preparazione delle famose scuole di enologia francese di Bordeaux e Montpellier e alla californiana Davis. E’ indispensabile che l’Italia, Paese tra i maggiori produttori di vino al mondo, abbia studiosi e ricercatori all’altezza. Il ruolo degli enotecnici è stato ed è importantissimo nello sviluppo del comparto, ma non senza ombre. C’era un tempo in cui venivano chiamati per «aggiustare» un vino. La strada seguita dai precursori più convinti del nuovo corso agli inizi degli Anni Ottanta è stata di abbandono delle pratiche da alchimista di cantina applicando concretamente slogan come «la qualità si fa nel vigneto». Il Piemonte e Alba, in particolare, sede della storica scuola enologica, giocano un ruolo importante anche nella formazione dei nuovi laureati, per oltre la metà provenienti da altre regioni e anche dall’estero (Giappone compreso). Gli studenti sono in crescita proporzionale alla maggiore attenzione conquistata dal mondo del vino e ai concreti sbocchi occupazionali: 75 iscritti al primo anno, un boom. I ragazzi, tra l’altro, lamentano che la città non disponga di un ostello universitario e sperano nella nascita di un campus enologico, magari cofinanziato dalle aziende del comparto. Detto tutto questo non vanno dimenticati esperienza e saperi di chi il vino lo ha sempre fatto e fatto bene, arrivando a risultati eccellenti. Un orgoglioso esempio contadino arriva da Guido Lajolo, guarda caso di Vinchio il paese della grande barbera astigiana: ha etichettato la sua produzione migliore di barbera con un nome che ha il sapore della sfida «Da sul», ovvero da solo, faccio io, senza consigli. In paese tutto lo conoscono come «Reginin», viso affilato, grande passione per i tartufi che sa far scovare dai cani nei boschi della Val Sarmassa, descritti da Davide Lajolo. Ora nelle vigne e in cantina Reginin è aiutato dal figlio Paolo. «Da sul» incendia di rosso il bicchiere, in bocca è possente, ma non aggressivo. Grande barbera, merita una tesi di laurea.

(La Stampa, 26/7/2001)

 

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